Pietro Cavallini (o, più correttamente, Pietro “Cavallino” de’ Cerroni) (Roma, 1240 circa – 1330 circa) è stato un pittore mosaicista italiano, tra i più importanti esponenti del-la scuola romana del XIII secolo. Nell’immagine in evidenza: Santa Cecilia in Trastevere “Particolare del Giudizio Universale”

Sal libro di Vittorio SGARBI “Roma dal Rinascimento ai Giorni Nostri“: <… come tutti sanno la pittura del Trecento è la prima espressione della pittura moderna, il primo pittore moderno è infatti Giotto. Ora sarebbe … difficile trovare Giotto a Roma. Eppure una traccia è nel rigonfiamento dell’abside della Chiesa la cui facciata è su piazza Navona (Sant’Agnese in Agone), una edicola con una Madonna col Bambino. Chi guarda la Madonna avverte la sensibilità e il gusto di Giotto. L’ipotesi è che si tratti dell’espressione di una cultura moderna che a Roma ha il suo Giotto, o dialoga con Giotto nella persona di Pietro Cavallini. Forse è proprio Cavallini il primo pittore moderno egli, come Giotto, mostra una lingua pittorica nuova, diretta, costante, narrativa. Potremmo dire che Cavallini è il Giotto di Roma, o addirittura un suo precursore…La differenza è che Giotto e la scuola toscana hanno avuto una grande promozione attraverso Vasari, il quale ha esaltato Giotto e ha invece, con minore interesse, guardato al Giotto moderno che era Cavallini….>
Ghiberti nei suoi Commentarii parla del pittore romano “Pietro Cavallini, … dottissimo infra tutti gli altri maestri“; e cita sue pitture in Roma: a San Pietro (4 Evangelisti nella controfacciata), Santa Cecilia in Trastevere (affreschi), San Crisogono, Santa Maria in Trastevere (mosaici), San Francesco a Ripa (affreschi), San Paolo fuori le mura (mosaico in facciata e affreschi della navata e nel capitolo). Vasari, impegnato com’era nella dimostrazione della superiorità toscana e fiorentina nelle arti, declassava Cavallini a “discepolo di Giotto“, stabilendo un anacronismo anagrafico paradossale e creando un pregiudizio storico-artistico sopravvissuto cinque secoli.
A Cavallini, Vasari concesse un catalogo di opere ancora più vasto: ma, oltre alle opere romane ricordate da Ghiberti, aggiunse degli interventi a Firenze, Assisi e Orvieto che appartengono a trecentisti di diversa estrazione. Dalla Vita scritta dal Vasari in quei termini, scaturì pertanto una certa sfortuna critica di Cavallini, considerato dagli studiosi successivi come un epigono giottesco o peggio un ritardatario ancora incline alla “maniera greca”. La recente rivalutazione della “pittura romana” della fine del secolo XIII ha aiutato a ricostruire la personalità del Cavallini nei termini più corretti. Con Pietro Cavallini la pittura romana cambiò registro e anticipò il “naturalismo” di Cimabue, trasmesso forse al maestro fiorentino durante il suo soggiorno romano. Cavallini raggiunse i migliori risultati anche nelle ricerche spaziali e nel cercare di dare rilievo alle figure contemporaneamente e in maniera autonoma rispetto a Giotto. Molto probabilmente i due si incontrarono nel cantiere di Assisi e confrontarono le loro posizioni con i risultati che tutti conosciamo.

(Prima) CHIESA di San PAOLO fuori le mura: La prima opera di Cavallini di un certo rilievo fu la decorazione della chiesa di San Paolo fuori le mura a Roma. L’opera constava in due cicli ad affresco anteriori nella navata centrale, tratte dagli Atti degli Apostoli e dall’Antico Testamento, più le raffigurazioni dei busti dei Papi a mosaico, come testimoniato sempre dal Vasari, sulla facciata. In quell’occasione lavorava a San Paolo an-che Arnolfo di Cambio il grande artista di Colle Val D’Elsa, autore del ciborio (1285). Il lavoro si pro-trasse dal 1277 al 1285, ma questo ciclo è scom-parso quasi del tutto con l’incendio che nel 1823 distrusse quasi completamente la chiesa. Del suo lavoro nella basilica, rimangono solo pochi lacerti del mosaico che adornava la facciata ricol-locati sull’arco trionfale verso il transetto e alcune copie a disegno. Nella Cappella del SS. SACRAMENTO, sull’altare, si trova un pregevole crocifisso ligneo attribuito dal Vasari a Pietro Cavallini, ma più probabilmente di scuola senese di inizio Trecento. Secondo altri l’autore del crocifisso è Tino da Camaino

