Il Giro delle Chiese

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PRATA D’ANSIDONIA: Un Breve GIRO Per PRATA D’ANSIDONIA

Prata d’Ansidonia è un comune italiano di 487 abitanti della provincia dell’Aquila, in Abruzzo, che comprende anche due frazioni: Tussio e San Nicandro. Nell’immagine in evidenza: Particolare di affresco Oratorio Madonna delle Grazie.

Il Paese fa parte della Comunità montana Campo Imperatore-Piana di Navelli ed è stato uno dei paesi che, nel XIII secolo, contribuirono alla fondazione della città de L’Aquila. Il primitivo insediamento italico vestino (Peltuinum)  esisteva già dal IV secolo a.C.; fu conquistato dai Romani nel I secolo a.C. dopo la “guerra sociale” degli italici contro Roma, e trasformato in municipium. La posizione del villaggio era strettamente stra-tegica per i traffici commerciali lungo la via Claudia Nova, situata nella piana di Navelli, in posizione facilmente collegata con la valle del Tirino, dove si snodavano i traffici dei mercanti e i viaggio dei pastori transumanti verso la Puglia. La distruzione  dell’antica città tra l’VIII e il IX secolo d.C., dà vita a numerosi e piccoli centri della zona circostante casali, vici, villae. Il più diretto discendente di Peltuinum è l’attuale centro di Prata D’Ansidonia.

CASTEL CAMPONESCHI: Si trova sopra un’altura che sovrasta Prata. Rappresenta il tipico castrum medievale, composto dalle mura, fuse con le case, in modo da garantire una protezione totale del villaggio fortifica-to, a guardia della valle di Navelli. Fu costruito in epoca longobarda, e successivamente ristrutturato alla maniera dei borghi toscani, come quello di Monteriggioni (Siena). Il borgo andò nel 1173 in mano alla famiglia aquilana dei Camponeschi, nel 1423 fu assediato da Braccio da Montone, e nel 1508 andò in mano agli Orsini. Il nome latino completo è Castrum Sancti Petri Camponeschi, per via della chiesetta all’interno; fu abitato sino al 1963, quando gli abitanti lo abbandonarono e si trasferirono a Prata. Negli anni ’70-’80 è stata sede dei raduni dei “Campi Hobbit” da parte del Fronte della Gioventù, ispirati ai racconti di Tolkien.

Nel 2008 è stato parzialmente restaurato per un nuovo scopo turistico, ma a causa del terremoto del 2009, i lavori si sono conclusi a metà. La struttura ha pianta ellittica delimitata da due grandi torri poligonali con porta di accesso, e da tracce di altre torri minori intorno al perimetro. L’interno è caratterizzato da case fuse con le mura, e dai due edifici più importanti centrali: il palazzo ducale e l’ex chiesa di San Pietro. – Chiesa di San Pietro: Lo stile è medievale: la facciata è piatta con due portali e due piccoli ro-soni. L’interno è diviso in due navate, e il campanile è ricavato in una delle torri. – Porta di accesso ovest: La porta è perfettamente conservata e ha un classico aspetto ad arco. – Palazzo gentilizio:  Il borgo interno è composto da piccole case rurali di una stanza sola, e da due abitazioni più complesse: ossia i palazzi gentilizi. La struttura del palazzo è medievale ed in muratura, con il tipico stile del Quattrocento. – Borgo interno: Le case interne sono assai semplici, in muratura, e sono collegate tra loro con archi.

(Prima) CHIESA di San PIETRO: Si trova all’interno del borgo fortificato di Castel Camponeschi. È un edificio di stampo tardo-medievale e romanico, oggi sconsacrato. La facciata è realizzata in pietra in tipico stile aquilano. Presenta due portali d’accesso e due piccoli rosoni. Si trova nei pressi della porta ovest del borgo, affiancata da un grande torrione troncato a metà. L’aula interna è divisa in due navate con pilastri in pietra e archi a tutto sesto, arricchite lateralmente da cappelle con altari in stile manierista-greco. È parte integrante del borgo murato rettangolare di Castel Camponeschi (abitato fino al 1963 e parzialmente restaurato), a breve distanza dall’importante area archeologica romana di Peltuinum e dalla celebre Chiesa di San Paolo di Peltuinum.

