Ignorato da Giorgio Vasari, la fortuna critica di Carlo Crivelli ha dovuto attendere decenni prima di essere riconosciuta. Dalla fine del Settecento molte sue opere entrano nel mercato antiquario e si avvia la disgraziata scomposizione di alcuni dei suoi polittici marchigiani, oltre all’aggiunta di firme poi dichiarate false. Veneziano di nascita ha operato soprattutto nelle Marche. Nell’immagine in evidenza: “Polittico di San DOMENICO”.


PALAZZO BUONACCORSI (sec. XVII-XVIII): Realizzato dall’arch. Ludovico Gregorini per divenire la dimora della nobile casata maceratese dei Buonaccorsi. Attualmente è sede dei Musei Civici, del Museo della Carrozza e della Collezione di Arte Contemporanea. Fa parte della rete Macerata Musei.


La mostra all’interno dello straordinario Palazzo Buonaccorsi, progettato nel 1697 da Giovan Battista Contini, allievo di Gian Lorenzo Bernini, raccoglie 7 dipinti, provenienti da musei vari italiani e non, selezionati con l’intento di riportare nel territorio d’origine alcuni dei dipinti di Crivelli. Accanto alla Madonna con il Bambino di Macerata sono esposti: Madonna del latte proveniente dalla Pinacoteca Parrocchiale di Corridonia, Madonna con il Bambino da Accademia Carrara di Bergamo, Pietà (Cristo morto compianto dalla Vergine, san Giovanni Evangelista e santa Maria Maddalena) dai Musei Vaticani, San Francesco che raccoglie il sangue di Cristo da Museo Poldi Pezzoli di Milano, Cristo benedicente da Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma oltre a un’opera del fratello Vittore Crivelli, San Sebastiano e devoti custodita nei depositi della Soprintendenza presso Galleria Nazionale delle Marche di Urbino e che sarà restituita a fine mostra alla città di Montegiorgio, da cui proviene.
CARLO CRIVELLI (Venezia 1430-35; Ascoli Piceno? 1494-95)
Ignorato da Giorgio Vasari, la fortuna critica di Carlo Crivelli ha dovuto attendere decenni prima di essere riconosciuta. Dalla fine del Settecento molte sue opere entrano nel mercato antiquario e si avvia la disgraziata scomposizione di alcuni dei suoi polittici marchigiani, oltre all’aggiunta di firme poi dichiarate false. Nell’Ottocento l’insistere della ricerca rispetto ai rapporti tra Venezia e le Marche riporta l’attenzione sul maestro, in ogni caso se da una parte la storia dell’arte si occupa di lui, dall’altra il mercato lo fraintende disperdendo, senza rispetto alcuno, molti capolavori. Oltre alle soppressioni napoleoniche che trasferiscono alcune opere a Milano presso Pinacoteca di Brera, la grande migrazione avviene verso la Gran Bretagna tanto che a oggi, The National Gallery di Londra conserva il più importante corpus al mondo di suoi dipinti. La fortuna nel mondo anglosassone è ben spiegata tenendo presente il crescente gusto preraffaelita che trova in Crivelli straordinari rimandi, caratteristiche che affascinano a tutt’oggi.

