Il Giro delle Chiese

Ti porto alla scoperta dell’architettura sacra e di altre meraviglie d’Abruzzo, italiane e del mondo

ROMA: CHIESA della MADONNA del POPOLO

La Basilica di Santa Maria del Popolo è nel centro storico di Roma, situato in piazza del Popolo, dalla quale prende il nome, a lato della porta del Popolo (“populus” in latino significa “popolo”, ma anche “pioppo”). La chiesa ospita numerose opere d’arte e monumenti funebri, risalenti soprattutto al periodo tra il XV e il XIX secolo. Alcune sepolture sono particolarmente famose, come quelle della Cappella Chigi, il singolare monumento funebre di Giovanni Battista Gisleni e la Cappella Cerasi. Formidabili, tra altre, le opere di Caravaggio e di Annibale Carracci (nell’immagine in evidenza).

La Chiesa ha origine da una piccola cappella, eretta da papa Pasquale II nel 1099, dopo aver fatto demolire il mausoleo dei Domizi Enobarbi, tomba dell’imperatore Nerone. Forse l’occasione era stata il ringraziamento per la liberazione del Santo Sepolcro, avvenuta quell’anno, e l’opera venne pagata dal Popolo romano, da cui il nome. Dal 1250 la chiesa è officiata dagli Agostiniani, dapprima quelli della Tuscia e poi, dal 1472, quelli della Congregazione Lombarda; di questo periodo rimane visibile il campanile tardogotico. In virtù della sua appartenenza all’ordine, Martin Lutero fu “ospite a Roma della chiesa agostiniana di Santa Maria del Popolo”. Tra il XV e XVI secolo la chiesa effettua una serie di profondi interventi, che danno una caratterizzazione barocca all’essenziale struttura rinascimentale. Tale armoniosa commistione dei due stili e periodi è ciò che caratterizza questa chiesa in modo particolare. Essi furono: – del Bramante, sui disegni del quale fu rifatto il coro agli inizi del XVI secolo; – di Carlo Maderno, che nell’anno 1600 ridisegnò e a ampliò la cappella Cerasi; – di Raffaello, che, nello stesso periodo, progettò la cappella Chigi; – di Gian Lorenzo Bernini, che tra il 1655 ed il 1660 restaura nuovamente la chiesa, donandole questa volta una chiara impronta barocca che si può ammirare ancora oggi. La chiesa, dal 1587, è sede del titolo cardinalizio di “Santa Maria del Popolo”. Agli inizi dell’Ottocento, per la sistemazione della piazza e del Pincio, fu sacrificato il vasto convento agostiniano, nel quale aveva soggiornato Martin Lutero durante la sua permanenza in Italia nei suoi anni giovanili. A quest’epoca risalgono le sepolture più recenti.

La Facciata, rivestita di travertino, risale all’epoca di papa Sisto IV, il cui stemma è inserito nel timpano; fu poi modificata dal Bernini. Essa è tripartita con 2 ordini di lesene, e con 3 portali, di cui quello centrale, sormontato nella lunetta da una Madonna col Bambino, è della bottega del Bregno. L’interno della basilica è a 3 navate con 4 cappelle per lato; termina con un ampio transetto, sul quale affacciano altre 4 cappelle, una cupola ed un profondo presbiterio. L’altare maggiore fu fatto eseguire dal cardinale Antonio Maria Sauli nel 1627; a lui si deve anche la decorazione dell’arco trionfale, ove in stucco è rappresentata la Leggenda della fondazione della chiesa. L’altare include la tavola del XIII secolo, in stile bizantino, raffigurante la Madonna del Popolo, che nel corso dell’ultimo restauro (2018) ha rivelato la firma di Filippo Rusuti. Nei pressi dell’altare, a destra, vi sono resti di marmo con decorazione cosmatesca e data del 1263. Il coro fu ristrutturato dal Bramante agli inizi del XVI secolo; in esso si trovano due capolavori di Andrea Sansovino, i monumenti funebri dei cardinali Ascanio Sforza e Girolamo Basso Della Rovere. Nella volta si trovano affreschi del Pinturicchio (1508-10), mentre le vetrate, raffiguranti Episodi della vita di Maria e di Gesù, sono di Guillaume de Marcillat (1509).

