La Basilica di San ZENO, conosciuta anche con il nome di chiesa di San Zeno Maggiore o chiesa di San Zenone, è un importante luogo di culto cattolico che sorge nel cuore del quartiere di San Zeno a Verona; si tratta di uno dei capolavori del romanico lombardo e quindi padano. Nell’immagine in evidenza: Formelle in bronzo del Portale.

Sembra che la sua origine sia da ricercarsi in una chiesa edificata sulla tomba di san Zeno di Verona, morto tra il 372 e il 380. L’edificio venne comunque riedificato all’inizio del IX secolo per volere del vescovo Ratoldo e del re d’Italia Pipino. La consacrazione avvenne l’8 dicembre 806 mentre il 21 maggio dell’anno successivo il corpo di san Zeno fu traslato nella cripta. In occasione delle invasioni degli Ungari, che imperversarono tra l’899 e il 933, la chiesa riportò notevoli danni tanto che nel 967 il vescovo Raterio dovette promuovere una nuova ricostruzione. Intorno alla fine dell’XI secolo e al principio del XII, si diede così mano a un grandissimo progetto di rinnovamento della chiesa in stile romanico. Nel corso dei secoli successivi l’edificio andò incontro a ulteriori modifiche e trasformazioni che però non ne modificarono l’impianto, mantenendo sostanzialmente inalterata la sua origine medievale. Tra le numerose opere d’arte, ospita un capolavoro di Andrea Mantegna, la pala di San Zeno. Celebri sono anche le formelle bronzee del portale e il grande rosone della facciata, chiamato “Ruota della Fortuna“, opera del lapicida Brioloto de Balneo. Nel corso della sua storia, la basilica ispirò numerosi poeti tra cui Dante Alighieri, Giosuè Carducci, Heinrich Heine, Gabriele D’Annunzio e Berto Barbarani.

FIANCO MERIDIONALE: Presenta diverse tecniche costruttive e stili architettonici. La parte più antica, 1120, risulta essere verosimilmente quella meridionale, interamente realizzata in mattoni di laterizio: questa comprende l’absidiola e arriva fino al contrafforte. La porzione di muratura intermedia presenta invece un utilizzo alternato di filari in conci di tufo e corsi in mattoni di laterizio: questa tecnica conferisce alla muratura un aspetto a fasce bicrome bianche e rosse tipiche del romanico veronese. Così anche il fianco della navata centrale, 1138, appare a fasce bicrome, seppur più omogenee. L’ultima parte, quella più prossima alla facciata, è invece interamente in tufo e si ritiene risalga all’ultima fabbrica della chiesa, quando venne effettuato l’ampliamento del XIII secolo diretto da Adamino e Brioloto, che ha portato l’edificio alle dimensioni odierne. Sempre sul fianco orientale, vicino alla facciata, è incisa una lunga scritta che celebra l’abate Gerardo, committente dei lavori di ampliamento, e un certo Martino, maestro muratore. Poco sopra tale iscrizione, all’interno di una nicchia, vi è un affresco rappresentante la Madonna col Bambino a mezza figura, realizzato intorno alla seconda metà del XII secolo e restaurato malamente nel XX secolo.

ZONA ABSIDIALE: La basilica termina a nord con due absidi, uno minore a sinistra e uno maggiore al centro, mentre quello di destra venne inglobato negli edifici dell’antico convento ed è visibile solo internamente. I due visibili esternamente sono chiaramente di epoche diverse. Sebbene alcuni elementi abbiano fatto ritenere che l’attuale abside maggiore risalisse tra il 1399 e il 1430, il ritrovamento del giornale di fabbrica ha permesso di datare i lavori di rinnovamento tra il 1386 e il 1398. Esternamente l’abside minore appare di semplici fattezze e realizzato principalmente in mattoni mentre quello maggiore si presenta con il classico schema del romanico veronese dell’alternarsi tra filari di tufo e di cotto, mascherando così il suo stile tipicamente gotico che invece traspare chiaramente da alcuni elementi visibili in particolare all’interno, come l’arco trionfale a sesto acuto, la volta a crociera con costoloni sporgenti dalla campata quadrata e le alte finestre terminanti con un arco acuto.

