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ROMA: BASILICA di San PIETRO (2° Parte)

La Basilica di San PIETRO in Vaticano è una basilica cattolica ubicata in Piazza San Pietro nello stato della Città del Vaticano; è un capolavoro dell’arte italiana ed è uno dei simboli della città di Roma, di cui domina il panorama con la sua cupola maestosa. Nell’immagine in evidenza: La Sagrestia della Basilica.

(Dopo) Antonio CANOVA: “Monumento a Clemente XIII” – 1782/92. Il grande scultore veneto realizzò la tomba per Carlo Rezzonico, strutturandola su tre livelli: al primo sono poste le allegorie, due leoni che proteggono l’accesso al sepolcro, con ai lati il Genio della Morte e la Religione. Al secondo il sarcofago. Al terzo la statua del Pontefice inginocchiato in preghiera e con la tiara poggiata in terra in segno d’umiltà.

Il lato sud dell’ambulacro è caratterizzato da una riproduzione in mosaico della celebre Trasfigurazione di Raffaello Sanzio, collocata sul pilastro posto a chiusura della navata sinistra (n. 59). L’adiacente cappella, analoga alla Gregoriana, è detta Clementina (n. 58), e qui riposano i resti di Gregorio Magno (n. 56) e Pio VII (n. 57, di Bertel Thorvaldsen, 1831, unico artista non cattolico ad aver lavorato per la basilica). L’altare della Bugia (n. 55), ornato ancora con un mosaico settecentesco, si trova dinnanzi al monumento a Pio VIII (Pietro Tenerani, 1866, n. 54); da qui, un corridoio conduce alla grande Sacrestia della basilica vaticana, posta all’esterno della chiesa stessa. Invece, oltrepassato il transetto meridionale, si osserva il monumento a papa Alessandro VII, notevole opera di Gian Lorenzo Bernini (n. 47), in cui il papa è mostrato assorto in preghiera, con la morte, raffigurata da uno scheletro che sorregge una clessidra, che precede una porta, il simbolico passaggio verso all’aldilà. Seguono l’altare del Sacro Cuore di Gesù (n. 48, con il suo mosaico risalente solo agli anni trenta del XX secolo) e quindi la Cappella della Vergine della Colonna (n. 44), ove si trovano l’omonimo altare e quello dedicato a san Leone Magno (n. 45), con una grandiosa pala d’altare marmorea di Alessandro Algardi (1645-53) L’ambulacro si chiude con il settecentesco altare di San Pietro che guarisce un paralitico (n. 43) e il monumento a papa Alessandro VIII (n. 42).

(Prima) SEPOLCRO di ALESSANDRO VII: E’ il monumento funebre di papa Alessandro VII Chigi (1599-1667), fastosa opera di Gian Lorenzo Bernini realizzata dal 1672 al 1678 sui disegni e bozzetti dell’anziano artista, con la collaborazione dei suoi allievi; si trova nell’ambulacro della basilica di San Pietro in Vaticano, superato il transetto sinistro, sopra una porta lignea che conduce verso l’esterno, nella Città del Vaticano. Il sepolcro si differenzia di quello di papa Urbano VIII, eseguito dallo stesso Bernini per la medesima basilica di S. Pietro, ma anche da altri, che mostrano il papa seduto imperiosamente sul proprio trono. Il monumento è infatti composto da una statua raffigurante il pontefice umilmente inginocchiato in preghiera, il cui basamento sovrasta un ampio ed elegante drappo in marmo rosso, sul quale si appoggiano quattro statue femminili che impersonificano le virtù praticate da papa Alessandro. In primo piano a sinistra c’è la Carità con un bambino in braccio. A destra si trova la Verità, con un piede posato sopra un globo; si ritiene che sotto l’alluce, in corrispondenza dell’Inghilterra, vi sia una spina che rappresenterebbe la sofferenza causata al papa dall’espansione dell’anglicanesimo. In secondo piano, rispettivamente a sinistra e a destra, si trovano Giustizia e Prudenza; le statue sono in marmo bianco, in netto contrasto cromatico con il rosso del panneggio realizzato in dia-spro siciliano, e il verde e il nero dei marmi utilizzati per le parti archi-tettoniche del monumento, come il basamento su cui prega Alessandro. Al centro, da sotto il drappo marmoreo emerge, con il capo ancora parzialmente celato come a volersene liberare, uno scheletro che impugna, sollevandola nella mano destra, una clessidra in bronzo dorato, simboleggiante lo scorrere lento, ma continuo, della vita; si tratta di un tema caro all’iconografia del periodo barocco, che si richiama alla «vanitas vanitatum». Il monumento è considerato come uno tra i più spettacolari esempi del Barocco romano, sia per la bellezza della composizione, articolata su più livelli, sia per l’armonioso accostamento dei marmi policromi utilizzati per le diverse parti che lo compongono.

