GIOTTO di Bondone nacque a Colle di Vespignano Vicchio nel Mugello nel 1267 e morì a Firenze, 8 gennaio 1337 è stato pittore e architetto. Affidato alle cure di CIMABUE, i primi anni del pittore sono stati oggetto di credenze quasi leggendarie fin da quando egli era in vita. Nell’immagine in evidenza: Crocifisso di Rimini.

Giorgio Vasari racconta che Giotto fosse capace di disegnare una perfetta circonferenza senza bisogno del compasso, la famosa “O” di Giotto. Si narra inoltre che Cimabue avesse scoperto la bravura di Giotto mentre disegnava delle pecore con del carbone su un sasso. Aperta una sua bottega, Giotto aveva era circondato da alunni; si occupava soprattutto di progettare le opere e di impostare le composizioni più importanti mentre agli alunni lasciava le operazioni secondarie.

Prima: La Vergine è rappresentata su un trono marmoreo (in parte perduto a seguito della mutilazione) decorato con motivi cosmateschi (elemento che ricorre anche nei seggi dei Dottori della Chiesa nella Volta dei Dottori di Assisi, a differenza dei tradizionali seggi lignei nella pittura del Cimabue). Il trono non è raffigurato in tralice, ma frontalmente con i lati aperti, come le pagine di un libro. Al trono è fissato, mediante gancini, un drappo di broccato che nasconde in parte il trono e attenua l’effetto tridimensionale. Il drappo è animato da una fettuccia dorata che disegna poligoni o figure curve di colore blu scuro o rosso. Il trono è coronato da una cuspide decorata, con la gattonatura la cui sommità si intravede appena dietro il nimbo della Vergine. La Vergine è in posizione Odeghetria, ovvero mostra il Bambino alla sua sinistra, appoggiandolo sul ginocchio sinistro, mentre questi è raffigurato frontalmente in posizione composta e solenne, come se fosse un Bambino già adulto, con un rotulo nella mano sinistra e il segno della benedizione con quella destra. Il dipinto contiene i caratteri tipici della produzione giovanile di Giotto, con una solida resa della volumetria dei personaggi le cui attitudini sono più naturali che nella tradizione bizantina precedente, arrivando a ricordare le sculture coeve di Arnolfo di Cambio.

Dopo: CROCIFISSO di S. MARIA NOVELLA. (tempera e oro su tavola, 578×406 cm) Primo capolavoro fiorentino è il grande Crocifisso di Santa Maria Novella, citato come opera giottesca in un documento del 1312 da tale Ricuccio di Puccio del Mugnaio e anche da Ghiberti, ma probabil-mente databile attorno al 1290 contemporaneo, quindi, alle Storie di San Fran-cesco della Basilica superiore di Assisi. Giotto dipinse il corpo morto in maniera verticale, con le gambe piegate che ne fanno intuire tutto il peso. La forma, non più nobilitata dai consueti stilemi, divenne così assolutamente umana e popolare.

Prima: Il Crocifisso è adesso al centro della chiesa ed elevato in alto, quale vessillo del Dio sovrano. Esso è ispirato alla scuola della spiritualità francescana del Cristo patiens che evidenzia il tema della passione rispetto a quello della gloria e per questo i suoi colori sono il nero, il bianco e il rosso, colori che rappresentano la morte, la pura innocenza, il sangue e, appunto, la passione. È l’immagine del corpo di Cristo colto nell’istante dell’abbandono della vita simboleggiata dal sangue che sgorga dalle sue membra, della materia privata dell’anima ma comunque esaltata dall’incarnazione divina e, quindi, destinata alla resurrezione. La straordinaria bellezza del Crocifisso risiede nel realismo del modello che non è più idealizzato, come nell’arte bizantina, ma è rispondente al vero.
Nel Cristo raffigurato dal celebre pittore si sublima pertanto ogni corpo che in Cristo diventa divino e, quindi, destinato alla vita eterna anche se martoriato o straziato dalle pene e dai segni di ogni male. Nell’uomo vero, dipinto in croce da Giotto, c’è l’adesione perfetta alla lotta dei Domenicani contro l’eresia catara che sosteneva l’assoluta negatività della materia considerata diabolica rispetto allo spirito. La vittoria sull’eresia che negava la divinità dell’umanità di Cristo rese possibile l’umanesimo che è civile e cristiano al contempo e fondamento della civiltà che, in virtù delle sue radici cristiane, ha potuto proclamare la libertà, la fratellanza e l’uguaglianza di tutti gli uomini contribuendo in maniera determinante alla definizione dei diritti umani che, nell’interesse generale, dovranno essere universalmente riconosciuti.

