La Basilica di San FRANCESCO è un importante luogo di culto cattolico di Arezzo, famoso soprattutto per le Storie della Vera Croce, un ciclo di affreschi di Piero della Francesca presenti nella cappella. Nel febbraio del 1955 papa Pio XII l’ha elevata alla dignità di basilica minore.



Nella parete di Facciata si apre un oculo con vetrata policroma (di diametro cm 164) eseguita nel 1524 da Guglielmo MARCILLAT. Rappresenta l’episodio della Concessione dell’indulgenza della Porziuncola da parte del Papa Onorio III nel 1216; le fonti narrano che Francesco, in quella occasione, offrisse al pontefice un mazzo di rose bianche e rosse, fiorite, malgrado si fosse a gennaio, da un cespuglio di rovi nel quale si era gettato per vincere la tentazione, la tradizione vuole che, tra i personaggi della corte pontificia, sia qui rappresentato, tra i due cardinali al centro, dietro al Santo Piero della Francesca, nonché all’altezza del braccio benedicente del Papa, Raffaello.
INTERNO: sullo sfondo la Cappella Maggiore (BACCI). L’interno, molto spazioso, ha un’unica navata coperta a capriate, fiancheggiata a sinistra da alcune cappelle e a destra da edicole con ornamenti del Trecento. Ai lati sono cappelle aperte nella navata, altre in forma di edicola gotica e altari laterali, spesso decorati da affreschi, anche frammentari. Oltre che per le opere di artisti di gusto tardo-gotico, come Spinello Aretino e i suoi seguaci (Parri Spinelli, Andrea di Nerio, Giovanni d’Agnolo di Balduccio), la chiesa è importante per la ricchezza di affreschi rinascimentali, primi su tutti quelli di Piero della Francesca.

La Basilica di San FRANCESCO è storicamente la seconda chiesa di Arezzo. La prima era fuori dalle mura e doveva essere una chiesa grande per contenere la Grande Croce francescana e una tavola della Maestà di Guido da Siena. La prima chiesa fu distrutta per motivi di difesa e così la comunità di Arezzo chiese che la seconda fosse costruita dentro le mura (1290). La Maestà fu spostata nella nuova chiesa e successivamente asportata nel 1863 per farne un pezzo da museo. Nel XIV secolo una pia donna di nome Monna Tessa lasciò trecento lire per il rivestimento della facciata; si iniziò, ma per l’esigua somma, ci si fermò allo zoccolo, rimasto come testimonianza di buona volontà, la facciata si è preservata fino ai giorni nostri, e non subì nessun cambiamento. Intorno al 1990 si è rimediato ad un infelice intervento eseguito dopo il 1870, che scalzò la facciata di quasi due metri. Idealmente venne ricostruita la base su cui poggiava, in una forma moderna, che dice il presente senza sopraffare il passato. La basilica, costruita in pietre e mattoni, si trova nell’omonima piazza di San Francesco. Di fronte alla facciata è presente un monumento a Vittorio Fossombroni, di Pasquale Romanelli (1863), posto in posizione non dominante rispetto alla facciata. L’interno, molto spazioso, ha un’unica navata, fiancheggiata a sinistra da alcune cappelle e a destra da edicole con ornamenti del Trecento. Sulle pareti della cappella maggiore, tra il 1453 ed il 1464 Piero della Francesca dipinse il celebre ciclo di affreschi delle Storie della Vera Croce. Un restauro è stato compiuto nel 1992, 500 anni dopo la morte dell’artista. La cappella posta a destra dell’abside ospita affreschi di Spinello Aretino, mentre in quella a sinistra si trova una Annunciazione forse del giovane Luca Signorelli. La chiesa contiene anche un Crocifisso del Maestro di Castiglion Fiorentino, un allievo di Cimabue. La chiesa inferiore, divisa in tre navate, è ora usata come sala espositiva. Nella parete tra la penultima e l’ultima cappella laterale di sinistra, si trova l’organo a canne, costruito nel 1969 dalla ditta organara Costamagna, donato il 4 ottobre dello stesso anno dal comu-ne di Arezzo alla basilica.



La controfacciata presenta un interessante palinsesto di opere di varia datazione: i più antichi, a sinistra del portale maggiore, sono gli affreschi attribuiti a Giovanni d’Agnolo di Balduccio, del primo Quattrocento, con la Cena in casa del Fariseo, il San Francesco che consegna la regola e la corda della penitenza alle due famiglie dell’Ordine e l’Ecce homo. Sul lato destro del portale, invece, si trova un San Sebastiano trecentesco e una Madonna col Bambino affrescato da Domenico Pecori nei primi anni del Cinquecento. Sopra il portale è un affresco con il Matrimonio mistico di santa Caterina con san Cristoforo, di Giovanni di Ser Giovanni detto lo Scheggia, che forse è ancora della fine degli anni venti per la forte influenza del fratello Masaccio che ancora vi si legge, specialmente della sua Trinità di Santa Maria Novella, affiancata all’interesse per Paolo Uccello, specie nella figura di San Cristoforo.

