Il Giro delle Chiese

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MILANO: PINACOTECA BRERA (1° Parte)

N.B.: ** L’artista è trattato ampiamente altrove ; * L’opera non si trova nella Pinacoteca. Nel 1882 la Pinacoteca è separata dall’Accademia, distinguendo le funzioni museali da quelle di insegnamento. Però ancora per tutto l’Ottocento si presenterà così, poco diversa da come era nel 1809. I dipinti sono disposti molto fitti su più registri, con cornici omogenee in sostituzione di quelle originali. Anche se la tela è realizzata con pennellate veloci riconosciamo molte delle opere, alcune delle quali sono ora in deposito esterno, e comprendiamo il tipo di fruizione, elitaria e raffinata. Nell’Immagine in evidenza: Giovanni BELLINI “Madonna col Bambino”.

Qui e dopo: FRANCESCO HAYEZ ( Venezia, 10 febbraio 1791 – Milano, 12 febbraio 1882) è stato un pittore italiano. Passato dalla temperie neoclassica a quella romantica (della quale è stato il maggiore esponente in Italia), Hayez è stato un artista innovatore e poliedrico, lasciando un segno indelebile nella storia dell’arte italiana per esser stato l’autore del dipinto Il bacio e di una serie di ritratti delle più importanti personalità del tempo. Molte sue opere, solitamente di ambientazione medioevale, contengono un messaggio patriottico risorgimentale criptato. Dopo aver trascorso la giovinezza a Venezia e Roma, si spostò a Milano, dove entrò in contatto con Manzoni, Berchet, Pellico e Cattaneo, conseguendo numerosissimi uffici e dignità; tra queste, degna di menzione è la cattedra di pittura all’Accademia di Brera, della quale divenne titolare nel 1850.

Sopra: La tela fu presentata all’Esposizione di Brera del 1859, che a pochi mesi di distanza dall’ingresso di Vittorio Emanuele II e di Napoleone III a Milano celebrava il successo delle lotte risorgimentali, ma entrò in Pinacoteca solo nel 1886 grazie al legato di Alfonso Maria Visconti, che l’aveva commissionata. È una delle immagini simbolo della Pinacoteca e forse il dipinto più ri-prodotto di tutto l’Ottocento italiano, nata dall’intento di simboleggiare l’amore di patria e il desiderio di vita della giovane nazione che usciva dalla seconda guerra di indipendenza e che tante speranze poneva nei nuovi governanti. Ebbe immediatamente uno strepitoso successo sia per le sue valenze patriottiche sia per l’ispirazione me-dievale del soggetto, esemplare del gusto romantico del tempo; il pubblico si entusiasmò per l’audacia del bacio, ma riconobbe anche il messaggio patriottico dei colori: le calze rosse e il risvolto verde del mantello, accostati alla veste azzurra e bianca evocano le bandiere d’Italia e Francia. Hayez ne realizzò altre versioni, oggi conservate in diverse raccolte europee.

Prima: Nel XIX secolo le odalische, segregate negli harem e per questo inaccessibili, furono motivo di sogni proibiti e fortunato soggetto artistico dell’arte europea: l’Oriente e la sua cultura a quel tempo erano conosciuti perlopiù tramite i racconti dei rari viaggiatori. Hayez per questo tema combinò il nudo di impostazione accademica e studiato dal vero con gli esempi di Raffaello e di Tiziano, mentre per i costumi orientali si servì delle riproduzioni di incisioni veneziane del Cinquecento.

Dopo: Giovanni Fattori (Livorno, 6 settembre 1825 – Firenze, 30 agosto 1908) è stato un pittore e incisore italiano. È considerato tra i maggiori pittori italiani dell’Ottocento e tra i principali esponenti del movimento dei Macchiaioli.

Prima: L’opera fu dipinta nel 1887 e nello stesso anno partecipò all’Esposizione Nazionale di Venezia; successivamente entrò in una delle più prestigiose collezioni italiane del primo Novecento, quella torinese di Riccardo Gualino, dalla quale fu acquistata nel 1937 per volontà del direttore della Pinacoteca Ettore Modigliani. Considerato dallo stesso Fattori tra le sue opere migliori, sintesi di quella poetica realista che permeava i suoi ritratti di paesaggi e genti della Maremma, il dipinto, replicato in una splendida incisione all’acquaforte che ha avuto un’ampia diffusione, viene oggi annoverato fra i massimi capolavori dell’Ottocento italiano. Il taglio compositivo gli deriva dalle stampe giapponesi, uno studio comune anche agli altri macchiaioli italiani. Si spiega così l’immagine dell’imponente carro rosso visto dal basso che condiziona l’angolo di visione, rendendo protagonisti i buoi simbolo della natura della quale è partecipe anche l’uomo.