Il transetto settentrionale, verso i Palazzi Vaticani, fu costruito su progetto di Michelangelo Buonarroti, che eliminò il deambulato-rio (ambulacro) previsto dai suoi predecessori, murando gli accessi al corridoio esterno, non realizzato, e ricavandovi alcune nicchie sormontate da ampi finestroni rettangolari. Le nicchie ospitano tre altari, dedicati a san Venceslao (n. 27), sant’Erasmo (n. 29) e, al centro, ai santi Processo e Martiniano (n. 28). Il transetto meridionale, analogo al precedente, è caratterizzato da altrettanti altari, intitolati a san Giuseppe (al centro, n. 51), alla crocefissione di Pietro (n. 52) e a san Tommaso (n. 50). Lungo il transetto, nelle nicchie ricavate nei pilastri, sono collocate statue di santi; nel transetto destroSan Bonfiglio Monaldi (1906) e San Giuseppe Calasanzio (1755), San Paolo della Croce (1876) e San Bruno (1744); nel transetto sinistroSan Guglielmo da Vercelli (1878), San Norberto (1767), Sant’Angela Merici (1866) e Santa Giuliana Falconieri (1740).

(Sopra) La CUPOLA: Con oltre 133 metri di altezza, 41,50 metri di diametro interno (di poco inferiore però a quello del Pantheon di Roma), 58,90 di diametro massimo esterno e 551 scalini dalla base dell’opera fino alla lanterna, la cupola è l’emblema della stessa basilica e uno dei simboli dell’intera città di Roma.

(Dopo) La CUPOLA di MICHELANGELO vista dall’interno: La decorazione interna fu realizzata secondo la tecnica del mosaico, come la maggior parte delle raffigurazioni presenti in basilica: eseguita dai citati Cavalier d’Arpino e Giovanni De Vecchi per volontà di papa Clemente VIII, presenta scene col Cristo, gli apostoli e busti di papi e santi. La scalinata che permette di salire in cima alla cupola ha un particolare disegno a listoni a sbalzo ed è realizzata in cotto ferentinate.

(Dopo): La sommità della cupola, a Roma popolarmente detta “PALLA

Lo spazio sottostante la cupola è segnato dal monumentale Baldacchino di San Pietro (n. 82), ideato dal genio di Gian Lorenzo BERNINI e innalzato tra il 1624 e il 1633. Realizzato col bronzo prelevato dal Pantheon, è alto quasi 30 metri ed è sorretto da 4 colonne tortili a imitazione del Tempio di Salomone e del ciborio della vecchia basilica costantiniana, le cui colonne erano state recuperate e inserite come ornamento nei pilastri della cupola michelangiolesca. Al centro, all’ombra del Baldacchino, avvolto dall’immenso spazio della cupola, sorge l’Altare papale, detto di Clemente VIII (che lo consacrò nel 1594), collocato sulla verticale esatta del Sepolcro di San Pietro. Lungo i 4 immensi pilastri che circondano l’invaso della cupola si trovano le sculture ordinate da Urbano VIII: sono San Longino (n. 88) di Gian Lorenzo Bernini (1639), Sant’Elena (n. 84) realizzata da Andrea Bolgi nel 1646, Santa Veronica (n. 80) di Francesco Mochi (1632), e infine Sant’Andrea (n. 76) di François Duquesnoy (1640).

