Il Giro delle Chiese

Ti porto alla scoperta dell’architettura sacra e di altre meraviglie d’Abruzzo, italiane e del mondo

Un Breve GIRO Per TARANTA PELIGNA – CHIETI

Taranta Peligna: Risulta già abitata dalla preistoria come dimostra il ritrovamento di un’ascia di bronzo della prima metà del II millennio a.C.. Taranta e Lama dei Peligni sono famose per aver ispirato nel 1903 il poeta Gabriele d’Annunzio per la composizione della tragedia “La figlia di Iorio“. Nell’immagine in evidenza: La Grotta del Cavallone.

Taranta Peligna risulta già abitata dalla preistoria come dimostra il ritrovamento di un’ascia di bronzo della prima metà del II millennio a.C. Nell’XI secolo è feudo dei Conti di Sangro, se nel 1065 il Conte Borrello figlio di Borrello e suo figlio Borrello Infante donano al Vescovo Attone, allora Signore di Chieti, la Chiesa di San Pietro di Taranta (oggi scomparsa). Nel XII secolo viene citata come Tarantam quando fu feudo di un milite gestito dalla famiglia Manerius de Palena sub feudatario di Boemondo, conte di Manoppello, mentre nel XIII secolo fu proprietà di Berardo di Acciano e di Enrico di Portella, invece, nel 1316 Niccolò di Acciano era proprietario di metà del centro abitato, in seguito compra una sesta parte da Roberto Morello e Berardo di Lama, poi, nel XV secolo il comune risulta feudo dei Caldora e nel XVIII secolo fu dei D’A-quino. Nel frattempo, negli anni 1308, 1324-1324 il paese viene citato in alcune decime dovute ad alcuni clerici e chiese, mentre, nel 1568 viene ritrovata una pietra tombale con un’epigrafe in latino. In seguito, nel 1943, durante la seconda guerra mondiale il paese viene quasi del tutto distrutto dai tedeschi, questo causerà una grave emigrazione. Infatti il generale Albert Kesselring, nella tattica della “terra bruciata”, ordinò alla popolazione di abbandonare il paese nel 26 ottobre 1943, essendo Taranta nella linea Gustav. Lo stesso accadde con la vicina Lettopalena. Durante il bombardamento alleato inoltre, l’intera chiesa di San Biagio fu fatta saltare in aria.

Un po’ di CULTURA: Taranta e Lama dei Peligni sono famose per aver ispirato nel 1903 il poeta Gabriele d’Annunzio per la composizione della tragedia La figlia di Iorio. Il poeta era tornato in Abruzzo per via di debiti e per visitare la madre a Pescara. L’amore per Eleonora Duse aveva spinto D’Annunzio a ricercare il modello ideale per la scrittura di una tragedia e il paesaggio dell’alta Val di Sangro lo suggestionò, in particolare Taranta e Lama per le antiche usanze cristiane miste a quelle della civiltà pastorale legate alla venerazione della natura e frammiste a superstizione. Infatti la tragedia si basa sulla superstizione che la gente del borgo ha nei confronti della ragazza Mila di Codro, accusata di stregoneria. Il ragazzo Aligi che sta per sposarsi si innamora di lei, e venendo esiliato, si rifugia con la ragazza nelle Grotte del Cavallone. Anche il padre di Aligi è stregato dalla bellezza di Mila e finisce ucciso, finché il popolo non decide di rapirla con l’inganno e bruciarla. I temi si basano dunque sui rituali locali del matrimonio e dell’estrema unione tra popolo e natura, dipinta come barbara e onnipotente. Il popolo benché tratteggiato con valori positivi è dipinto anche nella sua più feroce paura delle superstizioni che lo porta a compiere delitto.