L’Altare maggiore di Santa Maria del Popolo è ornato da una delle icone bizantine più belle di tutta Roma. Conosciuta come Madonna del Popolo, una leggenda attribuisce quest’opera addirittura alle mani dell’Evangelista Luca, che per tradizione è il ritrattista della Vergine. In realtà è un’opera bizantina del XIII secolo, fatta trasportare nel 1235 dal Papa nella chiesa di Piazza del Popolo (dove Papa Pasquale II un secolo prima aveva fatto trasferire preziose reliquie della Madonna) dal Laterano, per proteggere la città da un’epidemia e scacciare il fantasma di Nerone che si diceva aleggiasse ancora nella zona. Da quel giorno l’immagine divenne il simbolo della protezione della Vergine sulla città di Roma, e venne invocata e portata in processione durante tutti i periodi più bui della lunga storia della Capitale.

VANO INTERNO, La VOLTA: La volta a botte del vano interno è decorata da affreschi ideati dal CARRACCI, ma eseguiti dal suo collaboratore Innocenzo TACCONI (a parte l’ovale, da alcuni attribuito interamente al Carracci). Qui sono visibili tre scene: ovale centrale: Incoronazione della Vergine; riquadro sinistro: apparizione di Cristo a san Pietro in fuga da Roma lungo la via Appia, a causa della persecuzione di Nerone; riquadro destro: questa scena è indicata dal Baglione come l’ascensione di san Paolo al terzo Cielo del Paradiso; altri studi, tuttavia, ritengono che rappresenti Cristo che ordina a Paolo di lascia-re Gerusalemme. Non si esclude che il soggetto sia una sintesi, o una sovrapposizione, di questi due episodi: infatti, se alcuni elementi (ad es. l’ambientazione tra gli astri) suggeriscono il primo, il dialogo tra Paolo e il Signore si potrebbe riferire al secondo. A destra è visibile la costellazione dell’Orsa Maggiore: le presenza delle stelle è coerente all’ambientazione della visione paolina, ma ha anche un altro significato: si tratta, infatti, della criptofirma di Annibale, che gioca sull’assonanza dei termini Carro (riferito alla costellazione, nota anche come Grande Carro) e il proprio cognome, Carracci. VANO INTERNO, I DIPINTI: Il tema dell’Assunzione della pala riprende l’intitolazione alla Vergine dell’intera basilica, mentre i dipinti laterali riprendono i temi alla base della dottrina cristiana: il martirio e la conversione a seguito di fatti miracolosi. Le due tele laterali del CARAVAGGIO (a sinistra, la crocifissione di san Pietro e, a destra, la conversione di san Paolo) sono in continuità narrativa con i due riquadri laterali della volta, anch’essi dedicati a fatti della vita di Pietro e Paolo. Un rapporto analogo collega le raffigurazioni mariane della pala d’altare (l’Assunzione) e dell’ovato centrale del soffitto (l’Incorona-zione). La ristrettezza dello spazio della cappella ha influenzato la realizzazione dei dipinti, sia nel caso dell’Assunzione, che dei laterali: Caravaggio, in particolare, dispose le figure delle sue tele lungo una linea diagonale fortemente inclinata, al fine di esaltarne la resa scenografica. Egli, inoltre, collocò i suoi personaggi in primo piano all’interno delle scene di grande profondità prospettica, per accentuare l’illusione delle figure di uscire dai dipinti nello spazio reale.

Il rapporto tra le tele di CARAVAGGIO e l’Assunzione di Annibale CARRACCI: Caravaggio eseguì una seconda volta i dipinti laterali della cappella Cerasi, anche in relazione alla pala forse perfino esprimendo, secondo alcune posizioni critiche, degli accenti di sfida verso il più anziano Carracci. È anche possibile sospettare l’intenzione della committenza di mettere apertamente in competizione i due artisti. In particolare, Caravaggio inserì nei suoi dipinti alcuni riferimenti alla pala centrale: ad esempio, dal lato sinistro, Pietro si torce in direzione della Vergine dell’altare, alla quale si affida nel momento del martirio; dal lato destro, il gesto di Paolo, che allarga le braccia di fronte alla visione del Signore, è analogo a quello dell’Assunta che pare a sua volta protendersi, dall’altare, in un abbraccio che accoglie i visitatori della cappella. Influenze successive: Le invenzioni dei due grandi pittori ispirarono probabilmente anche Gian Lorenzo BERNINI per la creazione della sua cappella Cornaro, una delle massime espressioni dell’arte barocca. Inoltre, il confronto di Annibale e Caravaggio di questa cappella influenzerà durevolmente l’arte del Seicento dando il via a due filoni: quello “caravaggesco” e quello più propriamente barocco.

