Il Giro delle Chiese

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La FORTEZZA di PESCARA

Sono divenute famose (e sono scolpite anche sulla torre del municipio) le parole del re Vittorio Emanuele II di Savoia durante la sua visita a Pescara il 17 ottobre 1860:

«Oh che bel sito per una grande città commerciale, bisogna abbattere queste mura e costruire su questo fiume un porto e Pescara in men di un secolo sarà la più grande città degli Abruzzi!»

PESCARA: 

Nonostante sia una città con antiche origini i cui primi insediamenti risalirebbero almeno al I millennio a.C., Pescara ha un aspetto prevalentemente moderno, dovuto perlopiù ad una serie di pesanti bombardamenti subiti durante la Seconda guerra mondiale che hanno causato la distruzione di gran parte del centro urbano; tuttavia non mancano testimonianze materiali del passato cittadino. Durante gli anni del boom economico del secondo dopoguerra, Pescara ha conosciuto un sostenuto sviluppo industriale e urbanistico che ha portato la città a divenire uno dei principali centri dell’area geografica dell’Italia centrale. Durante il regno di Carlo V, la cittadina venne trasformata in un’importante piazzaforte costiera del Regno: tra il 1510 e 1557 fu eretta a cavallo tra le due sponde del fiume la fortezza di Pescara, su progetto di Gian Tommaso Scala, a forma di pentagono irregolare con 7 bastioni ai vertici. Essa resistette nel 1566 a un terribile assalto dell’ammiraglio ottomano Piyale Pascià anche grazie al contributo del valoroso condottiero, Giovan Girolamo d’Acquaviva duca di Atri.

Anche nel corso del Settecento vi è la parentesi della Repubblica Napoletana, durante la quale Ettore Carafa duca di Andria e conte di Ruvo fu capo della città e Gabriele Manthoné che contribuì alla riuscita resistenza all’assedio dei Borbone. Nei primi anni dell’Ottocento la città venne occupata dai francesi, continuando a costituire un importante bastione militare del regno di Giuseppe Bonaparte. Nel 1807 Castellammare Adriatico, sulla sponda nord del fiume (che allora contava circa 1500 abitanti), divenne Comune autonomo aggregato al circondario di Città Sant’Angelo; è questa la scissione che diede luogo a rivalità tra i due agglomerati ai lati del fiume e che fu “annullata” nel 1927. Nel 1814 Pescara fu tra le città protagoniste dei moti carbonari contro Gioac-chino Murat, re di Napoli. A tale insurrezione seguì la repressione borbonica, simboleggiata dal bagno penale nel quale, fino alla caduta del Regno (1860), furono imprigionati molti carbonari. Nel 1861 il Regno delle Due Sicilie fu annesso al Regno d’Italia, e con esso la regione abruzzese. Sono divenute famo-se (e sono scolpite anche sulla torre del municipio) le parole del re Vittorio Emanuele II di Savoia durante la sua visita a Pescara il 17 ottobre 1860:

«Oh che bel sito per una grande città commerciale, bisogna abbattere queste mura e costruire su questo fiume un porto e Pescara in men di un secolo sarà la più grande città degli Abruzzi!»

Piazza dell’UNIONE: Così chiamata perché vi venne creato uno slargo da cui partiva il ponte in legno, poi in ferro, e infine dal 1933 in pietra (Ponte Littorio, progettato da Bazzani), che legava l’antica Porta Nuova (dallo sbocco di via delle Caserme e Corso Manthoné) a Castellammare (mediante l’accesso a Piazza Italia). La piazza nel corso degli anni ha subito numerose modifiche, tra le quali le ultime invasive del dopoguerra, con la costruzione di moderni palazzi vicini a quelli storici, come la nuova sede del Banco di Roma, la sede distaccata del Consiglio Regionale, e l’uscita dello svincolo dell’asse attrezzato Chieti-Pescara. Un monumento in tra-vertino, opera di Pietro Cascella, è posto in memoria dell’u-nione dei due comuni (Pescara e Castellammare, nel 1927)