CROCIFISSO dipinto: Oggi sospeso sopra l’altare maggiore. Risalente all’ottavo-nono decennio del Duecento, epoca in cui l’attuale chiesa era ancora in costruzione, è attribuita ad un pittore umbro noto convenzionalmente come Mae-stro di San Francesco. La croce raffigura il Christus patiens, cioè il Cristo sofferen-te, con San Francesco in ado-razione inginocchiato ai suoi piedi.

PIERO della FRANCESCA e la Leggenda della Vera Croce. Per introdursi alla contemplazione del Ciclo pittorico di Piero della Francesca è fondamentale fermarsi ad ammirare la grande Croce duecentesca dipinta nell’imitazione di “Cristo povero e crocifisso”, ereditato dai suoi frati. In onore e venerazione di questa icona si volle la decorazione delle pareti della Cappella Maggiore della basilica aretina, che la custodisce ancora sospesa nel centro, sopra l’Altare Maggiore: la “Historia salutis”, storia del popolo di Dio, pellegrino nei millenni verso la Croce del Salvatore e che dalla Croce prosegue verso il il suo eterno destino. La parola di Dio nelle vele della volta con i 4 evangelisti; la tradizione con i dottori: Gregorio Magno, Girolamo, Agostino, Ambrogio, ne segnano la via fino al ritorno della Croce come vessillo nel Giudizio Universale per il Signore della Gloria. (Frontone esterno della Cappella). Piero della Francesca, subentrando a Bicci di Lorenzo e seguendo la Leggenda Aurea del Beato Jacopo da Varagine, tesse un progetto teologico con un genere pittorico corrispondente ai generi letterari biblici, adatto alla cultura del popolo non dotto e di facile lettura grazie a segni e simboli che la nostra cultura oggi trascura, ma che ancora nel pieno umanesimo erano mezzi didattici di grande efficacia.

I pilastri dell’arco del Coro nel lato (1) rivolto verso la navata, sono decorati da 2 figure racchiuse in edicole dipinte, un Santo non identificato e un CRISTO Risorto. Ai piedi del santo si intravede la figurina inginocchiata del committente. L’attribuzione è controversa: i due affreschi sono riferiti a Spinello ARETINO oppure a un anonimo pittore, lo stesso che avrebbe lavorato ad Arezzo nella Chiesa di San Bartolomeo. Ambedue le immagini erano state ricoperte da uno strato di intonaco, eliminato alla fine dell’Ottocento: a tale strato successivo appartengono le due croci di consacrazione, ancora presenti in corrispondenza del petto dei due personaggi. In alto, sul prospetto dell’arco trionfale, il Giudizio Universale; la scena con i Quattro Evangelisti sulla volta della cappella e i due Dottori della Chiesa nel sottarco, fa parte della decorazione (2) realizzata da Bicci di LORENZO (1374-1452) dal 1447 fino all’ingaggio di Piero della FRANCESCA. La grande Croce dipinta sospesa al di sopra del presbiterio proviene forse dal primo insediamento francescano, dal quale fu trasportata nella nuova chiesa. Appartiene alla serie di croci (3) duecentesche mendicanti, con il CRISTO patiens (sofferente) e un personaggio, in questo caso lo stesso san Francesco, inginocchiato in adorazione. E’ attribuita allo stesso Maestro, anonimo, cui si deve, tra le altre, la CROCE dipinta di san Francesco a Castiglione Fiorentino, anch’essa risalente all’ottavo-nono decennio del XIII secolo, ora conservata nel Museo Comunale della cittadina della Val di Chiana.

Il capolavoro più celebre custodito nella Basilica di San Francesco è senza dubbio il ciclo di affreschi delle Storie della Vera Croce, realizzato da Piero della Francesca all’interno della Cappella Bacci. Commissionato dall’omonima famiglia di mercanti aretini, il ciclo fu eseguito tra il 1453 e il 1466 e rappresenta uno dei vertici assoluti della pittura rinascimentale italiana. Le quindici scene narrano la leggenda della Vera Croce attraverso una composizione rigorosa, caratterizzata da un uso magistrale della prospettiva, della luce e dell’equilibrio geometrico. Piero della Francesca riesce a fondere racconto sacro e ricerca matematica, offrendo immagini di straordinaria chiarezza e monumentalità. La Cappella Bacci è oggi musealizzata e l’accesso è regolato da ingressi contingentati, a tutela degli affreschi. Questo rende la visita un’esperienza raccolta e altamente immersiva, capace di restituire appieno la forza espressiva di uno dei cicli pittorici più importanti della storia dell’arte occidentale. Un restauro è stato compiuto nel 1992, 500 anni dopo la morte dell’artista.













A) MORTE e SEPOLTURA di ADAMO: A) MORTE e SEPOLTURA di ADAMO: Il figlio di Adamo, Set, pianta sulla tomba del padre un virgulto dell’albero del peccato ricevuto dall’Angelo custode del Paradiso perduto. E’ il virgulto della speranza nel cammino della salvezza (Historia salutis), che i profeti Geremia e Isaia proclamano come segno di redenzione, e che risuonavano e risuonano nella Liturgia della Chiesa in preghiera.

