N.B.: ** L’artista è trattato ampiamente altrove ; * L’opera non si trova nella Pinacoteca. Nel 1882 la Pinacoteca è separata dall’Accademia, distinguendo le funzioni museali da quelle di insegnamento. Però ancora per tutto l’Ottocento si presenterà così, poco diversa da come era nel 1809. I dipinti sono disposti molto fitti su più registri, con cornici omogenee in sostituzione di quelle originali. Anche se la tela è realizzata con pennellate veloci riconosciamo molte delle opere, alcune delle quali sono ora in deposito esterno, e comprendiamo il tipo di fruizione, elitaria e raffinata. Nell’Immagine in evidenza: Paolo VERONESE “Lamentazione su Cristo morto”.

Dopo: EVARISTO BASCHENIS. (Bergamo, 7 dicembre 1617 – Bergamo, 16 marzo 1677) è stato uno dei maggiori pittori italiani del Seicento nonché l’ideatore della natura morta di soggetto musicale. La sua figura è rimasta avvolta in un alone di mistero fino a quando Piero Capuani accertò, attraverso il ritrovamento dell’atto di battesimo nel registro parrocchiale della Basilica di Sant’Alessandro in Colonna a Bergamo, la sua data di nascita. Le fondamentali scoperte archivistiche (1996) di Enrico De Pascale, in coincidenza con le due grandi mostre dedicate al pittore all’Accademia Carrara di Bergamo (1996) e al Metropolitan Museum of Art di New York (2000-2001), hanno contribuito a illuminare molti aspetti della vita e dell’opera del Baschenis, i suoi rapporti con la città, con la committenza, con l’ambiente culturale, artistico e musicale in cui visse. Tra i documenti più importanti il testamento olografo e l’inventario dei suoi beni e della sua collezione di dipinti, oltre alla nota della vendita di tutto quanto conservato nella sua casa-bottega al momento della morte, il 16 marzo 1677. Particolarmente rilevanti anche le documentazioni relative ai contatti nazionali e internazionali del pittore, i suoi ripetuti soggiorni a Roma, Venezia e Milano, l’alunnato (1639-1642) presso il pittore cremasco Gian Giacomo Barbelli (giusta il contratto di apprendistato rinvenuto da Marino Paganini).


Dopo: MOSE’ BIANCHI. (Monza, 13 ottobre 1840 – Monza, 15 marzo 1904) è stato un pittore italiano. Detto talvolta Mosè Bianchi di Monza, non va confuso con l’omonimo e pressoché contemporaneo Mosè Bianchi di Lodi. Figlio dell’insegnante di disegno e modesto pittore Giosuè e di Luigia Meani, compiuti gli studi tecnici s’iscrive nel 1856 all’Accademia di Brera di Milano dove è allievo di Schmidt, Bisi, Zimmermann, Sogni e del direttore Giuseppe Bertini, avendo per compagni di corso Federico Faruffini, Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni e Filippo Carcano, con i quali dividerà per qualche anno lo studio milanese in via San Primo.


Dopo: BERNARDO BELLOTTO. (Venezia, 30 gennaio 1721 – Varsavia, 17 ottobre 1780) è stato un pittore e incisore italiano, cittadino della Re-pubblica di Venezia. È anche conosciuto con il nome di Canaletto, che usò su suggerimento dello zio Antonio Canal, titolare dello stesso pseudonimo.



