Il Giro delle Chiese

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FIRENZE: PALAZZO PITTI

Palazzo Pitti è stata la residenza del Granducato di Toscana, già abitata dai Medici, dagli Asburgo-Lorena e, dopo l’Unità d’Italia, dai Savoia. Si trova in piazza dei Pitti al numero civico 1, nella zona di Oltrarno. Nell’immagine in evidenza: Pietro da Cortona, Affresco.

All’interno del Palazzo è ospitato un complesso museale composto da gallerie e musei di diversa natura: la Galleria Palatina (la galleria d’arte conserva capolavori di Raffaello, Tiziano, ecc.) sistemata secondo il criterio della quadreria settecentesca, gli Appartamenti Reali, l’Appartamento della Duchessa d’Aosta e il Quartiere del Principe di Napoli (ordinariamente non visitabili dai turisti), la Galleria d’arte moderna (con le opere dei macchiaioli) e altri musei specializzati: il Tesoro dei Granduchi, dedicato all’arte applicata, il Museo della moda e del costume, il maggiore museo italiano dedicato alla moda, il Museo delle porcellane e il Museo delle carrozze. I giardini monumentali di BOBOLI sono uno dei migliori esempi nel mondo di giardino all’italiana. L’intero complesso museale di Palazzo Pitti, che comprende anche il Giardino di Boboli, nel 2019 è stato visitato complessivamente da 2.030.108 persone, rendendolo, dopo gli Uffizi e l’Accademia il terzo museo statale italiano più visitato di Firenze.

All’epoca in cui venne costruito era la residenza più grande di Firenze ed anche la più sfarzosa. Luca Pitti era rivale della famiglia dei Medici e desiderava una residenza più sfarzosa di quella appena eretta da Michelozzo per Cosimo il Vecchio. Luca Pitti non riuscì a concluderla a causa del grande debito che contrasse. La tradizione tramandata da Giorgio Vasari (priva però di altri riscontri) vuole che i Pitti si rivolgessero, intorno al 1440, a Filippo Brunelle-schi scegliendo il progetto accantonato da Cosimo de’ Medici per il Palazzo Medici perché giudicato troppo grandioso e suscettibile di invidie, preferendogli quello più dosato di Michelozzo.  La leggenda narra che Luca Pitti esigesse che le finestre del nuovo palazzo fossero più grandi della porta principale di quello di Cosimo (in effetti al piano terra vi era una loggia) e che il cortile potesse contenere l’intero Palazzo Strozzi (sebbene Palazzo Pitti abbia solo tre lati invece di quattro). L’effettiva realizzazione, che poco ha a che spartire con la sobrietà di Brunelleschi (fra l’altro morto 12 anni prima) e sembra più simile alle indicazioni del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti, si rifà più alla solennità romana classica. Ufficialmente l’architetto fu Luca Fancelli, allievo e collaboratore di Brunelleschi.

Dopo: Collezione di Dipinti

Prima: Il corpo di Cristo deposto dalla croce è appoggiato sul sudario bianco, retto da Nicodemo, a sinistra, e Giuseppe d’Arimatea, che indossa un insolito copricapo di stoffa con motivi floreali. La Madonna, il cui velo sulla testa e il soggolo a coprire il collo rimandano all’abbigliamento monacale, contempla il figlio morto insieme alle pie donne e a Maria Maddalena, in piedi alle sue spalle, vestita di rosso. È più incerta l’identificazione degli altri personaggi, ad eccezione del giovane apostolo col manto rosso, a destra, da identificare con Giovanni evangelista. Pur nella diversa gestualità, ogni figura è partecipe della mestizia dell’evento, coinvolgendo il devoto che si soffermava a pregare davanti all’immagine e inducendolo alla meditazione.

L’inserimento di alcuni raffinati dettagli di moda nelle vesti e nelle acconciature, oltre ad incontrare il gradimento della committenza, contribuiva a stimolare l’attenzione dello spettatore. Il sentimento malinconico della composizione è accentuato dalla luce crepuscolare e dallo struggente paesaggio collinare. Proveniente dalla chiesa del convento di Santa Chiara a Firenze, il dipinto fu eseguito dal Perugino a Firenze all’apice della sua carriera. La bellezza senza tempo delle figure da lui dipinte e la perfezione che emanano le sue composizioni, gli valsero l’epiteto di “divin pittore” attribuitogli da Giovanni Santi, il padre del suo allievo Raffaello. (Daniela Parenti)

Prima: È la “soffitta” (cioè tela per un soffitto) che il pittore napoletano dipinse per quella che costituiva nel Seicento la “Sala della guardia” dell’appartamento del principe Ferdinando, figlio di Cosimo III, in Palazzo Pitti, l’odierna Sala Verde degli Appartamenti Reali. Da questa collocazione non è mai stata rimossa, altro che per il restauro e quindi per l’esposizione della mostra “Gli ultimi Medici”  nel 1974. Il biografo napoletano Bernardo De Dominici (1742-1745) racconta come il granduca Cosimo III volle recarsi nello studio fiorentino del Giordano e presenziare all’esecuzione del ‘modello’ per questo soffitto che fu compiuto in sole quattro ore: di questo bozzetto non è però rimasta traccia. La tela, firmata “Jordanus” in basso a sinistra, raffigura una complessa allegoria nella quale si rievoca la pace fatta tra Firenze e Fiesole in periodo romano: un’allusione anche alla pace durevole stabilita in Toscana dai Medici, qui rappresentati dal loro stemma che Giove porge alla Gloria presentata da Minerva. Più in basso è visibile la figura allegorica dell’Arno e sullo sfondo la cupola di Santa Maria del Fiore. La critica ritiene che il dipinto sia da datare al tempo (1682) in cui il Giordano fu chiamato a decorare la cupola della Cappella Corsini al Carmine.

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