CHIESA di San NICOLA di BARI: Su una rupe, quella dell’antico castello di Taranta, che precipita sul fiume Aventino, si eleva la chiesa parrocchiale dedicata a S. Nicola di Bari, le cui origini sono antecedenti al 1300. Nella metà del XVIII secolo fu ricostruita daccapo sopra l’area del castello, a causa dei danni del terremoto della Majella del 1706. In essa sono conservate alcune tele del ‘600 e un pregevole crocifisso del ‘400 su tavola, attribuito ad Antoniazzo ROMANO. La facciata è tripartita da lesene ed è strutturata a salienti, un orologio è posto nella sezione in alto a destra, mentre un portale è sito nella parte centrale, anch’esso è sito tra lesene, in più sopra vi è un timpano triangolare spezzato. Una scalinata a due rampe precede l’ingresso. L’interno è a tre navate in stile neoclassico, l’abside è semicircolare, preceduto da arco trionfale. Tra le opere d’arte di interesse: un quadro del XVII secolo raffigurante l’Assunzione di Maria con i santi Nicola, Donato, Biagio e Ubaldo, santi legati alla fede tarantese, una tavola quattrocentesca con ritratto il Crocifisso, opera di Antoniazzo ROMANO (?), rinvenuto secondo la leggenda da un contadino nel suo campo, vedendo l’improvviso arresto repentino dei buoi durante l’aratura. Poi si conserva la statua seicentesca di San Nicola, a mezzobusto, usata per la processione; il santo è ritratto nelle vesti di vescovo.

SANTUARIO MADONNA della Valle: In origine fu una cappelletta aperta al pubblico di proprietà della famiglia De Simeonibus. Successivamente divenne una chiesetta che nel 1589 risultava danneggiata dall’umidità. Nel 1706 fu l’unica costruzione che restò indenne dal terremoto. Al primo Ottocento risale, con i dovuti rifacimenti, la chiesa attuale elevata a Santuario diocesano nel 1991. La chiesa, di grande devozione, sorge nella parte alta del paese a ridosso di un costone roccioso. L’interno è a navata unica e copertura in legno a due falde. Il santuario domina la vallata dell’Aventino, posto nell’attuale strada di via Duca degli Abruzzi, scendendo dalla strada statale 84 Frentana, fu realizzato in seguito a un miracolo del XV secolo. A causa dell’eccessiva pioggia, un costone di montagna minacciava una frana che si sarebbe abbattuta sul paese a valle. Dei pastori si rifugiarono presso una grotta, vicino le grotte del Cavallone, e apparve sopra un tronco di quercia la Madonna, rassicurandoli della loro salvezza dalla pioggia torrenziale. I pastori devoti decisero di erigere una prima cappella, con la statua della Madonna intagliata dal tronco di quercia dove la Vergine apparve; la “Madonna della valle” fu eletta patrona di Taranta. Nel 1589, quando ci fu la prima visita pastorale del vescovo di Chieti, la chiesetta era stata ampliata come un vero e proprio edificio di culto. La chiesa fu rifatta nel XIX secolo in stile neoclassico, con la collocazione della statua della Madonna nell’altare maggiore, anche la statua fu restaurata con il ricamo di un abito azzurro, la realizzazione di una parrucca di veri capelli sia per lei che per la testa del Bambino; e iniziò ad essere venerata il 2 luglio, giorno della ricorrenza della Visitazione di Maria ad Elisabetta. Nel 1991 il metropolita Antonio Valentino dell’Arcidiocesi Chieti-Vasto concesse alla chiesa il titolo di santuario diocesano. La facciata è molto semplice, con un portale architravato in pietra, rettangolare, una cornice marcapiano divise orizzontalmente la facciata dall’architrave a timpano triangolare, con al centro due fori per le campane.

CHIESA di San BIAGIO: (rovine) Al centro del paese (piazzale San Biagio) si trovano le rovine della chiesa di S. Biagio (sec. XVI), di cui sono rimasti in piedi alcuni tratti delle mura, la zona absidale e la facciata in pietra, col grande portale che conserva i battenti lignei intagliati, recanti le figure dei santi Biagio e Rocco entro edicole, busti di santi e angeli; a sinistra i resti della possente torre campanaria, eretta dal 1564 al 1616, come testimoniano due iscrizioni alla base del campanile medesimo: un tempo a cinque piani, ne restano due, divisi da una cornice marcapiano. La chiesa fu fatta saltare in aria dalle truppe naziste (primi del 1944) che ripiegavano sulle montagne della linea Gustav, ricacciati dagli Alleati verso Cassino, tuttavia dalle fotografie storiche si evince come la chiesa potesse essere restaurata e recuperata, ma venne lasciata in abbandono sino al 1965 quando, al rischio di un collasso, fu decisa la demolizione parziale. Dalle immagini storiche si vede come la chiesa fosse una delle architetture più interessanti di Taranta, aveva un impianto rettangolare con la facciata salienti, in tipico stile tardo romanico, benché il portale fosse barocco; a causa dei danni del terremoto della Majella del 1933 la chiesa fu restaurata, fu deciso un restauro del tempio quasi totale, meno la parte inferiore della facciata, che si mostrava come una chiesa medievale, con la parte superiore della facciata ad arcatelle cieche, similmente elle basiliche toscane (San Miniato al Monte, Duomo di Lucca, Duomo di Pisa, ecc.), queste arcate correvano anche lungo i lati, l’abside era semicircolare, con un ordine di finestre strette che ricordava le basiliche papali romane (San Paolo fuori le mura, Santa Maria Maggiore, ecc.). L‘interno era a tre navate, di cui quella centrale maggiore, divise da pilastri circolari poggianti su capitelli che componevano arcate a tutto sesto. Gli altari laterali erano barocchi. Il campanile aveva 4 settori, oggi la parte superiore con la cella campanaria non è più visibile in quanto demolita. Malgrado la demolizione della chiesa, ogni 2 febbraio a Taranta si celebra la festa della Candelora, molto sentita, con la preparazione del pane sacro, detto “panicella“.

