Il Giro delle Chiese

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FIRENZE: GALLERIA degli UFFIZI – Prima Parte

La GALLERIA degli UFFIZI è un museo statale di Firenze, che fa parte del complesso museale denominato Gallerie degli Uffizi e comprendente, oltre alla suddetta galleria, il Corridoio Vasariano, le collezioni di Palazzo Pitti e il Giardino dei Boboli, che insieme costituiscono per quantità e qualità delle opere raccolte uno dei più importanti musei del mondo. Nell’immagine in evidenza: Sandro BOTTICELLI: “Madonna del Magnificat”.

Vi si trova la più cospicua collezione esistente di Raffaello e Botticelli, oltre a nuclei fondamentali di opere di Giotto, Tiziano, Pontormo, Bronzino, Andrea del Sarto, Caravaggio, Dürer, Rubens ed altri ancora. Mentre a Palazzo Pitti si concentrano le opere pittoriche del Cinquecento e del Barocco (spaziando da Giorgione a Tiziano, da Ribera a Van Dyck), ma anche dell’Ottocento e Novecento italiano, il corridoio Vasariano ospitava fino al 2018 parte della Collezione di Autoritratti (oltre 1.700), che prossimamente sarà ospitata nella Galleria delle Statue e delle Pitture.

Il museo ospita una raccolta di opere d’arte inestimabili, derivanti, come nucleo fondamentale, dalle collezioni dei Medici, arricchite nei secoli da lasciti, scambi e donazioni, tra cui spicca un fondamentale gruppo di opere religiose derivate dalle soppressioni di monasteri e conventi tra il XVIII e il XIX secolo. Divisa in varie sale allestite per scuole e stili in ordine cronologico, l’esposizione mostra opere dal XII al XVIII secolo, con la migliore collezione al mondo di opere del Rinascimento fiorentino. Di grande pregio sono anche la collezione di statuaria antica e soprattutto quella dei disegni e delle stampe che, conservata nel Gabinetto omonimo, è una delle più cospicue ed importanti al mondo.

PERCORSO ESPOSITIVO. Vestibolo d’entrata e corridoio est: L’ambiente, costituito da tre vestiboli, venne ricavato alla fine del Settecento col completamento dello scalone monumentale, il nuovo accesso alla Galleria, per volontà del granduca Pietro Leopoldo. Nel primo vestibolo sono siti i busti in marmo e porfido dei Medici, da Francesco I a Gian Gastone; comunicante con questo è il vestibolo rettangolare, decorato nella volta da Giovanni da San Giovanni con Capricci mitologici, allestito con are, busti antichi e moderni; nel Vestibolo ellittico si trovano statue romane, sarcofagi e rilievi antichi. La porta che immette nella Galleria, con ai lati sono due Cani molossi, copie romane del I secolo d.C., è sormontata dal busto di Leopoldo.

I 3 corridoi che corrispondono ai tre corpi del palazzo, corrono lungo tutto il lato interno e su di essi si aprono le sale. Sono decorati nei soffitti da affreschi e le ampie vetrate rivelano il loro primitivo aspetto di loggia aperta coperta. Oggi i corridoi ospitano la collezione di statuaria antica, iniziata da Lorenzo il Magnifico, che conservava le opere nel Giardino di San Marco vicino al Palazzo Medici. La raccolta fu ampliata da Cosimo I dopo il suo primo viaggio a Roma del 1560 quando scelse di destinare le statue per abbellire Palazzo Pitti e i ritratti e i busti per Palazzo Vecchio. Infine venne accresciuta ancora all’epoca di Pietro Leopoldo di Lorena, quando si portarono a Firenze le opere di Villa Medici, raccolte in gran parte dal futuro granduca Ferdinando I, all’epoca cardinale. È curioso notare che tali opere, oggi spesso distrattamente scansate dai visitatori, fino al primo Ottocento erano motivo di interesse principale della visita alla galleria.

Ai lati dell’ingresso della Tribuna si trovano un Ercole, da un originale di Lisippo, e un busto di Adriano appartenuto a Lorenzo il Magnifico. Nell’ultima parte del corridoio si incontrano due Venere, da originali del IV secolo a.C. e un Apollo ellenistico, che si trovava all’ingresso di Villa Medici e invitava, col braccio destro di restauro, ad accedere alla casa, come se fosse il regno del dio stesso.