Nella pittura di CRIVELLI l’eleganza e la preziosità convivono con i sentimenti espressi spesso in maniera teatrale, in particolare nelle raffigurazioni del Cristo Morto.. Immagini crude, dove il corpo martoriato e le ferite vengono esibiti, toccati, contemplati dai dolenti, come nella tavola dei Musei Vaticani. Carlo Crivelli dipinse esclusivamente opere di soggetto religioso, suddivise in 2 categorie: grandi dipinti per gli altari delle chiese e immagini di devozione privata. L’ultimo gruppo comprende soprattutto Madonne con il Bambino raffigurate dietro un parapetto, accompagnate da numerosi oggetti e dettagli realistici o curiosi. Nonostante la diversità di forme, soggetti e tipologie, Crivelli mantiene sempre altissimo il livello inventivo, formale ed esecutivo e ogni suo dipinto è un capolavoro unico. Ma in ogni opera d’arte è scritta la propria vita: ha superato avversità, conosciuto mutilazioni, cambiamenti, spostamenti, restauri. I dipinti esposti in questa sala sono una testimonianza concreta e vivida di queste storie tormentate, impresse come tracce del loro passaggio nel tempo. La “Madonna col Bambino di Macerata”, fulcro della mostra, è forse l’opera di Crivelli ad aver subito le maggiori traversie. Per molti anni gli studiosi si sono interrogati sui tanti aspetti irrisolti del dipinto: l’origine, la forma (immagine singola o parte di un complesso più ampio?) e la datazione. Una storia controversa simile a un romanzo che che si può raccontare mettendo insieme le fonti storiche e i dati del recente complicato restauro che sorprendentemente ha rivelato l’unica opera di Crivelli su tela.
Una delle relazioni più complesse e contraddittorie della vicenda umana e professionale di Carlo Crivelli è quella con il fratello Vittore. Forse più giovane, Vittore segue Carlo per tutta la vita, spostandosi come lui da Venezia a Zara alle Marche e imitandone la pittura senza mai raggiungerne la perfezione e l’inventiva, malgrado anch’egli produca opere di qualità. E’ il caso di “San Sebastiano e devoti” di Montegiorgio. Rimasto per 25 anni nei depositi della Soprintendenza di Urbino dove fu ricoverato a seguito del terremoto del 1997. Viene qui esposto per la prima volta dopo il restauro per ritornare a fine mostra nel suo luogo di origine. Sebbene le tre opere allestite in questa sala siano molto diverse per tipologie e soggetto, esse rivelano molte affinità formali e iconografiche. Dal punto di vista iconografico, esse sono espressioni del tema di Cristo come redentore e della sua imitazione, perseguita in modi diversi, da San Francesco e da San Sebastiano. Francesco è infatti il “secondo Cristo” nella cui carne Gesù imprime le stimmate e Sebastiano, protettore contro la peste, viene mostrato con i segni del martirio, nudo e con il perizoma come quello di Cristo durante la Passione.

Prima: Sebastiano era un soldato romano martirizzato nel III scolo perché cristiano. Diocleziano lo condannò a essere trafitto dalle frecce, ma, secondo la leggenda, nonostante le gravi ferite, non morì. Una volta guarito, tornò davanti all’imperatore, che lo fece uccidere a bastonate. Poiché il segno circolare provocato dai dardi assomigliava alla pustola della peste, Sebastiano divenne il protettore contro questa terribile malattia, che colpiva ciclicamente la popolazione europea ed era ritenuta un castigo divino per i peccati degli uomini. E’ per questo che fra i pochi rimedi contro il flagello ci si appellava al santo con la creazioni di immagini, dipinte o scolpite, e le pratiche rituali, come le processioni e le offerte particolari per ottenerne la protezione. La tavola di Vittore CRIVELLI è probabilmente uno stendardo processionale, una immagine destinata a essere portata in processione per le vie della città colpita da sciagure ed epidemie. Lo si deduce dalle dimensioni, dalla centralità che ha la figura di Sebastiano, legato ad un albero e trafitto dalle frecce, ma con un drappo d’onore alle spalle che ne sottolinea la santità, e soprattutto dalla presenza del popolo, inginocchiato riverente ai suoi piedi, fuggito dalla città sullo sfondo. L’opera è un raro esempio della pittura di paesaggio di Vittore, artista dedito soprattutto ai dipinti di altare inseriti entro cornici dorate o architetture, che qui dà una straordinaria prova di rappresentazione dello spazio naturale.

Prima: GESU’, in piedi, regge con il braccio destro la croce del suo martirio, sulla quale sono infissi gli Arma Christi, gli strumenti della Passione. Oltre un arco si apre un paesaggio, mentre dietro alla colonna della Flagellazione c’è un grande albero secco allusivo alla morte di Gesù. Il sangue che sgorga dalla ferita sul costato si divide in due rivoli: uno è raccolto in un calice dorato da San Francesco, l’altro scorre sul corpo di Cristo. Il tema della raccolta del sangue di Gesù è assai raro nel ‘400. E’ legato al culto del Santo Sangue sostenuto dagli ordini mendicanti ed è probabile che il committente del dipinto fosse un frate francescano. Carlo CRIVELLI, artista veneziano a lungo attivo nelle Marche, è uno fra i maggiori esponenti del Rinascimento italiano. L’opera, nelle sue ridotte dimensioni, assimilabili a quelle di una miniatura, mostra una qualità raffinatissima e una tessitura pittorica minuziosa, ottenuta con sottili tratteggi del pennello.

