Un viaggio alla scoperta del Duomo di Milano (il massimo del gotico in Italia), saltando la coda. Nell’immagine in evidenza: Immagine del Duomo agli inizi del ‘700.


Costruzione del corpo basilicale: Nel 1393 fu scolpito il primo capitello dei pilastri, su disegno di Giovannino de’ Grassi, il quale curò un nuovo disegno per i finestroni e fu ingegnere generale fino alla morte nel 1398. La presenza dei capitelli sui pilastri lo differenzia nettamente dal gotico d’oltralpe, dove le nervature dei pilastri proseguono nelle arcate dando maggiore slancio verticale alla costruzione. Nel 1400 prese il suo posto Filippino degli Organi, che curò la realizzazione dei finestroni absidali. Nel 1418 fu consacrato l’altare maggiore da papa Martino V. Dal 1452 al 1481 fu a capo del cantiere Giovanni Solari, che per i primi due anni fu affiancato anche dal Filarete, architetto toscano chiamato dal Duca France-sco Sforza. Seguirono Guiniforte Solari, figlio di Giovanni, e Giovanni Antonio Amadeo, che con Gian Giacomo Dolcebuono costruì il tiburio nel 1490. Alla morte dell’Amadeo (1522) i successivi maestri fecero varie proposte “gotiche“, tra le quali quella di Vincenzo Seregni di affiancare la facciata con due torri (1537 circa), non realizzata. Nel 1567 l’arcivescovo Carlo Borromeo impose una ripresa solerte dei lavori, mettendo a capo della Fabbrica Pellegrino Tibaldi, che ridisegnò il presbiterio, il quale venne solennemente riconsacrato nel 1577, anche se la chiesa non era ancora terminata.

FACCIATA: Per quanto riguarda la facciata Pellegrino Tibaldi disegnò un progetto nel 1580, basato su un basamento a due piani animato da colonne corinzie giganti e con un’edicola in corrispondenza della navata centrale, affiancata da obelischi. La morte di Carlo Borromeo nel 1584 significò l’allontanamento del suo protetto che lasciò la città, mentre il cantiere veniva preso in mano dal suo rivale Martino Bassi, che inviò a Grego-rio XIV, papa milanese, un nuovo progetto di facciata.Nel XVII secolo la direzione dei lavori vide la presenza dei migliori architetti cittadini, quali Lelio Buzzi, Francesco Maria Richini (fino al 1638), Carlo Buzzi (fino al 1658) e i Quadrio. Nel frattempo nel 1628 era stato fatto il portale centrale e nel 1638 i lavori della facciata andavano avanti, con l’obi-ettivo di creare un effetto a edicole ispirato a Santa Susanna di Roma. A tal fine pervennero nel XVIII secolo i disegni di Luigi Vanvitelli (1745) e Bernardo Antonio Vittone (1746). Tra il 1765 e il 1769 Francesco Croce completò il coronamento del tiburio e la guglia maggiore, sulla quale fu innalza a cinque anni dopo la Maduni-na di rame dorato, destinata a diventare il simbolo della città. Lo schema della facciata di Buzzi venne ripreso a fine secolo da Luigi Cagnola, Carlo Felice Soave e Leopoldo Pollack. Quest’ultimo diede inizio alla costruzione del balcone e della finestra centrale.
Nel 1805, su istanza diretta di Napoleone Bonaparte, Giuseppe Zanoia avviò i lavori per il completamento della facciata, in previsione dell’Incoronazione di Napoleone Re d’Ita-lia, che avvenne il 6 maggio 1805. Il progetto venne finalmente concluso nel 1813 da Carlo Amati. Proseguì per tutto l’Ottocento l’aggiunta di statue e l’erezione delle guglie, ad opera di vari architetti (Pestagalli, Vandoni, Cesa Bianchi), su ispirazione delle guglie quattrocentesche. Tra gli scultori che vi lavorarono nei primi anni dell’Ottocento, si può ricordare Luigi Acquisti.



