La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme è una delle sette chiese di Roma facente parte del tradizionale itinerario di pellegrinaggio reso celebre da San Filippo Neri. Fu edificata a partire dal IV secolo presso il Palazzo del Sessorium, residenza di Flavia Giulia Elena, la madre dell’imperatore Costantino, nei pressi del Laterano. E’ una basilica da visitare sia per chi ha fede sia per chi è interessato alla storia del cristianesimo, Nell’immagine in evidenza: Il GOLGOTA.

La Basilica non fu costruita per onorare la memoria dei martiri, come era tradizione, ma esclusivamente per conservare una parte della Croce di Gesù, insieme ad altre reliquie della Passione che, secondo la tradizione, sant’Elena fece trasportare a Roma di ritorno dal suo viaggio in Terra Santa, nel 325. Fu pensata fin dall’inizio come un grande reliquiario, destinato a custodire testimonianze preziose della passione di Gesù. La basilica viene detta “in Gerusalemme” a causa della presenza di terra consacrata del monte Calvario che fu posta alla base delle fondamenta, terra trasportata sulle navi assieme alle stesse reliquie della Croce. Venne costruita sulle rovine di una villa imperiale denominata Horti Variani ad Spem Veterem, iniziata da Settimio Severo e terminata da Eliogabalo nel III secolo. Affidata ai Monaci cistercensi la parrocchia di Santa Croce a causa di comportamenti poco corretti e vari abusi, dall’anno 2009 è stata revocata ai monaci cistercensi e affidata al clero diocesano di Roma; nel 2012 papa Benedetto XVI, con una decisione storica, senza precedenti, ha ordinato la definitiva soppressione dell’abbazia cistercense e la dispersione della comunità dei monaci, mettendo fine così a quasi mille anni di presenza monastica nel territorio.






INTERNO: L’ingresso alla basilica avviene attraverso un atrio a pianta ellittica, con una piccola cupola sostenuta da pilastri e colonne in granito che, nella basilica paleocristiana, erano collocate all’interno. Per le porte quattrocentesche, parzialmente danneggiate nel XVIII secolo, si passa all’interno, suddiviso in tre navate da otto antiche colonne di granito e da sei pilastri, quattro dei quali inglobano altrettante colonne originarie. Nel presbiterio sono un ciborio del Settecento e l’urna in basalto che accoglie le spoglie di san Cesario di Terracina (santo tutelare degli imperatori romani, i “Divi Cesari”) e di sant’Anastasio martire; al centro dell’abside è un tabernacolo in marmo e bronzo dorato (opera di Carlo MADERNO) e la splendida tomba del cardinale Quiñones, opera di Jacopo SANSOVINO. Gli affreschi del catino absidale vengono attribuiti ad Antoniazzo ROMANO e a Marco PALMEZZANO.
Il ciclo pittorico racconta le vicende del ritrovamento della Croce secondo la Legenda aurea di Jacopo da Varazze, che fu molto popolare nel medioevo. La pala d’altare della seconda cappella a destra è San Bernardo induce l’antipapa Vittore IV ad umiliarsi di fronte ad Innocenzo II di Carlo MARATTA. La pala d’altare della terza cappella a sinistra è San Silvestro papa indica all’Imperatore Costantino l’effige dei Santi Pietro e Paolo di Luigi GARZI. La ristrutturazione settecentesca portò ad un totale rinnovamento dell’ambiente interno, che fu decorato nella volta da tre grandi tele del molfettese Corrado GIAQUINTO, uno degli artisti più celebrati dell’epoca (1743). Nei sotterranei è la pregevolissima cappella di Sant’Elena.

La CAPPELLA di Sant’ELENA: La volta fu fatta decorare con mosaici da Baldassarre PERUZZI verso il 1507-1508 (forse in parte su disegno di Melozzo da FORLI’) e Giuliano da SANGALLO fu incaricato di modificarne l’architettura e gli accessi verso il 1519-1520. Sul pavimento della cappella una lapide ricorda che qui fu cosparsa la terra del monte Calvario, portata a Roma da sant’Elena; nella cripta è la statua romana di Giunone, rinvenuta ad Ostia e trasformata nella effigie di Sant’Elena con la sostituzione della testa e delle braccia e l’aggiunta della croce. Le guide dei pellegrini tardo medioevali consideravano questa cappella così santa che non vi era consentito l’accesso alle donne, divieto che era applicato anche alla cappella del Sancta Sanctorum nei palazzi Laterani.
Per un certo periodo nella cappella vennero conservate anche tre pale d’altare eseguite tra il 1601 e il 1602 da un giovanissimo Peter Paul RUBENS, appena giunto a Roma da Mantova. Una di queste pale rappresenta la Coronazione di Spine ed è conservata a Grasse, presso la cattedrale di Notre-Dame-du-Puy; sempre a Grasse si trova la pala raffigurante Sant’Elena (Hôpital de Petit-Paris). L’ultima pala, L’Elevazione della Croce, andò distrutta nel Settecento. La cappella di Sant’Elena custodì le reliquie della crocifissione per più di sedici secoli; solo nel 1930 esse furono trasferite nella nuova cappella delle Reliquie, ricavata dall’antica sacrestia, opera dell’architetto Florestano Di FAUSTO, per essere esposte in maniera permanente alla venerazione dei pellegrini. Fino ad allora infatti, le reliquie venivano esposte solennemente soltanto tre volte all’anno, nei giorni del venerdì santo, nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce (il 14 settembre) e nella festa dell’Invenzione della Croce.