(Dopo) CHIESA di San PAOLO a Peltuinum: Eretta intorno all’VIII secolo, è stata ricostruita in forme romaniche nel XII secolo; nel paramento murario sono visibili elementi di spoglio provenienti dalla soprastante città romana. Il prospetto presenta un semplice portale architravato, con lunetta e archivolto, due oculi sovrapposti (quello superiore è un’aggiunta recente) e una conclusione a timpano triangolare. L’interno è ad unica aula a T priva di absidi, con arcate cieche sulle pareti e resti di affreschi duecenteschi; purtroppo ha subito gravi danni col sisma del 2009 e attende ancora di essere ripristinata. Lo straordinario ambone in pietra del 1240, che in origine si trovava nella chiesa, è stato trasferito nella parrocchiale di San Nicola di Prata d’Ansidonia.

Fuori dal perimetro dell’insediamento urbano vestino/romano vi è la Chiesa di San Paolo di Peltuinum, risalente agli inizi del XII secolo, eretta probabilmente da mae-stranze benedettine riutilizzando le pietre dell’antica città di Peltuinum. Le prime notizie, benché la chiesa sia stata costruita prima dell’anno 1000, risalgono al 1113, quando il conte Oderisio donò la chiesa di “S. Pauli ad Peltuinum” al vescovo di Cor-finio, nella dicesi Valvense. Una successiva bolla di papa Innocenzo II del 1138 nella quale, nel ribadire i possedimenti della diocesi, si annovera la “Eccl.m S. Mariae et   S. Pauli in Ansedona o Anledonia“. La chiesa attuale è del XII secolo, tuttavia la presenza di frammenti altomedievali e romani incassati nella cortina muraria, induce a pensare l’esistenza di una primitiva chiesa dell’VIII secolo.

Nella facciata la chiesa presenta un profilo a capanna che secondo alcuni studiosi ha sostituito l’originaria terminazione a campanile a vela, come nella chiesa di Santa Ma-ria di Cartignano a Bussi sul Tirino. Il portale centrale è l’unico elemento decorativo di rilievo, gli ampi stipiti sono leggermente aggettanti e creano un piccolo avancorpo che sale fino alla cornice di imposta del timpano.        Le due cimase sono lavorate in larghe foglie d’acanto, mentre nessuna decorazione arricchisce l’architrave e il giro dell’archivolto. Accanto sono inseriti, nella cortina, due rilievi di leoni. Lo spazio della lunetta mostra una cortina muraria che ricorda l’opus reticulatum; al di sopra del portale si trovava un rosone descritto da Carlo Ignazio Gavini nel manuale d’arte in Abruzzo come uno dei più antichi della regione, rubato nel XX secolo. Lungo i fianchi dell’edificio delle piccole monofore sono sovrastate da ampie finestre rettangolari, realizzate in seguito alla ricostruzione dopo il terremoto del 1703.

A destra si aprono due portali di tipo benedettino: uno immette nella navata minore, l’altro oggi murato ha decorazione dell’Agnus Dei, e immetteva al transetto. La chiesa mostra in maniera evidente i legami con i cantieri benedettini dell’Abruzzo (come le abbazie presso la Majella), anche se però manomesso a causa dei vari terremoti. Ha pianta a croce egiziana (T), con navata centrale presentante una cortina muraria in pietra concia, ritmata da una teoria di cinque arcate cieche, poco aggettanti, con lesene a capitelli lavorati con il semplice motivo definito dal Gavini “cornice benedettina”. La parete di sinistra avanza di circa un metro e non presenta decorazioni, fatto il ripiego di materiale di spoglio, con colonne di età classica romana. Attraverso un arco gotico trionfale si accede al presbiterio, rialzato di due gradini.

Ancora un’asimmetria caratterizza il transetto, il cui braccio a destra è inframmezzato da due arcate a tutto sesto, ricadenti su un pilastro centrale dalla semplice cimasa; a sinistra apre verso il vano rettangolare tramite un’unica ampia arcata, sempre a tutto sesto. La copertura a travi di legno è stata ricostruita con il restauro del 1982, perché in origine era a volta a botte in stucco, ossia un rifacimento tardo-barocco dopo il sisma del 1703. La struttura fu oggetto di un grande intervento di ricostruzione dopo il terremoto del 1349, come dimostra la parete di sinistra in posizione più avanzata, in modo da restringere la larghezza della navata; venne quindi ricostruito l’arco trionfale che assunse il profilo gotico in linea col gusto del Duecento-Trecento. Fino al 1796 la chiesa conservava l’ambone romanico del 1240, descritto anche dal Cardinale Anton Ludovico Antinori nelle sue memorie, successivamente traslato nella chiesa parrocchiale per timore di furto. Tracce di un affresco rinascimentale si conservano nella prima arcata della parete sinistra.