Prima: La tavola cuspidata con fondo oro mostra nella scena principale San Francesco che riceve le stimmate durante la preghiera sul Monte Alverno, da Cristo volante che gli appare in forma di serafino, con le ferite che emettono raggi di luce che vanno a colpire le rispettive zone del corpo di Francesco. Spicca per monumentalità la figura del santo, con un inserimento nello spazio ben calibrato anche in profondità, come le figure del Polittico di Badia. La scelta di rappresentare un momento di azione come soggetto principale, per quanto si tratti di un episodio centrale nella vita del santo, era una novità rispetto alla tradizione di derivazione bizantina che voleva figure ieratiche e frontali al centro dei dipinti. La predella mostra tre scene della vita del santo, generalmente attribuite alla mano del maestro, che sono in stretta relazione compositiva con gli affreschi di Assisi: – Sogno di Innocenzo III, – Approvazione della Regola francescana,- San Francesco predica agli uccelli.

Prima: Il Polittico di Badia è un dipinto a tempera su tavola (142×337 cm) di Giotto, databile al 1300 circa e conservato agli Uffizi di Firenze. È composto da 5 scomparti sagomati con cuspide triangolare e raffigura i busti della Madonna col Bambino (scomparto centrale) e, da sinistra, i santi Nicola di Bari, Giovanni evangelista, Pietro e Benedetto, identificabili sia per gli attributi iconografici che per il nome in basso. La ferma e solenne monumentalità delle figure, un po’ più debole nei santi di sinistra, è sottolineata da un potente chiaroscuro, soprattutto nei panneggi, che ben si adatta alla fase precedente il viaggio padovano. Il disegno è elegante e curato.
Dopo: CROCIFISSO di RIMINI. A Rimini, come ad Assisi, lavorò in un contesto francescano, nella chiesa già di san Francesco, oggi nota come Tempio Mala-testiano, dove dipinse un ciclo di affreschi perduto, mentre resta ancora nel-l’abside la Croce.



Prima: Giotto dipinse l’intera superficie della Cappella degli Scrovegni con un progetto iconografico e decorativo unitario, ispirato da un teologo agostiniano di raffinata competenza, recentemente identificato da Giuliano Pisani in Alberto da Padova. Tra le fonti utilizzate ci sono molti testi agostiniani, tra cui il De doctrina Christiana, il De libero arbitrio, il De quantitate animae, il De Genesi contra Manicheos, ecc., i Vangeli apocrifi dello Vangelo dello pseudo-Matteo e di Vangelo di Nicodemo, la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze e, per piccoli dettagli iconografici, le Meditazioni sulla vita di Gesù dello Pseudo-Bonaventura. Ma anche testi della tradizione medievale cristiana, tra cui Il Fisiologo. Giotto dipinse, dividendolo in 40 scene, un ciclo incentrato sul tema della Salvezza.












(Dopo) CHIESA di Santa CROCE, CAPPELLA PERUZZI: E’ la seconda cappella a destra del coro nella basilica di Santa Croce a Firenze. Contiene un ciclo di pitture a secco su parete di Giotto, databile al 1318-1322 circa e dedicato ai santi Giovanni Evangelista e Giovanni Battista. Vi sono rappresentate Scene della vita di san Giovanni Evangelista e di san Giovanni Battista (sei scene sulle pareti laterali).