Prima: La tavoletta si trovava al centro della predella (basamento) dell’ultima pala d’altare di Crivelli, l’”Incoronazione della Vergine e Santi”, dipinta tra il 1490 e il 1493 per l’altare maggiore della Chiesa di San Francesco a Fabriano, oggi divisa fra la Pinacoteca di Brera a Milano e altri musei. L’artista, al culmine della fama e della creatività, vi innova lo schema delle predelle che in precedenza avevano spesso ospitato Cristo e i 12 apostoli. In questo caso non ci sono tutti gli apostoli, ma i soli Pietro e Paolo e altri Santi legati alla devozione dei francescani, ma soprattutto essi non si stagliano più sull’astratto fondo oro, ma vengono raffigurati dentro nicchie tridimensionali di marmo su un fondo scuro, come presenze reali, grazie anche a elementi sporgenti illusionisticamente verso lo spazio dello spettatore, come il libro aperto che Gesù tiene sul parapetto. Ai lati delle nicchie erano appesi dei rami con vegetali e frutti dai significati simbolici che purtroppo sono stati mutilati dal taglio della tavola, ma ancora si riconoscono una mela e un cetriolo, allusivi al peccato originale e alla resurrezione di Cristo.

Prima: La tavola era l’elemento di una pala eseguita da Crivelli per l’altare maggiore della Chiesa di san Pietro in Muralto a Camerino, appartenente ai francescani osservanti, con il contributo di Giulio Cesare da Varano, signore della città. Fu commissionata nel 1483, ma conclusa tra la fine del 1488 e l’inizio del 1489. Il dipinto segnò una svolta nella pittura del Crivelli, con la sperimentazione della “pala quadra all’antica”, derivata da modelli classici anziché gotici, come i polittici dipinti in precedenza: è un mutamento collegabile alla conoscenza della scuola artistica rinascimentale fiorita a Camerino alla metà del ‘400. Crivelli non rinuncia alla pittura dettagliata e alla stesura laboriosa, piena di artifici illusionistici e all’uso dell’oro, derivate dalla tradzione tardogotica, anzi le accentua per crecare un’immagine iperrealistica, smaltata, brillante che voleva rappresentare il divino. Nella Pietà il tema del dolore per il martirio di Gesù viene esplorato nei diversi gesti e nelle espressioni dei tre dolenti: le lacrime della Madonna, l’urlo di Giovanni, la contemplazione della piaga della mano da parte della Maddalena; anche le testine angeliche nel cielo piangono. Sul parapetto/sarcofago a destra si trova inciso sulla pietra il nome dell’artista con, accanto, un candeliere funebre che ha sul basamento un volto maschile, forse un autoritratto di Crivelli.

Prima: Il dipinto forse era la parte centrale di un polittico a più pannelli. E’ l’unica volta in cui il Crivelli usa l’iconografia della Madonna che allatta Gesù: derivata dal mondo bizantino, essa sottolinea l’umanità di Cristo che viene nutrito come un qualsiasi altro bambino, mentre la Vergine vi appare come madre di Dio (l’allattamento è manifestazione concreta dell’aver partorito). Maria, seduta in trono, con la corona in capo è circondata da teste di angeli, è anche raffigurata quale regina del cielo. Crivelli mostra il Bambino che si stacca dal seno, come distratto dalla presenza dell’osservatore, mentre la madre cerca di trattenerlo.

Prima: La Madonna di Bergamo è una delle più pregevoli e meglio conservate opere di devozione privata dipinte da Crivelli. Maria indossa la corona che la qualifica come regina del cielo: ha una veste scarlatta, colore regale e prezioso, e un manto a rilievo dorato. Alle sue spalle pendono un drappo d’onore di seta marezzata rossa e una ghirlanda a cui sono appesi dei frutti: delle prugne, una mela, dei fichi e una pesca. Nulla nel quadro è casuale: i frutti indicano la dolcezza di Cristo “frutto del ventre di Maria”; la mela, tenuta in mano dal bambino, è lo strumento del peccato originale commesso da Adamo ed Eva che Gesù, nato da Maria “nuova Eva”, viene a redimere. Ai lati si aprono due squarci di paesaggio dove si notano a destra un arbusto secco e a sinistra un albero rigoglioso: sono i simboli della Morte e della Resurrezione di Cristo e del cristiano che ha fede. Sul parapetto di marmo sono ordinatamente disposti un garofano rosso fissato con un bollino di ceralacca, il bordo del manto di Maria, un grande cetriolo e una ciliegia. Il garofano, fiore legato ai rituali di fidanzamento, celebra l’amore di Maria e Gesù sovente assimilati agli sposi del Cantico dei Cantici; la ciliegia, oltre che dolce, è rossa come il sangue di Cristo. Il cetriolo ha una complessa simbologia: indica la Resurrezione, ma poiché compare molto spesso nella pittura di Carlo Crivelli è stato anche interpretato come una sua, un po’ bizzarra, “firma figurata”, immediatamente riconoscibile anche da chi non sapeva leggere. Non è casuale, infatti, che si trovi accanto ala firma scritta e vi proietti la sua ombra.