La Basilica custodisce numerose reliquie tra cui alcune tradizionalmente collegate alla Passione di Gesù. Si tratta di tre frammenti della Vera Croce, parte della corona di spine, un sacro chiodo e il titulus crucis. All’infuori di quest’ultimo, che fu rinvenuto solo nel 1492, le altre reliquie sono state conservate ininterrottamente dal IV secolo; si tratta delle reliquie più antiche di cui si ha traccia. Svariati frammenti della croce sono conservati nelle principali chiese e cattedrali europee. Dei 4 sacri chiodi della crocefissione, gli altri tre si troverebbero, secondo la tradizione, uno nella corona ferrea a Monza, un altro sospeso sopra l’altare maggiore del Duomo di Milano e un altro ancora nel duomo di Colle di Val d’Elsa. Alle reliquie della Passione di Cristo, nel corso dei secoli sono state aggiunte altre reliquie di minore importanza, alcune di provenienza incerta, quali i
frammenti della grotta di Betlemme e del Santo Sepolcro e della colonna della Flagellazione, il patibulum del Buon Ladrone e la falange del dito di san Tommaso. Sono tutte reliquie legate agli eventi della Passione e Risurrezione di Gesù, e sono state collezionate principalmente a scopo catechetico e omiletico. Per lo stesso motivo, cioè per completare la catechesi sulla Passione, in tempi recenti, è stata allestita una cappella laterale, attigua a quella delle reliquie, dove è possibile visitare una riproduzione moderna a grandezza naturale della Sindone di Torino. Il valore delle Reliquie per i pellegrini, infatti, non sta tanto nel trovare conferma della veridicità degli eventi storici della Passione quanto piuttosto nel servire come preziosi strumenti di catechesi. La loro venerazione, quindi, ha un enorme valore spirituale, che illumina la meditazione sulle sofferenze di Cristo e aiuta a comprendere il valore salvifico della Croce.



Sul GOLGOTA

Come di consuetudine i condannati al supplizio della Croce avevano un cartiglio che indicasse il motivo della condanna, il Titulus. PILATO fece preparare il Titulus Crucis per sferrare un ultimo attacco ai farisei del Tempio di Gerusalemme. Lo fa scrivere in 3 lingue: l’ebraico, il latino e il greco. Lo scriba è un artigiano locale abituato a scrivere da destra a sinistra. Questo dettaglio è una delle firme di autenticità più potenti al mondo. Molti pensano che il titulus fosse il seguente, ma la realtà è molto più profonda. JESUS NAZARENUS REX JUDAEORUM, è una forma che l’arte ha utilizzato per comodità.



Ecco: Il TITOLUS CRUCIS.



