N.B.: ** L’artista è trattato ampiamente altrove ; * L’opera non si trova nella Pinacoteca. Nel 1882 la Pinacoteca è separata dall’Accademia, distinguendo le funzioni museali da quelle di insegnamento. Però ancora per tutto l’Ottocento si presenterà così, poco diversa da come era nel 1809. I dipinti sono disposti molto fitti su più registri, con cornici omogenee in sostituzione di quelle originali. Anche se la tela è realizzata con pennellate veloci riconosciamo molte delle opere, alcune delle quali sono ora in deposito esterno, e comprendiamo il tipo di fruizione, elitaria e raffinata. Nell’Immagine in evidenza: TINTORETTO “PIETA”.

Dopo: DANIELE CRESPI. (Busto Arsizio, 1598 – Milano, 19 luglio 1630) Nonostante la sua prematura scomparsa per via della peste manzoniana del 1630, è annoverato tra i maggiori esponenti del Seicento lombardo. Non sono noti il luogo e la data di nascita del pittore, che in base ai documenti a disposizione si considera nato a Milano negli ultimi anni del Cinquecento. Apparteneva ad una famiglia di pittori originaria di Busto Arsizio, cui apparteneva anche uno dei suoi maestri, Giovan Battista Crespi detto il Cerano (Romagnano Sesia, 1573 – Milano, 1632). Le sue prime opere note sono la decorazione della cappella di S. Antonio e i pennacchi della cupola con i Quattro evangelisti, entrambe nella chiesa di San Vittore al Corpo a Milano, datati 1619. Di poco successivi sono la Decollazione del Battista nella cappella di S. Giovanni e l’Adorazione dei magi in Sant’Alessandro in Zebedia. La realizzazione di queste importanti commissioni testimoniano la notevole precocità del pittore, che allora doveva essere intorno ai vent’anni. Appartengono sempre al periodo giovanile la decorazione della cappella dell’Annunciata nella basilica di Sant’Eustorgio e le tele per la chiesa di San Protaso ad Monachos e ora in San Giovanni a Busto Arsizio.
Dopo: “Cenacolo” – 1629 – 1630 – Olio su Tela – cm 335 × 220. Fu eseguita per la chiesa benedettina di Brugora, in Brianza, soppressa nel 1805: a quella data divenne proprietà dell’Accademia di Brera, che la trasferì alla Pinacoteca nel 1809. L’artista fu certamente influenzato, soprattutto per la scelta del punto di vista dall’alto, dal Cenacolo dipinto da Gaudenzio Ferrari per la chiesa della Passione a Milano, anche se si attenne al modello eseguito da Leo-nardo in Santa Maria delle Grazie per i raggruppamenti delle teste de-gli apostoli e per la resa dell’animata vitalità dei protagonisti. L’opera è assegnata alla tarda maturità di Crespi.


Dopo: TANZIO d VARALLO (ANTONIO d’ENRICO). O semplicemente il Tanzio (Alagna Valsesia, 1582 circa – Varallo (?), 1633), è stato un pittore italiano, tra i migliori interpreti di quel fervore di rinnovamento artistico che, in Piemonte e in Lombardia, si espresse, in modi diversi, sulla scia del lascito di spiritualità di San Carlo Borromeo e dell’Arte della Controriforma. Già più volte segnalata da Roberto Longhi, la sua produzione artistica uscì dal modesto interesse riservatole sino ad allora dagli storici dell’arte, per merito di Giovanni Testori che, con l’esposizione torinese del 1959-60, contribuì in modo decisivo ad affermare la statura artistica del pittore di Alagna. Nacque a Casa Giacomolo, frazione di Alagna, in Valsesia, da una famiglia di maestri costruttori e di scultori, i D’Enricis, antica famiglia alagnese (Heinrichs). Dal nome di suo padre Giovanni (“Anz”, nel dialetto tedesco parlato ad Alagna) deriverebbe la deformazione patronimica (“d’Anz”, ovvero “figlio di Giovanni”) che, italializzandosi, porterebbe al soprannome “Tanzio”, con il quale egli fu da tutti chiamato dopo il suo trasferimento a Varallo.
Dopo: “Madonna col Bambino, San Francesco e il committente” – Olio su tela – 164×122 cm. – Chiesa di S. Giovanni A. COLLEDIMEZZO (CH). Solo la mano destra del Bambino è visibile. L’attenzione dello spettatore è catturata dalla mano del Santo e del Bambino. Le dita di questa mano sono lunghe e snelle, dipinte con un tale realismo da sembrare quasi fuori dal mondo reale. La luce che emana da sx illumina con forza San Francesco, accentuando i supoi tratti severi e l’ombra del suo vestito. Questa luce si riflette su Maria e il Bambino Gesù, accentuandone i lineamenti, facendo sì che il loro aspetto sembra quasi cambiare. Questo effetto di luce, però, non è semplicemente artificiale: è come se il Santo, completamente immerso nella preghiera, fosse completamente ignaro di quanto sta accadendo attorno a lui.

