Il Giro delle Chiese

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FIRENZE: CAPPELLA dei PAZZI e MUSEO di Santa CROCE

Il CHIOSTRO trecentesco (ma con sostituzioni e integrazioni degli elementi architettonici nel tempo) si trova sul lato destro della facciata della Basilica e introduce alla CAPPELLA dei PAZZI, capolavoro del Brunelleschi. Era originariamente composto da due chiostri distinti, uno rettangolare ed uno quadrato, che si possono individuare chiaramente nell’asimmetrica pianta attuale. Sul lato destro della facciata si trova una rientranza dove una serie di cipressi circonda le statue di Dio Padre seduto di Baccio Bandinelli (già nel coro del Duomo) e quella del Guerriero bronzeo di Henry Moore. Nell’immagine in evidenza: Francesco SALVIATI “Deposizione dalla croce”.

La Cappella dei PAZZI è, come già detto, un capolavoro di Filippo Brunelleschi e di tutta l’architettura rinascimentale, mirabile esempio di armonia spaziale raggiunta in tutti i suoi elementi strutturali e decorativi. Il portichetto della facciata è da alcuni attribuito alla continua-zione di Giuliano da Sangallo, ma altri invece lo fanno risalire ai disegni del maestro. Il fregio con medaglioni e teste di cherubini è di Desiderio da Settignano, mentre la volta a botte è decorata da tondi e rosoncini di Luca della Robbia, autore anche della lunetta sull’ingresso; le porte lignee sono stati intagliati da Giuliano da Maia-no nel 1472. All’interno la decorazione plastica è strettamente subordinata all’architet-tura, coi 12 grandi medaglioni degli Apostoli, tra le migliori creazioni di Luca della Robbia, il fregio coi Cherubini e l’Agnello, e gli altri 4 tondi policromi con gli Evangelisti, attribuiti a Andrea della Robbia o al Brunelleschi stesso che ne avrebbe curato il disegno. La vetrata è stata realizzata su disegno di Alesso Baldovinetti. Accanto alla cappella Pazzi la cripta della Cappella Castellani ospita l’allestimento di una mostra permanente sull’opera dell’incisore Pietro Parigi.

Dopo: Il secondo CHIOSTRO ha partitura quadrata con pozzo centrale, opera del 1453 di grande eleganza, da alcuni attribuito al disegno di Brunelleschi, anche se è più probabile l’intervento di Bernardo Rossellino. È realizzato interamente in pietra serena, con arcate a tutto sesto che reggono una loggetta architravate al primo piano. I pennacchi tra gli archi hanno una raffinata decorazione a graffiti e tondi in rilievo, con stemmi e imprese. Sul secondo chiostro si affaccia la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che usa gli ambienti al primo piano sui lati sud ed est.

Dopo: Il Museo dell’Opera di Santa Croce occupa attualmente lo spazio dell’antico refettorio e l’ala del convento francescano che divide i due chiostri. Il Cenacolo, un grande ambiente rettangolare con soffitto a capriate illuminato da ampie bifore, fu progettato e costruito all’inizio del Trecento insieme al chiostro e al loggiato lungo il fianco meridionale della chiesa, in una delle prime fasi costruttive del complesso.

Il REFETTORIO: Il percorso espositivo prosegue con la visita dei locali del Refettorio trecentesco dove sono posti importanti esempi di arte sacra tra i quali spicca il Crocifisso di Cimabue(sotto), una delle opere d’arte più importanti di tutti tempi, chiave nel passaggio dalla pittura bizantina a quella moderna, diventato tristemente famoso come simbolo della distruzione causata dall’alluvione del 1966; nonostante il restauro la superficie pittorica è andata in gran parte perduta e per poterlo ammirare appieno ci restano solo le fotografie precedenti al disastro. La parete ovest del refettorio è dominata dalla grande serie di affreschi di Taddeo Gaddi, che la ricoprono interamente (1333).