B) La REGINA di SABA in VISITA al RE SALOMONE: Durante il viaggio la regina del Sud si ferma a pregare dinanzi ad un ponticello fatto con il tronco dell’albero cresciuto sulla tomba di Adamo e lo predice strumento di sofferenza per il Salvatore. E’ il virgulto della speranza che si fa profezia della Croce. La stretta di mano dei due personaggi è segno di unione di due civiltà: La Chiesa della circoncisione e la Chiesa delle Genti unite in un popolo solo: il popolo di Dio. Desiderio e speranze sancite nel Concilio di Firenze (1439), ma frustrate dai papas greci nel dopo Concilio. L’abbigliamento dei due personaggi, a fiori di melograno, in-dica la nobiltà delle civiltà da cui provengono. Il Re Salomone porta il cappello dei cardinali residenti a Roma, e veste gli abiti pontificali del Patriarca di Costantinopoli, significando la figura del Cardinale Bassarione, protagonista greco al Concilio di Firenze e Correttore dell’Ordine dei frati Francescani Minori Conventuali. Bessarione Giovanni è figura nuova in Piero della Francesca, ma personaggio chiave per la lettura degli affreschi delle due battaglie.
C) L’INNALZAMENTO del LEGNO: Tre uomini, con evidente fatica, innalzano il Legno; le loro sembianze ci dicono la fragilità della natura umana: lussuria, ira, gola. Il Legno è il ponte che la Regina di Saba ha adorato. La Croce, nella Teologia, è il ponte che collega e divide i due Testamenti. Piero ci dice che il virgulto di Adamo ha dato i suoi frutti: la fatica degli uomini, uni-ta alla Passione di Cristo è partecipazione redentiva. Salvati e Salvatori. Come dice San PAOLO: “Completo nella mia carne ciò che manca alla Passione di Cristo per il suo corpo che è la Chiesa”.


E) Il SOGNO di COSTANTINO: Nel corso dei due Testamenti (Antico e Nuovo) un sogno porta sempre una grande notizia ed è portata da un Angelo. L’Annuncio a Costantino è di libertà per il popo-lo di Dio dopo quasi tre secoli di persecuzione. L’Angelo annuncia il grande evento, investendo di luce, che emana dalla sua persona, l’Imperatore e l’ambiente che lo circonda, evidenziando il segno della Croce. “In hoc signo vinces” (con questo segno vincerai).


F) La BATTAGLIA di PONTE MILVIO: Non si combatte, ma dinanzi al segno della Croce fuggono Massenzio e i suoi. Il gesto di Costantino ripropone l’esposizione solenne liturgica della Santa Croce, in cui si cantava sin dal VI secolo: “Ecco la Croce del signore, fuggite avversari: vince il leone di Giuda, il virgulto di Davide. Alleluja“. Le figure dei vessilli dei fuggitivi comunicano il loro messaggio: il drago, la fine del paganesimo; la testa di moro; la crociata auspicata da tutti, come liberazione dai saraceni. Le pacifiche anse del Tevere: Il tempo di pace e di tranquillità dopo la vittoria della Croce. Il Tevere: segno ecologico di pace.

G e H) INVENZIONE della Vera CROCE: La ricerca della Vera CROCE, è situata da Piero in un ambiente pieno di serenità. La città di Arezzo è immagine di Gerusalemme che occhieggia nel declinare del monte Calvario. Il miracolo della resurrezione del morto avviene dinanzi ad una Chiesa dalla facciata rinascimentale, circondata dalle case e dai campanili di Sansepolcro. Sembra sentire vibrare all’intorno l’antifona di Venanzio Fortunato (VI secolo) laudativa per Elena: “O Croce, splendida di un fulgore superiore ad ogni altro, che Elena, madre di Costantino, ricercò con ardente desiderio”.


I) La BATTAGLIA di ERACLIO e COSROE: E’ rappresentata la sconfitta del sacrilego Cosroe, condannato alla decapitazione. In primo piano Piero gioca da maestro in colore, con la prospettiva “tra cascati e monti”, mentre nel cielo azzurro si alternano vessilli e bandiere: è un manifesto per la crociata, promossa dal cardinale Bessanone, per la liberazione della cristianità nel territorio dell’impero d’oriente, che per vari motivi non ebbe seguito. Leggiamo: a destra vicino al trono sacrilego di Cosroe: la bandiera dei Turchi ammainata; la bandiera dei Mori stracciata; la bandiera nera con l’asta stroncata nella quale si intravede uno scorpione, simbolo dell’eresia e dell’irreligiosità. Verso il centro: il vessillo della crociata, croce bianca in campo rosso, sospinto dalla bandiera dello Stato Pontificio (leone rampante di Papa Paolo II, eletto il 30 agosto 1464), dalla bandiera dell’impero germanico-romano; tra i due vessilli si intravedono i gigli angioini in campo azzurro. Dopo la desiderata vittoria crociata: il tempo della pace, che il pittore rappresenta con la bandiera verde portante l’uccello mitico: la fenice, il fenicottero, segno iconografico di concordia e amore. Tempo di pace: auspicato, nella parete opposta, con le placide anse del TEvere.


