La Valle dei Templi è un’area archeologica della Sicilia caratterizzata dall’eccezionale stato di conservazione e da una serie di importanti templi dorici del periodo ellenico. Corrisponde all’antica Akragas, monumentale nucleo originario della città di Agrigento. Nell’immagine in evidenza: il Tempio di Giunone.

Nella Valle dei Templi, costruita nel 581 a.C dagli abitanti di Gela (che a sua volta erano originari delle isole di Rodi e Creta) e dichiarata dall’Unesco, nel 1997, “patrimonio mondiale dell’umanità”, tra ulivi centenari e mandorli, si trova uno dei maggiori complessi archeologici del Mediterraneo. Il parco, ampio circa 1300 ettari, conserva i resti dell’antica città di Akragas e il territorio ad essa circostante, sino al mare. Akragas era una delle più importanti colonie greche della Sicilia.


Nel territorio del Parco l’olivo è molto diffuso e costituisce con il mandorlo, il “Bosco di Mandorli e Ulivi”, definizione usata Pirandello per indicare la copertura vegetale caratteristica del territorio della Valle. Alcune piante secolari per la loro maestosità e portamento sono state censite e catalogate come “Alberi monumentali” e inserite nel-l’elenco de “I grandi alberi della Sicilia”. Dagli oliveti impiantati per la produzione di olive da mensa e di olio si ricava l’olio “Diodoros”. Le varietà di olivo tradizionali presenti nel Parco sono state impiantate, assieme alla varietà di mandorlo e di pistacchio siciliane, nell’area del Museo vivente del Mandorlo, realizzando così una “collezione vivente” di grande valore. A questa pianta sono legati episodi della storia antica poetica e religiosa. La ritroviamo nell’episodio biblico della colomba che porta a Noé un ramoscello d’olivo come fine del diluvio; nella leggenda che vede Atena vincitrice di una sfida con Poseidone grazie al dono dell’olivo fatto agli uomini; nel letto di Ulisse ricavato dal tronco di un olivo.



TEMPIO di GIUNONE: Il tempio di stile dorico, attribuito a Giunone, venen costruito tra il 450 e il 440 a.C., usando la calcarenite locale, in posizione dominante sull’estremità orientale della Collina dei Templi. E’ un tempio periptero esastilo con 13 colonne sui lati lunghi alte 6,32 m e con un diametro 1 1,70 m; lo stilobate , che misura 38,15×5,90 m, poggia su un basamento di 4 gradini (crepidoma). All’interno era suddiviso in 3 vani: la cella centrale preceduta da un atrio di ingresso (pronao) e seguita da un vano posteriore (opistodomo), entrambi aventi 2 colonne tra ante; ai lati dell’ingresso della cella vi erano le scale di accesso al tetto. Nella spianata antistante ci sono i resti di un altare monumentale preceduto da 10 gradini. Venne incendiato nel 406 a.C. dai Cartaginesi. Alla fine del XVIII secolo furono risollevate le colonne del lato nord ed oggi se ne conservano 30 di cui 16 col capitello. Nelle vicinanze del tempio si possono vedere a Ovest la porta di cui rimane ben poco e a Nord-Est i resti di un imponente torrione.


Ricostruzione 3D delle mura meridionali viste da sud-est.

Mura meridionali, particolare di un arcosolio.




Nel corso della campagna di scavi del 2005, nell’area del Tempio Romano furono rinvenute due statue di togati in marmo bianco, di dimensioni maggiori del vero, databili entro la prima metà del 1° secolo a.C. per lo schema generale del panneggio e la resa delle pieghe trattate con accenti coloristici. Le statue ripropongono una tipologia iconica estremamente diffusa, che presenta il personaggio onorato come appartenente alla comunità cittadina, nella sua dimensione politica e pubblica; lo schema è adottato sia per le statue dell’imperatore o di membri della sua famiglia che per quelle di privati, in questo caso con frequente allusione alle funzioni di magistrati municipali. Nelle statue in oggetto la perdita delle teste non consente l’eventuale identificazione dei personaggi, se siano cioè, riconducibili all’entourage della casa imperiale, o piuttosto siano personalità di rilievo nel contesto locale; certamente il complesso monumentale in cui erano esposte sottolinea il ruolo fortemente rappresentativo dello schema tipologico adottato. In questo ambito, i togati agrigentini trovano confronti con altri contesti siciliani, ad esempio il gruppo di togati rinvenuti nel cd. Ginnasio Romano di Siracusa databili tra I e II secolo d.C.. All’arredo scultoreo del complesso sono state attribuite, in via di ipotesi, altre due statue di togati, ora conservati nel Museo archeologico Regionale di Agrigento, databili anch’esse, su base stilistica, nell’età Giulio-Claudia, tardo neroniana. Potrebbe aver fatto parte del gruppo di sculture anche un torso virile frammentario, oggi non rintracciabile, rinvenuto nel XIX secolo, secondo la testimonianza di Politi, nei pressi dell’area in questione insieme con statue raffiguranti magistrati, forse i 2 togati del Museo Archeologico. Dal disegno pare si trattasse di una figura in seminudità eroica, schema utilizzato, oltre che per le divinità, anche per statue di imperatori o privati.


