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AREZZO: BASILICA di San FRANCESCO (Seconda Parte)

La Basilica di San FRANCESCO è un importante luogo di culto cattolico di Arezzo, famoso soprattutto per le Storie della Vera Croce, un ciclo di affreschi di Piero della Francesca presenti nella cappella. Nel febbraio del 1955 papa Pio XII l’ha elevata alla dignità di basilica minore.

L) ESALTAZIONE della CROCE: Esposizione solenne, quasi liturgica, della Santa Croce. Il pittore pone la Croce tra due alberi, quasi candelabri viventi. L’albero della vita e l’albero del peccato, sintetizzati nella Croce del Signore. Il virgulto di Adamo è cresciuto, ha dato il suo frutto e i fedeli inginocchiati adorano mentre “fulget crucis misterium”, risplende il mistero della Croce.

La parete ospita preziosi brani dipinti a buon fresco (1), per i quali la critica ha avanzato  attribuzioni discordi, a Spinello ARETINO o ad Andrea di NERIO. Quest’ultimo, probabile maestro del precedente, è una figura di primissimo piano nello scenario artistico aretino, attiva nella seconda metà del XIV secolo, al quale si deve la splendida Annunciazione conservata al Museo Diocesano. Delle scene (con San Francesco che riceve le Stimmate; L’Annunciazione; San Michele Arcangelo, nonché, nel registro superiore, il Battesimo di Cristo e le Nozze mistiche di santa Caterina e, ancora in alto, Maria e san Francesco confortano San Giovanni Damasceno in carcere) riportate alla luce e restaurate in momenti diversi, si discute tuttora la successione cronologica. Il brano più celebre è l’Annunciazione (2), che fu affrescata per i Gozzari, come si evince dallo stemma sul vaso al centro della composizione, con due gigli incrociati in campo azzurro. L’opera rappresenta a pieno la padronanza della prospettiva ottica da parte dell’artista, legato a modi espressivi tardo-gotici: le linee di fuga delle mattonelle del pavimento definiscono la profondità dello spazio, accentuata dalle architetture dipinte. Al di sopra di esse, secondo uno schema di narrazione sincronico, Dio Padre, circondato da serafini, affida la missione dell’Annuncio a Gabriele, che ritroviamo più sotto, in primo piano, davanti alla Vergine. La parete conserva una serie di affreschi di Spinello ARETINO (1) (1350-1410). Sopra l’ingresso della sacrestia, la conversione di San Paolo (2): nonostante le vaste lacune è leggibile Cristo che si manifesta a Saulo sulla via di Damasco, cinta di mura, alla presenza del drappello di soldati che il cavaliere romano, disarcionato dall’apparizione, stava conducendo ad arrestare i cristiani. Più in basso, all’interno di una ricca architettura gotica, sormontata da una cupola, è San Simeone che regge tra le braccia il Bambino Gesù (3), secondo la narrazione del Vangelo di Luca. Tra le figure frammentarie sulla parete risultano ancora individuabili i Santi Giuliano e Antonio, i personaggi, all’interno di una edicola, sono riconoscibili per gli attributi iconografici. Sant’Antonio, rivestito dal saio, mostra un libro aperto; accanto a Giuliano, raffigurato con cappa e spada, è la figurina del committente, cui si riferiva l’iscrizione sottostante, purtroppo anch’essa frammentaria. Tutti questi brani, ricoperti per decenni da scialbature sovrammesse, sono stati recuperati dopo la metà del XIX secolo.

Quello della CAPPELLA GUASCONI (1), decorata da Spinello ARETINO, costituisce uno dei cicli di maggior interesse. Gli affreschi, liberati a metà dell’Ottocento da scialbature sovrammesse, erano attribuiti a Spinello già dal Vasari, che segnala come il sito della Cappella corrispondesse alla base del campanile, non più esistente. Il ciclo fu ultimato entro il 1404: rappresenta, sulla parete sinistra, le Storie di un santo eponimo di uno dei committenti, sulla destra le Storie di San Michele Arcangelo. 1)Storie di sant’Egidio, dall’alto in basso. Il Santo distribuisce i propri averi ai poveri (nella lunetta); difende la cerva ferita dal re dei Goti; ottiene l’assoluzione di Carlo Martello da un peccato inconfessabile. 2)Storie di san Michele, dall’alto in basso. L’annunciazione dell’incarnazione del Verbo (nella lunetta); Caduta degli angeli ribelli; Apparizione dell’Arcangelo Michele. Sull’Altare un polittico attribuito a GERINI (a368-1415) rappresenta la Madonna della Cintola tra i Santi. Maria si eleva al di sopra del sepolcro, porgendo la cintola a San Tommaso.