Il CORO: La struttura del coro è analoga a quella del transetto ed è dominata, al centro della parete che chiude la basilica, la Cattedra di San Pietro (n. 39), un monumentale reliquiario opera di Gian Lorenzo Bernini e contenente la cattedra dell’epoca paleocristiana, sorretta dalle statue dei quattro Padri della Chiesa e illuminata dalla sfolgorante apparizione della colomba. A sinistra della cattedra si trova il monumento a Paolo III, realizzato da Guglielmo Della Porta (n. 40). Alla destra invece sorge il Sepolcro di Urbano VIII (n. 38), eseguito ancora dal Bernini, che vi lavorò a partire dal 1627: il complesso è dominato dalla statua del papa in atto di benedire, con ai lati del sarcofago le figure allegoriche della Carità e della Giustizia. Al centro uno scheletro scrive l’epitaffio. Sui pilastri sono collocate le statue di San Domenico (1706), San Francesco Caracciolo (1834), San Francesco d’Assisi (1727) e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1839). Dall’alto verso il basso, si riconoscono in San Pietro 4 LIVELLI: – l’attuale piano di calpestio (pavimento) della basilica; – il piano inferiore occupato dalle Grotte Vaticane; – il piano di calpestio, ormai obliterato, della primitiva basilica costantiniana; – l’antico piano di campagna, ottenuto da Costantino mediante sbancamento e riempimento della pendenza originaria del Colle Vaticano.

Le cosiddette Grotte Vaticane, ricavate nel dislivello tra la nuova e la vecchia basilica e attraversate dalle fondazioni di sostegno delle strutture superiori, hanno forma di una chiesa sotterranea a tre navate, e sono usate per luogo di sepoltura di molti pontefici. Dal piano della basilica superiore, proprio di fronte all’altare papale che è sovrastato dal Baldacchino del Bernini, scende al piano inferiore una doppia scalinata, recinta da un’elegante balaustra sulla quale ardono 99 lampade votive. Ci si trova così nella cosiddetta Confessione di San Pietro (n. 65), opera di Carlo Maderno. Qui si trova la nicchia dei pallii, splendente per il mosaico del Cristo Pantocratore. Infatti sul fondo della nicchia dei Pallii si apre la botola bronzea (cataracta o billicus confessionis) che, fin dalla costruzione della prima basilica, dava accesso alla sepoltura di Pietro. Normalmente si scende alle Grotte non dalla scalinata centrale, ma da scale a chiocciola ricavate nello spessore dei 4 pilastri che sorreggono la cupola.

ORGANI a CANNE: L’organo maggiore della basilica, che trova posto tra il baldacchino e la cattedra di San Pietro, è stato costruito da Tamburini nel 1962. I corpi d’organo sono due, situati nei transetti di coro della basilica rispettivamente in cornu Epistulae e in cornu Evangelii, e corrispondono ai due organi costruiti all’inizio del XX secolo dagli organari Carlo Vegezzi Bossi e Walcker. Il primo corpo d’organo com-prende i registri della seconda e terza tastiera, il secondo quelli della prima e della quarta. I registri di pedale sono ripartiti nei due corpi come da necessità foniche. La consolle è posta accanto al corpo d’organo di sinistra all’interno degli stalli destinati alle cantorie. Un’altra consolle, utilizzata per le celebrazioni che si svolgono in piazza San Pietro, è stata costruita nel 1999 dall’organaro Mascioni. La trasmissione è elettrica. Attualmente (2018), gli organisti attivi nella basilica sono Josep Solé Coll (primo organista della basilica), Juan Paradell Solé (organista titolare della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”) e Gianluca Libertucci (organista del Vicariato per la Città del Vaticano). La disposizione fonica rivela che si tratta di un normale, e neppur tanto grande, organo sinfonico tipico dell’epoca in cui è stato concepito. Nella basilica, oltre a questo strumento, ce ne sono altri tre:

– l’organo Morettini della cappella del Coro (1887), a due tastiere e pedaliera;

– l’organo Tamburini della cappella del Coro (1974), a due tastiere e pedaliera;

– l’organo Morettini della cappella del Santissimo Sacramento (1914), a unica tastiera e pedaliera, con cassa riccamente intagliata di Giacomo della Porta.