Dopo, CARLO CRIVELLI: (Venezia, 1430? – Ascoli Piceno, 1495) è stato un pittore italiano. Originario di Venezia, si formò a Padova e in seguito lavorò soprattutto nel sud delle Marche, diventando di fatto il più importante artista attivo sul bacino dell’Adriatico, esclusa la Laguna veneta. Influenzato in gioventù da Donatello, la sua arte restò sempre in bilico da un lato con le novità prospettiche, l’intenso espres-sionismo e il disegno incisivo e nervoso, dall’altro con un sontuoso decorativismo di matrice tardogotica, fatto di marmi screziati, tessuti preziosi, frutti e animali, arabeschi dorati e spesso applicazioni in pastiglia. Pur rimanendo, per scelta, isolato dalle grandi correnti dell’arte rinascimentale che attraversavano la penisola, Crivelli si rinnovò continuamente con originalità e una ricerca formale mai interrotta: «Non se ne sta quieto, né mostra di essere pago di una creatività scontata e ripetuta; si arrovella invece nel cercare non composizioni nuove, ma nuove soluzioni formali, quasi soggiogato dalla esigenza di un’impossibile perfe-zione» (Zampetti, 1986). La sua ricerca fu diversa da quella dei contemporanei, ma non meno complessa: non cercava il respiro atmosferico del conterraneo Giovanni Bellini, ma si sforzava di inserire momenti di spiccata verità in uno schema arcaizzante e astratto.

Dopo: TRITTICO di Camerino (trittico di San Domenico); 1482 – tempera su tavola, tempera e olio su tavola. I Santi Pietro e Domenico cm 167 x 63; Madonna con il Bam-bino cm 190,5 x 78; i Santi Pietro Martire e Venanzio cm 167 x 61,8; i Santi Antonio Abate, Girolamo e Andrea cm 26 x 62; i Santi Giacomo, Bernardino e il beato Ugolino Malagotti da Fiegni (?) cm 26 x 62.

Prima: Le tavole sono quanto resta di un insieme sontuoso che proviene dalla città marchigiana di Camerino, raffigurata con realismo tra le mani del suo santo protettore, Venanzio. La presenza di oggetti in rilievo, le chiavi e il pastorale di san Pietro, i gioielli, i coltelli che feriscono san Pietro Martire, la ricchezza di ori lavorati in modi diversi e l’abilità nella riproduzione dei materiali, dal vetro del vaso al velo della veste di san Pietro o ai frutti che decorano il basamento, vogliono fare delle immagini una presenza reale. Il trittico giunse a Brera dalla chiesa di San Domenico a Camerino nel 1811, in seguito alle spoliazioni napoleoniche. L’assetto compositivo deriva dal polittico dei “Santi belli”, eseguito nel 1480 da Nicolò Liberatore per la chiesa di San Venanzio a Camerino, che a sua volta si inserisce in una tradizione tipicamente camerinese. Durante il trasferimento alla Pinacoteca andò perduta la cornice originale che conteneva probabilmente anche altre scene: due di queste, l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata, giunsero a Brera ma furono oggetto di scambio con altri dipinti. Restarono invece in Pinacoteca due parti della predella. Come più tardi nella Madonna della Candeletta, Crivelli cesella minuti dettagli decorativi, fa sfoggio di arditi scorci prospettici e suggerisce l’esistenza di uno spazio unitario e moderno dietro la struttura arcaica del polittico a scomparti; tuttavia, in quest’opera del 1482, l’insieme appare meno esuberante e più naturale.

