Situato nel cuore del centro antico di Napoli, il Museo Cappella Sansevero è un gioiello del patrimonio artistico internazionale. Creatività barocca e orgoglio dinastico, bellez-za e mistero s’intrecciano creando qui un’atmosfera unica, quasi fuori dal tempo.


La Pudicizia fu realizzata nel 1752 dal veneto Antonio CORRADINI, scultore di fama europea già al servizio dell’imperatore Carlo VI a Vienna, chiamato dal principe di Sansevero come coideatore ed esecutore del progetto iconografico del suo tempio gentilizio (ma Corradini, come ricorda una lapide apposta da di Sangro perpendicolar-mente al pilastro della Pudicizia, morì nello stesso 1752 “dum reliqua huius templi ornamenta meditabatur”). L’artista, che pure aveva scolpito altre figure velate, raggiunge qui un altissimo grado di perfezione nel modellare il velo posto sul corpo della donna con eleganza e naturalezza, come se il vapore esalato dal bruciaprofumi contribuisse a rendere umido e straordinariamente aderente alla pelle lo strato impalpabile, cinto da un serto di rose. Lo sguardo perso nel tempo, l’albero della vita, la lapide spezzata sono i simboli di un’esistenza troncata troppo presto e palesano il dolore del figlio Raimondo, che volle così tramandare fattezze e virtù della giovane madre. Al tema vita/morte fa esplicito riferimento anche il bassorilievo sul basamento, con l’episodio evangelico del Noli me tangere, in cui Cristo appare alla Maddalena in veste d’ortolano. L’intento di celebrare Cecilia Gaetani non basta a spiegare il significato di questa statua. La donna coperta dal velo è interpretabile come allegoria della Sapienza, e il riferimento alla velata Iside, dea prediletta dalla scienza iniziatica, pare chiarissimo (senza contare che una lunga tradizione, invero non riscontrabile, ritiene che la Pudicizia sia posta nel medesimo luogo in cui si ergeva la statua di Iside nella Neapolis greca).



Dedicato a Ippolita del Carretto e Adriana Carafa della Spina, mogli del fondatore della Cappella Giovan Francesco di Sangro, lo Zelo della religione, il cui principale autore fu Fortunato ONELLI, è apparentemente l’opera più “ortodossa” del tempio disangriano. La fervente devozione delle due donne è esaltata da questo complesso gruppo scultoreo, in cui spicca la figura di un vegliardo che porta in una mano la luce della Verità e nell’altra una sferza per punire il sacrilegio, mentre con il piede calpesta un libro da cui fuoriescono le serpi dell’eresia. Un putto con una fiaccola completa l’opera di distruzione dei testi eretici, altri due puttini sorreggono il medaglione con i profili della due ave. Lo Zelo, gruppo di elevata compostezza stilistica, è stato a lungo ascritto al Corradini e successivamente al Queirolo, ma alcune carte portate alla luce dall’Archivio Storico del Banco di Napoli ne attribuiscono la paternità a Fortunato Onelli, artista napoletano collaboratore del Celebrano, che partecipò a sua volta almeno come supervisore. Un documento del settembre 1767, inoltre, attesta che per “corrigere l’errori” commessi da Onelli, “non men che per terminare l’opera promessa”, furono chiamati anche “altri professori esperti”. La lapide commemorativa apposta da Raimondo di Sangro reca la data del 1756.
DECORO di Antonio CORRADINI: L’opera, dedicata alla prima e alla seconda moglie di Giovan Francesco di Sangro, terzo principe di Sansevero, rappresenta la qualità propria delle due donne: il Decoro. Lo storico Giangiuseppe Origlia la annovera tra le poche opere compiute dal Corradini prima della morte improvvisa, e le più impor-tanti guide sette-ottocentesche concordano con questa attribuzione. Tale Virtù è incarnata da un giovinetto semicoperto da una pelle di leone; al suo fianco, una testa dello stesso animale, poggiata su un tronco di colonna, simboleggia la vittoria dello spirito umano sulla natura ferina. La posa e il compiacimento della bella forma rimandano alla Pudicizia del Corradini, che qui raggiunge però un risultato meno felice.