Prima: Le due tele precedenti furono acquistate per Brera dall’antiquario Alessandro Brison e divennero immediatamente uno dei capisaldi della collezione. Eseguite durante il viaggio lombardo di Bellotto, nel 1744, costituiscono uno dei vertici del vedutismo europeo, di cui rappresentano al contempo il superamento grazie alla naturalezza della rappresentazione e alla sua adesione alla realtà: diversamente da quanto accadeva nelle tradizionali vedute di Canaletto, che immergevano Venezia in una splendente luce atemporale, le tele di Bellotto rappresentano infatti un preciso momento della giornata, di cui indagano i colori così come i particolari effetti luminosi, aprendo la porta all’evoluzione ottocentesca del paesaggio. Sin dal loro ingresso in Pinacoteca le si è credute legate alla villa – e quindi alla committenza – della famiglia Melzi, identificando nell’acquirente delle tele quell’Antonio Maria Melzi proprietario della villa di Vaprio d’Adda – ugual-mente dipinta dall’artista – e figura di spicco della Milano austriaca. In realtà, recentissime indagini hanno rivelato che i Melzi subentrarono solo nel 1838 nella proprietà dell’edificio qui rappresentato, il quale all’epoca del viaggio di Bellotto apparteneva ai nobili varesini Gabrio e Giuseppe Perabò, titolari di prestigiose cariche nel governo cittadino e, soprattutto, legati da rapporti amichevoli con il cardinale Giuseppe Pozzobonelli, esperto collezionista divenuto vescovo di Milano proprio nel 1744.
Dopo: UMBERTO BOCCIONI. (Reggio Calabria, 19 ottobre 1882 – Verona, 17 agosto 1916) è stato pittore e scultore italiano, esponente di spicco del futurismo. L’idea di rappresentare visivamente il movimento e la sua ricerca sui rapporti tra oggetto e spazio hanno influenzato fortemente le sorti della pittura e della scultura del XX secolo. I genitori di Umberto erano Raffaele Boccioni e Cecilia Forlani, originari di Morciano di Romagna (25 km da Rimini). Il padre, che lavorava come usciere di prefettura, fu costretto a spostarsi in Italia in base alle esigenze di servizio. Successivamente la famiglia si trasferì a Forlì, poi a Genova e a Padova. Nel 1897 giunse l’ordine di un nuovo trasferimento a Catania. Questa volta la famiglia si separò: Umberto e il padre andarono in Sicilia; la madre con la sorella maggiore Amelia, nata a Roma, restarono in Veneto.


Dopo: VERONESE (PAOLO CALIARI). (Verona, 1528 –Venezia, 19 aprile 1588), è stato un pitto-re italiano del Rinascimento, cittadino della Repubblica Veneta attivo a Venezia e in altre località del Veneto. Caliari è noto in particolare per i suoi dipinti a soggetto religioso e mitologico di grande formato, come Nozze di Cana (1563), Cena a casa di Levi (1573) e Trionfo di Venezia (1582). Pittore del-la scuola veronese, si formò nella bottega di Antonio Badile e iniziò ben presto a ricevere importanti committenze, anche grazie al legame con il celebre architetto Michele Sanmicheli con cui instaurò una prolifica collaborazione. Insieme a Tiziano, più anzia-no di una generazione, e a Tintoretto, Paolo Verone-se è considerato uno del “grande trio che ha dominato la pittura veneziana del cinquecen-to”. Conosciuto come un ottimo colorista, dopo un iniziale periodo manierista, sviluppò uno stile naturalistico sotto l’influenza di Tiziano.

Dopo: Notevole la pala, risalente al 1570 circa, raffigurante “la Vergine con il Bambino in gloria e i Santi Pietro, Paolo, Dorotea e Francesco”. E’ posta nella sacrestia del Santuario della Madonna dello Splendore a Giulianova (Te).