La costruzione della Cappella di Pagno di Maffeo, avviata nel XIV secolo, fu continuata da Bartolomeo da Lucca nel 1427, per il ptronato della famiglia Roselli. Racchiude il Monumento funebre di F. Roselli, eseguito in terracotta, in origine policroma, da Michele da Firenze. La scultura fittile del primo rinascimento è stata di recente rivalutata riconoscendo a questa tecnica un ruolo propulsore nella diffusione degli elementi della nuova cultura figurativa, da Donatello in poi. Sullo sfondo la scena della Crocifissione, Il tutto racchiuso in una arcata trilobata. A Michele da Firenze si deve, sempre ad Arezzo, La Madonna delle lacrime nella Chiesa della Ss. Annunziata.

La tela (sopra) dell’Altare della Cappella Muratori, con S. Francesco in estasi davanti alla Vergine, è opera di Bernardino Santini, il più importante esponente del Seicento aretino. Sulla parete sx vi è una tavola con l’Adorazione dei Magi con i Santi Francesco e Antonio da Padova.

Cappella di Sant’ANTONIO da PADOVA: L’Affresco rappresenta La Pentecoste e fu staccato nel 1880 dalla facciata dell’Antico Ospedale di Santo Spirito, Vasari l’attribuisce a Spinello Aretino. La Cappella di Sant’ANTONIO contiene un ciclo ad affresco nel 1480 di Lorentino D’Andrea, seguace di Piero della Francesca. In alto è raffigurata La Visitazione ad Elisabetta, San Bernardino e San Sebastiano; nei due registri inferiori, attorno alla figura di Sant’Antonio, sono scene della sua leggenda agiografica: Il Miracolo del Mulo, Il Miracolo del cuore dell’Avaro, la Predica ai Pesci e il Miracolo del figlio pentito.

La CAPPELLA dei CADUTI (antica Cappella dei Cordigieri): Fu completata su progetto di Umbero Tavani nel 1926, data riportata sulla cancellata in ferro battuto, sulla quale è leggibile un’iscrizione che la attribuisce alla bottega di Ferruccio Fini e alla Scuola Industriale attiva ad Arezzo all’inizio del secolo scorso. L’Altare in pietra (1922 come risulta dall’iscrizione) è opera di Sigismondo Burroni (1878-1938), principale esponente di una bottega familiare posta nel centro di Arezzo, attivissima tra le 2 guerre. L’affresco con la Deposizione del Caduto si deve a Giuseppe Cassioli (1865-1942): all’apparato decorativo lavorò anche la Fornace di San Lorenzo-Ghini, cui si devono le monofore neogotiche con i Santi Vigilio, protettore di Trento, e Giusto, patrono di Trieste, che, insieme alle monofore della navata, dovute alla Fornace De Matteis di Firenze. Al di sotto, all’attacco delle scale, è esposto l’elenco dei caduti aretini. Tra i due archi era originariamente collocata la quattrocentesca Cappella Marsuppini: restano tracce di affreschi di ambito spinelliano rappresentanti L’Approvazione della Regola e San Francesco che riceve le stimmate.

L’Altare della CAPPELLA CARBONATI: con colonne di marmo rosso, fu costruito con frammenti erratici durante i lavori del 1909. Gli affreschi sono di Lorenzo D’Andrea (1428-1506), collaboratore e d emulo di Piero. Rappresentano, in alto, una Madonna della Misericordia, che ripete le fattezze della Madonna del Parto affrescata dal Maestro a Monterchi, e, nei due registri più in basso, Episodi di San Bernardino da Siena ad Arezzo (con la Processione alla Fons Tecta, nel luogo ove sorgerà Santa Maria delle Grazie, la costruzione del Santuario, scene della vita e miracoli del Santo). Nel sottarco, a destra, una Crocifissione riprende in modo puntuale l’analoga scena raffigurata ancora da Piero nel Polittico della Misericordia, oggi al Museo Civico di San Sepolcro. L’esecuzione del ciclo è documentata da una iscrizione che riporta la data (1463) e il nome del committente: Benedetto di Giovanni d’Antonio a Valle, lanifex (lanaiolo) de Aretio. A sinistra della cappella, una Madonna col Bambino tra i Santi Battista, Bernardo, Antonio, Francesco e tre Angeli di Nicolò Soggi (1479-1551). Le figure e il paesaggio richiamano i modi del Perugino, maestro del pittore. Vasari descrivendo il dipinto cita “Un Dio Padre in un frontespizio”, perduto.

