Il Giro delle Chiese

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FIRENZE: BASILICA della TRINITA’

La BASILICA di Santa TRINITA’ è una delle basiliche più importanti nell’evoluzione storico artistica della città di Firenze; secondo l’uso fiorentino, che rispecchia la pronuncia latina al nominativo, ha la caratteristica pronuncia sdrucciola (Trìnita). Si affaccia sull’omonima piazza Santa Trinità e dà il nome anche al vicino ponte Santa Trinità. Ha la dignità di basilica minore. Nell’immagine in evidenza: Pala d’Altare Maggiore.

Sul sito della chiesa esisteva un’antica chiesetta dedicata a Santa Maria dello Spasimo, dei vallombrosani, documentata già nel 1077. Si trovava al di fuori dalla cinta muraria matildina, ne fu in seguito inclusa nel 1172/75. Si trattava di un edificio romanico molto sobrio, che rifletteva l’austerità dell’ordine. Di quella primitiva costruzione restano alcune tracce sulla controfacciata, la cripta sotterranea (colonne in marmo verde, che anticamente si innalzavano su basi di marmo bianco) e alcune iscrizioni e lapidi. Sono conosciute anche tracce dell’antico pavimento del presbiterio, che era decorato da un mosaico a tessere bianche e nere, con disegni di animali fantastici. Tra il 1250 e il 1258 vennero avviati dei lavori di ampliamento in stile gotico su progetto che alcuni attribuiscono a Nicola Pisano o, più probabilmente, a Neri di Fioravanti.  La Facciata di Santa Trinità del Buontalenti è un’opera tipica del tardo-manierismo fiorentino, caratterizzata da un disegno geometrico simmetrico con elementi tradizionali ma disposti in varianti originali. Il doppio ordine di paraste scandiscono il prospetto dividendolo in tre zone. Il corpo della navata centrale è mascherato da un fastigio con frontone e finestra tonda. Le cornici in pietra delle porte e dell’altorilievo centrale della Trinità richiamano le movenze di stoffe e cartigli.

L’architetto di corte di Cosimo I non si preoccupò della reale forma della chiesa, interessandosi piuttosto a creare un armonioso prospetto nella piazza: ciò si deduce dal taglio verticale della facciata che non copre le due fasce laterali, coperte da un semplice bugnato a punta di diamante a sinistra e da intonaco a destra, oppure dalla finestra circolare che non collima con l’apertura che dà luce all’interno. La statua di Sant’Alessio, così come il rilievo della Trinità, sono opera di Giovanni Battista Caccini (1594), mentre le porte lignee risalgono al 1640.

L‘Interno ha una forma a T (croce commissa), come tipico delle chiese degli ordini monastici dell’epoca, con abside quadrata illuminata da una lunga bifora. Si espande su tre navate divise da sottili pilastri rettangolari su archi a sesto acuto e volte a crociera. I pilastri della navata centrale divergono leggermente avvicinandosi al transetto, creando un effetto ottico di avvicinamento, probabilmente non casuale ma voluto, visto che anche le altezze delle arcate subiscono un simile incremento. Lungo le navate e sul lato di testa del transetto si dispongono le Cappelle: 5 su ciascun lato e 4 ai lati della Cappella maggiore, alle quali vanno aggiunte la Cappellina di San Giovanni Gualberto alla testa del transetto destro, e la Sagrestia nel transetto sinistro, già Cappella Strozzi.  Le due acquasantiere (a) marmoree poste in corrispondenza dei primi due pilastri, sono state disegnate da Battista Lorenzi tra il 1581 e il 1583.

La Cappella Maggiore (9) era anticamente decorata da un ciclo di affreschi di Alesso Baldovinetti tra il 1471 e il 1497 con Storie del vecchio Testamento, che venne quasi interamente distrutto durante i lavori di ammodernamento del coro del 1760-1761. Restano quattro Patriarchi negli spicchi della volta, molto rovinati, e due scene nei lunettoni con il Sacrificio di Isacco e Mosè che riceve le tavole della legge, dipinti a secco. L’altare è frutto dell’unione di più pezzi di varia provenienza, tra cui il paliotto con la Trinità attribuito ad Agostino di Duccio e i pilastrini della bottega di Desiderio da Settignano. Il trittico della Trinità di Mariotto di Nardo (1416) fu commissionato da Niccolò Davanzati e proviene dai depositi della Galleria dell’Accademia.

Il Campanile è sprovvisto di fondazioni proprie, appoggiandosi su una parete laterale della chiesa; non c’è modo di raggiungerlo dall’edificio religioso, ma bisogna salire fino al tetto e di lì proseguire per uno stretto passaggio ed una scala a pioli. Da notare, incastonata nel campanile, una Madonna col Bambino in terracotta.