AMOR DIVINO: Dedicato a Giovanna di Sangro dei marchesi di San Lucido, moglie del quinto principe di Sansevero Giovan Francesco di Sangro, l’Amor divino è tuttora di incerta attribuzione. Affinità stilistiche con altre realizzazioni del Queirolo inducono ad ascrivere a lui questa Virtù; è ipotizzabile, però, che la prima ideazione sia stata del Corradini. Un giovane avvolto in un mantello guarda verso il cielo e tiene nella destra un cuore fiammeggiante: viene così esaltato l’amore per Dio della nobildonna, ricordato dall’iscrizione incisa sul basamento. La scultura si ricollega idealmente, e per certi tratti stilistici, al Decoro, mentre il cuore in fiamme rimanda alla Soavità del giogo coniugale, recante lo stesso simbolo. La statua fu particolarmente elogiata dal noto storico dell’arte ottocentesco Leopoldo Cicognara, che la ritenne addirittura la più bella del mausoleo disangriano, probabilmente perché “per la sua semplicità – osserva Rosanna Cioffi – gli dové apparire la più ‘neoclassica’ della Cappella”. Pur in assenza di profonda ispirazione, l’artista infonde al soggetto una riuscita vivacità descrittiva. Posto a destra (per chi entra) della “porta grande” del tempio gentilizio, il deposito appare un’ortodossa esaltazione dell’amore verso Dio, che fa ardere il cuore di passione mistica. I vari rinvii simbolici a processi alchemico-iniziatici presenti nella Cappella, tuttavia, inducono a ritenere che vi sia un riferimento al fuoco che l’alchimista riceve da Dio.

DOMINIO di SE STESSI: È la memoria di Geronima Loffredo, nonna paterna di Raimondo di Sangro, a essere onorata da questo monumento funebre. Il Dominio di se stessi è uno dei depositi che il Queirolo ideò ma non fece in tempo a eseguire, a causa della rottura del suo rapporto con il principe di Sansevero: non a caso Francesco Celebrano firmò nel 1767 la statua solo come sculptor e non anche come inventor. Simbolo della forza d’animo della defunta, “mai abbattuta dal destino ostile né troppo esaltata da quello propizio”, è un guerriero romano che tiene alla catena un leone ammansito, quasi ipnotizzato dallo sguardo dell’uomo: intelletto e volontà prevalgono così su istinto, energia selvaggia e vanità delle passioni. L’esito prettamente artistico del lavoro non è di altissimo livello, tanto che Raimondo di Sangro nel suo testamento lo nominò tra le poche opere della Cappella che avrebbe voluto fossero rifatte da miglior scalpello. Il Celebrano mostra nel Dominio la sua tendenza al decorativismo, interpretando senza pathos il modello in creta del Queirolo. Completano il deposito due putti e un medaglione con il profilo di Geronima Loffredo. La lapide commemorativa è del 1759. Il tema del controllo delle proprie passioni è un tema classico dei catechismi massonici settecenteschi nonché tappa imprescindibile di ogni percorso iniziatico. Nelle rappresentazioni alchemiche il leone è ora simbolo della materia originaria, ora – come leone “rosso” – della realizzazione della pietra filosofale.