Il Tempio della Concordia deve la sua denominazione ad una iscrizione latina con dedica alla Concordia degli Agrigentini rinvenuta nelle vicinanze ma che non ha con esso alcuna relazione. L’edificio, costruito in calcarenite locale, è di stile dorico (440-430 a.C.), poggia su un basamento di 4 gradini e presenta 6 colonne sui lati brevi e 13 sui lati lunghi. L’interno era suddiviso in 3 vani: quello centrale (cella) era preceduto da un atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore (opistodomo), questi ultimi avevano due colonne antistanti; ai lati della porta della cella si trovano le scale di accesso al tetto. L’interno e l’esterno del tempio erano ricoperti da un rivestimento di stucco bianco sottolineato da elementi policromi. Le 12 arcate ricavate nei muri della cella e le tombe scavate nel pavimento sono dovute alla trasformazione del tempio in basilica cristiana, grazie alla quale l’edificio deve il suo ottimo stato di conservazione. Infatti, secondo la tradizione, verso la fine del VI secolo s.C. il vescovo Gregorio si insediò nel tempio e lo consacrò ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, dopo aver scacciato i demoni pagani Eber e Raps che vi risiede-vano. La persistenza di una duplice dedica ha fatto pensare ad alcuni studiosi che originariamente il tempio fosse dedicato ai Dioscuri Castore e Polluce. Sulla roccia affiorante a Ovest del tempio si estendeva la necropoli paleocristiana (III-VI secolo d.C.) correlata alla trasformazione dell’edificio in basilica, comprendente un vasto settore di sepolture all’aperto (sub divo) scavate nel banco roccioso e un’ampia catacomba comunitaria con vari ipogei destinati a nuclei familiari; a Est del tempio sono visibili una serie di tombe ad arcosolio ricavate nello spessore del costone roccioso che aveva costituito la base delle fortificazioni di età greca. Numerosi restauri sono stati eseguiti a partire dal 1788, quando ad opera del Principe di Torremuzza furono rimosse le ultime strutture relative alla chiesa cristiana, sino agli ultimi interventi di tipo statico e conservativo delle superfici lapidee effettuati dal Parco (POR Sicilia 2000-06).


OLIVO del tempio di CONCORDIA. CARATTERISTICHE: – Altezza: 6,50 m; – Circonferen-za massima del tronco: 7,50 m; -Circonferenza del tronco a 1,30 dal suolo: 5,20 m. – Il fusto è internamente cavo, spiralato in senso orario e inclinato verso sud-ovest. Presenta numerose cavità di dimensioni differenti, tanto che da lontano sembra il risultato di un modellamento operato da qualche divinità artistica.



Il RITORNO della CAPRA GIRGENTANA nella VALLE dei TEMPLI: La razza girgentana trova le sue lontane origini nella capra Mark-hor o Falconeri, dal naturalista inglese Falconer che per primo la notò nell’Afghanistan settentrionale e nel Belucistan. L’importazione dei primi esemplari asiatici è attribuita secondo alcuni autori ai greci, da altri agli arabi. Allevata e selezionata in Sicilia, in particolar modo nel versante sud-occidentale, il suo nome deriva da Girgenti (oggi Agrigento) ed è l’unico animale autoctono del territorio. E’ una capra di taglia media con pelo lungo, folto e bianco, talvolta maculato. Sul mento presenta una barba e sulla fronte un ciuffo folto che gli allevatori tagliano “a frangetta” (con l’eccezione del caprone). La bellezza della razza girgentana è legata innanzitutto alla presenza delle corna elegantemente attorcigliate in entrambi i sessi, erette e mai eccessivamente divergenti, quasi unite alla base, molto sviluppate nei maschi. Viene allevata in piccoli e medi allevamenti allo stato semistabulato e stabulato. Il suo latte, rinomato per l’ottimo equilibrio tra grasso e proteine, è stato destinato da sempre al consumo diretto. Minacciata però di scomparsa per l’esiguità del numero degli esemplari e di allevatori rimasti, nel 2000 Slow Food istituisce il presidio per scongiurare il rischio di estinzione della razza. Successivamente è stata costituita “L’Associazione per la salvaguardia della capra girgentana” e di recente l’iniziativa della sua reintrodu-zione nella Valle dei Templi.



Il Telamone dell’Olympeion è un telamone in calcarenite, databile tra il 480 e il 470 a.C. ed è una delle colossali statue che facevano parte dell’enorme tempio di Zeus ad Akragas e della cui funzione non si è a tutt’oggi certi. È conservato presso il museo archeologico regionale di Agrigento. Il colossale Telamone – ricomposto nel 1825 – è addossato alla parete di fondo della sala “Cavallari”: conservato insieme a 3 teste di altri Telamoni. (Nella sala vi è anche un plastico con l’ipotesi di ricostruzione del tempio). La statua è alta 7,65 metri ed è la più grande dell’antichità in Sicilia e tra le più grandi dell’intera arte greca. Una riproduzione del suddetto Telamone è adagiato per terra tra le rovine del tempio.