La Fortezza Reale di Pescara, oggi anche nota come Bagno borbonico, era una fortezza militare del Regno di Napoli costruita nel 1510 per volere di Carlo V. Insieme alle fortezze di Capua, Gaeta e Reggio Calabria, era una delle quattro piazze d’armi principali del regno. Dopo la demolizione di bastioni e cortine di fine 800, e le varie trasformazioni del centro storico pescarese, nel 1998 la caserma di fanteria, unica struttura rimasta, è divenuta sede del Museo delle genti d’Abruzzo. Nei decenni successivi la costruzione fu continuata sulla base di un progetto molto ambizioso, che prevedeva una fortezza trapezoidale irregolare, situata nello spazio del borgo di Porta Nuova a sud del fiume, con due bastioni a nord a difesa della doganella e la caserma delle armi, dove si trova l’attuale Questura. La fortezza dunque si componeva di sette grandi bastioni lanceolati, con relativi vertici minori sui lati dei vertici maggiori, controllante il tratto di costa pescarese e l’agglomerato che vi sorgeva all’interno. Nel primo ‘900 Gabriele d’Annunzio stesso, nelle sue Novelle della Pescara (1902), raccontò storie ambientate nel periodo della fanciullezza, citando le camerette, testimonianze più crude della vita del carcere provengono dalle lettere dei patrioti abruzzesi ivi rinchiusi Carafa e De Caesaris. La caserma, una volta chiuso il carcere, continuò la sua attività fino al bombardamento di Pescara del 1943, anno dell’abbandono definitivo. Piazza dell’UNIONE: Così chiamata perché vi venne creato uno slargo da cui partiva il ponte in legno, poi in ferro, e infine dal 1933 in pietra (Ponte Littorio, progettato da Bazzani), che legava l’antica Porta Nuova (dallo sbocco di via delle Caserme e Corso Manthoné) a Castellammare (mediante l’accesso a Piazza Italia). La piazza nel corso degli anni ha subito numerose modifiche, tra le quali le ultime invasive del dopoguerra, con la costruzione di moderni palazzi vicini a quelli storici, come la nuova sede del Banco di Roma, la sede distaccata del Consiglio Regionale, e l’uscita dello svincolo dell’asse attrezzato Chieti-Pescara. Un monumento in tra-vertino, opera di Pietro Cascella, è posto in memoria dell’u-nione dei due comuni (Pescara e Castellammare, nel 1927)

CENTRO STORICO (Corso Manthoné e via delle Caserme): Costituiscono il cuore di “Pescara Vecchia”, l’area che costituisce probabilmente il nucleo urbano più antico della città. In questa zona a sud del fiume Pescara sorgeva il borgo della città che da inizio ‘500 era racchiuso dalla Fortezza borbonica; di quest’ultima resta solo l’edificio lungo l’attuale via delle Caserme, l’ex bagno penale borbonico. Nel quartiere sorgevano anche le chiese di San Cetteo, del Santissimo Rosario, di San Giacomo e della Santa Gerusalemme; la prima fu demolita per la costruzione della Cattedrale, le altre si trovavano in via dei Bastioni, distrutte dai bombardamenti del 1943; Santa Gerusalemme, era già stata demolita nel primo ‘900, creando lo slargo di Piazza Garibaldi. Oltre al Museo casa natale Gabriele D’Annunzio, al Circolo Aternino e al Museo delle Genti d’Abruzzo, è presente, ma non è visitabile, anche la casa natale di Ennio Flaiano.

All’incirca in questa posizione del fiume Pescara esisteva un ponte di barche. Il  re Vittorio Emanuele II di Savoia, durante la sua visita a Pescara il 17 ottobre 1860, doveva attra-versare il ponte di barche. Sorse allora tra i comuni di Castellammare e Pescara la disputa su chi doves-se accompagnare il re. Il re stanco della querelle spinse il cavallo è attra-versò da solo il ponte.