(Prima) CAMPANILE: L’attuale campanile, isolato dalla chiesa e realizzato al di sopra di uno precedente risalente ai secoli VIII-IX. Da un’iscrizione posta su di esso, è noto che i lavori di costruzione e restauro incominciarono nel 1045. La sua realizzazione finì intorno al 1178 grazie al “maestro Martino”. Si trattò quindi di un lungo cantiere interrotto solo dal terremoto del 1117, cui seguì il restauro del 1120. Esso poggia su un’imponente zoccolatura a pianta rettangolare realizzata in conci di viva pietra. L’utilizzo della pietra continua anche al di sopra del basamento, sia negli spigoli della canna che nella lesena centrale di ogni faccia, mentre nello spazio interposto tra questi vi è un uso alternato dei corsi di tufo e di cotto, tecnica che riprende quella già utilizzata nei muri perimetrali della chiesa e che gli dona la bicromia caratteristica del romanico veronese. La cella campanaria è dotata da due ordini sovrapposti di trifore per ogni lato. Tutte le colonne, i capitelli, i pulvini hanno forme semplici, solo alcuni decorati con foglie ma quasi tutti con un fiore al centro dell’abaco. Nell’ordine inferiore della cella le colonne sono senza base, eccetto una, e tutti i capitelli sono di marmo greco, all’infuori di una colonna in diaspro sanguigno. Quattro degli otto pulvini sono di marmo greco. Fin dal 1498 la cella campanaria ospita 6 campane, di cui la più grande è stata fusa nel 1423. Delle più vecchie campane non ci rimane che la piccola ottagona e priva di scritte, detta “del figar”; della altre due coeve, fuse, non ci restano che le scritte conservateci da Giovanni Battista Biancolini che ci fanno sapere che vennero realizzate nel 1149 dal fonditore Gislimerio.
ESTERNO: L’esterno della basilica di San Zeno rappresenta uno degli esempi più armoniosi e omogenei di architettura romanica dell’Italia settentrionale. La facciata, realizzata in tufo (similmente a come si operò per il Duomo e San Giovanni in Valle), risale all’ultimo intervento di ampliamento della chiesa dei primi decenni del XII secolo, nonostante alcuni elementi, tra cui il protiro e il portale della chiesa, risalgono alla facciata precedente da cui sono stati smontati e qui ricollocati, con i dovuti aggiustamenti. Celebre il grande rosone centrale chiamato “Ruota della Fortuna” per via della sua simbologia. Il fianco meridionale, invece, sembra essere stato realizzato in momenti diversi in altrettanti stili. Il complesso è completato da un imponente ed elegante campanile e dagli edifici superstiti dell’antica abbazia di San Zeno, tra cui il chiostro, il sacello di San Benedetto e la torre abbaziale.

FACCIATA: Osservando la facciata della basilica di San Zeno si può distinguere la suddivisione in tre parti che ripetono l’impostazione degli spazi all’interno: le due laterali corrispondenti alle due navate minori, che vanno dagli estremi fino alle grandi lesene triangolari, e la centrale corrispondente alla navata maggiore, compresa tra le lesene stesse. Nelle due parti laterali la muratura è costituita da dadi di tufo mentre la galleria è realizzata in pietra identica a quella del fianco meridionale. Sul cornicione, sotto lo spiovente, semplici mensole reggono archetti a doppia ghiera scolpiti con sottili e bassi rilievi; successivamente vi è il fregio scolpito in marmo greco da ADAMINO a sostituire l’originale. Sulla parte destra della facciata, centralmente e poco sopra la galleria delle finestre, vi è stato inserito un piccolo bassorilievo in tufo, databile per il suo stile agli inizi del XII secolo, nel quale sono rozzamente stilizzate tre figure poste in piedi tra alcune piante: al centro vi è Cristo con l’aureola crucifera, a sinistra un Santo e a destra un abate (ora privo di testa) col pastorale, che offre al Redentore il modello della chiesa e del campanile completato con la cella e con due soli balconi per lato. È possibile ritenere che il modello possa raffigurare la chiesa come era stata progettata nel prolungamento, e indichi come si intendeva realizzare (o come si era già compiuto) il campanile iniziato nel 1046 dall’abate Alberico. Nella parte centrale della facciata si possono distinguere due, ulteriori, zone: quella inferiore che da terra giunge fino alla cornice del grande Rosone (detto “Ruota della Fortuna”), comprendente il Portale e il Protiro, e quella superiore con il rosone e il timpano. La due zone sono divise da una cornice di archetti a dente di sega interrotta nella parte mediana dalla grande Ruota. Ugualmente alle parti laterali, anche quella centrale termina con un cornicione ad archetti posto sotto gli spioventi e dal fregio di Adamino.

FRONTONE: Il frontone, che segnala esternamente la sommità della navata centrale, è di marmo bianco, creando così un contrasto con il resto della facciata della chiesa, fatta in tufo e pietra, e con le 7 lesene in marmo rosa che lo percorrono e scandiscono. Massimiliano Ongaro nel 1905 scoprì graffiti sul timpano relativi a un grande Giudizio Universale. Lo storico Giuseppe Gerola lo riprodusse in calco e lo illustrò sul Bollettino d’arte del Ministero della Pubblica Istruzione. L’opera, attribuita a Brioloto e ad Adamino da San Giorgio, è una delle più importanti e antiche rappresentazioni veronesi del Giudizio Universale. Essa aveva al centro il Cristo in trono con a fianco due angeli, Maria e san Giovanni evangelista. Al di sotto gli Apostoli e ai lati gli eletti e i reprobi. Dalla parte degli eletti Abramo li tiene in grembo, degli angeli portano in cielo un re, un vescovo e due santi e i morti si alzano dalle tombe al suono delle trombe angeliche. Dalla parte dei dannati gli angeli li cacciano con la spada e suonano trombe di giustizia. Fra i dannati un vescovo, un re e una donna. Cinque donne li seguono e una di esse tira la barba al diavolo. Sullo sfondo le fiamme ardono i dannati e un diavolo li punisce.