Dopo: ANDREA MANTEGNA (Isola Mantegna, 1431 – Mantova, 13 settembre 1506) è stato un pittore e incisore italiano, cittadino della Repubblica di Venezia. Si formò nella bottega padovana dello Squarcione, dove maturò il gusto per la citazione archeologica; venne a contatto con le novità dei toscani di passaggio in città quali Filippo Lippi, Paolo Uccello, Andrea del Castagno e, soprattutto, Donatello, dai quali imparò una precisa applicazione della prospettiva. Mantegna si distinse infatti per la perfetta impaginazione spaziale, il gusto per il disegno nettamente delineato e per la forma monumentale delle figure. Il contatto con le opere di Piero della Francesca, avvenuto a Ferrara, marcò ancora di più i suoi risultati sullo studio prospettico tanto da raggiungere livelli “illusionistici”, che saranno tipici di tutta la pittura nord-italiana. Sempre a Ferrara, poté conoscere il patetismo delle opere di Rogier van der Weyden rintracciabile nella sua pittura devozionale; attraverso la conoscenza delle opere di Giovanni Bellini, di cui sposò la sorella Nicolosia, le forme dei suoi personaggi si addolcirono, senza perdere monumentalità, e vennero inserite in scenografie più ariose. Costante in tutta la sua produzione fu il dialogo con la statuaria, sia coeva sia classica. Mantegna fu il primo grande “classicista” della pittura. La sua arte può essere definita un rilevante esempio di classicismo archeologico.

Prima: La tavola, attribuita a Giovanni Bellini sino al 1885 quando il restauro di Luigi Cavenaghi permise di riconoscere la mano di Mantegna, corrisponde probabilmente con quella donata dall’artista all’amico abate Matteo Bosso; giunse a Brera nel 1808 in seguito alle soppressioni napoleoniche dalla chiesa di Santa Maria Maggiore a Venezia. La già citata attribuzione a Bellini si giustifica con la cromia insolitamente accesa della composizione e con l’intensa dolcezza del viso della Vergine. Mantegna era già avanti con l’età quando dipinse quest’opera in cui, a dispetto del nome, compaiono sia cherubini (rossi) che serafini (blu), distinguibili dal colore delle ali.

Dopo: LUCA SIGNORELLI, pseudonimo di Luca d’Egidio di Ventura (Cortona, 1450 circa – Cortona, 16 ottobre 1523), è stato un pittore italiano, considerato tra i maggiori interpreti della pittura rinascimentale. «Fu Luca persona d’ottimi costumi, sincero et amorevole con gl’amici, e di conversazione dolce e piacevole con ognuno, e soprattutto cortese a chiunque ebbe bisogno dell’opera sua e facile nell’insegnare a’ suoi discepoli. Visse splendidamente e si dilettò di vestir bene; per le quali buone qualità fu sempre nella patria e fuori in somma venerazione» (Vasari)

Prima: Si tratta di una delle due facce dello stendardo processionale eseguito per la Confraternita dei Raccomandati di Santa Maria del Mercato a Fabriano, che giunsero a Brera, già separate, a seguito delle soppressioni napoleoniche nel 1811. Le scelte iconografiche riflettono precise indicazioni dei committenti, che si dedicavano ad attività assistenziali nei confronti dell’infanzia abbandonata, da qui la raffigurazione del-la Madonna del latte, e che praticavano forme di penitenza quali l’autofustigazione pubblica. Allievo di Piero della Francesca, Signorelli ambienta  la Flagellazione (nella pag. seguente) entro uno spazio costruito secondo i canoni della prospettiva e organizzato attorno al fulcro di simmetria della colonna, chiuso sullo sfondo da uno splendido brano di architettura all’antica; tuttavia, perfettamente aggiornato sulle novità della pittura fiorentina del secondo Quattrocento e sulle soluzioni di Pollaiolo e Botticelli, egli dà forma a figure e dettagli decorativi grazie a una linea vibrante e nervosa, che imprime alla composizione un senso di animato dinamismo del tutto estraneo al linguaggio di Piero. L’opera viene datata a un’epoca anteriore al viaggio a Roma dell’artista, avvenuto nel 1482, probabilmente attorno al 1475.

Dopo: RAFFELLO SANZIO** (Urbino, 28 marzo o 6 aprile 1483 – Roma, 6 aprile 1520) è stato un pittore e architetto italiano, tra i più celebri del Rinascimento. Considerato uno dei più grandi artisti d’ogni tempo, la sua opera segnò un tracciato imprescindibile per tutti i pittori successivi e fu di vitale importanza per lo sviluppo del linguaggio artistico dei secoli a venire, dando vita tra l’altro a una scuola che fece arte “alla maniera” sua e che va sotto il nome di manierismo. Modello fondamentale per tutte le accademie fino alla prima metà dell’Ottocento, la sua influenza è ravvisabile anche in pittori del XX secolo come Salvador Dalí.

