L’abbazia è uno dei più antichi monasteri dell’Abruzzo, divenuta monumento nazionale dal 1902, la struttura è dedicata a san Liberatore martire. La fondazione di questa abbazia viene fatta risalire all’opera di Carlo Magno (di cui la chiesa conserva raffigurazione in un frammento di affresco). L’abbazia immersa in uno scenario suggestivo, si presenta con una facciata bianca, in pietra concia della Majella e affiancata da un campanile a pianta quadrata sviluppato in tre piani traforati con monofore, bifore e trifore. L’ambone (1180) si presenta a cassa di forma quadrata e presenta notevoli somiglianze con le pari strutture dell’Abbazia di San Clemente a Casauria e di San Pelino a Corfinio.





L’abbazia di San Liberatore alla Maiella, ubicata nel comune di Serramonacesca in provincia di Pescara, è uno dei più antichi monasteri dell’Abruzzo. Divenuta monumento nazionale dal 1902, la struttura è dedicata a san Liberatore martire. La fondazione di questa abbazia viene fatta risalire all’opera di Carlo Magno (di cui la chiesa conserva raffigurazione in un frammento di affresco); in realtà possediamo solo una falsificazione in forma di copia semplice dell’anno 798, confezionata alla metà del XII secolo, nella quale Carlo Magno su domanda dell’abate Teodemaro di Montecassino conferma allo stesso monastero cassinese i beni e le immunità, tra i quali la chiesa di San Liberatore, già a lui conferiti da suo padre Pipino e da Carlo, fratello di quest’ultimo. La prima attendibile testimonianza documentaria circa San Liberatore è il Memoratorium dell’abate cassinese Bertario di Montecassino (856-883), una delle cui redazioni è contenuta nella Chronica sacri monasterii casinensis di Leone Marsicano, dove sono indicate le ormai numerose pertinenze liberatoriane (terre, chiese, monasteri). L’abbazia andò in decadenza dal XV secolo, insieme alle badie dell’ordine cistercense, e andò in commenda a vescovi e abati fuori Abruzzo, sino al XVIII secolo. La presenza di un ciclo d’affreschi rinascimentale che celebra la storia del monastero e dei santi e abati a esso legato testimonia l’ultimo bagliore di splendore dell’abbazia. Il terremoto del 1706 danneggiò la chiesa, che venne restaurata alla maniera barocca, con un finestrone al posto dell’apertura centrale a tutto sesto, visibile dalla controfacciata, e soffitto a cassettoni. L’abbazia si trova immersa in uno scenario di suggestivo valore naturalistico, si presenta con una facciata bianca, in pietra concia della Majella, equilibrata nei volumi e affiancata da un campanile, un tempo preceduto da un portico, a pianta quadrata sviluppato in tre piani traforati da monofore, bifore e trifore. La facciata ha uno schema disegnato da rilievi verticali con un gusto lombardo.


INTERNO: La ripartizione interna dell’impianto basilicale è a tre navate con sette arcate a tutto tondo che insistono su pilastri quadrangolari. Al presbiterio si accede attraverso tre archi di trionfo (manca quello centrale), che poggiano su piloni a forma di croce e termi-nanti con belle decorazioni a ovuli e dentelli; questo stesso tipo di decorazione divide in senso orizzontale le muraglie della navata centrale sino a portarsi sull’abside, terminando in tre ordini circolari. Il soffitto è a capriate lignee; nella navata sinistra si scorgono gli originari accessi al chiostro e alla residenza del monastero, rappresentate da due porte decorate; è possibile notare sull’architrave della seconda porta il caratteristico motivo a fiori tipico del romanico abruzzese. Il pavimento (N.b.: è in pendenza verso l’entrata probabilmente per 2 motivi: facilitare la pulizia dello stesso, per dare l’idea al credente di salire andando verso l’Altare) della navata centrale presenta una bella e rara composizione geometrica policroma databile intorno al 1200, mentre gli affreschi che ornavano il catino dell’abside, un tempo uniti, oggi sono ammirabili separatamente dopo l’ultimo restauro; il primo, posizionato su pannelli è del XVI secolo e raffigura il monaco Teobaldo, fondatore dell’abbazia, il secondo, più antico (XII secolo), rimasto nella sua posizione originaria presenta tracce di figure di santi. L’ambone (1180) si presenta a cassa di forma quadrata e presenta notevoli somiglianze con le pari strutture dell’Abbazia di San Clemente a Casauria e di San Pelino a Corfinio. E’ attribuibile a Nicodemo da Guardiagrele.









AFFRESCHI: Nella chiesa di San Liberatore sono conservati due cicli di affreschi medievali, risalenti ad epoche diverse. Lo stato di grave usura in cui si presentano oggi è dovuta soprattutto all’assenza di un tetto per lungo periodo. Nel Cinquecento furono ricoperti da altre pitture che recentemente sono state staccate e affisse su pannelli esposti nella navata destra. L’affresco più antico risale al periodo dell’abate francese Bernardo Ayglerio, nella seconda metà del XIII secolo. Seppur stilisticamente diversi, i due cicli trattano lo stesso tema, cioè illustrare e difendere i privilegi, i possedimenti e i diritti feudali dell’abbazia stessa. Le pitture duecentesche dell’abside rappresentano episodi inerenti alla storia del monastero: un monaco (probabilmente Teobaldo) che offre un modellino della chiesa a San Benedetto, Sancio di Villa Oliveti che dona le sue proprietà al monastero, Carlo Magno e (forse) il giovane figlio Pipino mentre confermano il monastero all’ordine benedettino. Al centro vi era San Benedetto che regge con la mano destra il pastorale di Vescovo-Abate della diocesi di Cassino, che oggi è solo parzialmente riconoscibile. Di autore ignoto, secondo alcuni un certo Teodino, quest’opera rappresenta un’importante testimonianza di pittura gotica. Gli affreschi cinquecenteschi sono invece un esempio di influenza lombarda e veneta.






Il complesso delle tombe rupestri di San Liberatore a Maiella si trova sulla parete destra della valle del fiume Alento, nel comune di Serramonacesca, a poca distanza dall’Abbazia di San Liberatore a Maiella. Non ci sono fonti storiche sull’origine del complesso tombale. Si ipotizza che fu realizzato da un piccolo gruppo di eremiti che popolarono la zona tra l’VIII ed il IX secolo. Dalla toponomastica della zona si deduce che doveva essere dedicato a San Giovanni, tanto che il luogo è ancora chiamato San Giuannelle (San Giovannino), presumibilmente per la presenza di una statua giovanile del santo in una delle nicchie scavate nella parete. La strada che porta al complesso rupestre parte dalla sinistra del piazzale dell’Abbazia di San Liberatore, guardando la facciata della chiesa. Il sentiero scende agevolmente fino a raggiungere il letto del fiume Alento, che può essere attraversato facilmente data la ridotta portata d’acqua. Si risale poi per un breve tratto fino a raggiungere una parete di 20 metri dove sono collocate le tombe. Sulla parete, nella quale è scavato uno stretto camminamento, si possono identificare tre tombe, una piccola nicchia ed una cappella. La tombe hanno forma di sarcofago sormontato da un arco, ricordando quella delle catacombe cristiane. Segue la nicchia nella quale si scorge un basamento di circa 50 cm di lato, presumibilmente utilizzata per la statua di San Giovanni. La cappella ha una dimensione di 1,70 x 5 x 2,50 metri. Sul lato sinistro c’è posta una vasca per la raccolta dell’acqua piovana, forse utilizzata come acquasantiera.