Prima: Il dipinto mostra l’episodio della tramutazione dell’acqua in vino durante un matrimonio a Cana, contenuto nel Vangelo secondo Giovanni; la scena è ricca di particolari e mostra nella sua ambientazione una commistione di dettagli antichi e contemporanei. L’architettura è certamente classica, caratterizzata da due vasti colonnati ai lati del dipinto; al centro si apre invece un cortile sormontato da una zona rialzata, cinta da una balaustra. Lo sfondo mostra un cielo azzurro macchiato da alcune nuvole bianche, nel quale si staglia una torre anch’essa in stile classico. Al centro, in primo piano, si trovano dei musicisti intenti ad intrattenere i convitati; due di questi, l’uomo vestito di bianco con la viola da gamba e il personaggio con una tunica rossa e contrabbasso sarebbero secondo la tradizione Veronese stesso e Tiziano. Uno studio più recente collega l’identità del musicista seduto dietro a Veronese, suonando la viola da gamba, con il teorico musicale e maestro di cappella del Regno di Napoli, Diego Ortiz. Le vesti dei personaggi sono sontuose ed eleganti, dai colori brillanti e motivi ricercati; al centro della tavolata siede Cristo vicino alla madre, entrambi sono ritratti composti e calmi, il Gesù guarda fisso verso l’osservatore della tela. A motivo del grande favore incontrato dall’opera, a Veronese furono commissionate nei decenni successivi numerose varianti, anche se di dimensioni ridotte, che passarono alla storia come le “Cene” del Veronese. Le più celebri sono la Cena in casa di Simone della Pinacoteca di Brera a Milano, la tela del medesimo soggetto custodita alla Reggia di Versailles, la Cena in casa di Levi delle Gallerie dell’Accademia a Venezia, e la Cena in casa di Simone della Galleria Sabauda a Torino. Una copia di uguali dimensioni è oggi collocata in luogo dell’originale nell’antico refettorio del convento di San Giorgio Maggiore.


Dopo: BONIFACIO de’ PITATI (Bonifacio Veronese). (Verona, 1487 – Venezia, 19 ottobre 1553), è stato un pittore italiano. Figlio di Marzio de’ Pitati, uomo d’armi, e di Benvenuta, intorno al 1505 si trasferì a Venezia assieme alla famiglia. Addestrato sotto la guida di Palma il Vecchio e influenzato dagli studi delle opere di Tiziano e di Giorgione, esordì con la Madonna con il Bambino e i santi Giovannino, Girolamo, Dorotea e Caterina (1520) (San Pietroburgo), Lot e le figlie (1520) (Chrysler Museum of Art di Norfolk), l’Adorazione dei pastori (1525) (Birmingham Museum and Art Gallery), la Sacra Famiglia e i santi Antonio da Padova, Antonio abate, Maria Maddalena, Anna e Giovannino (1526) (Louvre), nei quali emersero l’influenza nordica dei paesaggi, i temi ricorrenti della missione salvifica di Cristo e della vacuità del mondo. Dopo la morte di Palma il Vecchio, il 30 luglio 1528, Bonifacio Veronese completò alcune opere incompiute dal maestro.

Prima: “Mosé salvato dalle acque”. L’opera faceva parte del legato del cardinale Monti all’Arcivescovado di Milano del 1650 e rappresenta il ritrovamento di Mosè bambino, mostrato da un’ancella alla figlia del faraone. Tuttavia il dipinto può essere anche letto come la rappresentazione di una festa campestre, descritta nei particolari con gusto quasi fiammingo: sono riconoscibili alcuni episodi tradizionali della vita cortigiana come il concerto, il corteggiamento, le libagioni e la caccia. Su base stilistica, ma anche dalla lettura dell’abbigliamento dei personaggi, l’opera è databile ai primi anni quaranta del Cinquecento. Il tono festoso della scena e la forza espressiva del colore fanno ipotizzare la presenza di un collaboratore, forse da identificare con Domenico Biondo.