Anche la CAPPELLA TAVANTI risale al 1909 e porta il nome e lo stemma dell’arch. che progettò e diresse la campagna di restauri. Gli affreschi frammentari sono quanto resta dell’antica Cappella di San Bartolomeo, decorata con scene Scene della vita del Santo da un artista vicino ai modi di Piero della Francesca, forse identificabili con Lorentino d’Andrea (1428-1506). Rappresentano scene salienti dell’iconografia dell’Apostolo, desunta dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine e incentrata sulle sue virtù di esorcista e taumaturgo: San Bartolomeo libera dal demonio la figlia del re Polimnio; San Bartolomeo scorticato vivo, continua a predicare; San Bartolomeo e l’idolo. Gli affreschi successivi, a sinistra sulla parete della navata facevano parte della Cappella Catenacci. Per essi è stata formulata, di recente, un’ipotesi di attribuzione ad Antonio Anghiari, pittore valtiberino noto per avuto tra i propri collaboratori Piero della Francesca nei primi anni dell’attività di quest’ultimo. Mostrano, con una scelta iconografica inconsueta, due Santi cavalieri a guardia della Porta Clausa e, più sotto, una  Crocifissione tra i Santi Francesco (o Bernardino) e Giovanni.

(Sopra) L’architettura è frutto del rimontaggio, nel 1909, di elementi dell’Altare Sinigardi, provenienti da un altro sito all’interno della Basilica: al centro del frontone è appunto lo stemma della famiglia aretina, con bande trasversali frammezzate da fiori. All’interno della cornice in pietra serena è un Crocifisso ligneo policromo trecentesco, del tipo del patiens (il Cristo sofferente) diffuso dalla metà del Duecento dagli ordini mendicanti, che fino agli anni Ottanta si trovava in sagrestia. Sullo sfondo lacerti di affreschi aretini della metà del Quattrocento, per i quali è stato fatto il nome di Antonio di Anghiari. A sinistra, in alto, sotto la bifora, un affresco lacunoso, in origine centinato, che doveva rappresentare una Assunzione della quale rimane solo una parte, con alcuni personaggi e coppie di angeli in volo. L’opera mostra attinenze con l’ambito di Spinello Aretino.

N.B.: Si riferisce alla pagina precedente. La Cappella in forme tardo-gotiche, ricostruita nel 1909 con materiale di recupero, presenta lo stemma della Fraternità dei Laici: sul timpano è scolpito il Pantocratore (2), all’interno di un clipeo portato da angeli. L’affresco della parete di fondo, opera di Parri Spinelli (1387- 1453), figlio di Spinello Aretino, rappresenta la Madonna in trono e 4 Santi Coronati (3). Al di sotto del gruppo che rappresenta la Vergine e i 4 Santi, restano su due registri, brani delle scene della leggenda agiografica relativi a questi ultimi. Il Vasari nella Vita del pittore loda  la resa di alcune figure ormai perdute (i carnefici, che mostravano attitudini e forze bellissime) e definisce il soggetto (i martiri Claudio, Nicostrato, Simproniano e Castorio, tagliapietre in Pannonia) collegandolo a una committenza da parte della Compagnia aretina degli Scalpellini, Muratori e Legnaiuoli. L’Imma colata Concezione (1) in bronzo è opera di  Mario Moschi (1962). Sulla parete di sinistra una architettura dipinta allude a un dittico con 2 personaggi affrescati da Parri Spinelli (1387-1453):  i Santi Donnino, raffigurato con il cane, suo compagno nel romitaggio, e Nicola di Bari, con le sacchette di denari, dote di 3 zitelle povere da sottrarre, col matrimonio, alla perdizione. Più in basso, accanto a una figura angelica frammentaria, un’epigrafe con la data 1607 ricorda Francesco Accolti (Arezzo 1416 – Siena 1488), esponente di primo piano della cultura umanista, giurista e diplomatico.

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