(Prime dopo) CHIESA di Santa MARIA in TRASTEVERE: Il ciclo decorativo dei mosaici di Santa Maria in Trasteve-re viene tradizionalmente datato al 1291 (sulla base di una strana data MCCLCI letta in passato, ma oggi perduta), anche se alcuni storici tendono a spostarlo più avanti nel tempo, al 1296 circa. Di certo il committente fu Bertoldo Stefaneschi (qui sepolto), figlio del senatore Pietro Stefaneschi e di Perna Orsini e fratello del futuro cardinale Jacopo Stefaneschi: a quest’ultimo si devono i versi poetici che accompagnano gli episodi del-la Vita della Vergine Maria raffigurati: – Natività della Vergine; Annunciazione; – Natività; Madonna con Bambino in clipeo e i Santi Paolo, Pietro e il donatore Bertoldo Stefaneschi (pannello centrale); – Adorazione dei Magi; – Presentazione al tempio; – Dormitio Virginis.
Questa opera mostra appieno le capacità tecniche di Cavallini che rompeva con le forme bizantine e adattava i modelli stilistici dei suoi mosaici alle novità che provenivano dalla pittura e dalla scultura toscane, affiancando la scuola romana al clima gotico della pittura di Cimabue e alle prime esperienze di Giotto. La nuova sensibilità si può vedere nelle citazioni naturalistiche della Nascita di Gesù, ma meglio ancora nella tridimensionalità del trono che appare dietro la Madonna spaventata dall’improvvisa apparizione dell’Arcangelo annunciante. Queste architetture sono state messe in relazione con le opere di Giotto, ma in questo confronto Cavallini si dimostra diverso: le sue quinte architettoniche infatti sono dei semplici sfondi irreali, che, tranne rari casi (l’altare della Presentazione al tempio o il trono di Maria) non dialogano con i personaggi, che anzi sono decisamente sproporzionati. Inoltre la presenza di punti di vista diversi dà a queste prospettive intuitive un aspetto arcaico e impreciso.






(Dopo) CHIESA di San GIORGIO in VELABRO: L’affresco del catino raffigura Gesù tra i santi Giorgio, Maria, Pietro e Sebastiano (la presenza sia di san Giorgio che di san Sebastiano è testimonianza del fatto che alla fine del XIII secolo era ancora viva l’intitolazione della chiesa ad entrambi i martiri, presente anche nel Liber Pontificalis). Per secoli attribuito a Giotto, è piuttosto da considerarsi opera di Pietro Cavallini il quale l’avrebbe realizzato non tanto, come tradizionalmente ritenuto, nel 1296 su commissione del nuovo cardinale diacono Jacopo Caetani degli Stefaneschi, ma per volere del suo predecessore Pietro Peregrossi, fatto cardinale nel 1288. La composizione della scena è frutto della riproposizione in chiave tardo-duecentesca del mosaico absidale della basilica dei Santi Cosma e Damiano in Roma, del 530 circa, con forme morbide e vivacità cromatica: al centro vi è Cristo, in piedi su un’altura, che tiene un rotolo nella mano sinistra mentre con la destra compie il gesto dell’adlocutio (usanza di fare un discorso formale, tenuto dai consoli, dagli imperatori, …); ai suoi lati, la Madonna e l’apostolo Pietro, mentre alle estremità vi sono i due titolari della chiesa, dei quali san Giorgio è raffigurato a cavallo, peculiarità probabilmente derivata dalla raffigurazione di san Tiburzio presente sul ciborio arnolfiano della basilica di Santa Cecilia in Trastevere (1293), qualora l’affresco della chiesa del Velabro fosse successivo a tale data.

(Dopo e in seguito) CHIESA di Santa CECILIA in TRASTEVERE: “GIUDIZIO UNIVERSALE“. Sempre da Sgarbi: < … vero capolavoro del Cavallini. Quando uno entra nella Chiesa può ammirare in controfacciata il Giudizio Universale, in una condizione molto favore-vole, soprattutto in condizioni molto migliori dopo il restauro di Giantomassi, perché vede l’affresco all’altezza giusta di consentirgli di avere davanti a sé uno schieramento di dodici apostoli con il Cristo Pantocratore al centro. Ad altezza degli occhi il visitatore contempla un corpo a corpo di figure, dagli apostoli assisi sui loro troni agli angeli che si muovono in cielo, ad accompagnare il Giudizio Universale. Il Cristo, poi, con questo volto meraviglioso, che si ispira al Pantocratore bizantino, è una immagine modernissima così come moderno risulterà tutto il movimento di quest’opera…..>