SALA 1 ARCHEOLOGICA: La sala venne creata nel 1921, in questa sono allestite opere per lo più provenienti da Roa. Tra i rilievi si segnalano quello di una Biga (V-IV secolo a.C.) e il fregio dell’Atena Nike (restaurato nel Settecento da Bartolomeo Cavaceppi).

SALE del MEDIOEVO: Le sale dalla 2 alla 6 sono dedicate all’arte medievale. Con la prima, del Duecento e di Giotto, si entra nel nucleo delle sale “dei primitivi“. La sala seguente (3) è dedicata ai grandi maestri del Trecento senese. Segue la sala del Trecento fiorentino (4), che mostra gli sviluppi dell’arte dopo Giotto con i contributi dei suoi allievi e di personalità più originali come Giottino e Giovanni da Milano. La sala del Gotico internazionale (5-6) è dominata dalla monumentale Incoronazione della Vergine (1414) di Lorenzo Monaco e dal tripudio di sfarzosità ed eleganza dell’Adorazione dei Magi (1423) di Gentile da Fabriano, eseguita per il mercante fiorentino Palla Strozzi.

SALE del primo RINASCIMENTO: Impareggiabile è il nucleo di pittura del primo Rinascimento, dagli anni venti del Quattro-cento alla metà del secolo. L’elaborazione del nuovo linguaggio è testimoniata dalla Sant’Anna Metterza (1424) di Masolino e Masaccio nella sala 7: di Masaccio sono lo scultoreo Bambino e la Vergine.

(Dopo) La “MADONNA col Bambino e sant’Anna“, detta comunemente Sant’ANNA Metterza: E’ un dipinto, tempera su tavola (175×103 cm), di Masaccio e Masolino da Panicale databile al 1424-1425 e con-servato nella Sala 7. L’opera è un caposaldo de-gli studi di Masaccio e Masolino ed uno dei dipinti chiave dei primissimi traguardi del Rinasci-mento fiorentino.

(Dopo) Gentile da FABRIANO: “Adorazione dei MAGI” – Sala 6. E’ un dipinto a tempera e oro su tavola (173×228 cm con cornice 303×282) di Gentile da Fabriano, datato 1423. L’opera è sta-ta firmata sopra la predella: “OPVS GENTILIS DE FABRIANO”. Capolavoro dell’artista e del Gotico internazionale in Italia in generale, conserva l’elaborata corni-ce scolpita in legno dorato, in larga parte originale.

Nella stessa sala si trovano la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, che testimonia la sua “ossessione” prospettica, e le opere di Beato Angelico e Domenico Veneziano che indicano la ricerca di nuovi formati per le pale d’altare e la nascita della “pittura di luce”. La grande sala 8 è dedicata a Filippo Lippi. Qui si trova anche lo straordinario Doppio ritratto dei duchi d’Urbino di Piero della Francesca, una delle icone più note dell’estetica rinascimentale. L’esposizione è completata dalle opere di Alesso Baldovinetti e del figlio del Lippi, Filippino, che fu un artista di rottura alla fine del XV secolo. La sala 9 è dedicata a fratelli del PollaioloAntonio e Piero. Nella serie di Virtù realizzate per il Tribunale della Mercanzia, una si distingue per l’eleganza formale: è la Fortezza, tra le prime opere del giovane Botticelli (1470).

SALA del BOTTICELLI: Va le sale 10-14 e raccoglie la migliore collezione al mondo di opere del maestro Sandro Botticelli, compreso il suo capolavoro, la Primavera e la celeberrima Nascita di Venere.

Queste opere furono realizzate negli anni ottanta del ‘400 e sono le prime opere di grandi dimensioni a soggetto profano del Rinascimento italiano. Furono dipinte per Lorenzo de’ Medici (non Lorenzo il Magnifico, ma un suo cugino che viveva nella Villa di Careggi, con il quale fra l’altro non correva buon sangue). In questa sala si può ripercorrere l’intera evoluzione pittorica del maestro, con la graziosa Madonna in gloria di serafini e la Madonna del Roseto, opere più giovanili, al Ritratto d’uomo con medaglia di Cosimo il Vecchio (1475), dove già si assiste ad una maturazione dello stile legata probabilmente allo studio del realismo di opere fiamminghe, alle opere mitologiche, come la commovente Pallade e il Centauro, allegoria degli istinti umani divisi tra ragione e impulsività, ma guidati dalla sapienza divina.