A Destra dipinto di Caravaggio (Conversione di S. Paolo)

A Sinistra dipinto di Caravaggio (Crocifissione di S. Pietro)

CAPPELLA CERASI: Giovanni Battista RICCI, Affreschi nel vano di ingresso. Volta a vela decorata con  affreschi raffiguranti i 4 Evangelisti, lo Spirito Santo e, nelle due lunette laterali, i Dottori della Chiesa

Annibale CARRACCI e Innocenzo TACCONI: Affreschi della volta del vano interno.

Qui e dopo: CAPPELLA THEODOLI (17)

La CAPPELLA del PRESEPIO (1) ha pianta esagonale con una copertura a una volta  costolonata di sei spicchi. Gli spazi architettonici sono spartiti da una membratura dipinta di paraste decorate da grottesche, poggianti su un basamento monocromo. Sulla parete dell’altare si trova il grande affresco con l’Adorazione del Bambino e sulle due pareti contigue si trovano due finestre centinate con gli sguanci decorati da grottesche; seguono poi i monumenti funebri dei cardinali Giovanni de Castro (morto nel 1506) e Cristoforo Della Rovere (morto nel 1478) e di Domenico Della Rovere (morto nel 1501). Le grottesche policrome su sfondo giallo-oro sono di alta qualità e sono state valorizzate da una recente pulitura. Nel ricchissimo repertorio di figure che le compongono si incontrano mascheroni, cigni, dromedari, conchiglie, strumenti musicali, ecc., con una sveltezza pittorica che rimanda a uno studio del ductus della pittura compendiaria dell’età imperiale. Esse sono per questo ascritte alla mano del maestro, che vi mise in pratica un’ardita sperimen-tazione, tra le più riuscite del genere in assoluto.

L’Adorazione del Bambino con san Girolamo si trova al di sopra dell’altare come una finta pala su tavola, incorniciata da un’arcata marmorea scolpita e dorata, ed è sempre riferita come opera autografa di Pinturicchio, la cui finezza esecutiva è venuta fuori durante il restauro. Davanti alla capanna della Natività, parzialmente in rovina e con mura di materiali diversi (simboleggianti le religioni pagana ed ebraica che videro sorgere il cristianesimo) e col tetto a capriate visto da sotto in su, si trovano la Sacra famiglia, san Girolamo e i pastori in adorazione del Bambino, adagiato in basso al centro su una fascina di grano, richiamo al pane dell’eucaristia. A destra si vedono il bue e l’asinello chiusi da un recinto di rametti intrecciati, mentre Giuseppe è rappresentato nel tipico atteggiamento dormiente, che richiama il suo ruolo di mero sorvegliante di Maria e del Bambino, senza partecipazione attiva nella generazione. Il ricchissimo sfondo si perde in lontananza grazie alle regole della pro-spettiva aerea che fa apparire le cose più lontane sfumate in colori azzurrini per effetto della foschia; esso è popolato da una città sulle rive di una lago e da una serie di speroni rocciosi fantasiosi, in cui sono ambientati anche l’arrivo del corteo dei Magi e l’annuncio ai pastori da parte dell’angelo, situato in alto al centro. Al centro un albero estremamente slanciato fa da perno allo sfondo e media tra le due parti, riequilibrandole. I migliori brani pittorici sono la testa della Vergine e il Bambino, con una vivacità di sguardi e di gesti che richiamano le Adorazioni di Antoniazzo Romano. Al centro nella cornice inferiore, tra due stemmi Della Rovere scolpiti col cappello cardinalizio, si trova la targa dedicatoria della cappella:

La volta era decorata da preziosi motivi all’antica, prima di essere ricoperta da un fondo blu con stelle dorate a causa del cattivo stato. Nelle lunette si trovano cinque affreschi con Storie di san Girolamo, staccati e trasferiti su tela durante le modifiche settecentesche. Le scene sono: – San Girolamo disputa della verginità di Maria con l’eretico Elvidio; – San Girolamo penitente nel deserto; – San Girolamo toglie la spina al leone; – San Girolamo nello studio con sant’Agostino; – Morte di san Girolamo. Le lunette sono molto consunte e se ne può apprezzare solo l’impianto compositivo generale, che secondo Strinati risente delle influenze di pittori allora attivi in ambito romano come Piermatteo d’Amelia e Antoniazzo Romano. Alcuni negano l’autografia delle lunette, riferendole piuttosto all’assistente Tiberio d’Assisi. Le opere dovevano presentare numerose dorature, come testimoniano le ancora presenti sferette di cera rossa sui bordi delle vesti che servivano da supporto per la foglia del metallo prezioso.