SOPRA: Alesso Baldovinetti – 1470/1472 – tempera su tavola – 255 x 300 cm. Al centro di una mandola di serafini e angeli, la Trinità appare ai due santi inginocchiati in primo piano: San Benedetto e San Giovanni Gualberto. La visione epifanica si palesa grazie a due angioletti che scostano la grande cortina, come un sipario sul palcoscenico. La pala fu commissionata ad Alesso Baldovinetti nel 1470 da Buongianni Gianfigliazzi per l’altare maggiore della chiesa fiorentina di Santa Trinita, per la quale il pittore aveva già realizzato una vetrata e sarebbe stato più tardi incaricato di realizzare gli affreschi del coro. Il soggetto omaggia l’intitolazione della chiesa e celebra l’ordine vallombrosano attraverso la rappresentazione del capostipite san Benedetto e del fondatore della congregazione, san Giovanni Gualberto.

Dopo: La Maestà di Santa Trìnita (oppure Madonna di Santa Trìnita) è un’opera di Cimabue dipinta su tavola, databile tra il 1290 e il 1300, conservata agli Uffizi di Firenze. Raffigura la Madonna in trono con il Bambino, contornata da otto angeli, e presenta in basso quattro profeti a mezzo busto. E’ una tempera su tavola e misura 385×223 cm. Secondo la testimonianza di Giorgio Vasari nelle Vite, l’opera rimase sull’altare maggiore della Basilica di Santa Trinita fino al 1471 quando, meno apprezzata rispetto ai dipinti della pittura del Rinascimento, fu sostituita dalla Trinità di Alesso Baldovinetti e trasferita in una cappella laterale della chiesa, fino a essere relegata nell’infermeria del monastero. Con la riconsiderazione della primitiva arte italiana, nel 1810 passò nella Galleria dell’Accademia fiorentina e, nel 1919, agli Uffizi.

Dopo: CONTROFACCIATA. La Controfacciata romanica ospita vari frammenti addos-sati, tra i quali un affresco della Trinità del primo ‘400, la lastra tombale degli abati di San Pancrazio (XIV secolo), proveniente dalla chiesa sconsacrata, e, a sinistra, la lastra tombale di Giovanni di Antonio Amati, attribuita ad Antonio del Pollaiolo. Un Crocifisso in cielo è tutto quello che rimane di una scena con le Stimmate di San Francesco di Paolo Uccello.

CAPPELLE della NAVATA DESTRA: – Nella navata destra la 1° cappella che si incontra, chiusa da una grata, è la Cappel-la Gianfigliazzi, dal nome della famiglia che aveva numerose proprietà tra via Tornabuoni e il Lungarno Corsini. L’aspetto attuale della cappella risale all’intervento del 1630 circa di Gherardo Silvani, ma resta nelle volte un cielo affrescato attribuito a Cenni di Francesco (1400-1415), del quale restano anche le figure di San Benedetto penitente nell’arco, gli 8 busti di Apostoli nel sottarco e, in una nicchia a destra, la Comunione di santa Maria Egiziaca, la cui sinopia staccata si trova esposta sulla parete opposta. Sull’altare si trova il Crocifisso ligneo della Provvidenza, trecentesco, oggetto tutt’oggi della devozione popolare.

– Segue la Cappella Davizzi (2), di Matteo Nigetti, ristrutturata verso il 1640-1642. La deco-razione è sobriamente barocca e sull’altare si trova la pala della Predica di San Giovanni Battista, opera tarda di Francesco Curradi firmata e datata 1649. – La Cappella Cialli-Sernigi (3) ospita sull’altare la tavola fondo oro con predella della Madonna in trono col Bambino e quattro santi di Neri di Bicci (1466 circa). Alla parete destra si trova l’affresco frammentario della Matrimonio mistico di Santa Caterina d’Alessandria tra santi di Spinello Aretino (1390-1395), segnato dalle martellate che precedettero la scialbatura (copertura con intonaco bianco). Sulla parete opposta si trova la sinopia. L’affresco proviene dalla cappella attigua ed è stato scoperto sotto gli affreschi di Lorenzo Monaco.