Prima: Il dipinto, datato 1504, proviene dalla chiesa di San Francesco a Città di Castello e giunse a Brera nel 1805. Raffaello concepì lo Sposalizio della Vergine avendo a modello la pala di analogo soggetto eseguita da Perugino e oggi conservata al Musée des Beaux-Arts di Caen, di cui riprese l’impianto compositivo e l’iconografia per ottenere un risultato di straordinaria e irraggiungibile perfezione. Le riflettografie rivelano un fitto tracciato di linee convergenti verso la porta del tempio, che definiscono l’impianto prospettico dell’immagine nel pieno rispetto delle indicazioni fornite dal trattato De prospectiva pingendi di Piero della Francesca. Grazie a questo artificio, il tempio diviene il centro ottico della composizione e la posizione delle figure, disposte a semicerchio, bilancia l’andamento convesso dell’architettura, a sua volta resa con tale precisione da suggerire agli studiosi l’esistenza di un modello ligneo. Tutti gli elementi sono legati da relazioni matematiche di proporzione e sono disposti secondo un preciso e serrato ordine gerarchico, laddove Perugino aveva semplicemente accostato le parti della composizione entro una struttura prospetticamente corretta. La realizzazione di questo coerente organismo esprimeva appieno le riflessioni di Raffaello, che intendeva la bellezza come ordine astratto di rappresentazione geometrica e riteneva compito dell’artista “fare le cose non come le fa la natura ma come ella le dovrebbe fare”.

DOPO: PELLIZZA Da VOLPEDO, GIUSEPPE PELLIZZA (Volpedo, 28 luglio 1868, Volpedo, 14 giugno 1907) è stato un pittore italiano, dapprima divisionista, poi esponente della corrente sociale, autore del celeberrimo Il quarto stato, divenuto un simbolo del mondo del lavoro subordinato e delle  battaglie   politico-sindacali  e  operaie (questione operaia), a partire dall’Ottocento in poi con la seconda rivoluzione industriale. «Non è la verità vera che io debbo rappresentare nel quadro bensì la verità ideale»
(G. Pellizza da Volpedo)»

Prima: Il famosissimo dipinto, conservato fino agli anni quaranta del Novecento presso gli eredi del pittore, è giunto a Brera nel 1986 grazie alla donazione della società Sprind. Risale al 1895-1896 e rappresenta uno snodo fondamentale nella produzione di Pellizza da Volpedo, legato alla maturazione della coscienza politica e sociale dell’artista e alla sperimentazione di nuove soluzioni espressive nell’ambiente della tecnica pittorica divisionista. L’elaborazione della scena monumentale della Fiumana di braccianti in sciopero fu preceduta da disegni, cartoni e bozzetti raccolti sotto il titolo di Ambasciatori della Fame. La tela rimase tuttavia incompiuta e fu abbandonata dall’artista insoddisfatto, che riprese il soggetto nel 1898 in un nuovo dipinto, il Cammino dei Lavoratori o Quarto Stato (oggi conservato a Milano presso il Museo del Novecento), portato a termine nel 1901-1902 e che divenne il manifesto delle rivendicazioni del proletariato.

Dopo: GIOVANNI SEGANTINI (Arco, 15 gennaio 1858 – monte Schafberg, 28 settembre 1899) è stato un pittore italiano, tra i massimi esponenti del divisionismo. Francesco Filippini a testimonianza di amicizia gli dedicò il dipinto “Impressione sulla laguna“.

Prima: Il quadro era amatissimo da Segantini che lo riteneva fra i suoi più riusciti e fra i più significativi della propria visione poetica. Dipinto nel 1896, fu subito esposto alle mostre internazionali di Monaco, Zurigo e Venezia ed entrò immediatamente nella raccolta Hennemberg di Zurigo; lì rimase fino al 1898, quando fu venduto alla collezione di stato austriaca per 25.000 fiorini. Rientrò nel mercato antiquario nel 1949 e fu acquistato su segnalazione di Fernanda Wittgens da Carlo Pesenti, all’epoca presidente dell’Associazione Amici di Brera. Il soggetto naturalista del paesaggio montano, trattato a sottili pennellate di colori puri accostate secondo la tecnica del divisionismo, è interpretato dall’artista in chiave simbolista, entro un’atmosfera serena e intensamente lirica.