(Prima) Sandro BOTTICELLI: “La Primavera”. Si tratta del capolavoro dell’artista, nonché di una delle opere più famose del Rinascimento italiano. Vanto della Galleria, si accostava anticamente con l’altrettanto celebre Nascita di Venere, con cui condivide la provenienza storica, il formato e alcuni riferimenti filosofici. Lo straordinario fascino che tuttora esercita sul pubblico è legato anche all’aura di mistero che circonda l’opera, il cui significato più profondo non è ancora stato completamente svelato. In un ombroso boschetto, che forma una sorta di semi-cupola di aranci colmi di frutti e arbusti sullo sfondo di un cielo azzurrino, sono disposti 9 personaggi, in una composizione bilanciata ritmicamente e fondamentalmente simmetrica attorno al perno centrale della donna col drappo rosso e verde sulla veste setosa. Il suolo è composto da un verde prato, disseminato da un’infinita varietà di specie vegetali e un ricchissimo campionario di fiori: nontiscordardimé, iris, fiordaliso, ranuncolo, papavero, margherita, viola, gelsomino, ecc.

I personaggi e l’iconografia generale vennero identificati nel 1888 da Adolf Gaspary, basandosi sulle indicazioni di Vasari, e, fondamentalmente, non sono più stati messi in discussione. 5 anni dopo Aby Warburg articolò infatti la descrizione che venne sostanzialmente accettata da tutta la critica, sebbene sfugga tuttora il senso complessivo della scena. L’opera è, secondo una teoria ampiamente condivisa, ambientata in un boschetto di aranci (il giardino delle Esperidi) e va letta da destra verso sinistra, forse perché la collocazione dell’opera imponeva una visione preferenziale da destra. Zefiro, vento di sud ovest e di primavera che piega gli alberi, rapisce per amore la ninfa Clori e la mette incinta; da questo atto ella rinasce trasformata in Flora, la personificazione della stessa primavera rappresentata come una donna dallo splendido abito fiorito che sparge a terra le infiorescenze che tiene in grembo. A questa trasformazione allude anche il filo di fiori che già inizia a uscire dalla bocca di Clori durante il suo rapimento. Al centro campeggia Venere, inquadrata da una cornice simmetrica di arbusti, che sorveglia e dirige gli eventi, quale simbolo neoplatonico dell’amore più elevato. Sopra di lei vola il figlio Cupido, mentre a sinistra si trovano le sue 3 tradizionali compagne vestite di veli leggerissimi, le Grazie. Chiude il gruppo a sinistra un disinteressato Mercurio, coi tipici calzari alati, che col caduceo scaccia le nubi per preservare un’eterna primavera.

(Prima) Sandro BOTTICELLI: “La Madonna del Rosario”. La Madonna, dall’atteggiamento pensoso, tiene il Bambino sulle ginocchia al di sotto di una loggia con colonne che reggono un arco a tutto sesto con lacunari, che inquadra la testa della Vergine e asseconda il profilo curvo della tavola. Dietro Maria si apre un giardino in cui spiccano soprattutto i fiori di rosa; in basso un pavimento con specchiature marmoree dimostra la padronanza del pittore della tecnica prospettica. Le rose simboleggiano uno dei titoli della Madonna, rosa mystica; il melograno invece, che Maria tiene in mano e che il Bambino assaggia, simboleggia fertilità e regalità, nonché, per il colore rosso dei frutti, il sangue della Passione.

L’opera è caratterizzata da un chiaroscuro incisivo, non esente da passaggi grafici, che dimostra l’adesione temporanea del giovane artistica ai modi del Verrocchio, di cui fu forse aiuto di bottega durante la formazione. La stessa tipologia del Bambino, con la testa grande e ovale e con l’espressione gioiosamente vispa, rimanda all’esempio del maestro Verrocchio, come il Putto con delfino, di quegli stessi anni. La figura di Maria è allungata e sciolta nelle articolazioni, ben più che nelle opere di Filippo Lippi, altro modello del giovane pittore. Sono presenti alcune incertezze spaziali, come la sproporzione dello sfondo architettonico, troppo piccolo rispetto alla figura di Maria e anche rispetto agli stessi fiori del giardino retrostante.