Sacrario Militare della Brigata Maiella: Su uno sperone roccioso proteso come un balcone sul paese, si erge la cappelletta dedicata ai 55 caduti della Brigata Majella, una formazione partigiana unica nel suo genere ad essere stata fregiata di medaglia d’oro al valor militare pur non essendo una formazione militare. Fu eretto simbolicamente a strapiombo sulla roccia della Majella, lungo la strada che da Lama dei Peligni conduce a Palena, a significare la fortezza e la tenacia dei partigiani abruzzesi, nelle operazioni di guerriglia sulle alture della montagna. Il sacrario è stato realizzato qualche anno dopo la fine della guerra nel 1945, composto da una cappella a forma di capanna, in conci di pietra regolare, molto modesta, con sopra l’architrave del portale la lapide con l’iscrizione “Onore ai caduti” e lo stemma ufficiale della Brigata. L’interno conserva le lapidi tombali con le fotografie dei principali brigadisti caduti durante le operazioni di liberazione del territorio del Sangro-Aventino. Il sacrario è preceduto da un percorso a piedi lungo la parete rocciosa, dove sono scolpite le principali tappe, da Casoli a Brisighello in Veneto, conquistate dai patrioti di Ettore Troilo, tale cammino è detto “della Liberazione“, fino al raggiungimento del piazzaletto del sacrario,m dove si trovano delle lapidi commemorative che ricordano le visite di onorevoli e presidenti della Repubblica, di cui si ricordano Carlo Azeglio Ciampi (2001-2003-2005), legato fortemente al territorio abruzzese, poiché fu ospitato da esule in un palazzo a Scanno (AQ), poi Luigi Einaudi, anche gli sfollato in Abruzzo, e di recente, nella visita speciale del 25 aprile 2018, il presidente Sergio Mattarella, che ha visitato anche Casoli, e il museo della Memoria allestito nel castello ducale. La formazione patriottica, sorta a Casoli nel dicembre del 1943, operò per la Resistenza in Abruzzo e in tutta l’avanzata della Liberazione, fino a Bologna e ad Asiago. Lo scioglimento avvenne a Brisighella il 15 luglio 1945.

La grotta è nota nella letteratura teatrale per essere stata l’ambientazione della trage-dia pastorale ”La figlia di Jorio”, scritta da Gabriele D‘ANNUNZIO nel 1903, sebbene l’autore non l’abbia mai visitata. La grotta nel testo ha valori simbolici e magici perché vi si nascondono gli amanti Aligi, figlio di Lazaro, trasferitosi in paese con la sua famiglia da Roio, e Mila, figlia di Jorio. Il primo, di professione pastore, è un giovane di buona famiglia che deve sposare una donna a lui promessa, ma che s’innamora di Mila; quest’ultima infatti è una povera popolana sopra cui cade il pregiudizio dei contadini locali, che la definiscono una strega malefica. Infatti è rincorsa da dei fattori per essere linciata, ma Aligi la protegge e la nasconde dentro la grotta. Nel 1904 il pittore Francesco Paolo MICHETTI trovò l’ispirazione per la scenografia del 2° atto del dramma “La figlia di JORIO” di Gabriele D’ANNUNZIO.

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