Dopo: BRAMANTINO (BARTOLOMEO SUARDI) (Bergamo 1465 circa, Milano 1530), è stato un pittore e architetto italiano, attivo in Lombardia. Chiamato Bramantino già nelle Vite del Vasari, Bartolomeo Suardi elaborò in forme lombarde la monumentalità del Bramante, giungendo a rappresentazioni di rarefatto e severo classicismo. Nel 1508, e vi rimase forse un anno, è a Roma, dove viene pagato il 4 dicembre per alcuni dipinti ancora da eseguire in Vaticano e dove ha modo di vedere i recenti affreschi di Melozzo da Forlì, i cui modi lasciano traccia su di lui. A questo proposito il Vasari scrive che Bramantino: «…a Roma, per papa Nicola Quinto lavorò in palazzo due storie… le quali furono similmente gettate per terra da papa Giulio Secondo, perché Raffaello da Urbino vi dipignesse la prigionia di S. Piero et il miracolo del corporale di Bolsena, insieme ad alcune altre che aveva dipinto Bramantino, pittore eccellente de’ tempi suoi; e perché di costui non posso scrivere la vita né l’opere particulari per essere andate male, non mi parrà fatica, poi che viene a proposito, far memoria di costui, il quale nelle dette opere che furono gettate per terra, aveva fatto, secondo che ho sentito ragionare, alcune teste di naturale sì belle e sì ben condotte, che la sola parola mancava a dar loro la vita

Dopo: GIOVANNI BELLINI (Venezia, 1433 circa – Venezia, 26 novembre 1516) è stato un pittore italiano cittadino della Repubblica di Venezia, tra i più celebri artisti del Rinascimento, noto anche con il nome Giambellino e come Zuane Belin in veneto. Lavorò ininterrottamente per ben sessant’anni, sempre ai massimi livelli, traghettando la pittura veneziana, che in lui ebbe un fondamentale punto di riferimento, attraverso le esperienze più diverse, dalla tradizione bizantina ai modi padovani filtrati da Andrea Mantegna, dalle lezioni di Piero della Francesca, Antonello da Messina e Albrecht Dürer, fino al tonalismo di Giorgione. Nelle sue opere Bellini seppe ac-cogliere tutti questi stimoli rinnovandosi continua-mente, ma senza tradire mai il legame con la propria tradizione, valorizzandolo anzi e facendone un punto di forza. Giovanni Bellini, sebbene ritenuto fin dai contemporanei una figura di eccezionale grandezza, è raramente citato dai documenti e dalle fonti dell’epoca, con interi periodi oscuri della sua biografia e numerose sue opere, anche capitali, che sfuggono a un inquadramento definitivo per la scarsità di notizie sicure pervenuteci.

Prima: La cosiddetta Madonna greca di Giovanni Bellini deve il suo soprannome alla scritta in greco μήτηρ Θεού, visibile in alto su un fondo molto compromesso. Il Bambino ha un’aria triste, poggia i piedi su un davanzale e tiene in mano un frutto da leggere come simbolo della futura Passione. È uno dei primi dipinti a essere stati acquisiti dalla collezione della Pinacoteca di Brera e proviene dal Palazzo Ducale di Venezia, quindi probabilmente fu eseguito per una magistratura.

Dopo: GIROLAMO INDUNO (Milano, 13 dicembre 1825 – Milano, 18 dicembre 1890) è stato un pittore e patriota italiano. Fratello minore di Domenico, frequenta l’Accademia di Brera dove, dal 1839 al 1846, è allievo di Luigi Sabatelli. Dal 1845 comincia ad esporre, alla mostra braidense, sue opereː sono studi dal vero, ritratti e una Scena dai Promessi Sposi. Si caratterizza per una pittura briosa, narrativa, luminosa, facile da interpretare. Coinvolto nei moti antiaustriaci del 1848, si rifugia con il fratello ad Astano, in Svizzera, poi si trasferisce a Firenze, dove espone Interno di cucina.

