L’ippodromo di Costantinopoli si trova nell’odierna ISTANBUL, nel distretto di Fatih (che coincide con la città murata), nella mahalle (quartiere) di Sultanahmet, accanto alla Moschea Blu. L’inizio della costruzione dell’ippodromo di Bisanzio si deve a Settimio Severo. La Sultanahmet camii o Sultan Ahmet camii, meglio conosciuta come MOSCHEA BLU, è una delle più importanti moschee di Istanbul, costruita dall’architetto turco di origine albanese Sedefkar Mehmed Agha. Nell’immagine in evidenza: Interno della MOSCHEA BLU.


L’ippodromo di Costantinopoli si trova nell’odierna ISTANBUL, nel distretto di Fatih (che coincide con la città murata), nella mahalle (quartiere) di Sultanahmet, accanto alla Moschea Blu. L’inizio della costruzione dell’ippodromo di Bisanzio si deve a Settimio Severo. L’ippodromo fu completato in forme monumentali da Costantino I contestualmente alla fondazione della “Nuova Roma”. Con la conquista veneziana di Costantinopoli, durante la quarta Crociata, nel 1204, l’Ippodromo fu abbandonato e divenne una cava di materiali edili per nuovi edifici. Dopo la caduta di Costantinopoli del 1453 anche gli Ottomani non persero mai di vista le attività dell’ippodromo, che continuò la sua doppia funzione di luogo di gara e centro di assembramenti politici, tanto che i disordini proprio qui scoppiati nel 1909 causarono la caduta di Abdul Hamit II e la promulgazione della Costituzione ottomana. Le dimensioni dell’ippodromo erano di 400 metri di lunghezza per 130 di larghezza e poteva contenere circa 100.000 persone. Le gradinate, inizialmente in legno, nel secolo X furono riedificate in marmo. Erano costituite da 30 o 40 file di gradini. La pista era divisa dalla spina, intorno a cui dovevano girare i carri.
La spina era riccamente decorata: all’estremità verso le carceri c’era il cippo degli Azzurri e all’estremità opposta quello dei Verdi: erano costituiti da cilindri di bronzo sormontati da tre sfere. Nel tempo si aggiunsero altri monumenti, fra cui alcune statue e poi la colonna serpentina proveniente dal santuario di Delfi. Successivamente Teodosio I vi fece trasportare e porre su di un dado in marmo, quale piedistallo decorato da fregi nei quali era lo stesso sovrano a comparire nelle vesti imperiali, l’obelisco egizio di Tutmosi III proveniente da Eliopoli (dove era stato eretto intorno al 1450 a.C.). Infine fu costruito un obelisco in muratura, rivestito di lastre di bronzo da Costantino VII Porfirogenito. Le carceri, poste all’estremità settentrionale dell’Ippodromo, erano i 12 stalli di partenza dei carri. Erano sovrastati da una torre alta 22,76 metri, decorata da una quadriga di bronzo i cui cavalli nel 1204 furono portati a Venezia e posti sopra il portale di San Marco (cosiddetti cavalli di San Marco). L’altra estremità dell’ippodromo, chiamata sphendoné ovverosia “fionda“, era la curva più pericolosa ed era anche il luogo deputato alle esecuzioni capitali. Nell’ippodromo si affacciava il kathisma, la tribuna imperiale, direttamente connessa al palazzo imperiale.
Dopo: I quattro cavalli di bronzo che decorano la basilica di San Marco a Venezia e che prima erano nell’ippodromo di Costantinopoli.





A Piazza Sultanahmet, adiacente alla Moschea Blu e nell’area dove prima vi era l’antico Ippodromo di Costantinopoli, c’é la FONTANA TEDESCA (Alman Ceşmesi). E’ una delle testimonianze che ricordano l’alleanza, iniziata nel XIX secolo, tra la Germania e l’Impero Ottomano. L’imperatore tedesco Guglielmo II ha visitato Istanbul per tre volte e in una di queste visite il sultano Abdulhamid II fece costruire all’interno di Palazzo Yıldız un teatro d’opera per intrattenere il suo prestigioso ospite. Quando il governo turco concesse a quello tedesco l’appalto per la realizza-zione della ferrovia Istanbul-Baghdad e la ricostruzione della stazione di Haydarpaşa, Guglielmo II volle commissionare l’edificazione di una grande fontana come dono ad Istanbul e al suo amico sultano. I lavori iniziarono nell’estate del 1899, la struttura venne realizzata intera-mente in Germania e spedita in Turchia pezzo per pezzo da montare a piazza Sultanahmet e il giorno del compleanno del Kaiser, il 27 gennaio del 1901, ci fu una solenne inaugurazione.

Dopo: Situata all’ingresso c’é una targa di bronzo la cui scritta in tedesco dice: “Questa fontana è stata commissionata per ricordare la gradita visita del Kaiser tedesco Guglielmo II, al grande sovrano ottomano, Abdulhamid II, nell’autunno del 1898”.

(Dopo) Obelisco di TEODOSIO: E’ un obelisco egizio del faraone Tutmosi III che venne eretto per volere dell’imperatore romano Teodosio I nell’ippodromo di Costantinopoli, e noto oggi come At Meydanı o Sultanahmet Meydan.