– A fianco si incontra la Cappella Bartolini Salimbeni (4), chiusa dall’originaria cancellata del 1420 circa, opera forse di Manfredi di Franco da Pistoia. La cappella è celebre per il pregevole ciclo di affreschi di Lorenzo Monaco con le Storie della Vergine, eseguiti fra il 1420 e il 1425, coprendo i precedenti di Spinello Aretino. Si tratta dell’unica cappella che venne risparmiata dai rimaneggiamenti cinqueseicenteschi ed è stata restaurata con lavori conclusi nel 2004. L’altare conserva una pala dello stesso autore che raffigura l’Annunciazione. – La 5° cappella è aperta sia sulla navata che sul transetto, come la cappella corrispondente sull’altro lato. Detta Cappella Ardinghelli, ha decorazioni ad affresco all’esterno sopra l’arco sulla navata e in una lunetta all’interno (Imago pietatis) di Giovanni Toscani (1423-1424). L’altare ha una complessa decorazione classica e venne costruito nel 1552 usando marmi decorati del 1505-1513 da Benedetto da Rovezzano. La pala che è ospitata al centro è una Resurrezione di Cristo e santi di Maso da San Friano (1582).

CAPPELLE della NAVATA SINISTRA: La 1° cappella, detta Cappella Strozzi (17), venne ristrutturata da Giovan Battista Caccini nel 1603, il quale scolpì anche le statue della Mansuetudine e della Pace ai lati dell’alta-re (1603-1609). La pala centrale è un’Annunciazione di Jacopo Chimenti, mentre la volta con il Paradiso è opera di Bernardino Poccetti. Alle pareti si trovano le tele della Morte di sant’Alessio di Cosimo Gamberucci (1605 circa, a sinistra) e il Martirio di santa Lucia di Pompeo Caccini (1609, a destra). – La è la Cappella Bombeni (16), realizzata da Matteo Nigetti nel 1629-1635. All’altare si trova il Matrimonio mistico di santa Caterina da Siena e santi di Antonio del Ceraiolo (1515-1520) e ai lati i dipinti di San Girolamo penitente di Ridolfo del Ghirlandaio (1525 circa) e dell’Annunciazione di Michele Tosini (1525 circa).

Il tema dell‘Adorazione dei Magi ben si prestava per una messa in scena sfarzosa e opulenta, che celebrasse la ricchezza del committente e la bravura dell’artista. Gentile si trovò a perfetto agio con la commissione, potendosi dedicare ad accostare più episodi minuti, sui quali lo spettatore è invitato a soffermarsi singolarmente, secondo il modello letterario offerto dalle ekphrasis (descrivere con chiarezza ed eleganza) bizantine, le descrizioni/interpretazioni di opere d’arte circolanti a Firenze almeno dal 1415. Il corteo dei Magi si dispiega su tutta la parte centrale del dipinto, sfruttando la forma tripartita nella parte alta per dare origine a più focolai d’azione, arricchiti da una miriade di dettagli naturalistici e di costume. Vi è una grande profusione di applicazioni in oro e argento, nelle vesti, nei finimenti dei cavalli, dei cani da caccia, nelle corone, nelle spade e nei doni. I metalli, applicati in foglie sottilissime, venivano poi incisi a mano libera, punzonati o coperti da leggere velature, che creano un effetto di luce diffusa.

Lo spazio prescinde da qualsiasi regola prospettica, nonostante la profondità della scena, con i personaggi che si sovrappongono in maniera caotica e festosa, creano un insieme irreale e fiabesco. Grandissima abilità di Gentile è inoltre quella di riuscire a rendere l’idea della componente materica delle stoffe, la morbidezza degli incarnati, la freschezza della vegetazione. La pala non rappresenta un’unica scena ma racconta tutto il cammino dei tre saggi orientali che seguirono la stella cometa per giungere al cospetto di Gesù bambino. La narrazione ha inizio nelle tre lunette, da sinistra, dove si vedono i tre Magi, vestiti d’oro, che vedono la stella cometa dall’alto del monte Vettore, raffigurato come una rupe a picco sul mare; subito il corteo si mette in moto ed arriva, nella lunetta centrale, nei pressi della città di Gerusalemme, dipinta in un paesaggio incantato di campi coltivati e boschetti fioriti; infine si vede l’entrata nella città.

Prima: L’Annunciazione di Jacopo Chimenti, detto l’Empoli, viene realizzata nel 1603 per la cappel-la fiorentina  (Strozzi) dedicata alla Vergine. Il dipinto riflette la sensibilità controriformata dell’e-poca, con una rappresentazione solenne e intensa dell’incontro tra l’angelo e Maria. L’uso del chiaroscuro e la ricchezza cromatica esaltano il senso di devozione e raccoglimento. L’artista realizza più versioni di questo soggetto, come quelle conservate a Cortona, Massa Marittima e Fiesole, tutte firmate e datate tra il 1614 e il 1615.

