N.B.: ** L’artista è trattato ampiamente altrove ; * L’opera non si trova nella Pinacoteca. Nel 1882 la Pinacoteca è separata dall’Accademia, distinguendo le funzioni museali da quelle di insegnamento. Però ancora per tutto l’Ottocento si presenterà così, poco diversa da come era nel 1809. I dipinti sono disposti molto fitti su più registri, con cornici omogenee in sostituzione di quelle originali. Anche se la tela è realizzata con pennellate veloci riconosciamo molte delle opere, alcune delle quali sono ora in deposito esterno, e comprendiamo il tipo di fruizione, elitaria e raffinata. Nell’Immagine in evidenza: RUBENS “Incredulità di San Tommaso”.

Dopo: MAESTRO della PALA SFORZESCA. Attorno alla Pala Sforzesca, dipinta per Ludovico il Moro nel 1494-1495, è stato radunato un gruppetto di opere legate all’anonimo autore, che mostra un gusto per la decorazione sfarzosa di matrice tardogotica, una sensibilità al realismo nella rappresentazione delle fisionomie derivata da Vincenzo Foppa e un’adesione nei tipi fisici ai modelli di Leonardo da Vinci.
Dopo: Madonna in trono con il Bambino, Dottori della Chiesa e la famiglia di Ludovico il Moro (“Pala Sforzesca”). Autore: Maestro della Pala Sforzesca – 1494 – 1495 Olio e Tempera su Tavola – cm 230 × 165.

Dopo: GIORGIO MORANDI (Bologna, 20 luglio 1890 – Bologna, 18 giugno 1964) è stato un pittore e incisore italiano. Fu uno dei protagonisti della pittura italiana del Novecento ed è considerato tra i maggiori incisori mondiali del secolo. La sua pittura si può definire unica e universalmente riconosciuta; celebri le sue nature morte olio su tela, dove la luce rappresenta il fondamento delle sue opere. L’apparente semplicità dei contenuti (vasi, bottiglie, ciotole, fiori, paesaggi) viene esaltata dalla qualità pittorica. Morandi ha vissuto in via Fondazza, a Bologna, con la madre e le tre sorelle Anna, Dina e Maria Teresa. Morandi dipinse sempre nella sua stanza di via Fondazza. Solamente quando costruirono nel 1960 la casa estiva a Grizzana Morandi (il nome dell’artista è stato aggiunto ufficialmente al toponimo del comune nel 1985), ebbe un vero e proprio studio; di fronte a questa casa si trovano i tre Fienili del Campiaro, soggetto frequente nelle tele del pittore.


Dopo: GEROLAMO GENGA. (Urbino, 1476 – La Valle, 11 luglio 1551) è stato un pittore, architetto, e scultore italiano. Fu uno dei più importanti architetti della prima metà del XVI secolo ed in genere del periodo manierista, tramite tra diversi ambiti culturali ed in particolare tra quello romano e quello marchigiano. Padre di Bartolomeo Genga.


Dopo: LIBERALE da VERONA. (Verona, 1445 circa – Verona, 1530) Liberale apprese l’arte della miniatura da maestri ignoti nella sua città natale; il suo primo maestro di disegno fu probabilmente un monaco olivetano, Sebastiano da Rovigno, attivo in Santa Maria in Organo. Nel 1466 Liberale si spostò a Monte Oliveto Maggiore al seguito di Fra’ Sebastiano, e in Toscana eseguì numerose miniature, alcune delle quali conservate nella Biblioteca Piccolomini di Siena. L’arte di Liberale esercitò un notevole influsso sull’opera dei pittori senesi Matteo di Giovanni e Francesco di Giorgio Martini. Dopo il suo ritorno a Verona, avvenuto all’incirca nel 1482, Liberale ebbe vari allievi, fra cui Giovan Francesco Caroto, che ne divenne l’erede.