(Sopra): Al centro il Campanone e ai lati le due campane minori sul lato sinistro del prospetto principale. Le campane: La Basilica possiede un concerto di sei campane fuse in epoche e fonditori differenti incastellate con sistema a slancio veloce su un castello ligneo risalente alla fine del XVIII secolo.

(Sopra) La SAGRESTIA: Si tratta di un edificio esterno alla basilica, posto sulla sinistra della medesima; due corridoi sostenuti da arcate a sesto ribassato, la collegano alla navata di San Pietro, in corrispondenza della tomba di Pio VIII e della Cappella del Coro. All’interno di questo articolato volume, che in pianta e in alzato si presenta come l’aggregazione di diversi corpi di fabbrica, si apre la sala ottagonale della Sagrestia Comune, coperta da una grande cupola e affiancata dalle sacrestie dei Canonici e dei Beneficiati, dalla Sala del Capitolo e dalle stanze del Tesoro di San Pietro, dove sono conservati numerosi oggetti sacri. Nella sagrestia dei Beneficiati si trovava il Tabernacolo del Sacramento di Donatello e Michelozzo (1432-1433), ora esposto nell’adiacente Museo del Tesoro

FABBRICA di San PIETRO: All’insieme delle opere necessarie per la sua realizzazione edile e artistica, fu preposto un ente, la Reverenda Fabrica Sancti Petri, del quale recentemente il Vaticano ha aperto gli archivi agli studiosi: fra i preziosi documenti catalogati vi sono migliaia di note, progetti, contratti, ricevute, corrispondenze (ad esempio fra Michelangelo e la Curia), che costituiscono una documentazione del tutto sui generis sulla quotidianità pratica degli artisti coinvolti. L’ente è tuttora operante per la gestione del complesso. È da segnalare che l’immenso cantiere della basilica non passò inosservato alla cultura popolare romana: per far passare i materiali per il cantiere alle dogane senza che essi pagassero il dazio si incideva su ogni singolo collo l’acronimo:  A.U.F. (Ad Usum Fabricae: [destinato] ad essere utilizzato nella fabbrica [di San Pietro]). Nella tradizione popolare romana nacque subito la forma verbale “auffo” o “auffa“, tuttora utilizzata a Roma  non solo, per indicare qualcuno che vuole ottenere servigi o beni in modo gratuito. Sempre a Roma, ancora oggi, quando si parla di un lavoro perennemente in cantiere si è soliti paragonarlo alla Fabbrica di San Pietro.

Quando BERNINI affrontò la sistemazione complessiva dello snodo tra il nuovo san Pietro e la città, si trovò a dover conciliare diversi elementi architettonici (come la grande facciata della basilica), urbanistici (come l’asse alessandrino eccentrico rispetto alla facciata), funzionali (come la necessità di ampi portici per ricovero dei pellegrini) e liturgici (relativi alle rituali benedizioni papali). La soluzione di un tale problema non poteva non avere un grande impatto urbanistico. Inizialmente BERNINI previde un limitato sviluppo della piazza, per non occupare altra area oltre a quella dell’«insula grande» e rispettare i prospetti delle case ad essa antistanti, con l’intenzione di dimostrare così la netta insufficienza della proposta. Con le demolizioni, che inevitabilmente deriveranno dalla redazione definitiva del progetto, il quartiere di Borgo cambierà radicalmente; fino ad allora le sue case si erano spinte oltre l’abside di San Pietro sul lato meridionale, tra questo e le mura. Le demolizioni per la piazza lo spaccano quasi a metà. La trasformazione di Borgo corrispose poi anche a un cambiamento di popolazione: da povero il quartiere divenne aristocratico. E diventò probabilmente anche più romano. L’idea dell’ovale di Bernini-Alessandro VII, in forte contrapposizione alla basilica longitudinale, serviva a reggere la spinta della sequenza formata dalla chiesa e dal suo sagrato.  Bernini sosteneva opportunamente che «la chiesa di S. Pietro, quasi matrice di tutte le altre doveva haver’ un portico che per l’appunto dimostrasse di ricever à braccia aperte maternamente i Cattolici per confermarli nella credenza, gl’Heretici per riunirli alla Chiesa, e gl’Infedeli per illuminarli alla vera fede», dando così una felice immagine del suo intervento ancor oggi comunemente riconosciuta e accettata. Nella primitiva soluzione ad arcate si era pensato di far assorbire il dislivello dal basamento, lasciando l’ordine architettonico orizzontale. 