Dopo: “La Madonna dell’incendio sedato” (Pescocostanzo (AQ), Navata sx della Chiesa della Madonna del Colle). Avvalora questa ipotesi è la presenza di 3 Santi appartenenti all’ordine francescano, S. Bernardino da Siena, S. Francesco e Santa Chiara ai quali si affianca Santa Margherita di Antiochia, cui era molto devota la com-mittente. La struttura rappresentata, sem-bra in rovina, ma è un edificio in costruzio-ne. L’intera rappresentazione è improntata ad un forte realismo che si manifesta nelle vesti dei Santi che sono abiti semplici e popolani oltre che nelle espressioni dei volti segnati dal dolore e dalla sofferenza e rapiti dall’immagine della Madonna. Significativo è il volto della committente, rugoso, segnato dal tempo e dalla durezza dei luoghi, asciutto e indurito come la corteccia di un albero. L’analisi stilistica dell’opera mostra la forte influenza esercitata sul pittore dal Caravaggio al quale egli rimase legato nella prima fase della sua produzione che precede le opere della maturità.

(Dopo) TANZIO da VARALLO: ALTARE della CIRCONCISIONE con dipinto seicentesco raffigurante la Circoncisione di Gesù con i Santi Carlo Borromeo e Francesco D’Assisi.

(Dopo): “Ritratto di gentildonna” – 1613/1616 – Olio su tela – cm 80 x 58. La tela, restaurata nel 1973 da Giovanna Turinetti (Pinacoteca di Brera), è il pendant del Ritratto di gentiluomo realizzato dal medesimo pittore. Le due opere sono rari esempi della ritrattistica tanziesca. La qualità elevata del dipinto femminile è evidenziata dalla resa virtuosistica della gorgiera e delle stoffe e dal realismo della rappresentazione, ben evidente nel volto e soprat-tutto nella mano destra della donna appoggiata sul grembo.

(Dopo) “Il martirio dei Beati francescani a Nagasaki” – Dopo il 1627 – Olio su tela – cm 115 x 80: Nel 1627 papa Urbano VIII beatificò ventitré missionari francescani che erano stati crocifissi nel 1597 a Nagasaki. Per il suo dipinto di grande impatto e drammaticità Tanzio trasse ispirazione da un’incisione e dal testo Vita e imprese dei martiri del Giappone dello spagnolo Marcello di Ribadeneira. La tela, proveniente da Varallo dove l’artista era impegnato nelle cappelle del Sacro Monte, attesta il suo legame con la tradizione lombarda, rinnovata da influssi caravaggeschi.

(Dopo): VINCENZO FOPPA. (Bagnolo Mella, 1427 circa – 1515 circa) è stato un pittore italiano, tra i principali animatori del Rinascimento lombardo prima dell’arrivo di Leonardo da Vinci a Milano. La formazione di Vincenzo Foppa dovette essere essenzialmente legata al mondo cortese, ben vivo nella prima metà del XV secolo in tutta la Lombardia. Egli ebbe modo di ammirare gli affreschi condotti da Gen-tile da Fabriano tra il 1414 e il 1419 nel Broletto di Brescia, realizzati su commissione di Pandolfo Malatesta, purtroppo successivamente andati quasi integralmente distrutti, e vide in patria la sontuo-sa Annunciazione intessuta di ori da Jacopo Bellini e le fulgenti tavole di Antonio Vivarini dipinte qualche anno prima che Foppa mostrasse di aver aderito alle tendenze locali nell’opera più antica che gli si riconosca. Si tratta della Madonna con Bambino e angeli, in cui i rapporti con il mondo gotico si esauriscono in convenzionalismi grafici e lineari, presi a prestito da Bonifacio Bembo, che con tutta probabilità fu suo maestro: lo spazio reca tracce di una norma più logica, in esso s’impostano più corposi volumi e panneggi già rivelatori della poetica naturalistica che sarà peculiare delle opere della maturità.