– La 3° cappella era dei Davanzati (15) e conserva tracce frammentarie degli affreschi eseguiti tra il 1340 e il 1350 con Storie di santa Caterina da un seguace di Maso di Banco. Due angeli a monocromo sono riferibili alla bottega di Giovanni da Ponte (post 1444). L’altare è decorato dalla tavola dell’Incoronazione della Vergine e dodici santi di Bicci di Lorenzo, commissionata dopo il 1430. Sulla parete sinistra infine si trova la sepoltura di Giuliano Davanzati, morto nel 1444, composta da un sarcofago romano del Buon Pastore del III secolo d.C. e dal coperchio con la figura giacente del defunto attribuita a Bernardo Rossellino. – La è la Cappella Compagni (14), dominata dal grande affresco staccato sulla parete centrale raffigurante un lunettone con San Giovanni Gualberto in trono tra santi e beato vallombrosani di Neri di Bicci (1455),

proveniente dal chiostro di San Pancrazio. Dello stesso autore è la tavola dell’Annunciazione con cacciata dei progenitori alla parete di destra (dopo il 1475), che contiene un errore prospettico per via delle architetture troppo piccole per le figure che contengono. Di suo nonno Lorenzo di Bicci è invece l’affresco sull’arcone esterno con San Giovanni Gualberto perdona l’uccisore di suo fratello, del 1430-1435 circa. Una piccola targa sulla parete sinistra ricorda che qui fu sepolto il cronista Dino Compagni nel 1323. – Nella 5° cappella, la Cappella Spini (13), aperta su due lati come la sua corrispondente nella navata destra, si trovano la Maddalena lignea di Desiderio da Settignano (1450 circa), terminata, secondo la testimonianza di Vasari nel 1455 da Benedetto da Maiano, e l’affresco di Santo vescovo di Alesso Baldovinetti (1470 circa).

TRANSETTO DESTRO: Presenta in testa l’accesso su via del Parione (con portale esterno quattrocentesco), preceduto da un vestibolo dove si trovano sei tombe a nicchia con archi ogivali, su una delle quali è presente un rilievo di Cristo in pietà della seconda metà del Trecento, della scuola di Andrea Pisano. – La Cappella Strozzi, dal nome della potente famiglia fiorentina, fu progettata da Lorenzo Ghiberti (1418-1423) e corrisponde all’attuale sagrestia. Composta da tre campate disposte a “L”, ha l’altare maggiore decorato dalla Pietà marmorea di Vittorio Barbieri, firmata e datata 1743 e liberamente ispirata alla Pietà vaticana di Mi-chelangelo. Alla parete si trova la tela dell’Esaltazione di Santa Monica di Alessandro Gherardini (1697, mentre a sinistra, sotto un arco aperto

nella parete che divide i due vani della sagrestia, la tomba di Onofrio Strozzi, padre di Palla Strozzi, che è attribuita a Pietro Lamberti o a Michelozzo (1418-1425 circa), con decorazioni floreali nel sottarco attribuite a Gentile da Fabriano. Altre opere nella sagrestia sono di Luca della Robbia, Francesco di Simone Ferrucci, Puccio Capanna, Niccolò di Tommaso e Pietro Torrigiani. Qui si trovava la splendida pala dell’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano, ora agli Uffizi, datata 1423, così come la Deposizione dell’Angelico iniziata da Lorenzo Monaco, ora al Museo San Marco. – Rientrando in chiesa si arriva alla Cappella Sassetti, che conserva il capolavoro di Domenico Ghirlandaio, gli affreschi con Storie di San Francesco dipinti su commissione di Francesco Sassetti tra il 1483 e il 1486 circa.