Lo schema delle decorazioni diventerà tipico per i cenacoli conventuali, con una Crocifissione, qui rappresentata come Albero della Vita (iconografia tratta dal Lignum Vitae di san Bonaventura), contornata da alcune scene fra le quali spicca l’Ultima cena in basso, primo prototipo dei cenacoli fiorentini che andranno a decorare i refettori dei più prestigiosi conventi e monasteri della città. Le altre scene che compongono l’insieme sono tutti spunti sui quali i monaci potevano riflettere durante il pasto: – San Benedetto in solitudine ; – Gesù a cena dal Fariseo; – San Francesco che riceve le stimmate; – Storia di San Ludovico di Tolosa. Alle pareti sono poi esposti sei frammenti di affreschi di Andrea Orcagna, ritrovati sotto l’intonaco cinquecentesco nella navata destra della chiesa. Probabilmente erano stati gravemente danneggiati dall’alluvione del 1557, tanto da costringere il  Vasari  (che ….

… sicuramente non coprì l’opera antica per solo spirito di rinnovamento stilistico, essendo un estremo ammiratore degli antichi maestri fiorentini) a realizzare nuovi altari in pietra serena su un muro a intonaco bianco. I frammenti ritrovati sono comunque notevoli per la vigorosa e drammatica narrazione nelle scene, con un colorito linguaggio pittorico. Vi si distinguono un Trionfo della Morte, un Giudizio universale e una parte di Inferno.Altri affreschi tre-quattrocenteschi sono la lunetta mutila del Compianto di Taddeo Gaddi, già sulla porta della navata sinistra, e la veduta della città di Firenze nella Venuta dei Francescani a Firenze, di Giovanni del Biondo, dove si può riconoscere l’aspetto di piazza del Duomo verso il 1380, con la facciata arnolfiana di Santa Maria del Fiore.

La statua di San Ludovico di Tolosa è una poderosa opera di Donatello, una delle pochissime in bronzo dorato del grande scultore fiorentino (1423-1424), inizialmente realizzata per una nicchia di Orsanmichele, fu poi spodestata dall’Incredulità di San Tommaso di Verrocchio nel 1487 e collocata per più di tre secoli e mezzo al centro della facciata incompiuta di Santa Croce. La statua di Donatello fu uno dei primi grandi bronzi fusi dall’epoca dell’antichità, sebbene vennero assemblati più pezzi, per facilitare la doratura. Vibrante è il contrasto tra la testa e la mano, scolpita con delicato realismo, e la pesantezza del panneggio che nasconde tutto il corpo. Sempre nel refettorio, vicino alla porta della seconda sala, si trova l’affresco staccato dei Santi Giovanni Battista e Francesco, frammento di un’opera più ampia, nel tipico stile luminoso di Domenico Veneziano, con influssi di Andrea del Castagno (al quale era anche stata attribuita). Si trovava originariamente nel coro e poi sulla parete della navata destra della chiesa.

Il Crocifisso di Santa Croce è un’opera di Cimabue, dipinta per la basilica di Santa Croce a Firenze e tuttora vi è conservato. È attribuito al 1272-1280 circa ed è alto 4,48 metri e largo 3,90. È tristemente nota per aver subito danneggiamenti importanti durante l’alluvione del 4 novembre 1966. La croce riporta l’iconografia del Christus patiens, cioè un Cristo morente sulla croce, con gli occhi chiusi, la testa appoggiata sulla spalla e il corpo inarcato a sinistra. Il corpo è longilineo e sinuoso e i colori sono arricchiti di una tonalità verde scuro che lo rendono cadaverico, in linea con la concezione dell’opera. Il perizoma è trasparente e rivela le anatomie sottostanti. I lati della croce sono decorati con figure geometriche che ricordano un drappeggio. Ai lati del braccio orizzontale della croce sono presenti due dolenti a mezzo busto in posizione di compianto, che guardando lo spettatore piegano la testa e l’appoggiano a una mano.

Sono la Vergine e san Giovanni evangelista, a sinistra e destra rispettivamente. In alto è presente il cartiglio I.N.R.I. per esteso. Il tondo in alto (la cimasa) è perduto. Il soppedaneo in basso non è decorato. Alle sue estremità sono presenti dei riquadri raffiguranti le persone care a cristo. Anche la nuova modalità descritta sopra con cui l’artista usa la punta del pennello per le modulazioni chiaroscurali avvicina l’opera alla Maestà del Louvre e alle opere successive, post-datando l’opera rispetto al crocifisso aretino. Il superamento di altri retaggi dell’arte bizantina, come la separazione netta tra i muscoli di braccio e avambraccio e la linea continua a dividere il palmo della mano e l’avambraccio, contribuiscono a post-datare l’opera rispetto al crocifisso aretino. Indicative sono anche le vesti dei tre personaggi raffigurati: nessuno ha abiti con l’agemina, ampiamente utilizzata nel crocifisso di Arezzo e mai più usata in tutte le opere successive del maestro.