(Dopo): “Presentazione di Gesù al Tempio” – 1470 circa – Tempera su tavola – cm 129,5×56. L’opera apparve sul mercato antiquario milanese nel 1940, proveniente secondo la tradizione dal territorio ligure. Le vicende, tuttora oscure della tavola, si spiegano in parte con la tarda fortuna nel campo degli studi sulla pittura lombarda. F. Wittgens rese per prima noto il dipinto, riferendolo alla mano di Vincenzo Foppa. La conformazione stretta ed alta della tavola, fa ipotizzare che essa occupasse il centro di un trittico. Il dipinto coglie il momento finale della Presentazione, l’attimo in cui il sacerdote Simeone riconsegna Gesù alla Madonna dopo averlo simbolicamente offerto a Dio, come prescriveva la cerimonia. La scena si svolge in un’architettura in prospettiva, traversata e resa viva dalla luce. Quest’ultima scivola su stoffe e oggetti, sui marmi e sui volti definendo le espressioni e restituendo l’atmosfera mobile, ricca di penombre, con una sensibilità che deriva dalla conoscenza della pittura fiamminga.

(Dopo) Frà GALGARIO (Vittore Ghislandi): Giuseppe Ghislandi, successivamente Vittore Ghislandi, detto Fra Galgario (Bergamo, 4 marzo 1655 – Bergamo, dicembre 1743), è stato un pittore italiano. Nasce nel quartiere di Borgo San Lorenzo di Bergamo nel 1655, da Domenico, pittore di prospettive e panorami decorativi, e Fla-minia Mansueti. La sua formazione avviene a Bergamo sotto Giacomo Cotta, incisore milanese, at-tivo in città come pittore di soggetti sacri, e sotto Bartolomeo Bianchini. Probabilmente a influenzarlo in questa prima fase oltre a Giovanni Battista Moroni, furono le opere di Carlo Ceresa e le nature morte di Evaristo Baschenis. Nel 1675 entrò come frate laico nell’Ordine dei frati minimi nel convento di San Francesco da Paola a Venezia, assumendo il nome di Vittore. In città rimase fino al 1688, dedito allo studio delle opere di Tiziano e Paolo Veronese, a quest’anno è databile il Ritratto di Domenico Ghislandi.

(Dopo): “Ritratto di pittore” -1725/1730 – Olio su tela – cm 75×60. Ghislandi, converso dei frati minimi di San Francesco di Paola come Fra Vittore, fu detto Fra’ Galgario dal nome del convento dove visse al definitivo ritorno da Venezia intorno al 1701. Grazie alla fama acquistata in laguna e ai suoi ritratti anticelebrativi, in presa diretta, ebbe straordinario successo a Bergamo, come attesta il biografo Francesco Maria Tassi: «non essendoci quasi casa che non abbia qualche parto del suo fecondo pennello». Spettacolari qui i rossi e i blu impreziositi dalle lacche.

(Dopo) FRANCESCO GUARDI: Francesco Lazzaro Guardi (Venezia, 5 ottobre 1712 – Ve-nezia, 1º gennaio 1793) è stato un pittore italiano, cittadino della Repubblica di Venezia. L’artista, al contrario del Canaletto, non mira, nelle sue pitture, a risultati di nitida percezione, ma propone un’interpretazione del dato reale soggettiva ed evocativa, realizzando immagini di città evanescenti e irreali; raggiungendo a volte una sensibilità definibile pre-romantica, grazie allo sfaldamento delle forme e a malinconiche penombre. E’ figlio del pittore Domenico Guardi (1678–1716) e di Maria Claudia Pichler; entrambi i genitori appartengono alla piccola nobiltà trentina di Mastellina in Val di Sole. Il padre muore il 16 ottobre 1716 lasciando la vedova e i figli Gianantonio, Maria Cecilia, Francesco e Nicolò: il primogenito Gianantonio eredita la bottega paterna; la secondogenita Maria Cecilia sposa il 21 novem-bre 1719 il grande pittore Giovanni Battista Tiepolo.