EDUCAZIONE: L’Educazione, allegoricamente rappresentata da una donna intenta a istruire un giovinetto, reca sul basamento il motto “Educatio et disciplina mores faciunt” (“L’educazione e la disciplina formano i costumi”). Il discepolo, che ascolta attentamente i premurosi insegnamenti della precettrice, tiene nella mano sinistra il De officiis di Cicerone, testo ritenuto dalla cultura ufficiale strumento insostituibile di comprensione del problema morale dell’utile e dell’onesto. Molti storici dell’arte, da Leopoldo Cicognara a Rosanna Cioffi, ritengono questa l’opera meno felice del Queirolo: la massiccia figura della matrona e il rigido panneggio non riescono a raggiungere la grazia e l’equilibrio che l’artista genovese sapeva infondere ai propri soggetti (e che certamente dovevano contraddistinguere il bozzetto corradiniano dell’Educazione). Tuttavia, osserva Marina Causa Picone, “non mancano particolari ispirati e vibranti, come il libro aperto in mano al fanciullo, che riporta a quella stessa materia viva e densa dei libri del Disinganno”. Anche il deposito dell’Educazione presenta la faccia di una piramide addossata al pilastro, alla cui sommità è scolpito un medaglione con i ritratti delle ave di Raimondo. Come il controllo delle proprie pulsioni (simboleggiato dal Dominio di se stessi), la formazione maturata sui testi della tradizione e la disciplina interiore rappresentano passaggi obbligati per il raggiungimento della perfezione cui ambisce l’adepto.

LIBERALITA’: L’idealizzata figura femminile al naturale è felicemente resa nella raffina-tezza del volto e nel morbido drappeggio della veste. Nella mano sinistra la donna reca una cornucopia riversante ori e gioielli, mentre nella destra stringe alcune monete e un compasso, emblemi di generosità ed equilibrio. L’aquila, collocata simmetricamente rispetto alla cornucopia, rappresenta forza e temperanza, oltre a essere, secondo i bestiari medievali, l’unico animale in grado di fissare il sole. Alle spalle della figura è scolpita nel marmo, come la definisce la Breve nota, guida settecentesca al Palazzo e alla Cappella Sansevero, una “spezie di piramide”: si tratta più precisamente di una delle quattro facce di una piramide con il suo pyramidion, idealmente completata dalle altre tre facce poste alle spalle di Soavità del giogo coniugale, Sincerità ed Educazione. La piramide è un elemento decorativo molto utilizzato nell’iconografia funebre occidentale, e secondo l’Iconologia del Ripa essa è atta a rappresentare la “gloria dei principi”. Tuttavia, la cultura di Raimondo di Sangro, i richiami che egli fa nella Lettera Apologetica a Ermete Trismegisto e alle opere di Athanasius Kircher (celebre egittologo seicentesco) e, infine, i tanti elementi allusivi alla tradizione iniziatica sparsi per la Cappella Sansevero lasciano supporre che la presenza della piramide rinvii simbolicamente all’antica sapienza egizia e alla prisca theologia.

SINCERITA’: Come per altre opere presenti in Cappella, anche per la Sincerità l’ideazione fu del Corradini, che ne aveva realizzato un bozzetto, ma il gruppo marmoreo venne eseguito con gusto tutto personale dal Queirolo che, come attesta Giangiuseppe Origlia, “travagliava” su questo marmo nel 1754. La Virtù è dedicata alla moglie di Raimondo di Sangro, Carlotta Gaetani: poiché il monumento fu eretto quando Carlotta era ancora in vita, anche qui, come nella Soavità del giogo coniugale, il ritratto iscritto nel medaglione non è delineato. Una donna di serena bellezza, avvolta in un rigido panneggio raccolto con grazia ed eleganza, regge nella mano sinistra un cuore e nella destra un caduceo, simboli l’uno di amore e carità, l’altro di pace e ragione. In basso si ammirano un carnoso putto di pregevole esecuzione, forse di Paolo Persico, e due colombe rappresentanti purezza, fedeltà coniugale, fertilità e, nel linguaggio alchemico, l’albedo della materia grezza, prima che si trasformi in pietra filosofale. La lapide, che esalta le qualità della nobildonna, fu composta da Raimondo di Sangro nel 1758. Il modello della Sincerità è, come per altre Virtù, quello canonizzato dalla Iconologia di Cesare Ripa (prima edizione: Roma 1593), ma sono evidenti alcune varianti, la più importante delle quali è la presenza del caduceo. Formato da una verga attorno a cui si attorcigliano due serpi, esso era nell’iconografia pagana attributo di Hermes/Mercurio, e in seguito poté ben rappresentare la scienza ermetica. In alchimia, il caduceo simboleggia la coincidentia oppositorum, ovvero l’unione degli opposti, lo zolfo e il mercurio. Al pari di altri tre gruppi marmorei, anche la Sincerità è caratterizzata dalla faccia di una piramide addossata al pilastro.