(Dopo) ROSONE: Il rosone, che fu opera di Brioloto de Balneo, è decorato da 6 statue che raffigurano le alterne fasi della vita umana, ovvero della Fortuna (nel senso latino di “destino”) e per questo è conosciuta come “Ruota della Fortuna“. Essa, così concepita da Brioloto, risulta divisa in 12 settori da altrettante paia di colonnette di marmo rosso a fusto esagonale, ornate da capitelli a foglie e a figure animalesche. Al centro vi è un cerchio, o mozzo, internamente aperto e coronato di dodici lobi, mentre altrettanti lobi maggiori collegano i capitelli binati. Esternamente è circondato da una ghiera a tre gradini in marmo bianco e azzurro, terminante in una cornice in pietra che funge da raccordo col piano delle lesene. Nell’ultimo gradino in marmo si trovano disposte ritmicamente sei figure scolpite in marmo greco rappresentanti i mutamenti del destino dovuti alla Fortuna: le due centrali, in alto e in basso, rappresentano rispettivamente i momento della maggior fortuna e del suo massimo abbandono, mentre quelle laterali i passaggi intermedi, ovvero a destra la transizione dalla felicità alla miseria e a sinistra il ritorno allo stato di fortuna. Sul mozzo della Ruota gira una scritta che spiega il concetto simbolico: all’esterno si legge «Em ego orta… una, // Elevo depono…. mada donao», mentre all’interno «Indio nudatos denudo veste pratos, // in me codidit…».


(Dopo) PROTIRO: Il protiro è firmato dal maestro Niccolò ed è stato realizzato nel XII secolo, tuttavia è probabile che vi siano state successive manomissioni che ne abbiano compromesso l’armonicità. Appare di forma molto semplice, senza strombatura, limitandosi a coprire con il baldacchino ad unica cuspide una parte delle 5 piccole lesene di facciata e lasciando in ciascun lato, prima della grande lesena, una zona di riposo con le due bifore cieche della galleria. Il baldacchino è sorretto su due telamoni rannicchiati, sui quali, in ideale prolungamento delle stesse colonne, sono scolpiti i bassorilievi dei santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. Sull’arco risaltano l’Agnello e la mano di Dio benedicente con una scritta latina che tradotta recita «La destra di Dio benedica le genti che entrano per chiedere cose sante». Alla base due leoni stilofori rappresentano i guardiani della chiesa, coloro che impediscono l’entrata delle anime immeritevoli (non a caso trattengono sotto le loro zampe due intrusi), mentre le due colonne simboleggiano il “diritto” e la “fede”.
Nel protiro convivono tre tipi di rappresentazioni, quelle sacre relative alla vita del santo, quelle politiche relative alla nascita del comune e quelle profane rappresentate dai mesi e dai mestieri collegati. All’interno, nella lunetta vi è un bassorilievo raffigurante la Consacrazione del Comune veronese che, oltre al suo valore artistico, rappresenta anche un importante documento storico che permette di attestare la nascita del comune medievale veronese al 1138, data di realizzazione dell’opera. In esso il santo patrono, Zeno, compare al centro mentre calpesta il demonio, quasi a sancire simbolicamente il patto tra i milites (l’aristocrazia feudale, rappresentata dai cavalieri alla destra) e i pedites (il popolo grasso, la borghesia nascente). Ai lati di san Zeno, sulla destra i rappresentanti della nobiltà veronese e delle famiglie dei mercanti a cavallo (gli equites) e a sinistra i rappresentanti del popolo, dei fanti armati (i pedites). San Zeno, nella scena, consegna una bandiera ai veronesi, una sorta di investitura di derivazione sacra. L’affresco è accompagnato da una scritta in latino, traducibile in «Il Vescovo dà al popolo la bandiera degna di essere difesa / San Zeno dà il vessillo con cuore sereno».

(Prima): Sotto la lunetta Niccolò scolpì bassorilievi che rappresentano i miracoli compiuti da san Zeno: l’esorcismo sulla figlia di Gallieno preda del demonio; un uomo salvato mentre precipitava nell’Adige su un carro; e infine i pesci che san Zeno pescatore donava. Sulle men-sole interne ed esterne del protiro sono rappresentati i 12 mesi dell’anno, partendo da marzo, con i lavori tipici relativi ai mesi. I 12 mesi riprendono i 12 settori della Ruota della Fortuna e la rotazione e la ripetizione di un ciclo, i mesi e le stagioni che indefinitamente si susseguono.