(Dopo): GIOVANNI SEGANTINI. (Arco, 15 gennaio 1858 – monte Schafberg, 28 settembre 1899) è stato un pittore italiano, tra i massimi esponenti del divisionismo. Francesco Filippini a testimonianza di amicizia gli dedicò il dipinto “Impressione sulla laguna“. Alla morte della madre (Margherita de Girardi), nel 1865 viene inviato dal padre a Milano, in custodia presso la figlia di primo letto Irene. Privato di un ambiente familiare vero e proprio, Segantini vive una giovinezza chiusa e solitaria, tanto da venire arrestato per ozio e vagabondaggio, anche perché era considerato apolide: nel 1870 è rinchiuso nel riformatorio Marchiondi, dal quale tenta di fuggire nel 1871, ma vi viene riportato e vi rimane fino al 1873. Segantini viene quindi affidato al fratellastro Napoleone, che vive a Borgo in Valsugana, e, per mantenersi, lavora come garzone nella sua bottega. Rimane a Borgo fino al 1874. Al suo ritorno a Milano, ha ormai sviluppato una sua prima coscienza artistica e passione per la pittura, tanto che si iscrive ai corsi serali dell’Accademia di belle arti di Brera, che frequenta per quasi tre anni.


(Dopo): GIAMPIETRINO (GIAN PIETRO RIZZOLI). Giovan Pietro Rizzoli, talvolta Ricci o Rizzo, detto Giampietrino,, è stato un pittore italiano, attivo tra il 1508 ed il 1549 a Milano, allievo di Leonardo Da Vinci ed esponente della scuola lombarda.


(Dopo): SCIPIONE (GINO BONICHI). Noto anche con lo pseudonimo di Scipione Boni-chi o Scipione (Macerata, 25 febbraio 1904 – Arco, 9 novembre 1933), è stato un pittore e scrittore italiano. Marchigiano per nascita dove il padre Serafino era capitano di amministrazione nel Distretto militare, ultimogenito di 6 fratelli, Gino si trasferì con la famiglia a Roma nel 1909. Nel 1919 si manifestarono i primi segni della tubercolosi contratta in seguito ad una polmonite, per cui fu ricoverato in sanatorio, dove rimase fino al 1924.

(Dopo): GENTILE da FABRIANO (Gentile di Niccolò di Giovanni di Massio). (Fabriano, 1370 circa – Roma, settembre 1427) è stato un pittore italiano. Tra i più importanti esponenti del Gotico internazionale, incarnò nel suo secolo la tipica figura dell’artista itinerante, che preferiva spostarsi per trovare le più svariate occasioni di lavoro offerte dalle corti piuttosto che stanziarsi a bottega. La sua pittura poetica e fiabesca, il gusto per la linea e un uso impareggiabile degli elementi decorativi lo portarono al vertice della scuola italiana dell’epoca, ricevendo commissioni di grandissimo prestigio. Con la visita a Firenze entrò in dialogo con il nascente umanesimo nell’arte e, pur senza rinunciare al proprio stile, iniziò una consapevole transizione tra il decorativismo tardogotico e l’essenzialità rinascimentale.

(Prima): “Incoronazione della Vergine e santi” (Polittico di Valle Romita). 1408 circa -Tempera su tavola – cm 157,2 x 79,6 tavola centrale, cm 117,5 x 40 tavole laterali inferiori, cm 48,9 x 37,8 tavole laterali superiori.

(Dopo): TINTORETTO (JACOPO ROBUSTI). (secondo alcuni Jacopo Comin) (Venezia, settembre o ottobre 1518 – Venezia, 31 maggio 1594), è stato un pittore italiano, cittadino della Repubblica di Venezia e uno dei massimi esponenti della pittura veneta e dell’arte manierista in generale. Il soprannome “Tintoretto” gli derivò dal mestiere paterno, tintore di tessuti di seta. Per la sua energia fenomenale nella pittura è stato soprannominato Il furioso o il terribile come lo definì il Vasari per il suo carattere forte, e il suo uso drammatico della prospettiva e della luce lo ha fatto considerare il precursore dell’arte barocca.

(Dopo): “I Santi Elena, Barbara,” Andrea, Macario, un altro Santo e un devoto adorano la croce” – 1560 circa – Olio su tela – cm 275×165. La pala si trovava nella distrutta chiesa di Santa Croce, ed è stata una delle prime opere a giungere in Pinacoteca. Non si conoscono le ragioni che portarono a Milano un dipinto dell’artista veneziano, i cui legami con la città lombarda sono molto rari, né l’identità di chi lo com-missionò, raffigurato sulla destra del quadro. La composizione è piuttosto convenzionale, e al suo interno spicca soprattutto la precisa, umana individuazione del committente e del suo anonimo santo protettore.


