Il Giro delle Chiese

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Un Breve GIRO Per POLLUTRI / CHIESA del Santissimo SALVATORE – POLLUTRI (CHIETI)

La nascita di Pollutri viene fatta risalire intorno al 500 d.C. anche se è probabile che nella zona vi fossero già alcuni insediamenti. La Chiesa del Santissimo Salvatore è sita in piazza della chiesa. Risulta costruita prima del 1324-25 con trasformazioni nei secoli XVIII-XIX. Nell’immagine in evidenza: Pollutri dall’alto (tratta dal web).

La nascita di Pollutri viene fatta risalire intorno al 500 d.C. anche se è probabile che nella zona vi fossero già alcuni insediamenti. Nel 1061 si ha notizia di un Monastero di San Giovanni di Pollutro a cui il Conte di Borrello, Borrello del fu Odorisio, dona la Chiesa dei SS. Martiri Valentino e Damiano con la fara annessa, situate entrambe nel territorio del Castello di Borrello all’inizio della Valle del fiume Sangro. Altre notizie risalgono al XV secolo, tuttavia reperti archeologici attestano l’abitazione del territorio già in epoca pre-romana. In seguito fu feudo del Caldora, poi dei Di Capua e dei D’Avalos. Il borgo di San Salvatore è sito nella parte più alta dell’abitato ed è il fulcro del borgo fortificato del paese. L’insediamento è raffigurato da Giovan Battista Pacinelli come un luogo pianeggiante circondato da mura. Due porte erano site verso la chiesa di San Rocco, la cosiddetta Porta da Piedi ed un’altra verso la chiesa della Madonna del Piano, la cosiddetta Porta da Capo. Finora non è stato possibile trovare traccia di mura urbane per via delle costruzioni addossate alla cerchia urbana a Nord. Tuttavia il borgo è costituito da passaggi, sotto-portici, scalinate,  vicoli ciechi che possono essere delle soluzioni viari anziché, piuttosto, delle uscite di servizio. Le facciate delle case sono state ammodernate per tutto il XVII-XIX secolo, tuttavia, negli interni di cantine, fondachi e dei sotterranei si trovano dei materiali tra cui arenaria, ciottoli di fiume e laterizi e tecniche costruttive simili a quelle del centro storico di Monteodorisio. Presso Palazzo Mucci è stato demolito un palazzo di cui, le pareti superstiti mostrano dei resti di muri antichi, delle nicchie alla cappuccina e due archetti a sesto acuto in mattoni.

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POLLUTRI, la STORIA: La storia antica di Pollutri si è arricchita di ipotesi fantasiose e di racconti tramandati oralmente dal popolo, fin dove documenti certi verranno a testimoniare la loro credibilità. Innumerevoli sono state le ragioni per giustificare il suo nome: un tempio dedicato a Polluce; Polis Otris, la città degli otri che si riempivano di vino ed olio in grande quantità data la fertilità del terreno; Pulis Equi, il puledro di un principe longobardo che aveva promesso di costruire un paese laddove avesse ritrovato il suo cavallino  smarrito. Verità o no, un puledro appare  negli stemmi del Comune. Ma solo dal ‘700. Alla fine del 500 d.C. gli abitanti di Pollutri, raggruppatisi nel borgo su di un colle fitto di boschi e lambito dai fiumi Osento e Sinello, verranno assoggettati ed integrati dai Longobardi. Un documento del 1015 attesta che i coniugi  longobardi, Rainero e Engeltruda, convertiti al Cristianesimo e in sconto dei loro peccati, fecero costruire, al di fuori delle mura, una abbazia dedicata a San Barbato, collegata alle abbazie di S. Maria Arabona, S. Stefano in Rivo Maris, S. Giovanni in Venere e S, Clemente a Casauria, tutte governate secondo la regola di S. Benedetto (Ora et Labora). Di questa ricca infrastruttura  non resta che i ruderi della piccola Chiesa di Santa Lucia, pare costruita su una cisterna romana. L’opulenza dei prodotti agricoli fece crescere la popolazione e, quando il paese estese i suoi confini fino al mare, venne oggetto di conquista da parte di Carlo D’Angiò ed inserito nel Regno di Napoli nel 1279. Nel 1578 l’apparizione della Vergine al pollutrese Alessandro Muzio concorrerà a creare una forte venerazione per La “Madonna dei Miracoli”, episodio ricordato da Gabriele D’Annunzio nel “Trionfo della Morte” e da Francesco Paolo Michetti ne “Gli Storpi”. Nel secondo dopoguerra a seguito della crisi economica il paese subì una forte emigrazione, Solo con la industrializzazione della Val di Sangro e con la nascita delle cooperative agricole  il paese risorge.