(Prima) Ai lati del protiro e del portale sono collocati 18 altorilievi risalenti al XII secolo, 10 a sinistra e 8 a destra, disposti a coppie sotto delle arcatelle e separate da una piccola lesena, a sua volta decorata con motivi vegetali e figure zoomorfe. La realizzazione degli bassorilievi di sinistra è attribuita al maestro Guglielmo e ai suoi aiutanti, mentre quelli a destra appartengono a maestro Niccolò e alla sua scuola. Le scene nei bassorilievi presentano sia soggetti sacri, tratti dal Nuovo e Antico Testamento, sia soggetti profani, con protagonista Teodorico il Grande. Più precisamente a destra (a lato) maestro Niccolò scolpì, dall’alto verso il basso e da sinistra a destra: Cacciata dal Paradiso terrestre, I Progenitori, Nascita di Eva, Peccato originale, Dio crea gli animali, Creazione di Adamo, Caccia di Teodorico e infine Dannazione di Teodorico. Sopra la figura di Adamo, sul lato destro, vi è scolpita una frase che indica in maestro Niccolò l’autore: «Hic exempla trai possunt lauds Nicolai» (ovvero «Qui si possono trarre prove della lode di Niccolò»); tuttavia, la differenza tra l’altissima qualità con cui sono state realizzate le figure relative alla vita di Teodorico e le più semplici rappresentazioni sacre, fanno ritenere che solo le prime appartengano alla mano di Niccolò mentre le seconde parrebbero essere opera di lapicidi della sua bottega.

(Prima) A sinistra, invece, lo stile appare decisamente più uniforme e dunque generalmente si ritiene che maestro Guglielmo possa esserne l’unico autore, come testimoniato da un’iscrizione posta sulla cornice superiore. L’autore rappresentò, sempre dall’alto verso il basso e da sinistra a destra: La cattura di Cristo, Crocifissione, Fuga in Egitto, Battesimo di Cristo, I Re Magi, Presentazione al Tempio, Giuseppe avvertito da un angelo, Annunciazione, Natività, Annuncio ai Pastori, Duello fra Teodorico ed Odoacre e Duello di fanti. Si identifica maestro Guglielmo in Wiligelmo, celebre autore dei bassorilievi del Duomo di Modena. Infine, sempre sul fianco sinistro, si nota nella grande lesena un ulteriore rilievo raffigurante una figura di donna inserita in un arco ove è incisa la scritta «MATALIANA».
Se la critica concorda che tale opera non sia da attribuire né a Niccolò né a Guglielmo, non vi è la stessa certezza su chi sia il soggetto rappresentato. Alcuni hanno proposto che possa trattarsi di una benefattrice dell’abbazia mentre altri hanno visto nel nome un richiamo a Matilde di Canossa, che nel 1073 donò al monastero alcuni beni. Alessandro Da Lisca, invece, propone Adelaide di Borgogna come soggetto, moglie di Ottone I, ritenendo che tale figura si raccordi con la vicina scena del duello che, sempre secondo Da Lisca, rappresente-rebbe il marito che combatte contro Berengario II.

(Prima) PORTALE bronzeo di San ZENO: L’ingresso principale della basilica è chiuso da un celebre portale bronzeo realizzato in epoche diverse, non determinate con precisione, da diversi maestri fonditori. Esso è costituito da un totale di 73 formelle di bronzo di varie dimensioni fissate ad ante di legno per mezzo di grossi chiodi di ferro e disposte senza apparente simmetria. Di queste, le 48 più grandi (24 per ogni battente) misurano 56×52 cm circa, di cui 42 recano scene dell’Antico e Nuovo Testamen-to, in 4 vi sono i miracoli di San Zeno e 2 fungono da maniglia; su 7 formelle più piccole di forma rettangolare (50×25 cm circa) è raffigurata in ciascuna una sola figura posta tra due colonnine e un archetto sovrapposto; 18 sono ancora più piccole e di forma quadrata (17×17 cm circa) con rappresentate figure cornate e le Virtù; infine ve ne sono altre 7 rettangolari (circa 45×17 cm circa) lavorate a traforo in forma di torre conica, posate su una galleria, che fungono da cornice per le formelle maggiori. Le formelle più grandi sono distribuite ordinatamente nella parte centrale dell’anta, con ognuno dei due battenti che è organizzato in tre fasce verticali e otto orizzontali.