Prima: Su un astratto fondo oro, il frammento mostra la Madonna a mezza figura che avvicina a sé il Bambino, seduto sulle braccia, portandoselo al viso mentre lancia un intenso sguardo verso lo spettatore. Sul manto di broccato scorrono motivi decorativi dorati e si trova appuntata la stella, tradizionale attributo che ricorda la cometa di Betlemme. Le figure e i panneggi sono sbalzati dal chiaroscuro con intensità, ma la loro iconica plasticità è addolcita dalla tenerezza dei volti e delle espressioni. Sia la qualità della fibra che le sgranature del colore testimoniano l’autenticità del frammento con la firma sul retro, anche se c’è chi ha ipotizzato che possa provenire da un’altra opera perduta. Da questa Madonna Girolamo di Giovanni trasse una copia nella cappella della frazione montana di Malvezzi presso Bolognola, in provincia di Macerata, oggi alla Pinacoteca civica di Camerino. Questa dolcissima immagine è ciò che resta di un’opera più grande, forse quella descritta dallo storico d’arte Luigi Lanzi su un altare della chiesa francescana di Santa Croce a Macerata, poco prima che venisse data alle fiamme dalle truppe napoleoniche nel 1799. Il restauro effettuato in occasione della mostra ha rivelato che il dipinto fu realizzato fin dall’origine su tela, una scoperta sorprendente, poiché tutte le altre opere note di Crivelli sono su tavola. La Vergine viene mostrata mentre tiene in braccio il Bambino, che si aggrappa alla madre come sorpreso. Maria fissa l’osservatore con espressione malinconica. Gesti e sguardi, così naturali e reali, rivelano il dramma della Madonna, consapevole del destino del Figlio, nato per morire in croce, la stessa croce dipinta sull’aureola di Gesù. Il suo sguardo penetrante e struggente ci chiama in causa come peccatori, ma anche come beneficiari della Morte e Resurrezione di Cristo.

Prima: Fino al restauro del 2022 questo frammento di tela non era normalmente visibile perché si trovava sul retro della Madonna Buonaccorsi, dove era stato incollato in uno dei restauri dell’Ottocento. Ritenuto un falso da alcuni studiosi, le indagini diagnostiche hanno invece provato che proviene dallo stesso dipinto di cui faceva parte anche la Madonna col Bambino. Probabilmente fu conservato per il suo importante valore documentario. Vi si legge infatti la scritta in latino: KAROVS-CRIVELLV-VENETVS-PINSIT-1470+FERMIS (Carlo Crivelli veneto dipinse nel 1470 a Fermo), che riporta, oltre al nome dell’artista, alla sua origine veneziana e alla data, anche l’indicazione del luogo di esecuzione dell’opera. Crivelli, in effetti, si stabilì prima a Fermo, dove è documentato nel 1468, per poi spostarsi ad Ascoli, probabilmente proprio intorno al 1470/1472.





(Prima) CARLO CRIVELLI (Venezia 1430-35; Ascoli Piceno? 1494-95: Ignorato da Giorgio Vasari, la fortuna critica di Carlo Crivelli ha dovuto attendere decenni prima di essere riconosciuta. Dalla fine del Settecento molte sue opere entrano nel mercato antiquario e si avvia la disgraziata scomposizione di alcuni dei suoi polittici marchigiani, oltre all’aggiunta di firme poi dichiarate false. Nell’Ottocento l’insistere della ricerca rispetto ai rapporti tra Venezia e le Marche riporta l’attenzione sul maestro, in ogni caso se da una parte la storia dell’arte si occupa di lui, dall’altra il mercato lo fraintende disperdendo, senza rispetto alcuno, molti capolavori. Oltre alle soppressioni napoleoniche che trasferiscono alcune opere a Milano presso Pinacoteca di Brera, la grande migrazione avviene verso la Gran Bretagna tanto che a oggi, The National Gallery di Londra conserva il più importante corpus al mondo di suoi dipinti. La fortuna nel mondo anglosassone è ben spiegata tenendo presente il crescente gusto preraffaelita che trova in Crivelli straordinari rimandi, caratteristiche che affascinano a tutt’oggi.