È sita in piazza della chiesa. Risulta costruita prima del 1324-25 con trasformazioni nei secoli XVIII-XIX. Anticamente la chiesa aveva una pianta rettangolare ad aula unica. Nel 1703 l’abate Pacichelli illustra la chiesa dotata di una torre campanaria cuspidata. La facciata attuale è in stile neoromanico. I muri sono realizzati in laterizi. In origine aveva l’ingresso era sul lato destro dell’edificio, in effetti, la facciata è stata rimaneggiata nel XX sec. Il rivestimento è del 1972 con la struttura portante realizzata in  travetti. L’interno, a 3 navate separate da colonne con volta a botte e cappelle laterali, di cui la cappella centrale sinistra dedicata a San Nicola di Bari, patrono di Pollutri conserva all’interno una statua lignea del santo posta sopra l’altare sopra cui vi è un affresco del 1926 del pittore molisano Amedeo Trivisonno. La chiesa ha una struttura ad “L”.  Gli stucchi all’interno sono stati realizzati durante la prima metà del XIX secolo di cui sopravvivono alcune tracce delle dorature originali, in quanto in restauri recenti sono stati ridipinti. Il patrono di Pollutri è San Nicola la cui statua lignea è venerata dall’inizio del XV secolo. Secondo la tradizione, durante una terribile carestia il Santo avrebbe salvato la gente del paese, moltiplicando un .pugno di fave e riuscendo a sfama-re la popolazione. Da allora, ogni anno, la sera del 5 dicembre, le fave vengono bollite nel piazzale antistante la chiesa all’interno di sette calderoni di rame

Amedeo TRVISONNO nasce nel 1904 a Campobasso dove compie gli studi. Frequenta l’Accademia a Roma, dove rimane fino al 1924 e dove ritornerà dal 1929 al 1931. Contemporaneamente si perfeziona a Firenze. Comincia a lavorare giovanissimo negli ambienti ecclesiastici (il primo affresco è nella chiesa di S. Nicola a Pollutri ed è del 1926). Le opere di più grosso impegno sono senza dubbio gli affreschi, eseguiti in tutto il corso della sua vita, con temi religiosi del Nuovo Testamento; dalla cattedrale di Isernia (1927) a quella di Campobasso (1933), dalle cappelle del convitto “Mario Pagano” di Campobasso (1936) alla chiesa di S. Maria del Monte sempre a Campobasso (1945), dalla chiesa parrocchiale di S. Giovanni in Galdo 1949, alla chiesa di S. Cristina a Sepino (1968), e ancora a Baranello, Cantalupo, Venafro, Colle D’Anchise, S. Giuliano del Sannio, Fossalto, S. Elia a Pianisi, oltre a tre affreschi realizzati in Egitto. Numerosi altri affreschi sono realizzati in chiese di altre regioni (Serracapriola, Cerignola, Benevento, Sassinoro, Castel di Sangro, Pollutri, San Marco in Lamis, ecc.). Sempre di argomento sacro sono i numerosi dipinti su tela (spesso di grandi dimensioni) per svariate chiese sia in Molise (Santuario dell’Addolorata di Castelpetroso) che fuori regione (Morcone, Milano), e i dipinti su tavola (Sepino). Contemporaneamente si dedica anche a paesaggi, ritratti e nature morte. Dell’artista restano moltissimi fogli di prove grafiche (più di mille, tra studi, disegni preparatori, bozzetti e appunti), ed un diario nel quale registrava giornalmente le sue ricerche di nuovi materiali pittorici. Quello che Trivisonno ricerca è un dato di veridicità estrema, di massima verosimiglianza, nelle sue opere è palese il recupero di iconografie e soluzioni compositive della pittura rinascimentale. Amedeo Trivisonno non rinuncia alla realtà preferendo i volti segnati dei suoi compaesani a modelli astratti di bellezza.

Il Monastero di San BARBATO ed i resti della Chiesa di Santa LUCIA: Il Monastero di San Barbato fu fondato nel 1015 da Rainiero insieme alla moglie Engeltruda che dotarono il monastero di un patrimonio fondiario sito nei territori di Pollutri e del paese oggi scomparso di Ilice. Dopo il documento di fondazione ve ne è un altro risalente al 1040 di Rainardo, figlio dei fondatori, che dona il monastero di San Barbato ai monaci del monastero di San Salvatore a Maiella presso Rapino. Successivamente per diverbi sorti tra l’abate del monastero di san Salvatore ed il Vescovo di Chieti il quale raccoglieva i diritti sulle decime di San Barbato, nel 1344 il vescovo pose il monastero sotto la protezione della Santa Sede. Nel XVI secolo fu subordinato a commenda fino al 1788 quando i suoi terreni furono reintegrati al Regio Demanio. Attualmente il sito del monastero indicato dalla tradizione è stato distrutto dall’espansione edilizia ma, recentemente, poco più a valle è stata ritrovata la fontana di San Barbato ricoperta da uno smottamento. Nelle vicinanze, presso la località Civita sono visibili i resti della Chiesa di Santa Lucia, possedimento del monastero di San Barbato dalla fondazione del monastero stesso. Nelle vicinanze sono stati trovati dei frammenti votivi fittili risalenti al III-I secolo a.C.

Il Bosco di Don VENANZIO: La Riserva naturale guidata Bosco di Don Venanzio è un’area naturale protetta dell’Abruzzo, istituita nel 1999. Comprende un’area di circa 78 ettari, situata tra i comuni di Vasto e Pollutri; è uno degli ultimi boschi planiziari della costa adriatica. Si sviluppa su una serie di terrazze fluviali, che si affacciano sul fiume Sinello. Ai margini del bosco vi è un’antica ed elegante casa di campagna, risalente all’inizio del Novecento, edificata sui ruderi dell’antica casina di caccia dei marchesi D’Avalos della vicina Vasto, che oggi ospita il centro visite della riserva.

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