Dopo: MASSIMO CAMPIGLI. Pseudonimo di Max Ihlenfeldt (Berlino, 4 luglio 1895 – Saint-Tropez, 31 maggio 1971), è stato un pittore italiano. Figlio naturale di genitori tedeschi, nasce a Berlino il 4 luglio 1895. La madre, Anna Paolina Luisa Ihlenfeldt, appena diciottenne e di origine alto borghese, lo affida alle cure della nonna materna che vive a Settignano, presso Firenze, dove la giovane donna e il bambino si trasferiscono. Agli occhi del mondo Anna Paolina risulta essere una sua zia. Nel 1899 Anna Paolina sposa Giuseppe Bennet, cittadi-no britannico, rappresentante di una ditta di colori inglese. Si trasferiscono in piazza Beccaria a Firenze, dove vanno a vivere portando con loro il piccolo Max sempre sotto mentite spoglie. La famiglia si trasferisce successivamente in via Cittadella, poi, nel 1909 a Milano, in via Guerrazzi. Qui il ragazzo, ormai quattordicenne, prende i primi contatti con i futuristi e inizia la sua avventura pittorica.


Dopo: CANALETTO (GIOVANNI ANTONIO CANAL). Meglio conosciuto come il Canaletto (Venezia, 17 o 18 ottobre 1697 – Venezia, 19 aprile 1768), è stato un pittore e incisore italiano, cittadino della Repubblica di Venezia, noto soprattutto come vedutista. I suoi quadri, oltre a unire nella rappre-sentazione topografica architettura e natura, risultavano dall’attenta resa atmosferica, dalla scelta di precise condizioni di luce per ogni particolare momento della giornata e da un’indagine condotta con criteri di scientifica oggettività, in concomitanza col maggiore momento di diffusione delle idee razionalistiche dell’Illuminismo. Insistendo sul valore matematico della prospettiva, l’artista, per dipingere le sue opere si avvaleva talvolta della camera ottica.


Prima: Si tratta del pendant della Veduta del bacino di San Marco dalla punta della Dogana esposto nella mede-sima sala. Lo scorcio è certamente uno dei più amati dall’artista che lo replicò in molte versioni, leggermente differenti, come quella del Museo Thyssen-Borne-misza di Madrid (anteriore al 1720), quella della Gemäldegalerie di Dresda (dopo il 1723), e la bellissima veduta dipinta su rame oggi nella collezione del visconte di Coke a Holkham Hall, nel Norfolk (1727 circa). Ma il vero prototipo della tela di Brera, soprattutto per la somiglianza dell’inquadratura prescelta, sembra essere un dipinto un tempo di proprietà di sir Robert Grenville Harvey e oggi in collezione privata milanese.


Dopo: VITTORE CARPACCIO. Detto talvolta anche Vittorio (1465 circa – Capodistria, 1525/1526), è stato un pittore italiano, cittadino della Repubblica di Venezia. Fu uno dei protagonisti della produzione di teleri a Venezia a cavallo tra il XV e il XVI secolo, divenendo forse il miglior testimone della vita, dei costumi e dell’aspetto straordinario della Serenissima in quegli anni. Come altri grandi maestri italiani della sua generazione (Perugino, Luca Signorelli, lo stesso Andrea Mantegna), dopo un periodo di fastosi successi visse una crisi poco dopo lo scoccare del XVI secolo per le difficoltà ad assimila-re gli apporti rivoluzionari e moderni dei nuovi “grandi” (Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Giorgione e Tiziano). Visse gli ultimi anni relegato in provincia, dove il suo stile ormai attardato trovava ancora ammiratori.


Prima: Nello Sposalizio della Vergine è raffigurato l’episodio apocrifo dei pretendenti di Maria che rompono i bastoni, come nel capolavoro di Raffaello nella Sala XXIV, mentre lei sceglie il più anziano, Giuseppe, il cui basto-ne è germogliato. L’interno è rivestito di marmo e c’è un disegno accurato della menorah che mostra tutto lo sforzo di Carpaccio nel raffigurare gli elementi esotici della Venezia del tempo, in cui la comunità ebraica era numerosa e attiva.
Dopo: CARLO DALMAZIO CARRA’. (Quargnento, 11 febbraio 1881 – Milano, 13 aprile 1966) è stato un pittore e docente italiano, professore presso l’accademia di Brera dal 1939 al 195. Figlio di un possidente terriero caduto in disgrazia, apprese i primi accenni dell’arte del disegno da giovane, a soli 12 anni, durante una forzata stabilità a letto a causa di una lunga malattia. Iniziò ben presto a lavorare come decoratore murale a Valenza frequentando nel frattempo le Scuole serali tra cui a Milano negli anni 1904-05 la Scuola superiore d’Arte applica-ta all’Industria del Castello Sforzesco.” In particolare Carrà allora di professione decoratore murale, frequentatore della Scuola negli anni 1904-05 di ritorno da Parigi e Londra, prima di iscriversi all’Accademia di Brera, vi si distinse (egli stesso lo ricorda nella sua autobiografia) conseguendo il primo premio di decorazione, di lire 500, e quello Noseda di 175 lire”.