Il ciclo è esemplificativo del gusto degli ultimi decenni del 400, quando la ricca borghesia fiorentina amava farsi ritrarre nelle scene sacre. Interessante è quindi la rappresentazione della società quattrocentesca fiorentina, oltre che le inedite grandi aperture scenografiche degli affreschi, e l’interesse per il ritratto di ispirazione fiamminga. Sono numerosissimi i ritratti di persone dell’epoca: Francesco Sassetti e la moglie sono raffigurati come donatori della cappella nella scena del miracolo ambientato in piazza Santa Trinita. La pala d’altare è pure del Ghirlandaio e raffigura l’Adorazione dei pastori (1485 circa), con citazioni fedeli del Trittico Portinari di Hugo van der Goes. Le tombe di Francesco Sassetti e della consorte Nera Corsi sono opera di Giuliano da Sangallo, incorniciate da affreschi a monocromo. Nella volta della cappella si trovano quattro Sibille, mentre all’esterno, in alto sopra l’arco, si trova la Sibilla Tiburtina che annuncia ad Augusto la nascita del Redentore e una Statua del David dipinta in cima al pilastro, pure opere del Ghirlandaio, anche se in condizioni meno buone per via della scialbatura che subirono in antico. Sul pilastro che separa la Cappella Sassetti dalla seguente Cappella Doni si trova un affre-sco dell’Annunciata di un pittore fiorentino del Quattrocento. – La Cappella Doni venne ristrutturata da Ludovico Cigoli tra il 1559 e il 1613 ed è chiusa da una grata. All’esterno, sopra l’arco, si trova un affresco di Cristo in gloria attribuito a Giovanni da Ponte (1429-1430). All’interno ospita sull’altare un Crocifisso ligneo forse della metà del XIII secolo, pesantemente ridipinto nei secoli. A destra, sulla parete, si incontra la Madonna dello Spasimo, tavola dell’ultimo decennio del Quattrocento di Bernardo di Stefano Rosselli.

TRANSETTO SINISTRO: – La 1° cappella a sinistra dell’altare, Cappella Usimbardi, venne rifatta da Ludovico Cigoli probabilmente entro il 1628. La volta è decorata da affreschi coevi di Fabrizio Boschi e Matteo Rosselli. Nella decorazione marmorea sono inserite le tele con la Consegna delle Chiavi dell’Empoli (1607 circa) e San Pietro sulle acque iniziato da Cristofano Allori e terminato dopo la sua morte da Zanobi Rosi nel 1621. All’altare il paliotto scolpito con il Martirio di San Lorenzo è opera di Tiziano Aspetti, mentre il Crocifisso è di Felice Palma, che scolpì anche i monumenti funebri sulle pareti laterali. Sopra l’arco esterno si trovano affreschi di Giovanni da Ponte databili al 1430-1434. – Segue la Cappella Scali, che all’esterno è decorata da affreschi con San Bartolomeo e medaglioni di Santi. All’interno sopravvivono affreschi frammentari di Giovanni da Ponte e Smeraldo di Giovanni databili al 1434: nella volta gli Evangelisti e sulle pareti ai lati Scorticamento e Decollazione di san Bartolomeo. Qui si trova anche uno dei capolavori di Luca della Robbia, la tomba in marmo e maiolica policroma del vescovo di Fiesole Benozzo Federighi, morto nel 1450, proveniente da San Pancrazio. Il monumento risale al 1454 ed è composto dalla figura giacente del defunto sullo sfondo di un rilievo di Cristo tra la Madonna e san Giovanni; tutt’intorno si trova una fascia in terracotta policroma invetriata di elementi floreali. – Alla testa del transetto si trova la piccola Cappella delle reliquie di San Giovanni Gualberto, progettata a fine del Cinquecento da Giovanni Caccini ed affrescata dal Passignano (1593-1594), con scene legate alla traslazione del corpo del santo ed alla venerazione delle sue reliquie.

Prima: Il monumento risale al 1454 ed è composto dalla figura giacente del defunto sullo sfondo di un rilievo di Cristo tra la Madonna e san Giovanni; tutt’intorno si trova una fascia in terra-cotta policroma invetri-ata di elementi floreali.

Prima: E’ una pala d’altare tempera su tavola (276 × 185 cm) realizzata nel il 1432/ 1434 dai pittori Beato ANGELICO e Lorenzo MONACO. Commissionata da Palla Strozzi per la Sagrestia di Santa Trinita (all’epoca Cappella Strozzi), è conservata al Museo nazionale di San Marco di Firenze.

Il MONASTERO: Lungo via del Parione, in continuità con il fianco destro della chiesa, si sviluppa l’ex edificio conventuale, oggi occupato dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze e altri. Al numero 7 si accede al chiostro, opera di Alfonso Parigi il vecchio su disegni di Bernardo Buontalenti, costruito tra il 1584 e il 1593. È porticato su quattro lati e rialzato rispetto al piano della strada; le arcate a tutto sesto delle volte a crociera poggiano su possenti colonne con capitelli dorici; il piano d’imposta è segnato da una corni-ce marcapiano, che sottolinea una serie di finestre architravate; al centro si trova un pozzo circondato da aiuole. Nell’ex-refettorio, oggi occupato dalla Biblioteca della Facoltà, si trovano affreschi di Giovanni da San Giovanni, Nicodemo Ferrucci e Jacopo Confortini, raffiguranti la Madonna in gloria accolta dalla Trinità e, nelle lunette, Scene di convitti evangelici, databili al 1630-1632.

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