Santa CECILIA in TRASTEVERE: L’opera più rappresentativa di Cavallini sono gli affreschi della basilica di Santa Cecilia in Trastevere, dove la scelta della tecnica dell’affresco offre notevoli spunti stilistici che il mosaico non permette, soprattutto nei panneggi che con il chiaroscuro danno alla scena rappresentata una tridimensionalità e una potenza espressiva di grande spessore drammatico. In questa ottica si può leggere il Giudizio Universale, l’opera di Cavallini general-mente reputata il capolavoro del maestro romano. Con questi affreschi (datati 1293, quando vi lavorava ancora Arnolfo ad un altro ciborio) la pittura romana si affianca e supera i modelli toscani anche se in contemporanea il giovane Giotto imporrà la sua visione artistica e i suoi modelli in tutta la pittura dal Trecento in poi.
Tuttavia, secondo Bellosi: “Anche la data 1293 riferita agli affreschi della Santa Cecilia in Trastevere ha fondamenti ben poco sicuri. Si basa, infatti, soltanto sull’ipotesi che il tabernacolo di Arnolfo di Cambio, recante quella data, e la decorazione ad affresco della chiesa fossero stati ese-guiti contemporaneamente”. L’opera di Cavallini è particolarmente innovativa perché per esempio negli Apostoli seduti negli scranni egli sa infondere una presenza fisica e un volume del tutto estranei alla maniera bizantina: i panneggi non sono ripetitivi, ma variano a seconda della posizione delle membra, i volti sono raffigurati con individualità, la cromia è varia, il chiaroscuro è morbido e raffinato, ma non costipato, grazie a lumeggiature e ombre scure nei solchi più profondi. Alcuni critici però non azzardano a porre Cavallini prima di Giotto, e collocano il Giudizio di Trastevere dopo la lezione assisiate delle Storie di Isacco e delle Storie di San Francesco. Fu aiutato nella sua opera dal pittore di Subiaco, Consolo.

Qui e dopo: BASILICA di San FRANCESCO ad ASSISI. Non esiste nessuna testimonianza certa della partecipazione di Pietro Cavallini a quella grande palestra pittorica che fu la decorazione della Basilica di San Francesco di Assisi. Sembra strano visto che nel 1299, quando Giotto arrivò ad Assisi e già vi lavoravano i grandi nomi della pittura del tempo come Cimabue, Jacopo Torriti e Filippo Rusuti, Cavallini era già molto famoso e uno dei pittori italiani più innovativi. Alcuni hanno visto nel Maestro d’Isacco della basilica superiore la mano di Pietro Cavallini, anche se è stata riproposta come alternativa la mano di un Giotto giovanissimo al seguito del maestro Cimabue durante la prima decorazione della basilica. In seguito storici dell’arte come Federico Zeri e Bruno Zanardi hanno attribuito gli affreschi delle Storie di san Francesco almeno a tre mani di maestri, tra i quali il principale sarebbe stato lo stesso Cavallini (a giudicare da alcune riferimenti indiretti e soprattutto dalla modalità della stesura degli incarnati, molto più vicina alle opere di Cavallini che a quelle giottesche), seguito dal Rusuti e da un giovane Giotto.

(Dopo) Chiesa di Santa MARIA in ARACOELI: – Apparizione della Sibilla all’imperatore Ottaviano Augusto, affresco nella calotta abside (1298 circa, perduto nella seconda metà del XVI secolo); – Madonna col Bambino e i santi Matteo e Francesco, affresco nella Tomba Acquasparta (post 1302); – Affreschi nella cappella San Pasquale Baylon: – Vergine con il Bambino tra i Ss. Giovanni Battista e Giovanni Evangelista;– Storie della vita di san Giovanni Battista.

(Prima) “Madonna col Bambino e i Ss. Matteo e Francesco”: Affresco nella Tomba Acqua-sparta (post 1302). Nel transetto sinistro troviamo la Tomba del Cardinale Matteo d’Acquasparta (morto nel 1302), ambasciatore di Bonifacio VIII e ministro generale dei frati minori. Il monumento fu realizzato da Giovanni di Cosma mentre l’affresco raffigurante la Madonna col Bambino e santi è attribuito a Pietro Cavallini.

Intorno al 1308, Pietro Cavallini si trovò a Napoli presso Carlo II d’Angiò il cui mecenatismo portò a Napoli alcuni dei più importanti pittori della sua epoca. Cavallini lavorò alla cappella Brancaccio in San Domenico Maggio-re nel 1308 e a Santa Maria Donnaregina nel 1317 con il suo concittadino Filippo Rusuti.
(Dopo): La Bibbia miniata da Pietro Cavallini, oggi conservata presso le Biblioteche riunite Civica e A. Ursino Recupero di Catania fu realizzata su ordine del cardinale Landolfo Brancaccio tra il primo e il secondo decennio del XIV secolo. Quest’opera, considerata una delle bibbie più belle al mondo, è arricchita da oltre 100 miniature e 167 iniziali ornate con foglia d’oro, su circa 400 pagine in pergamena. La Bibbia miniata del Cavallini, ritenuta una delle cinque più belle al mondo, fu acquistata a Roma, tra il 1740 e il 1750 da Placido Scammacca per arricchire la Biblioteca del monastero di San Nicolò l’Arena di Catania ed è stata sempre oggetto di attenzione e ammirazione da parte di studiosi e bibliofili.