Prima: La tavola, che fu eseguita attorno al 1490 per la chiesa di San Domenico ad Ancona, presenta un’insolita iconografia che ambienta il martirio del santo, raffigurato secondo la tradizione legato a un albero e colpito da frecce, sullo sfondo di un canale veneziano percorso da gondole. Lo sfondo rivela la passione narrativa dell’artista, che aveva operato come miniatore in Italia centrale e aveva sviluppato uno straordinario interesse per le descrizioni vivaci e per le soluzioni grafiche nervose ed espressionistiche. La figura del santo, invece, si caratterizza per una monumentalità solenne, che rimanda al dipinto di analogo soggetto eseguito da Antonello da Messina (oggi a Dresda), dal quale deriva anche il dettaglio della colonna scorciata.
Dopo: FILIPPO DE PISIS. Luigi Filippo Tibertelli de Pisis, semplicemente conosciuto come Filippo de Pisis (Ferrara, 11 maggio 1896 – Brugherio, 2 aprile 1956), è stato un pittore e scrittore, uno tra i maggiori interpreti della pittura italiana della prima metà del Novecento. Si dedica allo studio della pittura sotto la guida del maestro Odoardo Domenichini nella sua città nata-le Ferrara. Nel 1916 si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna. L’interesse e la passione per la pittura lo spingono a vivere in varie città italiane come Roma, Venezia e Milano, ma anche europee come Parigi e Londra, alla ricerca di nuovi contesti culturali e artistici.


Dopo: MARIO SIRONI. (Sassari, 12 maggio 1885 –Milano, 13 agosto 1961) è stato un pittore italiano, fra gli iniziatori del movimento artistico del Novecento nel 1922 a Milano. È stato anche scultore, architetto, illustratore, scenografo e grafico. Negli anni Trenta ha teorizzato e praticato il ritorno alla pittura murale. Nella sua famiglia ci sono architetti, artisti, musicisti. Il nonno materno, Ignazio Villa (Milano, 1813 – Roma, 1895), scultore e scienziato, costruisce a Firenze nel 1850-52 la Casa Rossa, notevole esempio di neogotico italiano. Lo zio paterno Eugenio Sironi (Como 1828–1894), fratellastro di Enrico – e, nella storiografia recente, erroneamente confuso con lui – è l’autore del Palazzo della Provincia di Sassari, 1873-1880. Il padre Enrico si laurea ingegnere nel 1873 e lavora a Sassari e a Roma. La madre Giulia Villa, cui l’artista sarà sempre legatissimo, aveva invece studiato canto, mentre la sorella Cristina era pianista


Dopo: GINO SEVERINI. Nato a Cortona (7-04-1883; Parigi 26-02-1966), giunse diciottenne a Roma. Qui Giacomo Balla lo avviò alla pittura divisionista che approfondì a Pari-gi a partire dal 1906 (Primavera a Montmartre, 1909). Fu tra i firmatari nel 1909 del Manifesto del futurismo scritto da Filippo Tommaso Marinetti. A Parigi fu a contatto con Pablo Picasso, Georges Braque, Juan Gris e Guillaume Apollinaire, e partecipò al nascere e allo svilupparsi del cubismo. Nel 1913 sposò Jeanne, la figlia del poeta Paul Fort, da cui nasceranno tre figli: Gina (1915), Romana (1937) e Jaques (1927-1933) morto prematuramente. Fra l’ottobre 1917 e l’agosto 1918 pubblicò una serie di articoli dal titolo La Peinture d’avant-garde nella rivista De Stijl. Theo van Doesburg ha definito lo stile di Severini psychisch kubisme (in italiano: cubismo psichico).

Dopo: Dipinto nel 1917, Grande natura morta con la zucca è un tipico esempio dei quadri condotti, tra il 1916 e il 1919, lungo la linea di ricerca del cubismo sintetico, teorizzata da Severini in due fonda-mentali articoli che esplorano i temi della compenetrazione dei piani e dei corpi: l’idea-immagine dell’oggetto e il divisionismo delle forme. In questo quadro viene ribaltato in verticale il piano d’appoggio degli oggetti, vengono moltiplicati i profili e le sagome sulla superficie e vi è un inserimento di parti dipinte con

Dopo: GAETANO PREVIATI. (Ferrara, 31 agosto 1852 – Lavagna, 21 giugno 1920) è stato un pittore italiano che, dopo una giovanile esperienza nella Scapigliatura milanese, fu rappresentativo soprattutto della corrente del divisionismo italiano. Fra le sue opere più importanti, La Maternità, dipinta nel 1890 e presentata nella Triennale di Brera dove riscontrò discussioni vivacissime per la tecnica esecutiva: una donna, seduta sotto un albero, si china teneramente sul bimbo a cui offre il seno mentre intorno la circondano figure evanescenti di angeli. Colpito da dolorosi lutti famigliari, muore nel 1920 all’età di 67 anni a Lavagna, cittadina ligure dove già da tempo soleva trascorrere lunghi soggiorni.