(Prima): Il dipinto era destinato a decorare una lunetta nel cortile delle Procuratie di San Marco a Venezia e, secondo i documenti, fu eseguito nel 1563 circa. E’ un’opera intensa e drammatica dove, secondo i dettami della Controriforma, tutti gli elementi, dal colore alla gestualità dei personaggi, concorrono a trasmettere allo spettatore una forte carica devozionale.
(Dopo): LORENZO COSTA, Il VECCHIO. (Ferrara, 1460 – Mantova, 5 marzo 1535), è stato un pittore italiano. Fu uno dei più importanti artisti della scuola ferrarese e della Scuola di Mantova del Cinquecento. Fu il padre del pittore Ippolito Costa (1506-1561) e nonno di Lorenzo Costa il Giovane (1537-1583). Formatosi in ambiente ferrarese, sugli esempi di Cosmè Tura e di Ercole de’ Roberti, andò a vivere a Firenze, dove studiò gli artisti fiorentini: qui divenne discepolo di Benozzo Gozzoli. Si trasferì nel 1483 a Bologna, testimoniando con ciò l’esaurimento della scuola ferrarese e la contemporanea ascesa di Bologna come centro artistico. Sviluppò la gran parte del suo lavoro, sotto l’influenza di Ercole de’ Roberti. Questa esperienza emiliana lo portò anche ad influenzare un pittore di scuola forlivese come Baldassarre Carrari il Giovane. Dipinse la famiglia Bentivoglio intor-no alla Vergine e i Trionfi nella loro cappella in San Giacomo Maggiore ed è citata la presenza di suoi affreschi nel palazzo non più esistente della stessa famiglia. I suoi accostamenti morbidi e distesi richiamano la pittura del Perugino di Filippo Lippi, di Piero di Cosimo e di Francesco Francia. L’equilibrio raggiunto dall’artista in questa sorta di eclettismo gradevole ma non immune da cadenze manierate, restò immutato nella sua successiva attività.


(Prima) “San Giovanni Battista con l’agnello” -1506/1508 – Tecnica Opera: Cartoncino su carta – Pietra nera, contorni incisi e forati per trasferimento e polvere – cm 51,4×41,0. Questo eccezzionale cartone è da considerare sia per dimensione sia per tecnica uno dei fogli più notevoli del ristretto corpus grafico di Lorenzo COSTA, artista ferrarese attivo principalmente a Bologna e a Mantova, dove lavorò fino alla sua morte avvenuta nel 1535. Verso la cultura leonardesca verte la tecnica del cartone raffigurante San Giovanni Battista, realizzato a pietra nera e rilavorato a carboncino con un potente sfumato. I profili della figura sono stati forati e picchiettati per lo spolvero, come mostrano la tracce di polvere di cartone sul recto, ma il trasferimento della composizione sulla tavola avvenne tramite l’incisivo calco dei contorni con uno stilo. Attraverso questo sistema, il gruppo è stato riportato sulla tavola con la massima precisione e sono state apportate solo piccole modifiche quali il mantello sulla spalla destra del Battista e il paesaggio realizzato direttamente in pittura.
(Dopo): ROMANINO (GEROLAMO ROMANI). (Brescia, 1484 circa – 1566 ca) fu figlio di Luchino, esponente di una famiglia che dall’inizio del XV secolo si insediò a Brescia, ma originaria di Romano di Lombardia. La sua for-mazione avvenne tra Brescia e Venezia, con influenze di Gior-gione e di Dürer, come dimostra la Madonna col Bambino, conservata presso il Museo del Louvre ed eseguita verso la metà del primo decennio. Negli anni successivi, l’artista si indirizzò verso i modi illusionistico prospettici milanesi di Bramantino e Bernardo Zenale, databili al 1509, sono gli affreschi con Episodi della vita di Nicolò Orsini, ora conservati a Budapest; dello stesso periodo è anche la Paletta di san Rocco nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Brescia. Datato al 1510 è il Compianto sul Cristo morto, già in San Lorenzo a Brescia e ora nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dove sui modi della tradizione del «realismo» lombardo si innestano riferimenti cremonesi e ferraresi. Di questo periodo, dove la prospettiva illusioni-stica di ascendenza milanese ha la preponderanza, sono: l’affresco con la Madonna, santi e committenti per la romanica chiesa di San Pietro a Tavernola Bergamasca, la Pietà in San Francesco a Brescia, e due coppie di santi, divise tra la raccolta Cunietti di Milano e il Museo di Kassel, un tempo parte di un polittico commissionato nel 1511. Nell’immagine: Lattanzio Gambara (?), Ritratto di Girolamo Romanino (1550-1560 circa), Budapest, Szépművészeti.



