Il Giro delle Chiese

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ROMA: BASILICA di Santa MARIA in TRASTEVERE

La Basilica di Santa Maria in Trastevere (Inizio costruzione: IV secolo; Ultimo intervento: XXI secolo;  Stile: Romanico) è il più importante luogo di culto cattolico del rione Trastevere a Roma, sede dell’omonima parrocchia, ed è situata in piazza di Santa Maria in Trastevere. La facciata a salienti, preceduta dal portico progettato da Carlo FONTANA  (1702), conserva nella parte superiore un mosaico del XIII secolo in cui Maria in trono che allatta il Bambino è affiancata da dieci donne recanti lampade. Nell’immagine in evidenza: Mosaico di Pietro CAVALLINI “Presentazione di Gesù al Tempio“.

La Facciata e il mosaico, opera di maestranze romane: Dalla piazza, protagonista delle serate romane, osservando l’imponente facciata della basilica la prima cosa che salta agli occhi sono proprio gli splendidi mosaici colorati, opera di maestranze romane, che rappresentano: – Madonna con Gesù Bambino in trono e dieci donne con lanterne (otto accese ad indicare la verginità e due spente in mano a donne velate probabilmente vedove). – Quattro palme, le pecore e le città di Betlemme e Gerusalemme.

All’interno, a tre navate su colonne ioniche e corinzie architravate, si notano il bel soffitto ligneo, disegnato da DOMENICHINO (autore anche dell’Assunzione al centro) e alcune pitture risalenti al restauro del XIX secolo, sotto papa Pio IX. Nella 1° cappella della navata destra si trova Santa Francesca Romana di Giacomo ZOBOLI mentre nella 2° cappella la Natività di Étienne PARROCEL. La 4° cappella era dedicata a San Federico di Utrecht e nel 1651, quando titolare della basilica era il cardinal Federico Corner (1579-1653), iniziarono i lavori di sistemazione: la pala d’altare fu dipinta sempre nel 1651 da Giacinto BRANDI e raffigura il martirio di San Federico; il quadro è conservato nell’ufficio del parroco dal XVII secolo per proteggerlo dall’umidità. Nella cappella vi era una copia del dipinto realizzata da Arcangelo SPAGNA, allievo del Brandi. La cappella frontale destra, detta di Strada cupa o, anche, cappella del coro d’inverno, conserva all’altare maggiore la Madonna di strada cupa attribuita a Perin del VAGA, discepolo di Raffaello SANZIO; sul lato destro è collocata la Fuga in Egitto di Carlo MARATTA. Nel transetto sinistro, la pala d’altare è il Martirio dei Santi Filippo e Giacomo di Jacopo PALMA il Giovane. Nel transetto sono collocati i monumenti funebri dei cardinali Pietro Stefaneschi (1417) e Philippe d’Alencon. La 5° cappella della navata sinistra è la cappella Avila, con stucchi in stile barocco di Antonio GHERARDI (1680); la pala d’altare è San Girolamo sempre di Antonio Gherardi. Tra la 4° e la 3° cappella v’è la tomba di Innocenzo II opera dell’architetto Virginio VESPIGNANI che tra il 1866 e il 1877 eseguì un restauro stilistico della chiesa. Nella 3° cappella, di San Francesco, ceduta al patronato di Francesco Ardizi dal 1591, le decorazioni sono opera di Ferraù FENZONI, realizzate tra il 1591 e il 1593. Gli affreschi raffigurano una scena della vita di San Francesco nella lunetta, figure di Apostoli nei sottarchi, Padri della Chiesa nei pennacchi e Dio padre in gloria con Angeli al centro della volta. La pala d’altare con le Stimmate di San Francesco, la cui figura del protagonista appare vicina a quella del BAROCCI nella pala per i Cappuccini di Urbino (ora alla Galleria Nazionale delle Marche), del 1594-95, potrebbe anche essere posticipata di qualche anno.

MOSAICI del PRESBITERIO: Nella conca dell’abside si può ammirare un mosaico bizantineggiante raffigurante la Vergine e Cristo assisi sullo stesso trono (XII secolo), ornato, nella parte inferiore, da Storie della Vergine, sempre a mosaico, opera di Pietro CAVALLINI (1291) in cui si evidenzia una nuova sensibilità pittorica attenta alla plasticità delle figure. Da Vittorio SGARBI (Roma dal Rinascimento ai Giorni Nostri): “Pietro CAVALLINI a santa Cecilia, con gli apostoli e il cristo Pantocratore, testimonia una moderna visione dell’arte, la quale, in uno spirito schiettamente giottesco, si può anche trovare non più in affreschi, e neppure in pitture o tavole, ma in mosaici nella Chiesa di Santa Maria in Trastevere, nella cui abside si scorgono le Storie della Vergine dipinte con perfette architetture, che sono molto vicine al gusto di Giotto e al suo tentativo di sentire lo spazio. Le Storie sono l’opera più importante di Pietro CAVALLINI, probabilmente al pari di Santa Cecilia, e forse ancor più per lo stato di conservazione. I due principali cicli, il Giudizio universale e le Storie della Vergine sono così i documenti più importanti della grande pittura del Trecento, e si possono trovare a Roma, non a Firenze come tutti potrebbero credere. Pietro Cavallini, pur se meno noto di Giotto, inaugura una nuova stagione, quella della pittura moderna.”