(Prima) PRESBITERIO: E’ soprelevato rispetto al piano basilicale ed è raggiungibile tramite due scalinate poste nelle navate laterali e attraversando, quindi, il pontile-tramezzo poi descritto. Alle pareti vi sono diversi affreschi sovrapposti di diverse epoche. Su di essi vi sono diverse iscrizioni che raccontano alcuni fatti della storia di Verona come la piena dell’Adige del 3 ottobre 1239 che causò la demolizione di tre ponti, il sacco della città ad opera di Gian Galeazzo Visconti del 29 giugno 1390, il terremoto del 1695. Il presbiterio è composto dalla zona centrale ove è collocato l’altare maggiore, ai cui lati vi sono i prolungamenti delle navate laterali con i muri decorati da lacerti di affreschi e terminanti in due piccole absidi laterali, mentre in fondo vi è la grande abside maggiore con il coro. Sul muro di sinistra, sopra l’entrata della sagrestia troviamo un grande dipinto attribuito ad Altichiero o a qualcuno della sua scuola, la Crocifissione, e nella piccola abside di sinistra la statua in marmo rosso e colorato che ritrae il patrono detta “San Zeno che ride“, eseguita da un anonimo del XII secolo, che rappresenta una delle icone più importanti dei veronesi.
Alla destra della porta della sacrestia vi è un pannello votivo raffigurante San Zeno che presenta gli offerenti alla Madre di Dio, del XIV secolo. Sul muro del lato destro del presbitero vi sono diversi affreschi risalenti al XIV secolo, tra di essi si riconoscono un Battesimo di Gesù, Resurrezione di Lazzaro, San Giorgio e il Drago, I santi Benigno e Caro trasportano il corpo di San Zeno. Il muro che termina con l’absidiola di destra è forse una delle più antiche parti della basilica, in quanto si ritiene che appartenga all’edificio del X secolo, ed è l’unico abside originale interamente sopravvissuto. Al suo interno venne posto nel XIX secolo l’altare cosiddetto del Santissimo Sacramento. Nell’intradosso dell’abside vi sono dei resti di una decorazione ad affresco risalente al XIV secolo. A servire come altare maggiore vi è il sarcofago dei santi San Lupicino, San Lucillo e San Crescenziano, tutti e tre vescovi veronesi, precedentemente conservato nella cripta.

La presenza delle reliquie dei santi è attestata da una scrittura di ricognizione datata 1808 e incisa sulla testata. Questi corpi non figurano tra quelli rinvenuti nel 1492, per cui la loro traslazione dalle primitive e distinte sepolture è anteriore a quell’anno. Il sarcofago (sopra) è riccamente decorato a bassorilievo: sulla faccia anteriore del sarcofago, in mezzo, è scolpita una crocifissione tra Giovanni e Maria e due angeli; ai lati, due per parte, i 4 evangelisti con i loro simboli intenti a scrivere; nella faccia posteriore nel centro un Cristo con due figure maschili; a destra la porta dell’inferno dal quale il Cristo libera alcune anime; a sinistra due figure di un uomo e una donna. Sulla testata parrebbe riconoscere una scena di caccia, la prima figura ha un corno nella sinistra e con la destra trattiene un cane mentre l’altra sembra attenta a evitare che un leone addenti un agnello. Sopra stanno altre figure. Mancano indizi per poter collocare temporalmente la realizzazione del sarcofago, ma potrebbe essere del principio del X secolo.
L’opera più importante collocata nel presbiterio è la pala di Andrea Mantegna, considerato un capolavoro della pittura del Rinascimento italiano. Il soggetto del polittico è nel trittico superiore la Madonna con Bambino e santi e nella predella scene della vita di Gesù. Il polittico fu portato via dai francesi di Napoleone nel 1797 e recuperata, la parte superiore, dopo diversi anni, mentre la predella rimase in Francia; quella che si vede oggi in loco è una copia, opera di Paolino Caliari, discendente di Paolo Veronese.

ABSIDE MAGGIORE: L’attuale abside, dal gusto gotico, è di forma poligonale e venne realizzata tra il 1386 e il 1389; vi si accede attraverso un grande arco trionfale, su cui è affrescata un’Annunciazione, opera di maestro Martino da Verona, commissionata dall’abate Cappelli ed eseguita tra il 1391 e il 1399, e terminata da alcuni suoi allievi al tempo dell’abate Pietro Emilei. Sulla parete di sinistra, presso la lesena, vi è un quadrante di un orologio con le ore che può attribuirsi al XV secolo; a questo interno ne corrispondeva uno esterno, quasi del tutto scomparso. Nei fianchi della parete quadrata vi sono delle semplici fasce decorative orizzontali, alcune con volute di color rosso, giallo e nero; le parti non rifatte dovrebbero essere state realizzate alla fine del XIII secolo. Sempre di Martino da Verona anche una vasta Crocifissione ad affresco per il fondo dell’abside, sovrapposta ad un San Zenone assiso in un ricco trono, quest’ultimo commissionato da Marco Emilei (1421-1430) ad un guace di Martino. Il catino absidale è interamente decorato con un cielo azzurro con stelle a otto punte mentre le arcate portano gli stemmi dell’abate Emilei. Le volte a crociera sono dei maestri Giovanni e Niccolò da Ferrara. Sotto il catino, in nicchie gotiche, i Santi Pietro, Paolo e Benedetto.