SALA di LEONARDO e sale attigue: La sala 15 documenta gli esordi artistici di Leonardo da Vinci, a partire dalla prima opera documentata, il Battesimo di Cristo del 1475, opera del suo maestro Verrocchio nella quale il giovane Leonardo dipinse la testa dell’angelo di sinistra, il paesaggio e forse il modellato del corpo di Cristo. Un’altra opera giovanile è l’Annunciazione, dipinta dal maestro ventenne, dove già sono visibili le qualità dello sfumato leonardesco e la sua attenzione alle vibrazioni atmosferiche (si pensi all’angelo appena atterrato), ma con qualche errore prospettico, come il libro sul quale la Vergine posa un braccio, che al suolo poggia su un basamento ben più avanzato rispetto alle gambe della Madonna. L’Adorazione dei Magi invece è un’opera incompiuta nella quale è lampante il senso innovatore del genio di Vinci, con una composizione originalissima incentrata sulla Madonna e il Bambino in un rutilante scenario di numerose figure in movimento, fra le quali non compaiono però il tradizionale San Giuseppe o la capannuccia. Nella sala sono inoltre rappresentati artisti attivi a Firenze in quegli anni: Perugino (tre grandi pale), Luca Signorelli e Piero di Cosimo.

(Prima) Andrea del VERROCCHIO e Leonardo da VINCI: “Battesimo di CRISTO”. L’opera è impostata su una composizione triangolare, con al vertice la ciotola (conchiglia) nella mano di san Giovanni Battista e come base la linea che collega il piede sinistro del Battista a quello dell’angelo inginocchiato; in essa è inscritta e funge da centro visivo la figura del Cristo stante, che dà alla scena anche un movimento rotatorio, accentuato dalla posizione di tre quarti dell’angelo sulla sinistra che volge le spalle all’osservatore. Lo sguardo dell’angelo inoltre guida lo spettatore verso il Cristo. La testa dell’angelo leonar-desco è leggermente più bassa nella superficie: se ne deduce che il pittore dovette raschiare via una vecchia preparazione prima di ridipingerla. L’intervento di Leonardo sul corpo di Cristo si riconosce bene in alcuni dettagli minuziosamente naturalistici, come i morbidi peli del pube, molto diversi ad esempio dal lucido e spigoloso perizoma rosso rigato. La mano di Leonardo intervenne anche nelle acque del fiume in primo piano (che con il tempo hanno assunto una colorazione più rossiccia), estese fino a immergere i piedi di Gesù e del Battista. In alto le mani di Dio Padre, di scarsa fattura, inviano la Colomba dello Spirito Santo circondata da raggi divini. Il paesaggio sullo sfondo è aperto su di un’ampia valle percorsa da un fiume ed è reso con valori atmosferici che ammorbidiscono e sfumano le forme, differenziandosi dalle rocce rozzamente squadrate. Vi sono 2 uccelli rappresentati: una colomba bianca e un uccello rapace nero che sono in netto contrasto, uno è simbolo della pace, l’altro rappresenta il male. Alcune figure a monocromo, pure attribuite a Leonardo, si trovano sul retro del dipinto. Sul lato posteriore si vede come la tavola sia stata composta da sei assi, escludendo l’ipotesi di uno scorcio sul lato dell’angelo Leonardiano. Inoltre vi si leggono alcune cifre in una grafia quattrocentesca.

(Prima) Leonardo da VINCI: “ANNUNCIAZIONE” Il quadro è stato trovato nel 1867 nella piccola chiesa di San Bartolomeo a Monte Oliveto, un piccolo paese tra le colline a sud di Firenze. L’errore di prospettiva: Nel dipinto esistono degli errori di prospettiva: il braccio destro della Vergine risulta più lungo del sinistro, le gambe sono corte rispetto all’altezza del busto e il cipresso si confonde con l’edificio quattrocentesco facendolo risultare più grande. Ciò è dovuto alla diversa collocazione delle gambe e delle spalle della Vergine rispetto al leggio: guardando solo la metà superiore Maria sembra lontana dallo spettatore, in angolo, guardando quella inferiore invece appare in primo piano. Non è possibile confrontare quest’opera con l’altra versione dell’Annunciazione (sotto), che si trova oggi al Louvre, in quanto in quest’ultima la Vergine è rappresentata con le braccia incrociate sul petto.