(Dopo) “il grande sacrificio (Partenza del garibaldino) Il dipinto è pervenuto alla Pinacoteca nel 1860, acquistato con il fondo esposizioni. Il soggetto rientra nell’iconografia risorgimentale dei primissimi anni. L’artista raffigura un fatto di cronaca, dove l’inclinazione per il “genere” è secondaria rispetto all’attualità del fatto rappresentato. Il pittore eseguirà negli stes-si anni altri dipinti di soggetto simile, richiesti dal mercato.

Dopo: FEDE GALIZIA (Milano, 1578? – Milano, 1630) è stata una pittrice italiana. Pittrice barocca, figlia del pittore miniaturista trentino Nunzio Galizia, iniziò a lavorare all’età di 12 anni. Fra le sue opere ci sono ritratti e scene di soggetto religioso; ma è conosciuta soprattutto per i dipinti di nature morte. La sua data di nascita (1578) è incerta. Ricavata da una lunga iscrizione – non di mano dell’autrice – sul Ritratto di Paolo Morigia, potrebbe essere anticipata al 1574; ma l’iscrizione è stata riconosciuta spuria. Nella bottega paterna Fede Galizia divenne pratica nell’incisione e nella miniatura. La prima opera a noi nota è il ritratto inciso di Gherardo Borgogni, per le edizioni del 1592 e del 1593 di due raccolte di rime. Eseguì il ritratto di suo padre, di sua madre e di due nobildonne milanesi – purtroppo perduti – e il Ritratto di Paolo Morigia, seduto al suo scrittoio – conservato alla Pinacoteca Ambrosiana – in cui espresse forte caratterizzazione fisiognomica e diede precisa e dettagliata attenzione, in parti-colare, al riflesso delle finestre sulle lenti degli occhiali che lo storico tiene in mano. Nel 1596 firmò e datò Giuditta con la testa di Oloferne, dipinto in cui indugiò più nella cura di vesti e di gioielli, che nella esaltazione della dramma-ticità della scena. L’opera è comunque fondamentale per essere la prima documentata su questo soggetto da parte di una donna pittrice, seguita quindi da quelle eseguite da Lavinia Fontana e da Artemisia Gentileschi.

Prima: La pala fu realizzata per l’altare maggiore della chiesa pubblica di Santa Maria Maddalena di Milano. A seguito della soppressione del monastero avvenuta il 19 ottobre 1798 e della successiva distruzione della chiesa, il dipinto pervenne alle Gallerie dell’Accademia il 10 luglio 1809. In occasione del deposito presso la chiesa di Santo Stefano nel 1889 la pala fu adattata alla nuova collocazione con un ampliamento superiore centinato. Ritirata nel 2009, grazie ad un intervento di restauro le furono restituite misure più vicine a quelle originali. L’opera, rappresentante l’episodio evangelico del Noli me tan-gere, presenta, ai piedi di Cristo, il cartiglio con data e firma. Saldo è l’impianto compositivo ancora cinquecentesco. L’artista propone un’originale variante iconografica al Cristo risorto in veste di giardiniere, qui solo avvolto nel sudario, secondo il modello proposto nell’Apparizione di Cristo alle Marie di Vincenzo Campi.

Dopo: TIZIANO VECELIO, noto semplicemente come Tiziano (Pieve di Cado-re, 1488/1490 – Venezia, 27 agosto 1576), è stato un pittore italiano, cittadino della Repubblica di Venezia, importante esponente della scuola veneziana. Artista innovatore e poliedrico, maestro con Giorgione del tonalismo, Tiziano Vecellio fu uno dei pochi pittori italiani titolari di una vera e propria azienda, accorto imprenditore della bottega oltre che della sua personale produzione, direttamente a contatto con i potenti dell’epoca, suoi maggiori committenti. Il rinnovamento della pittura di cui fu autore si basò, in alternativa al mi-chelangiolesco «primato del disegno», sull’uso personalissimo del colore. L’accordo fra le diverse zone cromatiche (tonalità di colori caldi e freddi) e l’uso sapiente della luce conferiscono unità alle scene rappresentate. Tiziano usò la forza espressiva del colore materico e poi, entrando nella piena maturità, abbandonò la spazialità bilanciata, il carattere solare e fastoso del colore del Rinascimento, assumendo il dinamismo proprio del manierismo e giocando con libertà nelle variazioni cromatiche in cui il colore era reso “più duttile, più sensibile agli effetti della luce”.

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