ABSIDE: La parte completata per prima è quella absidale, traforata da grandi finestroni, dove compare lo stemma di Gian Galeazzo Visconti. Le statue, i contrafforti, i doccioni e le guglie risalgono in genere dall’epo-ca del suo successore, Filippo Maria Visconti, fino al XIX secolo. La quattrocentesca guglia Carelli fu la prima ad essere costruita. A partire dall’abside, che è del XIV secolo, i fianchi via via sono posteriori avvicinandosi alla facciata, fino al XVII secolo. I contrafforti esterni sono coronati da guglie e legati al basamento da più fasce orizzontali. In alto si trova una cornice ad archetti polilobi su peducci con figure antropomorfe e zoomorfe. Tra i contrafforti, in alto, si trovano le finestre che illuminano le navate. L’abside è poligonale e inquadrata dai corpi delle due sagrestie, che sono coronate dalla guglie più antiche. Illuminano l’abside tre enormi finestroni con nervature in marmo che disegnano, nell’ogiva, i rosoni (di Filippo degli Organi, inizio del XV secolo). Il finestrone centrale, con la manta dei Visconti, è dedicato all’Incarnazione di Cristo.
Dopo: Il centro del Rosone dell’abside, con la “razza” viscontea, la Trinità e l’Annunciazione.

La caratteristica distintiva del Duomo di Milano, oltre alla forma di compromesso tra verticalità gotica e orizzontalità di tradizione lombarda, è la straordinaria abbondanza di sculture. A quello che è un incomparabile campionario di statuaria dal XIV al XX secolo si dedicarono maestri di diversa provenienza, soprattutto all’inizio, con esempi che vanno dai maestri campionesi ai modi secchi di Giovannino de’ Grassi, per poi passare allo stile morbido e cosmopolita dei maestri boemi, renani e dello stesso Michelino da Besozzo, fino agli esempi di scultura rinascimentale, barocca e neoclassica, con anche qualche opera art déco degli anni venti e trenta del Novecento.




Su vari progetti quello del Perego fu prescelto in base ai modellini in terracotta della statua da lui predisposti, ancor oggi conservati all’interno del Museo del Duomo di Milano. Fu scelto in particolare il modello più semplice, raffigurante l’Assunta su di una nuvola senza angeli intorno. A partire dal modello in scala ridotta plasmato dal Perego, fu ricavato un modello in legno di noce, poi tradotto in rame sbalzato dall’orafo Giuseppe Bini. La statua, costituita da lamine di rame sbalzate e dorate sostenute da un’anima in ferro, venne posizionata e fissata da tre magutt il 30 dicembre 1774. Durante la seconda guerra mondiale la statua venne ricoperta da teli, per ridurne la visibilità impedendo che diventasse un riferimento topografico di navigazione per i bombardieri alleati. Nel dopoguerra la degradata struttura in ferro fu sostituita da una in acciaio inossidabile. La tradizione vuole che nessun edificio di Milano possa essere più alto della Madonnina. Una legge, resa ufficiale negli anni trenta, impedì alla Torre Branca di Gio Ponti e alla Torre Velasca di superare i fatidici 108,5 metri per rispetto della Madonnina. In realtà, dietro i sentimenti religiosi si celavano principalmente problemi strutturali: pochi metri sotto la superficie della città c’è una falda freatica, la quale esercita una forte pressione sugli strati rocciosi del sottosuolo. Una costruzione più alta e più pesante del Duomo, pertanto, avrebbe potuto rivelarsi instabile.
La Madonnina venne spostata più volte e Domenica 22 novembre 2015 è stata issata sulla sommità della Torre Isozaki, a 209,2 metri d’altezza, una copia fedele della Madonnina, così come vuole la tradizione meneghina, su quello che è diventato il tetto più alto della città di Milano. L’alabarda è in realtà un parafulmine “mascherato“.
Dopo: Su vari progetti quello del Perego fu prescelto in base ai modellini in terracotta della statua da lui predisposti, ancor oggi conservati all’interno del Museo del Duomo di Milano. Fu scelto in particolare il modello più semplice, raffigurante l’Assunta su di una nuvola senza angeli intorno.
(Dopo) Portone bronzeo (opera del POLIAGHI): La porta centrale, la maggiore, dedicata come la chiesa alla Vergine, sviluppa il tema della Creazione di Eva , le laterali invece ricordano le donne eroiche della Bibbia. L’esecuzione dei bassorilievi marmorei iniziò nel 1630 quando venne affidata ai migliori scultori allora attivi in Duomo: Vismara, Biffi e Lasagna. I portali sopra descritti fanno da cornice alle vere e proprie porte: costruite tutte e cinque a due bat-tenti esse non hanno una storia meno complessa dei precedenti elementi.