Dopo: DONATELLO (Donato di Niccolò di Betto Bardi; Firenze 1386/1466): “San Ludovico di Tolosa” – 1418/1425 – Bronzo – dorato – argento, bronzo dorato, smalti e cristalli di rocca – 285 × 101 × 78 cm. La Parte Guelfa commissionò per la propria edicola di Orsanmichele il San Ludovico di Tolosa a Donatello, rimosso prima del 1460 in seguito al passaggio della nicchia al Tribunale della Mercanzia, fu trasferito in Santa Croce e prima del 1510 collocato in facciata, sopra il portale centrale. Spostato nel 1859 per la realizzazione del nuovo prospetto, fu prima inserito sulla controfacciata e nel 1908 esposto nel museo, in un’edicola che riproduce in calco quella originaria di Orsanmichele, dello stesso Donatello. 

Sempre nel REFETTORIO sono inoltre state esposte le diciannove pale (dipinti su tavola o su tela) danneggiate durante l’alluvione e ricollocate solo nel 2006, al termine di un lungo e capillare lavoro di restauro: Madonna col Bambino e santi di Nardo di Cione; Incoronazione della Vergine di Lorenzo di Niccolò; Polittico di san Giovanni Gualberto di Giovanni del Biondo; San Jacopo di Lorenzo Monaco; San Bernardino da Siena di Rossello di Jacopo Franchi; San Bonaventura di Domenico di Michelino; Deposizione dalla Croce di Francesco Salviati (che ha subito un recupero quasi mi-racoloso, dopo che fu ritrovata dilaniata a pezzi); Discesa di Cristo al Limbo di Agnolo Bronzino (in seguito al restauro sono stati scoperti dei dettagli “scabrosi” di demoni, censurati in antico); – Trinità del Cigoli (1592). Nelle altre cinque sale sono conservate altre pregevoli opere provenienti dalla chiesa e dal convento. La seconda sala ospita frammenti di affreschi e di vetrate, con opere di Neri di Bicci e, per attribuzione, a Giotto e a Alesso Baldovinetti. Vi sono inoltre modellini ottocen-teschi del campanile e della facciata e alcuni dipinti. La lunetta con San Francesco morente che distribuisce il pane ai frati è opera di Jacopo Ligozzi, la cui sinopia si trova nella sala sei.

Durante il restauro della Cappella BARONCELLI qui è stato conservato il Polittico Baroncelli attribuito a Giotto o a Taddeo Gaddi. A Giotto è attribuito anche un frammento di affresco denomina-to Madonna dolente. La terza sala, anticamente Cappella dei Cerchi, ospita affreschi staccati e robbiane, tra le quali una di Andrea della Robbia, due busti di Giovanni della Robbia e una Madonna col Bambino di Benedetto Buglioni. La croce dipinta è di Lippo di Benivieni, mentre gli affreschi staccati, già facenti parte della decorazione originaria della cappella, sono attribuiti a Niccolò di Pietro Gerini (cornici decorate) e al Maestro di San Martino a Mensola (Maestà con santi). La quarta sala ha affreschi e sinopie del Tre e Quattrocento. La quinta sala mostra la ricostruzione del monumento a Gastone della Torre di Tino da Camaino, altre sculture soprattutto trecentesche (tra cui alcune di Tino di Camaino e due formelle attribuite a Giambologna) e i modelli in gesso per le statue ottocentesche che decorano la facciata. La sesta e ultima presenta alcuni affreschi staccati, tra i quali spiccano tre, opera di Matteo Rosselli.

(Dopo) Agnolo BRONZINO: “Discesa al Limbo”. È uno dei dipinti alluvionati, recentemente restaurato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze; raffigura la liberazione delle anime oneste nate prima della Resurrezione di Cristo. L’opera pullula di ritratti tra cui quelli di alcune donne note al tempo per la loro bellezza; i nudi femminili furono ammirati dai contemporanei ma in seguito contestati per via del carattere sensuale e perturbante dei medesimi, non adatto a un luogo sacro.

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