Una teoria alternativa è stata avanzata da Antonio Natali, direttore degli Uffizi. Secondo tale teoria, che parte da un’idea di Carlo Pedretti, uno dei massimi esperti di Leonardo, l’errore di prospettiva sarebbe in realtà voluto: infatti, osservando l’Annunciazione da una posizione laterale a destra, la sproporzione del braccio risulta attenuata, per effetto dell’anamorfismo. Tale tecnica ottica, già usata da altri maestri fiorentini come Donatello e Filippo Lippi, si trova anche in studi all’interno dei taccuini di Leonardo ed è quindi possibile che l’artista abbia scelto di adottare questo adatta-mento prospettico in previsione della futura collocazione dell’opera, magari lungo una parete che doveva essere guardata prevalentemente in scorcio da destra.

(Dopo) PERUGINO: “Orazione nell’orto”. è stato un pittore del Rinascimento umbro, che ebbe due botteghe importanti: una a Firenze e una a Perugia. Ebbe grande influenza sull’arte italiana e fu il maestro di Raffaello. Alla Galleria degli Uffizi sono conservate alcune opere del Perugino, tra cui la sua Orazione nell’orto. In questo quadro dell’artista umbro, è rappre-sentato un importante episodio del Vangelo. Al centro del quadro e alla sommità di uno schema triangolare, si trova la figura di Cristo. Un angelo gli porge una coppa di vino. Alla base del dipinto, tre apostoli dormono, mentre dai due lati si avvicinano Giuda Iscariota e i soldati. L’ordine e la simmetria nella disposizione di piani e personaggi dona all’opera un’aria pacata, nonostante la tragicità del momento rappresentato. Il paesaggio sullo sfondo è ispirato all’arte del Nord Europa, mentre la schiera di alberi riprende i caratteri della scuola pittorica umbra

(Dopo) PERUGINO: “Pietà”. La scena è impostata secondo uno schema pacato e piacevole, ordinato secondo le regole della simmetria. Essa si svolge sotto un portico con archi a tutto sesto su pilastri dotati di capitelli molto sporgenti, che a partire dagli ultimi due decenni del XV secolo divenne frequente nella produzione del Perugino. L’architettura è solenne ma semplice e dirige lo sguardo dello spettatore in profondità, con l’ariosa apertura paesistica dello sfondo in cui colline prive di asperità sono punteggiate da esili alberelli e sfumano in lontananza verso l’orizzonte. Lo schema della Pietà riprende quello dominante delle Vesperbilder tedesche, con il corpo di Gesù irrigidito e orizzontale e la Madonna seduta in posizione verticale, che venne rivoluzionato solo pochi anni dopo da Michelangelo con la Pietà vaticana.

Il corpo morto di Cristo si staglia chiarissimo e irrigidito in tutta la lunghezza della pala, retto a sinistra da Giovanni evangelista e a destra da Maria Maddalena. Il corpo in primo piano appare quasi sospinto in avanti dalle figure. Chiudono ai lati, in posizioni elegantemente ritmate, un santo giovane con le mani giunte al petto e lo sguardo rivolto in alto (Nicodemo) e un santo anziano con le braccia distese, le mani intrecciate e lo sguardo rivolto in basso (Giuseppe d’Arimatea). Queste 2 figure torreggiano ai lati facendo da raccordo tra la scena in primo piano e l’equilibrata composizione architettonica, come nella Madonna col Bambino in trono tra i santi Giovanni Battista e Sebastiano del 1493. Le forme sono particolarmente nitide e le espressioni addolorate di Giovanni piangente e della Maddalena non generano una forza drammatica, ma si stemperano nel sentimento pacatemente meditativo dell’opera. La Maddalena presenta un uso del colore con toni bruni e meno soffusi, che rimanda a Luca Signorelli, altro pittore sulla cresta dell’onda a Firenze in quegli anni.

La sala 16 (delle carte geografiche) era originariamente una loggia e venne chiusa per desiderio di Ferdinando I de’ Medici. Fu decorata con carte geografiche dei domini medicei e festoni di frutta e fiori sulla travatura del soffitto, opera di Ludovico Buti. Fra di esse, Ferdinando I de’ Medici fece collocare le tele mitologiche commissionate a Jacopo Zucchi, quando era ancora cardinale a Roma.

La sala 17 è chiamata Stanzino delle Matematiche creato sempre per Ferdinando I per accogliere i suoi strumenti scientifici. Il soffitto venne infatti decorato con un’allegoria della Matematica ed episodi che celebrano la cultura scientifica antica. Oggi espone la collezione di bronzetti moderni e alcune opere scultoree antiche.