Prima: Adorazione dei magi. Il dipinto entrò in Pinacoteca nel 1938 come dono del senatore Ettore Conti. La prima notizia sulla gestazione del quadro risale alla lettera di Previati al fratello del 18 novembre 1892, in cui lo informava di aver consegnato il 4 novembre per la Mostra della Famiglia Artistica due “abbozzi“, uno era l’Adorazione dei Magi. Il pittore sconvolge le convenzioni di una lunga tradizione iconografica in una pittura onirica e simbolica, stilisticamente segnata dal divisionismo tipico della maniera del pittore.
Dopo: PIETER PAUL RUBENS. (Siegen, 28 giugno 1577 – Anversa, 30 maggio 1640) è stato un pittore fiammingo. La sua opera, secondo Giuliano Briganti, «può considerarsi l’archetipo del “barocco“»; per Luigi Mallé, ha aperto la via al tumultuante barocco europeo, nordico e francese in particolar modo.



Dopo: LORENZO LOTTO. (Venezia, 1480 – Loreto, 1556/1557) è stato un pittore italiano. Fu tra i principali esponenti del Rinascimento veneziano del primo ‘500, sebbene la sua indole originale e anticonformista lo abbia portato presto a una sorta di emarginazione dal contesto lagunare, dominato da Tiziano. Si spostò quindi molto, accendendo con il suo esempio le scuole di zone considerate periferiche rispetto ai grandi centri artistici, come Bergamo e le Marche. La sua vicenda umana fu talvolta segnata da cocenti insuccessi e amare delusioni, in parte col-mati dalla rivalutazione nella critica moder-na, che fanno della sua figura un soggetto sofferto, introverso e umorale, di grande modernità.


Prima: Dei 4 ritratti di Lorenzo Lotto esposti a Brera, quelli effigianti Laura da Pola, suo marito Febo da Brescia e il cosiddetto Liberale da Pinedel, provengono dalla collezione torinese del conte Castellane Harrach: messi in vendita nel 1859, furono acquistati per conto della Pinacoteca da Francesco Hayez, nel timore che venissero acquistati per la National Gallery di Londra; nel 1860, il costo dell’operazione fu restituito a Brera da re Vittorio Emanuele II. Il ritratto di Laura da Pola appartiene alla tarda maturità di Lotto e la sua esecuzione è documentata: nel 1543 l’artista registrava nel proprio Libro di spese l’incarico avuto a Treviso “per dui quadri de retrati grandi de naturale meze figure” e, nel marzo del 1544, si lamentava del pagamento ricevuto da Febo da Brescia, fatto che induce a credere che il lavoro fosse a quella data ormai concluso.
Il dipinto è considerato tra i vertici della produzione di Lotto, che fu capace qui di dar forma pittorica ai numerosi messaggi che la committente intendeva trasmettere attraverso il proprio ritratto: quest’ultima, moglie di uno dei personaggi più in vista di Treviso, appare in atteggiamento dimesso, appoggiata a un mobile della camera da letto. Tuttavia, nonostante la familiarità dell’ambientazione, essa posa con un abito di foggia ricercatissima ed esibisce oggetti di lusso quali il ventaglio di piume con catenella d’oro e gli anelli preziosi, elementi che permettevano ai contemporanei di riconoscerla immediatamente come membro delle più alte gerarchie cittadine. Dato che all’epoca non era concesso alle ragazze nubili di apparire in pubblico, il ritratto va interpretato anche come celebrazione della condizione di donna sposata di Laura, autorizzata a esibire se stessa e il proprio rango grazie al buon matrimonio che aveva contratto.