Nella soluzione definitiva il colonnato corre su un piano inclinato in modo impercettibile e sollevato di tre gradini uniformi; la sua tessitura, formata da intercolumni uguali, è deformata a parallelogramma da pavimento a soffitto. La scelta del “triplo portico” era legata all’uso processionale, ma era anche un tema evocabile dall’Antico Testamento, dove il cortile del Tempio di Dio viene descritto da Ezechiele come porticus incta portici triplici. Infine, potrebbe evocare il mistero della Trinità. La lunga teoria delle 162 statue di santi, ognuno in corrispondenza di una colonna, come tante singole colonne trionfali, rappresenta la «ecclesia triumphans» in relazione alla «ecclesia militans» cioè la folla dei fedeli in preghiera nella piazza. Le dimensioni delle sculture – realizzate da collaboratori di Bernini sotto la sua supervisione, con modelli dal vero provati sulla piazza – sono esattamente la metà di quelle sulla facciata della basilica, rappresentanti i dodici apostoli e un Gesù di mano berniniana (la cui croce è sulla retta di quella della cupola retrostante e di quella dell’obelisco antistante). Il colonnato del Bernini presenta una caratteristica particolare: ponendosi in un ben preciso punto della piazza, segnato da un cerchio, la prospettiva visiva le fa convergere in una sola colonna. Sia sul ramo destro che sul ramo sinistro rispetto alla Basilica. La forma complessa ne rendeva però difficile l’allineamento a partire dalla conformazione dell’ordine. Anche le basi dovevano essere deformate sull’arco di cerchio, così come i capitelli se fossero stati utilizzati lo ionico o il corinzio. Quello dorico risultò pertanto l’ordine più adatto alla geometria della piazza, utilizzato semplificando la trabeazione, senza metope né triglifi così come proposto nell’opera teorica del Vignola.

(Sopra) OBELISCO di Piazza san PIETRO: Realizzato in granito rosso, svetta per un’altezza di 25,3 metri e con il basamento (composto da quattro leoni bronzei, opere di Prospero Anti-chi) e la croce raggiunge quasi i 40 metri. L’iscrizione recita: ECCE CRUX DOMINI – FVGITE – PARTES ADVERSAE – VICIT LEO DE TRIBV IVDA, ossia, in italiano: “Ecco la croce del Signore, fuggite parti avverse, trionfa il leone della tribù di Giuda”. Di origine egiziana, privo di geroglifici e proviene, secondo Plinio, dalla città di Heliopolis; prima venne sistemato nel Forum Iulii di Alessandria d’Egitto e in seguito fu portato a Roma da Caligo-la nel 40, e collocato sulla spina del Circo di Nerone. Rimase in questa posizione anche dopo che il circo cadde in disuso, occupato da una necropoli. Si ritrovò poi a fianco dell’antica basilica di San Pietro, presso la Rotonda di Sant’Andrea. Infatti è l’unico obelisco antico di Roma che non sia mai caduto.

(Dopo): Il Crocifisso bagnato dalle lacrime del Cielo, il Papa solo nella piazza vuota.

Dopo vent’anni dalla supplica di Giovanni Paolo II durante la Giornata del Perdono del 2000, torna a San Pietro il Crocifisso custodito nella chiesa di San Marcello al Corso. A Roma è conosciuto come il Crocifisso dei Miracoli perché è alla sua intercessione prodigiosa che si attribuisce la sconfitta della “Grande Peste” nel 1500 che mise in ginocchio la Capitale. La statua lignea risalente al XV secolo è divenuta oggi il simbolo della pandemia di coronavirus, dopo l’atto di venerazione compiuto da Papa Francesco, il 15 marzo scorso, che a piedi, da solo, si era recato nella chiesetta barocca della Capitale, in una traversa della centralissima via del Corso, per chiedere a Dio di porre fine all’ondata di morte, malattia, incertezza economica e desolazione sociale provocata dal virus in oltre cento Paesi.

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