SOAVITA’ del GIOCO CONIUGALE: Raimondo di Sangro destinò la Soavità del giogo coniugale alla moglie del suo primogenito Vincenzo, Gaetana Mirelli dei principi di Teora, quando ella era nel rigoglio degli anni. A tale circostanza si deve il profilo della donna poco più che abbozzato nel medaglione, come si usava in caso di monumenti eretti a dedicatari viventi. Paolo PERSICO fu pagato centosessanta ducati per questo lavoro. Il gruppo marmoreo è costituito da una donna dall’ampio ventre, che con la sinistra tiene a sé un giogo piumato (dolce obbedienza), e con la destra innalza due cuori fiammeg-gianti (amore profondo e reciproco); ai suoi piedi un putto alato gioca con un pellicano, emblema di carità: nell’iconografia medievale, infatti, il pellicano che si lacera il petto per nutrire i figli rappresentò il sacrificio di Cristo sulla croce. I soggetti di quest’allegoria del Persico, scultore sorrentino, sono di enfatica carnosità ed estenuato decorativismo. Tornano motivi già riscontrati in altre statue del mausoleo dei Sansevero, quali le vesti trasparenti, ma con intenti ed esiti meno sbalorditivi. Come in altri tre depositi della Cappella, al pilastro è addossata la faccia di una piramide. Anche in questo monumento alcuni interpreti leggono allusioni a procedimenti alchemici. Per non soffermarsi che su un solo elemento iconografico, il pellicano, si dirà che tale uccello non solo simboleggia un particolare tipo di storta (recipiente per la distillazione), ma costituisce un’immagine della pietra filosofale dispersa nel piombo allo stato fluido. Secondo la tradizione ermetica, infine, il sangue del pellicano è la cosiddetta quintessenza naturale.





Questi inquietanti oggetti si trovavano in una stanza del palazzo del principe di Sansevero, denominata “Appartamento della Fenice”, come attestano alcuni viaggiatori e la Breve nota di quel che si vede in casa del principe di Sansevero, anonima guida settecentesca al Palazzo e alla Cappella Sansevero. Quest’ultima fonte descrive nei dettagli le Macchine, dai vasi sanguigni della testa a quelli della lingua, e aggiunge che ai piedi della donna era posto “il corpicciuolo d’un feto”, accanto al quale vi era addirittura la placenta aperta, legata al feto dal cordone ombelicale. I due studi anatomici sono stati spostati nella Cappella, e in tal modo salvati da distruzione o dispersione, molto tempo dopo la morte del principe. Resti del feto erano visibili ancora fino a pochi decenni fa, finché non furono trafugati.
Le due Macchine anatomiche sono tra le presenze più enigmatiche del complesso monumentale. Ancora oggi, a oltre duecentocinquanta anni di distanza, si dibatte sui procedimenti e i materiali grazie ai quali si è potuta ottenere una tanto eccezionale conservazione dell’apparato circolatorio. Alimentando la “leggenda nera” di Raimondo di Sangro, la Breve nota parlava di “iniezione”, ipotizzando che Salerno, sotto la direzione del principe, avesse inoculato nei vasi sanguigni di due corpi una sostanza che ne avrebbe procurato la “metallizzazione”. Anche Benedetto Croce racconta che secondo la credenza popolare Raimondo di Sangro “fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene”. In realtà, il sistema circolatorio è frutto di una ricostruzione effettuata con diversi materiali, tra cui la cera d’api e alcuni coloranti. Stupisce, ad ogni modo, la riproduzione del sistema arterovenoso fin nei vasi più sottili, che dimostra conoscenze anatomiche incredibilmente avanzate per l’epoca, tanto che un gruppo di ricercatori ha recentemente suggerito l’ipotesi che, ai fini della ricostruzione, siano stati precedentemente effettuati esperimenti iniettivi.