Il TITULUS CRUCIS è una reliquia costituita da una tavola di legno di noce, che secondo la tradizione sarebbe il cartiglio originario infisso sopra la croce. Il legno, ritrovato in una nicchia nel 1492 durante lavori di conservazione condotti nella chiesa, reca una parte di un’iscrizione in caratteri compatibili con quelli del I secolo, da destra a sinistra, in tre lingue diverse: ebraico, greco e latino. Risulta discussa la questione se è verosimile ritenere che il cartiglio della croce sia stato conservato e se la reliquia romana possa corrispondere realmente all’originale o almeno essere una copia fedele di quest’ultimo. Alcuni studiosi hanno supposto che il cartiglio sia proprio quello originale, in particolare è stato sostenuto che sarebbe stato staccato dalla croce e deposto inizialmente nel sepolcro assieme al corpo di Gesù. La sepoltura, caratterizzata secondo i vangeli dall’utilizzo di una tomba di ampie dimensioni, dal trattamento della salma con unguenti preziosi e dall’avvolgimento in un sudario, avrebbe avuto tutte le caratteristiche di una sepoltura regale.
L’aggiunta del cartiglio, il cui testo appariva ai seguaci di Gesù inconsapevolmente profetico della regalità di Gesù, si accorderebbe con le intenzioni di Giuseppe d’Arimatea e di Nicodemo. Per rispondere alla seconda questione a partire dal 1995 hanno avuto accesso alla reliquia alcuni studiosi, fra cui Carsten Peter Thiede e Michael Hesemann, che hanno collaborato ad indagini scientifiche necessarie alla datazione del manufatto (rilievo fotografico, prelievo di campioni, ecc.). Il titulus di Santa Croce reca effettivamente una parte dell’iscrizione nelle tre lingue (ebraico, greco e latino). Anche i testi in latino e greco sono scritti, da destra a sinistra, come per l’ebraico. Nel testo latino è riportata la versione “Nazarinus” anziché “Nazarenus”. Il testo, poi, non sembra corrispondere esattamente a nessuno di quelli dei quattro vangeli. Queste anomalie sono considerate da alcuni indizi di autenticità, in base al ragionamento che difficilmente un falsario le avrebbe introdotte. Le fotografie dell’iscrizione, inoltre, vennero fatte esaminare da diversi paleografi (contattati indipendentemente dai tre ricercatori sopra citati), i quali condussero un’indagine paleografica comparativa. In particolare le lettere risultarono perfettamente compatibili con quelle del I secolo, confermando, quindi, la possibilità che la reliquia fosse l’originale o almeno una copia fedele dell’originale risalente allo stesso periodo.

Come già detto Sant’ELENA, madre dell’imperatore COSTANTINO , nel 325 d.C. si recò a Gerusalemme alla ricerca degli strumenti della passione . Trovò i resti di tre croci e i resti di una tavoletta (TITULUS CRUCIS) e li portò a Roma dove fece costruire una Basilica per custodirli. Per secoli la reliquia della tavoletta rimase murata in una nicchia segreta finché nel 1492 (scoperta dell’America), durante dei restauri, fu ritrovata una cassetta di piombo con dentro il “Titulus Crucis”. Oggi molti scettici gridano alla leggenda ma la scienza ha indagato: il celebre papirologo Carsten PETERTIDE ha analizzato a fondo il reperto. Esaminando la grafia delle lettere greche e latine giunse alla conclusione che lo stile della scrittura apparteneva esattamente al 1° secolo d.C., era il modo tipico con cui scrivevano i funzionari dell’epoca imperiale.
Inoltre l’analisa botanica ha confermato che il reperto è fatto di legno di noce mediterraneo compatibile con la flora della Giudea. Sebbene un test del Carbonio 14 lo abbia datato al medioevo, molti esperti contestano il risultato per via della massiccia contaminazione che il legno ha subito nei secoli tra fumi di candele e restauri. Ma la prova linguistica, quella strana scrittura da dx a sx resta la firma di un evento che nessun falsario avrebbe potuto concepire con tale precisione storica. Perché Pilato scelese quelle tre lingue (latino, greco, ebraico/aramaico)? L’ebraico era la lingua della rivelazione (Gesù veniva proclamato a compimento della promessa di Dio), il latino era la lingua del potere e del diritto (Gesù veniva dichiarato Re davanti allo Stato); il greco era la lingua della cultura e della filosofia (Gesù veniva annunciato a tutte le nazioni pagane). Su quel legno il Vangelo veniva predicato contemporaneamente alla fede, alla ragione e alla legge.

Quel pezzo di legno è stato di fatto, la 1° Bibbia scritta, un annuncio universale che il mondo non avrebbe più potuto cancellare neanche con la morte. Mentre leggiamo quelle parole dobbiamo ricordare che Gesù stesso le guardava. In mezzo al dolore atroce dei chiodi, ogni volta che sollevava lo sguardo per un soffio di ossigeno, vedeva quel titolo. Egli sapeva che il mondo, attraverso Pilato stava dicendo la verità, quel titolo era la sua corona terrena. Migliaia di pellegrini giunti per Pasqua a Gerusalememe leggevano quel nome quel titolo. Molti pellegrini tornavano nelle loro nazioni lontane, portando nel cuore quel dubbio: abbiamo visto un uomo morire e, sopra di lui, c’era scritto che era Dio. Quel cartello è stato il 1° seme di una fede che avrebbe conquistato l’impero. Il Titulus, oggi, non è solo un oggetto archeologico è la firma di Dio sulla carne della storia umana, ci dice che la passione di Cristo non è un mito simbolico, ma un evento reale, documentato dai Romani e preservato dal tempo. Ogni volta che guardiamo un crocifisso con la scritta INRI, ricordiamo che dietro quelle lettere c’è il nome impronunciabile di Dio, che grida il suo amore per noi. Pilato pensava di scrivere un’accusa, ma ha scritto la più grande dichiarazione di tutti i tempi.