San GIROLAMO e il Leone. Questa lunetta era stata occultata dalla tomba De Castro posta nel Seicento ed è stata recentemente ritrovata: forse proprio in  questa  si trova il ritratto del cardinale Della Rovere citato da Vasari.

La Cappella CYBO: dedicata a San Lorenzo, viene realizzata agli inizi del 1500 su commissione di Lorenzo Cybo, nipote del papa Innocenzo VIII, ed originariamente viene decorata dal pittore Bernardino di Betto Betti, più noto come PINTURICCHIO e dagli artisti appartenenti alla bottega di Andrea BREGNO. Successivamente, tra il 1680 e il 1687, la cappella viene completa-mente restaurata dall’architetto Carlo FONTANA su commissione del cardinale Alderano Cybo. Dopo tale restauro, giunto fino ai nostri giorni, la Cappella Cybo si presenta a croce greca con le pareti interamente rivestite in marmo verde e le colonne in marmo rosso-marrone.

Il dipinto “Immacolata Concezione e Santi”, in chiaro stile barocco, raffigura la Vergine in alto e al centro della composizione, poggiata (o sospesa) su una nuvola e circondata da una aureola dorata e da alcuni puttini, mentre nella parte bassa sono dipinti i santi Giovanni Evangelista, Gregorio, Giovanni Crisostomo e Agostino impegnati in un dibattito teologico incentrato sul dogma della Immacolata Concezione della Vergine Maria. Una copia del dipinto di Carlo Maratta viene realizzata nel 1700 e collocata sull’altare della Cappella dell’Immacolata Concezione, attribuita all’archi-tetto di origine senese Paolo Posi, nel transetto destro della Chiesa Sant’Ambrogio e San Carlo al Corso. Ai lati del vestibolo si trovano due grandi tele, il “Martirio di Santa Caterina” (parete destra, olio su tela, anno 1685) e il “Martirio di San Lorenzo” (parete sinistra, olio su tela, anno 1685), entrambe realizzate dal pittore viennese Daniele Seyter. La cupola contiene l’affresco “Eterno in Gloria” realizzato nell’anno 1685 circa dal pittore romano Luigi Garzi. Infine la cappella custodisce nella parete destra il Monumento funebre del cardinale Alderano Cybo (anno 1684) mentre sulla parte sinistra il Monumento funebre del cardinale Lorenzo Cybo (anno 1683), entrambi realizzati dallo scultore Francesco Cavallini.

CUPOLA: Affresco “Eterno in Gloria” realizzato nell’anno 1685 circa dal pittore romano Luigi Garzi.

NAVATA SINISTRA: Percorrendo la navata, dal transetto fino all’entrata, troviamo i seguenti monumenti: – Cappella Cybo-Soderin (20), in cui è collocato un crocifisso ligneo del XV secolo; le pitture delle pareti e della volta con Storie della croce, angeli e profeti sono di Pieter van Lint; – Cappella Mellini (21); la pala d’altare con Vergine e san Nicola da Tolentino è  di Agostino Masucci; ai lati le tombe di cardinali; la volta, con Storie di san Niccolò da Tolentino e Virtù, di Giovanni da San Giovanni; – Cappella Chigi (22), costruita su progetto di Raffaello per il banchiere Agostino Chigi tra il 1513 ed il 1514 e restaurata dal Bernini per il cardinale Fabio Chigi (futuro papa Alessandro VII) tra il 1652 ed il 1656; l’ambiente è ricco di pitture e sculture di Raffaello, Bernini, Lorenzetto, Francesco Salviati, Sebastiano del Piombo, Raffaello da Montelupo e Raffaele Vanni; Cappella del battistero (23), con antiche opere di Andrea Bregno provenienti dal primitivo altare maggiore.