(Dopo) Dettaglio della base: Teodosio I offre il lauro della vittoria; si distingue l’organo idraulico di Ctesibio, in basso a destra.

(Dopo): Colonna di COSTANTINO, (detta la “colonna abbruciata“, in turco: Cemberlitaş sütunu) venne eretta nel foro della nuova capitale Costantinopoli voluta dall’imperatore Costantino.

COLONNA di COSTANTINO: Si tratta di una colonna composta da 8 tamburi di porfido proveniente da Eliopo-li. In origine era sormontata da una statua raffigurante l’imperatore in veste di Helios. Sul globo che teneva nella mano destra era infissa una croce, nella mano sinistra portava una lancia e sulla testa portava una corona a 7 raggi, come figura anche nella monetazione dell’imperatore fino al 326. La colonna portava l’iscrizione “Costantino, che splende come il sole“; lo sguardo della statua era rivolto verso il sole nascente. La colonna era alta 50 metri, oggi per vari motivi lo è solo 35 metri. La base è in muratura, realizzata nel diciottesimo secolo. I blocchi di porfido sono stati rinforzati con cerchi di ferro durante il regno di Mustafa II. Durante il tardo impero una tradizione bizantina affermava che il Palladio, trasferito da Roma a Costantinopoli da Costantino, era seppellito sot-to questa colonna. Nel 1106 il vento fece cadere la statua. L’imperatore Manuele I ordinò il restauro della colonna facendola sormontare da un blocco recante una croce. Nel 1453, all’indomani della conquista turca della città, sulla cima della colonna sarebbe stata esposta, per spregio, la testa di Costantino XI. La colonna subì un incendio nel 1779 (perciò abbruciata). Dal 1968 si suppone che sotto la colonna si trovino parti della presunta croce di Gesù ritrovate da Elena, madre dell’imperatore. Questa ipotesi venne fatta da Sevket Rado analizzando alcuni libri del XVII secolo.

La Colonna serpentina, conosciuta anche come Tripode di Delfi o Tripode di Platea, è un’antica colonna di bronzo, alta circa 8 metri, collocata nell’Ippodromo di Costantinopoli, oggi Istanbul. L’impianto era noto nel periodo ottomano come Atmeydani, “la piazza dei cavalli“. La colonna serpentina ha una delle storie letterarie più lunghe, tra gli oggetti provenienti dall’antichità greco-romana: la sua provenienza è indubbia, come è indubbio il fatto che compirà 2500 anni nel 2022. Insieme al tripode e al piatto dell’offerta (entrambi andati perduti da molto tempo) la colonna costituiva un memoriale sacrificale dedicato ad Apollo Delfico. La prima guerra persiana si era conclusa con la disfatta inflitta dagli Ateniesi, nella battaglia di Maratona, alla spedizione inviata da Dario I di Persia, nel 490 a.C., disfatta che aveva temporaneamente interrotto l’avanzata persiana verso occidente. Nel 480 a.C., dopo 4 anni di preparazione militare, Serse I, il figlio di Dario, dava inizio alla seconda guerra persiana, finalizzata a sottomettere definitivamente la Grecia. Dopo le Termopoli e la battaglia navale di Salamina i persiani ripresero la campagna militare per via di terra nella primavera-estate successive, sotto la guida di Mardonio, che tentò di ingaggiare battaglia a Platea. La sua uccisione in una prima scaramuccia determinò però la catastrofe militare dell’intero esercito di terra, e subito dopo, a Micale, l’annientamento dei resti della flotta persiana.




La Sultanahmet camii o Sultan Ahmet camii (da leggere giàmii), meglio conosciuta come MOSCHEA BLU, è una delle più importanti moschee di Istanbul, costruita dall’architetto turco di origine albanese Sedefkar Mehmed Agha. Universalmente è conosciuta come la Moschea Blu. Il suo nome deriva dalle 21.043 piastrelle di ceramica turchese inserite nelle pareti e nella cupola. È infatti il turchese il colore dominante nel tempio. Pareti, colonne e archi sono ricoperti dalle maioliche di İznik (l’antica Nicea), decorato in toni che vanno dal blu al verde. Rischiarate dalla luce che filtra da 260 finestrelle, conferiscono alla grande sala della preghiera un’atmosfera suggestiva quanto surreale.
La Moschea Blu, che risale al XVII secolo, è anche l’unica a poter vantare ben sei minareti, superata in questo solo dalla moschea della Kaʿba, a La Mecca, che ne ha sette. Tale particolarità architettonica è dovuta, secondo una storia popolare, ad un fraintendimento: l’espressione delle manie di grandezza del sultano Ahmed I, non potendo eguagliare la magnificenza della moschea di Solimano né quella di Hagia Sophia, non trovò soluzione migliore per cercare di distinguerla che i minareti in oro; L’architetto fraintese però le parole del sultano, capendo “altı” (in turco “sei”) anziché “altın” (oro). Il sultano aveva una loggia privata a piano superiore, che poteva essere raggiunta direttamente a cavallo.
