Abruzzese di Penne, appartenente ad una famiglia di patrioti e partigiani dell’unità italiana, fu tra i più attivi carbonari teramani. Nel 1838 fu arrestato per la partecipazione alla rivolta di Penne. Fu detenuto nelle carceri di Teramo, dove scrisse poesie e opere. Fu condannato all’esilio a Chieti fino al 1840. Quindi si trasferì a Napoli dove pubblicò il volume Pochi versi. Partecipò ai moti del 1848 per difendere la costituzione concessa da Ferdinando II e prese parte alla rivolta del 15 maggio a Largo Carità di Napoli. L’anno successivo fu arrestato e processato a Teramo e fu condannato a 8 anni di carcere, di cui uno trascorso a Teramo, cinque a Pescara, gli altri in vari carceri. In carcere scrisse tre raccolte di poesie Agli amici ed ai compagni, Alla gioventù italiana, Sei Liriche, e due epistole Epistola al popolo e Le parole di un cittadino a Luciano Murat. Nel 1859 fu confinato a Bovino dove rimase fino al 1860 scrivendo Inno al Piacere, Un confronto dall’esilio, Miei ricordi in Bovino. Nel 1860 tornò a Penne e divenne Prodittatore. Nel 1861 fu eletto deputato, ma si dimise poco dopo perché alle parole non corrispondevano i fatti. A Clemente De Caesaris in Abruzzo sono dedicati due monumentali busti, uno presso la villa comunale “San Francesco” di Penne, e l’altro presso Via delle Caserme a Pescara, all’ingresso dell’ex bagno penale borbonico dove fu rinchiuso, oggi Museo delle Genti d’Abruzzo. Anche il Monumento ai Martiri Pennesi del 1837 in piazza XX Settembre a Penne è riconducibile a De Caesaris per la frase ricavata dalla sua Lettera ai popoli.

Il Palazzo Michetti è una delle numerose residenze in stile liberty del primo ‘900, che sono disseminate in tutta la città L’edificio venne concepito da Camillo e Vicentino Michetti come tutt’uno con il teatro nel 1910 e realizzato da Pasquale Michetti. Nel 1915 i costruttori ottennero la licenza per aprire un bar annesso al Teatro. Le decorazioni del Teatro in origine erano a stucco sui due ordini di balconate, mentre le capriate del soffitto erano lignee. Nel 1944 il Teatro fu distrutto da un incendio e dovette essere ricostruito, operazione che venne terminata nel 1948 e, durante questa riedificazione venne creato anche un foyer per il Teatro. Adornano la parte superiore della facciata dell’edificio, che sorge ove precedentemente si trovava il piccolo Politeama Aternino variopinte maioliche che le conferiscono un piacevole aspetto di solarità e luminosità, grazie alla raffigurazione di frutti mediterranei, come le arance.

L’eccezionale paesaggio, firmato e datato 1905, evoca mirabil-mente i luoghi in cui si svolse anche l’infanzia di Gabriele d’An-nunzio. Lo straordinario scenario risente dell’esperienza e della lunga frequentazione del Cenacolo di Francavilla con Michetti e D’Annunzio. Il sentimento che ispira questo dipinto è il medesimo delle liriche del Vate e delle appassionate descrizioni di scenari naturali di Michetti. Guardando la mirabile opera sembra quasi di ascoltare le parole che Gabriele scrisse in Terra Vergine nel 1888: “Le barche pescherecce andavano a coppie; parevano grandi uccelli ignoti, dalle ali gialle e vermiglie. Poi lungo la riva le dune fulve e in fondo, la macchia glauca del saliceto” e anche quelle del Libro Segreto: “…rivedo certe vele del mio Adriatico alla foce della mia Pescara, senza vento, senza gonfiezza gioiosa, d’un colore e d’un valore ineffabili, ove il nero e l’arancione il giallo di zafferano il rosso di robbia entravano in una estasi miracolosa, prima di estinguersi”.

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