Prima: Questo dipinto è un’importante testimonianza delle opere di Lotto nelle chiese del territorio di Treviso, eseguita in occasione del suo ultimo soggiorno in città. L’opera è quasi certamente identificabile con la pala che l’artista registra nel Libro dei Conti fra febbraio e luglio 1545, come destinata alla chiesa delle monache domenicane del convento di San Paolo a Treviso, dove rimase sino al 1811, quando il patrimonio fu disperso in seguito alle soppressioni napoleoniche. Si tratta di un’opera intensamente espressiva, che si lega all’accentuarsi delle inquietudini e delle riflessioni sulla morte da parte di un artista da sempre irrequieto e anticonformista, divenuto forse più cupo con l’approssimarsi della vecchiaia. Ciò spiegherebbe la scelta di un’iconografia nordica, con illustri precedenti in Roger Van der Weyden e in Botticelli, decisamente inconsueta in ambito veneziano, che concentra l’attenzione sulla figura di Maria, sottolineandone il ruolo di corredentrice dell’umanità. Dal fondo scuro dell’immagine emerge il gruppo scultoreo e intensamente drammatico costituito dalla Vergine, dal Cristo e da San Giovanni. Bellissimo è il gioco delle mani tra la Vergine e il figlio morto o il parallelismo del braccio di Cristo crollato a terra e il braccio cascante della Vergine svenuta.



Dopo: AMEDEO MODIGLIANI. Noto anche con i soprannomi di Mo-dì e Dedo (Livorno, 12 luglio 1884 –Parigi, 24 gennaio 1920), è stato un pittore e scultore italiano, celebre per i suoi sensuali nudi femminili e per i ritratti caratterizzati da volti stilizzati, colli affusolati e sguardo spesso assente.


Dopo: SILVESTRO LEGA. (Modigliana, 8 dicembre 1826, Firenze, 21 settembre 1895) è stato un pittore italiano. È considerato, insieme a Giovanni Fattori e a Telemaco Signorini, fra i maggiori esponenti del movimento dei macchiaioli. Ci sono rimaste scarsissime notizie della fanciullezza di Silvestro Lega, trascorsa sicuramente in seno alla numerosa famiglia e ai diversi fratelli maggiori. Nel 1838 si iscrisse dagli Scolopi di Modigliana, studiando svogliatamente e senza una piena adesione: fu proprio in quegli anni, tuttavia, che esplose precoce e irrefrenabile la sua vocazione pittorica. Lo stesso Lega avrebbe poi affermato: «Scarabocchiando sempre nei muri, o scartafacci, mi si dava a credere che io avessi genio per la Pittura. Arrivai a un punto che ci credetti sul serio e costrinsi mio padre a strascinarmi a Firenze. Ottenni questo bel beneficio» (Silvestro Lega).



Dopo: CORREGGIO )ANTONIO ALLEGRI): «Tengasi pur per certo che nessuno meglio di lui toccò colori, né con maggior vaghezza o con piú rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui, tanta era la morbidezza delle carni ch’egli faceva, e la grazia con che e’ finiva i suoi lavori.» Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori. Antonio Allegri detto il Correggio (Correggio, c. 1489 – Correggio, 5 marzo 1534) è stato un pitto-re italiano. Prendendo spunto dalla cultura del Quattrocento e dai grandi maestri dell’epoca, quali Leonar-do, Raffaello, Michelangelo e Mantegna, inaugurò un nuovo modo di concepire la pittura ed elaborò un proprio originale percorso artistico, che lo colloca tra i grandi del Cinquecento.


Prima: “Adorazione dei Magi” – 1515/18 – olio su tela – cm 84×108. L’opera giunse a Brera con un’attribuzione a Scarsellino, proveniente dalla collezione del cardinale Cesare Monti lasciata nel 1650 all’Arcivescovado di Milano. Fu assegnata a Correggio da Bernard Berenson e viene generalmente assegnata alla produzione giovanile dell’artista, tra il 1515 e il 1518: la complessità della composizione e l’artificiosità delle pose avvitate dei personaggi ci dicono dell’interesse di Correggio per la lezione dei cosiddetti protomanieristi emiliani, di cui alcune prove sono conservate in Pinacoteca.
La scena principale è a sinistra e il centro del dipinto è vuoto, così che l’occhio dello spettatore è attratto dalla figura di un lanzichenecco seduto sui gradini in fuga prospettica. L’impressione di dinamismo instabile è accentuata dal Re, punto d’arrivo della diagonale composta dai due compagni di viaggio.