(Dopo) La TRIBUNA: E’ una sala di forma ottagonale situata nel corridoio di levante della Galleria degli Uffizi. Realizzata da Bernardo Buontalenti, si tratta del primo nucleo museistico degli Uffizi concepito per la raccolta delle opere dell’arte e della natura. Fu il granduca Francesco I de’ Medici a volerne la realizzazione, quando, nel 1584, decise di trasferire il contenuto dello Studiolo di Palazzo Vecchio, realizzato tra il 1570 e il 1572, in questo nuovo ambiente: qui gli oggetti, collocati su più piani, avrebbero trovato una sistemazione più ordinata e in armonia con l’ambiente circostante, superando così i vecchi criteri espositivi legati al collezionismo enciclopedico. Il trasferimento delle collezioni private di Francesco I nella Tribuna favorì inoltre una maggiore fruizione da parte del pubblico, il quale poteva ora ammirare le opere fino ad allora accessibili soltanto al Granduca e a pochi intimi.

L’ambiente simboleggia il cosmo e i suoi elementi: la lanterna, tributo alla lanterna collocata sulla cupola del Brunelleschi, simboleggia l’aria; le conchiglie che rivestono la cupola, l’acqua; le pareti scarlatte, il fuoco; le pietre dure e i marmi del pavimento, la terra. L’arredo subì nei secoli pesanti modificazioni, come ad esempio la rimozione delle incrostazioni di conchiglie dalle pareti per far posto ai capolavori dell’arte del Cinquecento, affiancati presto dalle opere della statuaria antica. Al centro della sala si trovava uno scrigno ottagonale decorato con pietre preziose e oro dal Giambologna, al posto del quale è presente oggi il tavolo con intarsi in pietre dure delle officine granducali secentesche. La Tribuna è stata restaurata dal 2010 al 2012. Al termine dei restauri è stato scoperto il pavimento, impedendo così l’accesso diretto, come avveniva in precedenza: adesso è visitabile solo affacciandosi dalle porte di accesso. La Tribuna è considerata il primo museo d’Occidente poiché è il più antico spazio dell’Europa moderna creato per contenere e valorizzare delle collezioni secondo precisi criteri espositivi.

La sala 20 (di Dürer) è di per sé unica in Italia, ospitando ben cinque opere del maestro indiscusso del Rinascimento tedesco, Albrecht Dürer, compresa l’Adorazione dei Magi del 1504, che mostra i debiti verso la pittura italiana nell’uso della prospettiva e del colore. Anche Lukas Cranach è rappresentato da varie opere, tra cui i grandi pannelli di Adamo ed Eva (1528). Il soffitto della sala 20 presenta una decorazione ad affresco con grottesche originali del Cinquecento, mentre le vedute di Firenze vennero aggiunte in seguito nel Settecento; curiosa è la veduta della basilica di Santa Croce senza la facciata ottocentesca.

(Prima) Albrecht DURER: “Adorazione dei MAGI”. Ne l’Adorazione dei Magi di Albrecht Dürer la Madonna è posta di profilo e sorregge Gesù Bambino di fronte ai re venuti da lontano. La Vergine indossa un lungo abito blu scuro stretto in vita da una corda. Sul capo porta un velo bianco dal quale fuoriescono i lunghi capelli che scendono sulla schiena. I suoi lineamenti sono quelli di una giovane donna. Di fronte a lei un magio anziano è inginocchiato e porge uno scrigno dorato a Gesù Bambino. Indossa una preziosa veste rossa con inserti in pelliccia. Il magio di età matura è in piedi dietro di lui e rappresentato con il volto di profilo, verso destra. Indossa un elegante abito verde abbondantemente decorato in oro e preziosi gioielli al collo. Anche lui porta una pisside con incenso nella mano destra. Il magio più giovane, invece, si trova sulla destra, in piedi. Indossa abiti più modesti e un cappello piumato stretto nella mano sinistra. Con la mano destra sorregge una pisside contenente mirra. La parte superiore, semisferica, è decorata con la figura di un serpente, l’uroboro. I suoi lineamenti ricordano quelli di un giovane africano di colore. Dietro la Madonna, a destra, si intravedono il bue e l’asino che spuntano dalla stalla. A sinistra, un uomo che indossa un turbante sembra frugare all’interno di una borsa. Sul fondo sono raffigurati alcuni soldati armati, a cavallo.