Prima: La CHIESA ad aula unica con sei cappelle laterali, presenta facciata a capanna divisa in due parti orizzontalmente da cornice marcapiano appoggiata su paraste laterali. Nella parte superiore trova posto una finestra ellittica con asse maggiore orizzontale, mentre nella parte inferiore in asse si trova il portale in pietra sette-ottocentesco con mensola e sottomensola lavorata con cinque fiori a sbalzo. La facciata intonacata è frutto delle opere di ammodernamento del 1958. La chiesa è affiancata dalla cappella della congregazione di San Giuseppe. La torre campanaria, relitto della torre di avvistamento dell’antico castello, è separata dalla chiesa. All’interno, la chiesa ad aula ha soffitto piano privo di decorazioni e spazio scandito da archi che inquadrano gli altari laterali. Sulla porta di ingresso la cantoria è sorretta da due colonne in pietra.

Due nicchie ospitano le statue di s. Emidio e della Vergine Addolorata. Sopra la cornice dell’aula sorretta da paraste con capitelli compositi, si aprono le finestre rettangolari in asse con gli assi sottostanti. La zona presbiterale ha altare in travertino sorretto da quattro colonne scanalate in marmi policromi che inquadrano nella parte centrale la tela raffigurante la Vergine del Rosario, contornata dai Quindici Misteri. Due nicchie laterali ospitano le statue di Sant’Emidio e di San Giuseppe, mentre nella parte superiore il timpano triangolare inquadra la rappresentazione dell’ultima cena. Fuori dalla composizione architettonica altre due nicchie laterali ospitano le statue del Cristo e della Vergine. L’altare è separato dall’aula da tre gradini e da balaustra con colonnine in marmo. La pavimentazione dell’aula è in granagliato di cemento grigio-nero bianco con larga guida centrale della medesima fattura con colorazione mattone.

Prima e Dopo: CHIESA di San NICANDRO. Si trova in posizione decentrata nell’abitato omonimo, in Piazza della Chiesa. Fu costruita prima del XII secolo, anche se l’aspetto attuale è frutto di rimaneggiamenti dovuti a terremoti, specialmente per quello del 1703. La chiesa principale è composta da una pianta rettangolare, con cupola ottagonale posta sopra il presbiterio; il campanile a vela è posto nella parte retrostante. La facciata è tripartita e a salienti,, inframmezzata da cornice marcapiano, e verticalmente da due paraste. Il contesto è molto semplice, con piccole decorazioni barocche nelle cuspidi a palle presso i vertici dei due lati estremi, e da un timpano triangolare presso la sommità. In asse con il portale c’è nel mezzo al centro un finestrone rettangolare. L’interno è in stile barocco, conservando di originale solo la pianta a tre navate.

PELTUINUM: Sulla collina opposta al castello si trova il sito archeologico dell’antica città ve-stino/romana di Peltuinum, di cui rimangono importanti resti: il teatro, un tempio (forse di Apollo) provvisto di colonnato e la porta cittadina sulla via Claudia Nova, quest’ultima utilizzata per secoli anche come dogana per la conta ed il pedaggio delle pe-core da avviare alla la transumanza. I resti della città romana si trovano su un altopiano circondato dalle montagne più alte dell’Appennino, il Gran Sasso, il Sirente. L’altipiano emerge all’interno di una conca una volta occupata da un lago, che si è poi prosciugato naturalmente; si trovava nell’antico territorio dei Vestini e già in età preromana risultava un punto di sosta strategico nello spostamento delle greggi dall’Italia centrale (Sabina) alla Puglia settentrionale (Apulia).

Sul pianoro attraversato dal Tratturo Magno, alla metà del I secolo a.C. fu fondata la città, pianificata proprio per la gestione e il controllo dei proventi della transumanza, ma anche per lo sfruttamento agricolo, entrambi favoriti dall’affioramento delle falde acquifere. Sotto l’imperatore Claudio (41-54 d.C.) venne risistemata la strada (Via Claudia Nova) che conduceva dall’attuale Civitatomassa (vicino L’Aquila) a Popoli (vicino a Sulmona) e che oggi corrisponde approssimativamente alla SS 17. In antico la strada attraversava la città da ovest ad est, collegando 2 delle grandi arterie che da Roma portavano all’Adria-tico: la via Salaria per Asculum nel Piceno e la via Tiburtina Valeria Claudia diretta ad Ostia Aterni (Pescara).

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