CAPPELLA MELLINI: dedicata a San Nicola da Tolentino, ebbe come primo patrono il giurista Pietro Mellini, appartenente ad una delle più nobili casate romane del ‘400. Nel corso del ‘600 l’Algardi realizzò due busti(il 2° di Urbano Mellini venne collocato qui nel 1660) su commissione del card. Garcia Mellini che nel 1623 fece ristrutturare la cappella dotandola di una decorazione ad affresco condotta dal pittore fiorentino Giovanni da Mannozzi San Giovanni, di una incorniciatura a stucco delle pareti e di una risistemazione dei monumenti del ‘400 di famiglia. L’originaria pala d’altare realizzata da Giovanni da San Giovanni contemporaneamente agli affreschi venne sostituita da un dipinto del ‘700 di eguale soggetto dal Masucci.

VOLTA: – Giovanni Mannozzi da San Giovanni, Gloria di S. Nicola da Tolentino  e storie della vita del Santo (1623-1624), affresco; – Giovanni Mannozzi da San Giovanni, Le Virtù cardinali (1623-1624), affresco.

PARETE DESTRA: Pierre Monnot, Monumento del card. Savo Mellini (1699), marmo; – Pierre Monnot, Busto di Pietro Mellini (fine XVII sec.), marmo; – Giovanni Duknovic detto Dalmata, Monumento di Pietro Mellini (1490), marmo; – Pierre Monnot, Monumento del card. Paolo Antonio Mellini (1698), marmo; – Collaboratore dell’Algardi,  Sarcofago con busto di Mario Mellini

ALTARE: – Agostino Masucci, S. Agostino presenta S. Nicola alla Vergine (XVIII sec.), olio su tela.

PARETE SINISTRA: – Alessandro Algardi, Sarcofago con busto del card. Urbano Mellini (1639), marmo; – Alessandro Algardi, Monumento del card. Garcia Mellini (1637-38), marmo.

CAPPELLA CHIGI (22): Costruita su progetto di Raffaello per il banchiere Agostino Chigi tra il 1513 ed il 1514 e restaurata dal Berni-ni per il cardinale Fabio Chigi (futuro papa Alessandro VII) tra il 1652 ed il 1656. L’ambiente è ricco di pitture e sculture di Raffaello, Bernini, Lorenzetto, Francesco Salviati, Sebastiano del Piombo, Raffaello da Montelupo e Raffaele Vanni.

Come detto la CAPPELLA CHIGI venne concessa da Giulio II al banchiere senese Agostino Chigi, questi affidò l’incarico di decorare la cappella a Raffaello, all’epoca (1514) impegnato come responsabile della nuova basilica di San Pietro, creò un modello che riproduceva in scala il progetto del Bramante per la basilica vaticana con il grande arcone d’ingresso ripreso dal modello antico del Pantheon. Del progetto di Raffaello vennero soltanto eseguiti i mosaici e le statue laterali di Giona (Lorenzetto) e Elia (ultimata da Raffaello da Montelupo). Intorno agli anni cinquanta il Salviati affrescò le lunette e il tamburo della cupola, ultimando anche la pala lasciata incompiuta da Sebastiano del Piombo nel 1534. A metà del ‘600 il papa Alessandro VII Chigi decise di completare la cappella incaricando il Bernini di realizzare le 2 statue laterali di Daniele e Abacuc e i monumenti funebri laterali di Agostino e Sigismondo Chigi, già iniziati dal Lorenzetto e Raffaello da Montelupo nel 1522, su probabile disegno di Raffaello.

La “Nascita della Vergine” è un dipinto (olio su lastra di pietra, cm 252 x 198) realizzata nel 1532 dal pittore veneziano Sebastiano del Piombo e successivamente terminata da Francesco Salviati, attualmente conservata nella Cappella Chigi, all’interno della Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma.

La cupola interna è decorata da cassettoni dorati, con mosaici, eseguiti su disegno dello stesso Raffaello. Al centro Dio creatore del firmamento (scorciato efficace-mente e in un gesto impetuoso, di memoria michelangiolesca, che sembra dare origine al moto dell’intero universo sotto-stante), con intorno immagini allegoriche del Sole, della Luna, dei cinque pianeti conosciuti e delle stelle fisse, raffigurati come divinità pagane a mezzo busto, ciascuno guidato da un angelo che, secondo un concetto dantesco ripreso dai neoplatonici, rappresenta il suo ordine motore, che ne limita la potenza dirigendone il corso. Tali mosaici vennero eseguiti dal veneziano Luigi de Pace nel 1516. I cartoni originari sono perduti, ma si conservano alcuni disegni preparatori (a Oxford e Lilla) che confermano l’originalità dell’opera, ottimizzata per una visione dal basso.