(Prima) PONTILE-TRAMEZZO: La zona plebana della chiesa è separata dal presbiterio mediante una pontile-tramezzo che, con la sua balaustra moderna realizzata in marmo rosso e le sue antiche statue, risale al 1870, quando si demolì lo scalone centrale e si ripristinarono le scale laterali. Il vecchio pontile era costituito da un muro che si elevava ben più dell’attuale, come si può dedurre dagli affreschi posti sopra le arcate della cripta, che dovevano continuare in alto. Tale elemento architettonico richiama l’iconostasi (tramezzo) della tradizione bizantina. Osservando attentamente le statue oggi collocate su di esso, che la tradizione voleva attribuire a mastro Brioloto, si possono notare ancora tracce della colorazione policroma originale; la disposizione dei soggetti, da sinistra, è la seguente: Apostoli Bartolomeo, Mattia, Giacomo minore, gli evangelisti Matteo e Giovanni, Pietro, Cristo, Giacomo Maggiore, Tommaso e Simone, a destra, Andrea, Filippo e Taddeo.


INTERNO: Per entrare nella chiesa si salgono alcuni gradini, simboleggianti il distacco dello spirito dalle cose del mondo, dopodiché se ne scendono alcuni altri, invito all’umiltà. L’interno è a pianta basilicale con l’aula divisa in tre navate da due file di possenti pilastri con sezione cruciforme alternati a colonne, dieci per parte, sormontate da capitelli con motivi zoomorfi e capitelli corinzi spesso recuperati da edifici romani preesistenti. Il soffitto è ligneo a forma di carena di nave con raffinate decorazioni ed è stato realizzato tra il 1385 e il 1389, durante la ristrutturazione gotica dell’edificio. È all’unanimità considerato anch’esso un’opera d’arte, in grado di competere anche con il celebre soffitto della chiesa di San Fermo Maggiore. La navata è, inoltre, divisa da due grandi arcate trasversali che gli conferiscono un certo ritmo.
Nella chiesa si trova un’ampia Cripta a cui si accede tramite delle scale poste al termine della navata centrale, a cui è sovrapposto un presbiterio rialzato rispetto all’aula che si raggiunge a sua volta tramite delle scale, che in questo caso si trovano al termine delle due navate minori. Verticalmente, dunque, lo spazio si divide su tre livelli: cripta, aula plebana e presbiterio. Il presbiterio è, inoltre, separato dall’aula da un pontile-tramezzo a balaustra. Le pareti sono riccamente decorate da affreschi realizzati nel corso di oltre due secoli, alcuni danneggiati e sovrapposti uno sull’altro, di cui i più antichi sono quelli che decorano la cripta. Pochi sono gli affreschi a cui si è riusciti a proporre nomi di artisti conosciuti, tra cui Martino da Verona e Altichiero da Zevio. Spesso sui dipinti compaiono alcune scritte grafite riportanti nomi tedeschi e talvolta brevi frasi, lasciate dai monaci provenienti dalla Germania che soggiornarono a lungo nell’abbazia, diventandone di fatto i padroni. Sulla navata destra è collocata una pala d’altare di Francesco Torbido, mentre nell’abside si trova la celebre pala di San Zeno di Andrea Mantegna.
NAVATA DESTRA: Appena entrati dal portone principale, spostandosi verso la navata di destra si osserva una grande vasca battesimale ottagonale in marmo. La tradizione, seppur infondata, vuole che il suo autore sia lo stesso Brioloto autore del grande rosone, in quanto vicino si trova l’iscrizione che lo loda. Appesa sulla parete della controfacciata, di fianco all’ingresso, vi è una croce stazionale del XIV secolo che ha diviso la critica circa la sua attribuzione; parte degli studiosi la indica come opera del Guariento di Arpo o di un appartenente alla sua scuola, mentre altri intravedono gli influssi provenienti dai lavori di Lorenzo Veneziano. Si tratta, comunque, di una pregevole opera in discreto stato di conservazione, in cui il soggetto è dipinto sopra uno sfondo di oro; nei quadrilobi esterni della croce vi sono rappresentati, rispettivamente, nel bracci di sinistra la Madonna, in quello di destra san Giovanni, nel testacroce il Padre Eterno con lo Spirito Santo e in quello inferiore un devoto e un monaco domenicano genuflessi, che si ritiene rappresentino i committenti dell’opera. Nel cartello si legge in caratteri gotici «I.N.R.I.» e sul braccio traversale «MORS MEA VITA TUA». Le croci stazionali furono oggetti tipici dell’arte altomedievale in quanto, almeno prima della controriforma, era usanza che durante le processioni quaresimali il vescovo e i fedeli si recassero nelle varie chiese, dette appunto “stazionali”, ad adorare la croce conservata.
All’inizio del muro perimetrale si trova un frammento di affresco che si vuole attribuire alla mano del pittore Martino da Verona, attivo tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo, in cui si ritiene che raffigurò un San Benedetto. Subito dopo, incastonata nel muro, vi è la già citata iscrizione in cui si loda maestro Brioloto e che ha scaturito l’errata attribuzione della vasca battesimale. Proseguendo per la navata in direzione del presbiterio si incontra un altare del XVI secolo la cui pala è opera giovanile del pittore Francesco Torbido, realizzata intorno al 1514, in cui rappresentò una Madonna con i Santissimi Anna, Zeno, Giacomo, Sebastiano, Cristoforo; nella rispettiva lunetta, dello stesso autore, una Resurrezione in cui ben si nota il legame del pittore con il maestro Liberale da Verona.