(Dopo): FRANCESCO DEL COSSA. (Ferrara, 1436 – Bologna, 1478) è stato un pittore italiano. Fu con Cosmè Tura ed Ercole de’ Roberti uno dei pittori più importanti della scuola ferrarese del XV secolo. La vita di Francesco del Cossa è in generale scarsamente documentata. Figlio di un muratore di nome Cristoforo, la sua data di nascita si deduce da un carteggio tra i letterati bolognesi Angelo Michele Salimbeni e Sebastiano Aldrovandi, che ricordano come l’artista alla sua morte avesse 42 anni. Non si hanno notizie circa la sua formazione, che poté avvenire accanto a Cosmè Tura, magari con una conoscenza dell’ambiente padovano domi-nato da Donatello e Mantegna, ma anche delle novità di Piero della Francesca. Proprio una maggiore compostezza e solennità nelle figure, derivate dalla lezione del pittore di Sansepolcro, sono gli elementi che contraddistinguono i lavori di Francesco rispetto agli altri pittori ferraresi.

(Dopo): ERCOLE ROBERTI. Noto anche come Ercole da Ferrara (Ferrara, 1451-1456 – Ferrara, 1496), è stato un pittore italiano del primo Rinascimento, appartenente alla scuola ferrarese. De’ Roberti fu apprendista di Gherardo da Vicenza, Francesco del Cossa e Cosmè Tura e fu come loro uno dei protagonisti della scuola ferrarese, un gruppo di artisti attivo presso la famiglia degli Este a Ferrara. A causa di un errore di Vasari, il pittore venne a lungo confuso con Ercole Grandi, pure attivo a Bologna ma alcuni decenni più tardi. Lavorò da adolescente agli affreschi di Palazzo Schifanoia, a Ferrara, a circa diciassette anni. Nel riquadro del mese di Settembre, a lui attribuito, le forme subiscono una stilizzazione geometrica (soprattutto nelle rocce) e le figure assumono una tale dinamismo, grazie ai contorni tesi e spigolosi, da rendere tutto antinaturalistico, ma di grande violenza espressiva.

(Dopo): CARAVAGGIO (Michelangelo MERISI)**. (Milano, 29 settembre 1571 – Porto Ercole, 18 luglio 1610), è stato un pittore italiano. Formatosi a Milano e attivo a Roma, Napoli, Malta e in Sicilia fra il 1593 e il 1610, è uno dei più celebri pittori di tutti i tempi, tuttavia assurto a fama universale solo nel XX secolo, dopo un periodo di oblio. I suoi dipinti, che combinano un’analisi dello stato umano, sia fisico, sia emotivo, con uno scenografico uso della luce, hanno avuto forte influenza sulla pittura barocca. Animo particolarmente irrequieto, nella sua breve esistenza affrontò gravi vicissitudini. Data cruciale per l’arte e la vita di Caravaggio fu il 28 maggio 1606: responsabile di un omicidio durante una rissa e condannato a morte, dovette sempre fuggire per scampare alla pena capitale. Il suo stile artistico influenzò direttamente o indiretta-mente la pittura dei secoli successivi, costituendo la corrente del caravaggismo. Nell’immagine: “Ritratto di Caravaggio” di Ottavio Leoni, 1621 ca. (Carboncino nero e pastelli su carta blu, 23,4 × 16,3 cm) Firenze, Biblioteca Marucelliana,


(Prima): CENA in EMMAUS – 1606 – Olio su Tela – cm 141 x 175. Caravaggio dipinse la Cena in Emmaus tra il 1605 e il 1606, probabilmente a Paliano, feudo dei Colonna, presso i quali si era rifugiato dopo aver ucciso Ranuccio Tomassoni, prima della fuga definitiva da Roma seguita alla condanna; riuscì a venderla, per il tramite di Ottavio Costa, al marchese Patrizi e nel palazzo romano della famiglia si trovava ancora nel 1939, quando fu acquistato per la Pinacoteca dalla Associazione Amici di Brera. L’attribuzione è confermata dalla provenienza, ma anche dalle indagini (riflettografia e radiografia) che hanno permesso di individuare ua versione preliminare diversa, ad attestare che non si tratta di una copia. La rappresentazione del tavolo ricoperto da tappeto è un motivo tipico di Caravaggio, presente anche nella prima versione del soggetto che l’artista aveva già trattato nel dipinto ora alla National Gallery di Londra. Rispetto alla precedente versione il dipinto si caratterizza per una maggiore intimità ed essenzialità cromatica insieme ad un uso drammatico e teatrale della luce che risaltano la sacralità del momento raffigurato.