La sala 21, affrescata nella volta da Ludovico Buti con battaglie e grottesche (interessanti le figure di “indiani” e animali del Nuovo Mondo), è dedicata alla pittura veneta. Se le opere di Giorgione e di Vittore Carpaccio non sono unanimemente giudicate autografe dalla critica, di Giovanni Bellini è presente il capolavoro dell’Allegoria sacra, dal significato criptico non ancora pienamente interpre-tato. Qui si trova anche l’unico rappresentante della pittura ferrarese del Quattrocento in galleria, Cosmè Tura e il suo San Domenico (1475 circa).

Anche la sala 22 (dei fiamminghi e tedeschi del Rinascimento) è di per sé un unicuum nel panorama museale nazionale, con esempi che testimoniano la prolifica stagione di scambi tra Firenze e le Fiandre nel XV secolo, come i Ritratti di Benedetto e Folco Portinari di Hans Memling (1490 circa) o i Ritratti di Pierantonio Baroncelli e di sua moglie Maria Bonciani, di un maestro anonimo fiammingo (1490 circa). Non a caso qui si trovano anche opere del pittore italiano più “fiammingo”, Antonello da Messina (San Giovanni Evangelista e Madonna col Bambino e angeli reggicorona, 1470-1475 circa). Il soffitto è decorato da Ludovico Buti (1588), con vivaci scene di battaglie.

(Prima) Antonello da MESSINA: La Madonna col Bambino si trova su un trono intagliato, di gusto catalano, avvolta in un ampio manto blu che ne esalta la plasticità dilatata e tridimensionale. Lo schienale è coperto da un telo bianco e sopra di esso si trova disteso un telo verde in cui si vedono le pieghe come se fosse appena stato steso. Esso, così come i due piccoli angeli che reggono la corona di rose di Maria, è uno stilema che deriva dall’arte fiamminga, della quale Antonello fu il principale mediatore in Italia, influenzando a sua volta altre scuole locali, in particolare quella veneziana. Non a caso nel museo fiorentino le due tavole si trovano esposte nella sala dei Fiamminghi, a confronto con le tavole degli artisti nordici della seconda metà del secolo, come Hans Memling. La fisionomia di Maria è tipica delle Madonne di Antonello, dal sapore così spiccatamente mediterraneo, mentre il Bambino è ritratto in un gesto naturale di abbracciare la madre, afferrandole il velo e sporgendosi per unire i due volti, secondo uno schema di affettuosa intimità già usato da Donatello.

La sala 23 infine è dedicata ai maestri del nord-Italia Mantegna e Correggio. Del primo sono tre opere tra cui il trittico proveniente dal Palazzo Ducale di Mantova (1460), in cui si legge la sua straordinaria capacità di rievocare lo sfarzo del mondo antico. Di Correggio sono documentate varie fasi con la Madonna col Bambino tra due angeli musicanti (opera della giovinezza), l’Adorazione del Bambino (1530 circa) e il Riposo dalla fuga in Egitto con san Francesco (1517 circa), opere di grande originalità stupefacentemente anticipatrice della pittura seicentesca. Chiudono la sala una serie di dipinti di scuola lombarda, soprattutto legati ai leonardeschi.Anche questa sala faceva parte dell’armeria, come ricorda il soffitto affrescato da Ludovico Buti con officine per la produzione di armi, polvere da sparo e modelli di fortezze (1588).

(Prima) Andrea MANTEGNA: “Trittico degli Uffizi”. L’opera è composta da tre pannelli riuniti solo nel XIX secolo, la cui reale coesione come trittico è messa in dubbio da molti storici dell’arte. Si tratta dell’Ascensione di Cristo (86×42,50), l’Adorazione dei Magi (76×76,5 cm) e la Circoncisione (86×42,50 cm). Le differenze tra i tre dipinti sono evidenti anche guardando a elementi stilistici. Ad esempio ognuno di essi presuppone una fonte luminosa diversa e l’ambientazione in esterno dell’Ascensione e dell’Adorazione dei Magi differisce dal ricco interno della Circoncisione. La forma leggermente concava dell’Adorazione ha fatto pensare a una sua collocazione entro una nicchia o un’absidiola centrale.

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