Superato l’altare si possono osservare alcuni resti di affreschi, spesso sovrapposti, che un tempo dovevano ricoprire interamente le pareti e che furono realizzati tra il XIII e il XV secolo da anonimi pittori di scuola giottesca. Tra di essi si possono citare un San Sigismondo con un devoto, Due scene della vita di San Nicola e una Madonna in trono col Bambino, attribuiti al cosiddetto secondo maestro di San Zeno, mentre del primo maestro di San Zeno, operante alla fine del XIII secolo, vi è un Sant’Anna in trono con la Vergine. Termina la serie, un grande San Cristoforo del XII secolo.
Successivamente, sempre sulla parete, è collocato un altare (sotto) le cui origini sono incerte, in quanto alcuni ritengono che le colonne che lo compongono potessero essere originariamente parte di un protiro costruito nei primi anni del XIII secolo, forse appartenente alla porta che l’abate Riprando fece restaurare nel 1212. I due fasci di 4 colonne ofitiche legate da serpi attorcigliate, vennero realizzare in marmo rosso di Verona e poggiano, a destra, sul Leone di San Marco, e a sinistra, sul Bue di San Luca. La storica dell’arte Loredana Olivato Puppi rileva come lo stile di tali sculture sia da correlare con le «analoghe opere che maestro Nicolò e la sua scuola andavano a realizzare nello stesso San Zeno e nel Duomo». Le colonne sorreggono un timpano triangolare, questo probabilmente risalente al XVIII secolo, all’interno del quale è dipinto un San Zeno. Sulla parete dell’altare vi sono alcuni affreschi, per la maggior parte attribuiti al secondo maestro di San Zeno, tra cui una Madonna in trono con bambino, una Crocifissione, una Deposizione nel sepolcro e Presentazione al tempio. Più antichi, forse risalenti al XIII secolo, una Santa Caterina e una Santa Lucia.

(Prima): Altare romanico, le cui colonne ofitiche (nello stile romanico, si definiscono tali, o annodate, le coppie di colonne i cui fusti sono intrecciati o annodati insieme a forma di treccia) potrebbero provenire da un protiro del XIII secolo. I due fasci di 4 colonne legate da serpi attorcigliate, vennero realizzare in marmo rosso di Verona e poggiano, a destra, sul Leo-ne di San Marco, e a sinistra, sul Bue di San Luca. Le colonne sorreggono un timpa-no triangolare, questo probabilmente risalente al XVIII secolo, all’interno del quale è dipinto un San Zeno. Sulla parete dell’altare vi sono alcuni affreschi, per la maggior parte attribuiti al secondo maestro di San Zeno, tra cui una Madonna in trono con bambino, una Crocifissione, una Deposizione nel sepolcro e Presentazione al tempio. Più antichi, forse risalenti al XIII secolo, una Santa Caterina e una Santa Lucia.
NAVATA SINISTRA: Nell’angolo tra la controfacciata e il muro perimetrale sinistro della chiesa, dove una volta era collocato il carroccio di Verona, è ora posta una grande coppa di porfido rosso del diametro di 2,27 metri e di modesta profondità nel quale si notano ancora i resti della base di una statua che doveva trovarsi nel mezzo. Proveniente dalle antiche terme cittadine del II secolo e mutila della sua base centrale che reggeva una statua, un tempo si trovava all’esterno della basilica, sul sagrato meridionale. Proseguendo in direzione dell’altare, si incontra una lunga porzione di muro spoglia: infatti qui fino al 1929, anno in cui venne abbattuto e venduto alla parrocchiale di Luserna, era stato collocato oltre un secolo prima quello che fu l’altare maggiore della vicina chiesa di San Procolo; di gusto barocco, tale altare era composto da marmi colorati verdi, gialli, bianchi e lapislazzuli, oltre che da una lastra di marmo verde ove furono in passato collocate le reliquie di San Procolo; esso era dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Proseguendo si trova il nuovo altarino del Sacro Cuore di Gesù e immediatamente oltre, su una lesena, un affresco del XIV secolo raffigurante una Madonna col Bambino. Appena dopo sulla parete vi sono i resti di un’Ultima cena. Giunti alla porta che conduce nel chiostro dell’attiguo monastero, vi sono intorno ad essa alcuni frammenti di affreschi raffiguranti vari santi mentre, subito dopo, si distingue un Giudizio Universale del XIII secolo, una Scena del Battesimo (secondo alcuni, un Battesimo di Costantino) attribuito al secondo maestro e, al di sotto di essi, Madonna in Cattedra, San Giovanni Evangelista, San Bartolomeo, Santa Maddalena e un Santo Evangelista. Sulla lesena successiva troviamo invece raffigurata una Santa Elisabetta sul fianco, due Madonna col Bambino sulla faccia e sull’altro lato un san Dionigi del XIV secolo.
Segue l’altare sotto riportato. Passato l’altare si trovano alcuni affreschi tra cui un San Cristoforo, collocabile nella metà del XIV secolo, e, a fianco della scalinata che conduce nel presbiterio, un Martirio di Santo Stefano e un Giudizio Universale con il Cristo tra Maria e San Giovanni Evangelista, un angelo e San Zenone.

