Il Giro delle Chiese

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NAPOLI: CAPPELLA San SEVERO / CHIESA di Santa MARIOA della PIETA’ (1° Parte)

Situato nel cuore del centro antico di Napoli, il Museo Cappella Sansevero è un gioiello del patrimonio artistico internazionale. Creatività barocca e orgoglio dinasticobellez-za mistero s’intrecciano creando qui un’atmosfera unica, quasi fuori dal tempo.

MUSEO CAPPELLA SANSEVERO: Situato nel cuore del centro antico di Napoli, il Museo Cappella Sansevero è un gioiello del patrimonio artistico internazionale. Creatività barocca e orgoglio dinasticobellezza mistero s’intrecciano creando qui un’atmosfera unica, quasi fuori dal tempo. Tra capolavori come il celebre Cristo velato, la cui immagine ha fatto il giro del mondo per la prodigiosa “tessitura” del velo marmoreo, meraviglie del virtuosismo come il Disinganno ed enigmatiche presenze come le Macchine anatomi-che, la Cappella Sansevero rappresenta uno dei più singolari monumenti che l’ingegno umano abbia mai concepito. Un mausoleo nobiliare, un tempio iniziatico in cui è mirabilmente trasfusa la poliedrica personalità del suo geniale ideatore: Raimondo di Sangrosettimo principe di Sansevero. La cappella Sansevero (detta anche Chiesa di Santa Maria della Pietà o Pietatella) è situata nelle vicinanze della piazza San Domenico Maggiore, questa chiesa, oggi sconsacrata, è attigua al palazzo di famiglia dei principi di Sansevero, da questo separata da un vicolo una volta sormontato da un ponte sospeso che consentiva ai membri della famiglia di accedere privatamente al luogo di culto. La facciata della cappella, che si apre sulla stretta via Francesco de Sanctis, appare semplice e sobria nelle sue linee, caratteristiche tipiche del principio del XVII secolo in cui è ancora vivo lo spirito classicheggiante. È possibile accedere all’interno tramite il grande portale al centro della facciata, sormontato dallo stemma della famiglia di Sangro e dove si trova la lapide di marmo che ricorda i lavori di Alessandro di Sangro, oppure usufruendo della porticina laterale che si affaccia su calata San Severo.

La piccola chiesa, tipica espressione del barocco napoletano, è di forma rettangolare ed è costituita da una navata unica, verosimilmente risalente al 1593. Lungo le pareti laterali otto archi a tutto sesto, 4 per lato, introducono altrettante cappellette laterali, mentre un ulteriore grande arco separa l’area del presbiterio, situata in fondo alla chiesa e occupata dall’altare maggiore. Al centro dei due lati lunghi, rispettivamente a sinistra e destra di chi entra, si aprono la porta laterale di cui si è già detto e l’accesso alla sacrestia e alla cosiddetta cavea sotterranea. Al di sopra degli archi l’intera lunghezza della cappella è percorsa da un cornicione, realizzato con un mastice ideato dal principe Raimondo, al di sopra del quale si diparte la volta a botte, completamente affrescata dal dipinto realizzato da Francesco Maria Russo conosciuto come Gloria del Paradiso. Alla base della volta, subito sopra il cornicione, si aprono le sei finestre strombate che forniscono luce alla cappella. Tutte le opere d’arte contenute all’interno della struttura, ad eccezione di quattro, furono commissionate da Raimondo di Sangro, e a lui si doveva anche la pavimentazione settecentesca, costituita da un intarsio marmoreo bianco e nero simboleggiante un labirinto; alla loro realizzazione hanno contribuito autori come Fran-cesco Celebrano, An-tonio Corradini, Francesco Queirolo e Giuseppe Sanmartino. Infine, al di sopra della porta maggiore, è collocata una piccola tribuna, dalla quale partiva il passaggio di collegamento tra la cappella e il Palazzo di Sangro, finemente stuccato, andato distrutto nel citato crollo del 1889.

La Cappella Sansevero è un concentrato di opere scultoree e pittoriche, e la prima che si nota appena entrati nell’edificio è l’affresco che ne orna il soffitto, noto come Gloria del Paradiso o il Paradiso dei Sangro, opera del poco conosciuto pittore Francesco Maria RUSSO che, come riportato nell’affresco stesso, lo realizzò nel 1749. Di esso colpisce, a distanza di due secoli e mezzo dalla realizzazione, la brillantezza dei colori, anche in questo caso dovuti all’inventiva di Raimondo di Sangro e alla sua pittura definita «oloidrica». L’affresco del soffitto termina, in corrispondenza delle finestre, con sei medaglioni monocromi, in verde, con i Santi protettori del Casato: San Berardo di Teramo, San Berardo cardinale dei Marsi, Santa Filippa Mareri, San Oderisio, San Randisio e Santa Rosalia. Al di sotto di questi, in corrispondenza degli archi delle sei cappelle più vicine all’altare, sono presenti sei medaglioni marmorei, opera di Francesco QUEIRO-LO, con le effigi di sei cardinali originari della famiglia di Sangro. Per l’impianto statuario, il Principe chiamò lo scultore Antonio CoRRADINI, veneto e massone, che riuscì però a ultimare solo le statue della Pudici-zia (dedicata alla madre prematuramente scomparsa del principe Raimon-do), del Decoro e il monumento dedicato a Paolo di Sangro sesto principe di Sansevero, oltre a lasciare alcuni bozzetti per altre opere. Tra queste figura il Cristo velato, la cui realizzazione passò poi a Giuseppe SANMARTINO.