Il ciclo decorativo dei mosaici di Santa Maria in Trastevere viene datato intorno al 1291, anche se alcuni storici tendono a spostarlo più avanti nel tempo, al 1296 circa. Di certo il committente fu Bertoldo Stefaneschi (qui sepolto), figlio del senatore Pietro Stefaneschi e di Perna Orsini e fratello del futuro cardinale Jacopo Stefaneschi: a quest’ultimo si devono i versi poetici che accompagnano gli episodi della Vita della Vergine Maria raffigurati: – Natività della Vergine; – Annunciazione; – Natività; – Madonna con Bambino in clipeo e i Santi Paolo, Pietro e il donatore Bertoldo Stefaneschi (pannello centrale); – Adorazione dei Magi; – Presentazione al tempio; – Dormitio Virginis. Questa opera mostra appieno le capacità tecniche di Cavallini che rompeva con le forme ieratiche bizantine e adattava i modelli stilistici dei suoi mosaici alle novità che provenivano dalla pittura e dalla scultura toscane, affiancando la scuola romana al clima gotico della pittura di Cimabue e alle prime esperienze di Giotto. La nuova sensibilità si può vedere nelle citazioni naturalistiche della Nascita di Gesù, ma meglio ancora nella tridimensionalità del trono che appare dietro la Madonna spaventata dall’improvvisa apparizione dell’Arcangelo annunciante. Queste architetture sono state messe in relazione con le opere di Giotto, ma in questo confronto Cavallini si dimostra diverso: le sue quinte architettoniche infatti sono dei semplici sfondi irreali, che, tranne rari casi (l’altare della Presentazione al tempio o il trono di Maria) non dialogano con i personaggi, che anzi sono decisamente sproporzionati. Inoltre la presenza di punti di vista diversi dà a queste prospettive intuitive un aspetto arcaico e impreciso.

Sopra. Pietro Cervellini: “Adorazione dei Magi”. Il centro focale della rappresentazione è il trono su cui è collocata Maria che tiene in braccio il Bambino. Ella indossa una veste rossa, simbolo della sua umanità, ed è rivestita di un manto azzurro bordato d’oro, ad indicare che ciò che è nato dal suo grembo viene da Dio. Il particolare più importante è il suppedaneo, su cui Maria poggia i piedi, solo l’imperatore e la consorte potevano sedere su un trono provvisto di suppedaneo; segno che Maria è come una imperatrice e il Bambino è in realtà Dio pur mostrandosi come una creatura umana. Maria sembra presentare il Bambino ed anzi lo offre, segno che sta svolgendo il ruolo di Cristofora cioè di colei che porta Cristo offrendolo al mondo. Davanti al bambino sfilano  i Magi, tre secondo il numero fissato dalla tradizione ma ciò non trova conferma nel vangelo di Matteo che parla di alcuni Magi provenienti dall’Oriente. Giuseppe si trova in piedi, alle spalle di Maria e del Bambino ed in secondo piano rispetto a loro, ad indicare che il suo ruolo è limitato a quello di padre putativo di Cristo. Ha il volto pensieroso: si interroga sul senso della visita. Vive una dimensione di raccoglimento, come indica il colore indaco della sua veste e come testimonia il gesto di avvolgersi costo di avvolgersi con il mantello, comprende che il figlio di Maria ha origine divina: infatti tiene velata la sua mano sinistra, in segno di adorazione … L’intera scena è dominata dalla stella, collocata al centro dello spazio del cielo: è l’astro che ha guidato i Magi nel loro cammino verso il Bambino, ma è anche il simbolo delle profezie che, lungo l’Antico Testamento, hanno annunciato la nascita del Salvatore: Ignoto alle genti, grazie alla guida di una stella, viene conosciuto adagiato in una mangiatoia, il Neonato, Creatore del profondo cielo e della terra: e la mirra, l’incenso, l’oro dei Magi, riceve. (liberamente tratto dal testo di Domenico Vescia).

Il MOSAICO precedente illustra il momento del “sonno” della Vergine (il trapasso prima dell’assunzione) ed è considerato un capolavoro fondamentale del Medioevo italiano. Rompendo con la rigidità dello stile bizantino, il Cavallini introdusse un profondo senso di tridimensionalità, realismo nei volti e un’attenzione per la luce che anticipa le grandi rivoluzioni di Giotto.

(Dopo) MADONNA Theotokos: Tra le altre opere d’arte si segnala l’icona della Madonna della Clemenza o Madonna Theotókos, preziosissimo esemplare risalente forse al VI secolo (ma alcuni storici suppongono all’VIII), dalla rigida frontalità e i colori smaglianti messi in relazione con il primo strato di affreschi della chiesa di Santa Maria Antiqua.

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