Prima: ALTARE Barocco realizzato nel XVIII secolo. L’altare contiene nella nicchia una statua di pietra tenera della Vergine che, seduta, tiene il figlio morto sulle ginocchia. L’interessante scultura, che può essere datata intorno alla metà del XV secolo, rivela una maniera tedesca. Fu veneratissima nella Chiesa di San Procolo dove nell’anno 1621, insieme con l’altare, le era stata eretta una cappella, come è noto dalla scritta incisa sulla pre-della. L’altare si presenta con un alzato composto da 4 colonne di marmo nero con, tra di esse, due piccole statue dorate di santi, inserite in nicchie.


Prima e Dopo: CHIOSTRO: La prima attestazione della presenza del chiostro, facente parte dell’abbazia di San Zeno, lo fa risalire al X secolo ma la sua attuale presentazione la si deve ad un rinnovamento operato tra il 1293 e il 1313. I quattro lati sono formati da arcatelle, ad arco acuto su due lati e ad arco a tutto sesto su altri due, sorrette da colonnine binate realizzate in marmo rosso di Verona. Sul lato settentrionale sporge un’edicola quadrangolare in cui si trovava l’antico pozzo dell’abbazia. Sui muri perimetrali degli ambulacri sono posti sarcofagi e lapidi sepolcrali, tra cui si distingue la tomba di Giuseppe della Scala, risalente al 1313 e arricchita da una lunetta con affresco di un pittore di scuola giottesca. Sul lato meridionale vi è il già citato sepolcro dei monaci dell’abbazia fatto costruire nell’XI secolo dall’abate Alberico; seppur non si sia certi che quello attuale sia quella originale, si tratta di una tomba in marmo rosso chiusa da una spessa lastra su cui vi è una grande croce in rilievo. Sopra di essa una scritta lo ricorda. Di fianco si apre la porta che conduce alla chiesa superiore, provvista di una lunetta con un affresco degli inizi del Trecento con raffigurata una Madonna con due angeli. Sul muro del lato orientale vi è un vasto affresco del pittore veronese Jacopo Ligozzi, che ha rappresentato un Giudizio Universale e un’Allegoria. Sul medesimo muro si apre una porta che permette l’accesso, scendendo alcuni gradini, al cosiddetto sacello di San Benedetto, sopra la quale vi un una lunetta affrescata alla fine del XIV secolo con una Madonna con due santi vescovi.
SACELLO di San BENEDETTO: (forse del XII secolo): Lungo il fianco meridionale del chiostro si apre una porta attraverso la quale si può accedere al cosiddetto sacello (o oratorio) di San Benedetto. Si tratta di un piccolo locale a pianta quadrata, diviso in tre navatelle di uguali dimensioni, coperte da nove volte a crociera sorrette da 4 sostegni in gran parte realizzati attraverso materiali di reimpiego risalenti a epoche assai diverse. Tra questi, degni di nota un pulvino del VI secolo in stile bizantino e un cippo romano posto in un pilastro parietale. Le pareti presentano una decorazione a quadrati gialli, rossi e verdi del XIV secolo, mentre sulla parete nord vi è un frammento di affresco non facilmente leggibile.


I lavori per la realizzazione della cripta iniziarono all’inizio del X. Rovinata in occasione del terremoto del 1117, venne ricostruita alla fine del il 1138, e subì un ulteriore restauro intorno alla fine del XII secolo. Fu ultimata agli inizi del XIII secolo con l’apertura dell’ingresso settentrionale. L’ambiente interno è suddiviso in 12 navate composte da gallerie che si intersecano fra loro. Ogni colonna della cripta dispone di un capitello scolpito, ognuno diverso dall’altro. Tutti i capitelli risalgono al X secolo ad eccezione di 3 che sono di spolio da un edificio di epoca romana. Delle pareti e dei pilastri, un tempo affrescati, oggi ne sono visibili solo alcuni resti sovrapposti l’uno sull’altro. Adamino da San Giorgio, scultore locale autore anche dei fregi marmorei della facciata della basilica, nel 1225 scolpì sugli archi di accesso decorazioni basate su soggetti non religiosi: animali fantastici e mostruosi. La fascia esterna contiene rappresentazioni di animali e scene di caccia con cani o belve che si rincorrono o si affrontano, uomini che colpiscono fiere, mostri, una cicogna che uccide una serpe, galli che portano una volpe e altre figurazioni. Nella faccia anteriore di un capitello si legge la scritta in caratteri gotici che attesta l’attribuzione ad Adamino: «ADAMINUS DE SANCTO GEORGIO ME FECIT».