La porta principale (di Maria), in particolar modo, subì numerose vicissitudini, ma tra una polemica e l’altra fu lo scultore L. Pogliaghi che si aggiudicò la commissione e inaugurò solennemente la sua opera nel 1908 con la posa del sopraluce fisso descrivente l’Incoronazione della Vergine. Tale elemento era la parte culminante di una ricca composizione il cui tema era la vita di Maria. Per le 4 porte minori la commissione della Fabbrica assegnò l’incarico in tempi diversi e senza concorso, ma su invito personale agli scultori. La 1° porta da sinistra (dell’editto di Costantino) è opera di Arrigo Minerbi e costò quasi dieci anni di lavoro allo scultore israelita che la inaugurò il 5 giugno 1948. Il tema proposto era l’editto di Costantino, descritto in due accezioni, quella leggendaria e quella storica. Giannino Castiglioni lavorò alla 2° porta da sinistra(di Sant’Ambrogio) e la inaugurò il 7 dicembre 1950. Il tema assegnatoli fu l’opera religiosa e politica di Sant’Ambrogio nella Milano imperiale. La 3° porta minore (della battaglia di Legnano) è quasi interamente dello scultore Franco Lombardi, completata alla morte di questo da Virgilio Pessina che la inaugurò il 1 luglio 1950. Il tema si riferisce alla distruzione di Milano ad opera del Barbarossa ed alla sua liberazione e ricostruzione ad opera dell’arcivescovo Galdino. “Nel ridurre in sintesi plastica queste pagine di passione milanese, ho voluto campeggiasse quale protagonista il popolo che nella sventura e nella riscossa elesse i santi e gli eroi che seppero esprimere il meglio delle sue virtù” (Franco Lombardi). La 4° porta (della storia del Duomo) fu eseguita da Luciano Minguzzi che la presentò al popolo milanese il 6 gennaio 1965. Il tema, Origini e vicende del Duomo, si articola nei dodici episodi segnalati dalla commissione della Fabbrica, efficacemente resi dall’artista in una moltitudine di figure scattanti.

Dopo: Dettaglio della porta centrale del Duomo, sopraluce fisso descrivente l’Incoronazione della Vergine.




Dopo: Portale centrale (CREAZIONE di EVA)





L’interno è diviso in 5 navate, e il transetto in 3. Il presbiterio è profondo e cinto da un deambulatorio, a fianco del quale si aprono le due sagrestie. La navata centrale è ampia il doppio di quelle laterali, che sono di altezza leggermente decrescente, in modo da permettere l’apertura di piccole finestre ad arco acuto nel cleristorio, sopra gli archi delle volte, che illuminano l’inter-no in maniera diffusa e tenue. Manca il triforio. I 52 pilastri polistili dividono le navate e sorreggono le volte a costoloni dipinte con un traforo gotico. Questa decorazione fu iniziata dall’absi-de (metà del XV secolo), proseguita nel tiburio (1501) e ancora nel XVII, fino alle integrazioni e i rifacimenti di Achille Alberti e Alessandro Sanquiri-co (dal 1823). Dal 1964 non è stata più reintegrata.


Molto originali sono i capitelli monumentali a nicchie e cuspidi con statue, che decorano i pilastri lungo la navata centrale, il transetto e l’abside. Alcuni capitelli sono a doppio registro, con statue di santi nelle nicchie sormontate da statue di profeti nelle cuspidi. Gli altri pilastri hanno decorazioni a motivi vegetali. Il pavimento, su disegno originale di Pellegrino Tibaldi, fu iniziato nel 1584 e terminato, con variazioni, solo tra il 1914 e il 1940. Si tratta di un complesso intreccio di marmi chiari e scuri, tra i quali il nero Varenna, il bianco e rosa di Candoglia, il rosso d’Arzo (in origine, oggi quasi completamente sostituito dal rosso di Ve-rona). Tibaldi definì anche gli altari laterali, i mausolei, il coro e il presbiterio (risistemato nel 1986), sulle richieste del cardinale Borromeo. L’interno oggi ha un aspetto che risente soprattutto di quest’epoca, legata al periodo della Controriforma. Nel XVIII secolo alcuni monumenti vennero trasferiti nelle campate verso la facciata, da poco completate.