Elemento portante di tale progetto sono le dieci statue denominate Virtù, addossate ad altrettanti pilastri, di cui nove dedicate alle consorti di nove membri della famiglia Sansevero e una, il Disinganno, dedicata ad Antonio di Sangro, padre del principe Raimondo. La quasi totalità delle Virtù è stata modellata secondo le norme iconografiche stabilite da Cesare Ripa nella sua Iconologia, opera particolarmente apprezzata da Raimondo che, tra l’altro, ne finanziò una riedizione in cinque volumi. Esse però non seguono totalmente il modello classico, ma vi introducono alcune novità, ognuna delle quali con un preciso significato. Nella rappresentazione della Pudicizia, opera dedicata, a Cecilia Gaetani madre di Raimondo di Sangro, ad esempio la figura femminile velata è vista come un riferimento alla dea egizia Iside, che rivestiva un ruolo importante nella scienza iniziatica. Sempre nella stessa statua la lapide spezzata fa riferimento alla morte prematura della nobildonna, mentre l’incensiere ai piedi della statua ricorda quelli utilizzati durante le cerimonie massoniche. Il ramo di quercia che sembra fuoriuscire dal basamento della scultura è forse un rimando all’albero della conoscenza, mentre un’altra interpreta-zione lo vede come l’albero della vita. Elemento centrale della rappresentazione moder-na, il Cristo velato nelle intenzioni del Principe doveva essere collocato nella «cavea sotterranea», insieme ai futuri sepolcri dei Sansevero, e illuminato da lampade perpetue di ideazione del principe Raimondo. È probabile però che l’opera non sia mai stata portata all’interno della cavea.

Le tre MERAVIGLIE: Cristo velato – Disinganno – La pudicizia. Autori, da sx:  Giuseppe SANMARTINO – Francesco QUEIROLO – Antonio CORRADINI. Il trio d’eccellenza della Cappella è composto dal Cristo velato, dalla Pudicizia e dal Disinganno, tre opere d’arte volute da Raimondo di Sangro quando pose mano all’ampliamento e arricchimento del tempio. Il Principe voleva farne, infatti, una struttura maestosa che celebrasse degnamente la gloria del casato dei di Sangro.

MISTERO del CRISTO VELATO: Realizzata nel 1753, l’opera è considerata uno dei maggiori capolavori scultorei mondiali, tanto che Antonio Canova dichiarò che sarebbe stato disposto a dare persino dieci anni della propria vita pur di essere stato l’autore di una simile meraviglia. A rendere il Cristo Velato una scultura unica nel suo genere è soprattutto l’incredibile trasparenza del sudario. Nel corso dei secoli, la prodigiosa tessitura del velo marmoreo, che lascia stupiti osservatori e studiosi, è stata avvolta nel più fitto mistero. Stando ad una leggenda popolare, il committente dell’opera, Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, nonché famoso scienziato e alchimista, avrebbe insegnato allo scultore la calcificazione del tessuto in cristalli di marmo. Per oltre duecentocinquanta anni, si è erroneamente creduto che l’incredibile trasparenza del sudario fosse dunque il frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione”, effettuato dal principe che avrebbe adagiato sulla statua un vero e proprio velo che nel tempo si sarebbe marmorizzato attraverso un processo chimico, dando vita all’opera d’arte così come la conosciamo oggi.

Studi scrupolosi, insieme ai vari documenti coevi alla realizzazione del Cristo Velato, hanno però svelato il mistero: Giuseppe Sanmartino avrebbe in realtà lavorato su un unico blocco di marmo. In un documento, datato 16 dicembre 1752 e conservato presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, è riportato un acconto di cinquanta ducati a favore dell’artista napoletano, firmato da Raimondo di Sangro (il costo complessivo della statua ammonterà a cinquecento ducati). Nel contratto, il principe scrive: “E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagarete al Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo”. Inoltre, in alcune lettere spedite al fisico Jean-Antoine Nollet e all’accademico della Crusca Giovanni Giraldi, Raimondo di Sangro descrive il sudario trasparente come “realizzato dallo stesso blocco della statua”, mentre più in là il biografo settecentesco del principe, Giangiuseppe Origlia, avrebbe specificato che il Cristo è “tutto ricoverto d’un lenzuolo di velo trasparente dello stesso marmo”. La leggenda, però, è ancora dura a morire e tutt’oggi l’incredibile trasparenza del sudario non fa che alimentarla.

Il capolavoro di Francesco Queirolo è senza dubbio il Disinganno, opera dedicata da Raimondo di Sangro al padre Antonio, duca di Torremaggiore. Dopo la prematura morte della moglie, Antonio si diede a un’esistenza avventurosa e disordinata, affidando il figlio alle cure del nonno Paolo. “Asservito, come ricorda la lapide dedicatoria, alle giovanili brame”, il duca viaggiò per tutta Europa, ma in vecchiaia, ormai stanco e pentito degli errori commessi, tornò a Napoli, ove trascorse gli ultimi anni nella quiete della vita sacerdotale. Il gruppo scultoreo descrive un uomo che si libera dal peccato, rappresentato dalla rete nella quale l’artista genovese trasfuse tutta la sua straordinaria abilità. Un genietto alato, che reca in fronte una piccola fiamma, simbolo dell’umano intelletto, aiuta l’uomo a divincolarsi dalle maglie intricate, mentre indica il globo terrestre ai suoi piedi, simbolo delle passioni mondane; al globo è appoggiato un libro aperto, la Bibbia, testo sacro ma anche una delle tre “grandi luci” della Massoneria. Il bassorilievo sul basamento, con l’episodio di Gesù che dona la vista al cieco, accompagna e rafforza il significato dell’allegoria.

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