Dopo: CIMA da CONEGLIANO (GIOVANNI BATTISTA CIMA). (Conegliano, 1459/1460 –Conegliano, 1517/1518), è stato un pittore italiano cittadino della Repubblica di Venezia, tra maggiori esponenti della scuola veneta del XV secolo. Solo scarsi documenti permettono di ricostruire la vita del pittore. La data di nascita dell’artista (1459 o 1460) non è accertata, ma dedotta dall’estimo coneglianense del 1473, nel quale è nominato un Joannes cimator: il pittore doveva avere infatti all’epoca quattordici anni, poiché questa era l’età in cui si cominciava a pagare le tasse in proprio, secondo le leggi della città veneta. Per assenza di fonti non è nota la formazione artistica antecedente al 1489, data del primo dipinto a lui attribuito. Si trasferì a Venezia attorno al 1489 dove aprì una sua bottega. Dell’anno 1494 ci restano alcuni pagamenti fatti all’artista. Altri pagamenti risalgono al 1499, al 1504 ed al 1510. Tra il 1500 e il 1515 visse probabilmente tra Venezia e l’Emilia. A Parma, Bologna, Carpi gli vennero commissionate opere per alcune chiese, quali la Madonna col Bambino tra i santi Michele Arcangelo e Andrea del 1505 e la Sacra Conversazione del 1513. La sua presenza a Conegliano, dove trascorreva le estati, è documentata, per l’ultima volta, nel 1516. Morì fra il 1517-1518, probabilmente a Conegliano, dove resta la sua dimora, oggi Casa museo di Giovanni Battista Cima.

Dopo: PITOCCHIETTO (GIACOMO CERUTI). E’ stato annoverato tra i più importanti esponenti del tardo barocco italiano. Nacque a Milano, probabilmente da quel Fabiano Ceruti che fu allievo di Cristoforo Agricola; fin dai primi anni venti del Settecento fu attivo a Brescia, città in cui si guadagnò il soprannome di «Pitocchetto» per il genere pittorico che aveva come soggetti principali i poveri, i reietti, i vagabondi, i contadini (i pitocchi, appunto), raffigurati in quadri a grande formato e ripresi con stile documentaristico e con uno spirito di umana empatia. Il suo percorso artistico è parte di quel filone della “pittura di realtà“, che ha in Lombardia una tradizione secolare: prima di lui grandissimi artisti come Vincenzo Foppa, la scuola bresciana intorno a Moretto e Savoldo, Caravaggio, tutti avevano toccato l’argomento, ma nessuno prima del Ceruti seppe indagare con tanta spietata lucidità la verità quotidiana.


Dopo: “Ritratto d’uomo” 1725/1730 – Olio su tela – cm 72 x 53. Il dipinto illustra un ulteriore genere pittorico in cui eccelse Ceruti, quello del ritratto. Se l’ultima fase milanese dell’artista è caratterizzata da una galleria di personaggi dell’aristocrazia, questa tela, raffinata nella combinazione cromatica del verde e del bianco, ritrae un uomo di aspetto modesto, che ci guarda negli occhi con aria amabile. Si crea così immediata empatia e non si può che familiarizzare con tutti i protagonisti delle opere di Ceruti.