PARTE INFERIORE: L’altare mostra la Nascita della Vergine di Sebastiano del Piombo e Francesco Salviati, dipinta a olio su blocchi di peperino, con paliotto bronzeo a bassorilievo del Lorenzetto (Gesù e la Samaritana). Tutto intorno si trovano le tombe dei Chigi alternate a nicchie con sculture. Le nicchie. in corrispondenza dei pilastri, presentano: – Abacuc e l’angelo di Bernini, 1656-1661, a sinistra dell’altare; – Giona che esce dalla balena, del Lorenzetto su disegno di Raffaello, 1520, a destra dell’altare; – Daniele e il leone, del Bernini, 1655-57; – Elia, del Lorenzetto, terminata da Raffaello da Montelupo, 1540 circa. Alle pareti si trovano le tombe di Agostino Chigi e del fratello Sigismondo Chigi, a forma piramidale, simbolo di eternità. Furono disegnate da Raffaello, ma modificate dal Bernini nei medaglioni marmorei. Nelle lunette si trovano pitture di Francesco Vanni.

Daniele nella fossa dei leoni del BERNINI: Il profeta Daniele è il protagonista di questa scultura, Daniele nella fossa dei leoni, opera di Gian Lorenzo Bernini, che nasceva il 7 dicembre 1598: vediamo il protagonista che esce da una nicchia ed è intento a pregare in una posa molto teatrale, tipicamente berniniana. Il ginocchio sinistro si protende in avanti in modo scomposto, quasi che Daniele stia cercando di trovare scampo dai leoni (l’altro ginocchio è invece poggiato su una pietra), e le braccia si innalzano al cielo, con le mani che stanno per unirsi in preghiera. Bernini ci restituisce insomma un preciso momento della storia, un fotogramma dell’azione, carico di tensione e di movimento. Non solo infatti il corpo si slancia verso l’osservatore, ma anche i panni che il profeta indossa ci appaiono quasi fluttuanti (sebbene non come in altre realizzazioni di Bernini: del resto, qui, lo spazio era circoscritto alla nicchia che doveva ospitare la scultura). Nella sua torsione, il Daniele di Bernini si ricorda del Laocoonte di classica memoria.

ORGANO TESTA: Nel corso dei lavori di ristrutturazione dell’antica basilica rinascimentale in stile barocco, l’artefice del progetto, Gianlorenzo Bernini, presentò ad Alessandro VII due progetti per un nuovo organo da collocarsi sopra una cantoria nel transetto destro. Dei due progetti delle casse fu scelto quello innovativo, in cui le canne erano imbrigliate fra rami di rovere, albero simbolo della famiglia Chigi, quella del papa committente. La costruzione della parte fonica del nuovo organo fu affidata all’organaro Giuseppe Testa. L’organo Testa, la cui costruzione si protras-se dal 1656 fino al 1658, fu rifatto nel 1814 ma attualmente (2011) dello stru-mento non rimangono che le 27 canne di facciata, le catenacciature e i somieri.

ORGANO VEGEZZI-BOSSI: Nel transetto sinistro, fu costruita dal Bernini una cantoria gemella a quella del transetto destro e vi fu collocato l’organo a canne già presente nella chiesa, rimasto in loco fino al XVIII secolo e poi smantellato. Fu sostituito solo nel 1906 da un nuovo strumento della ditta Vegezzi-Bossi a due tastiere e pedaliera e a trasmissione pneumatica e costruito secondo i canoni dell’epoca. Lo strumento, poi, è stato elettrificato nel 1975 ed è stata aggiunta una nuova consolle nella navata (già ce n’era una in cantoria). La facciata, molto arretrata rispetto alla balaustra della cantoria e incassata nella parete, è costituita 33 canne appartenenti al registro principale.

Condividi questo articolo con altri appassionati 

Scopri le meraviglie

scegli un comune da visitare

E scopri le chiese, i musei e i luoghi meravigliosi che ogni territorio ti offre. Vai alla ricerca per Comuni >>