Il presente post illustra un brevissimo compendio, sicuramente non esaustivo, della storia della pittura in Abruzzo, dalle origini a oggi. Nell’immagine in evidenza: “La Lavandaia” di Pasquale Celommi.

Le origini della pittura in Abruzzo si possono benissimo far risalire all’epoca del Paleolitico, quando gli uomini raffiguravano scene di vita quotidiana, per mezzo di incisioni rupestri e in grotte, come dimostrano i casi più interessanti di Balze del Morrone a Sulmona e nella grotta di Piccioni di Bolognano. Si tratta sostanzialmente di graffiti uguali a molti altri rinvenuti in altri siti italiani ed europei, senza originale particolarità, se non quella di ritrarre forme umane e animali fortemente stilizzate. La pittura ad affresco venne introdotta nell’età italico-romana, anche se oggi a causa di depredazioni e distruzioni dei templi pochissimo è rimasto. Dal motivo decorativo più frequente, di cui oggi esistono vari esemplari, la tecnica ornamentale delle architetture prediletta in Abruzzo fu il mosaico.
Finalmente nell’età medievale la pittura abruzzese poté trovare ampio respiro, a partire dal XII secolo in poi. Accanto ad esempi noti e meglio, troviamo anche cicli di cui si hanno visioni frammentarie, ma che pure restituiscono la ricchezza e la varietà dei percorsi artistici attivi nella regione. La storia della pittura medievale abruzzese trova negli affreschi di San Pietro ad Oratorium a Capestrano, Santa Maria Maggiore di Pianella, Santa Maria di Cartignano a Bussi sul Tirino le prime e significative manifestazioni risparmiate dal tempo, e si parla del periodo compreso tra il IX-XII secolo. Nel secolo successivo, in pieno romanico e poi nel gotico, e testimonianze si moltiplicarono notevolmente, con cicli istoriati molto più variegati e dettagliati, quali quelli di Santa Maria ad Cryptas di Fossa, San Pellegrino di Bominaco, Santa Lucia di Rocca di Cambio, Santa Maria di Ronzano, Santa Maria in Piano a Loreto Aprutino, San Francesco d’Assisi a Castelvecchio Subequo e Santa Maria Assunta di Atri.



Dalla metà del Duecento, con l’arrivo di Carlo I d’Angiò, venne posto il nuovo stile gotico dello sperimentalismo e della ricercatezza del particolare e di nuove forme di rendere la bellezza e la plasticità delle figure, come avverrà specialmente in San Pellegrino di Bominaco. Oltre ai casi più noti, lo stile gotico si diffuse in tutta la regione, anche se a causa dei rifacimenti rinascimentali e poi barocchi, molto si è perso. A cavallo tra romanico e gotico si possono considerare i lacerti di affreschi del monastero dei Benedettini a San Benedetto in Perillis, della Basilica di San Pelino di Corfinio, della chiesa di San Salvatore a Canzano e della chiesa di San Clemente al Vomano a Guardia Vomano, successivamente della chiesa di San Domenico a Teramo, di alcuni cicli della Basilica di Santa Maria Assunta di Atri (poiché il repertorio fu rifatto completamente da Andrea De LITIO nella metà del ‘400), della chiesa di Santa Maria del Lago a Moscufo e dell’abbazia di San Giovanni in Venere a Fossacesia. Questi ultimi due esemplari sono di particolare interesse, perché nel primo si riscontrano ancora le tracce del tardo romanico bizantino.

L‘Oratorio di San Pellegrino di Bominaco, edificato nel 1263 su un sito dove si trovava una piccola edicola, che la tradizione vuole fosse stata eretta al tempo di Carlo Magno, come riporta un’iscrizione sulla parete. Il piccolo ambiente interno a navata unica con volta a botte ogivale, ha le pareti interamente coperte di affreschi murali, ritenuti coevi alla sua edificazione. Il ciclo è unitamente considerato, insieme con i dipinti della vicina chiesa di Santa Maria ad Cryptas di Fossa, la testimonianza più cospicua della pittura medievale gotica abruzzese. L’insieme è composto da più cicli istoriati intrecciati tra loro, in modo complesso e a tratti disordinato: certe scene di un tema di interrompono su una parete per continuare in quella opposta; si riconoscono infatti il ciclo delle Storie dell’Infanzia di Gesù, le scene del Giudizio universale, le storie di vita di San pellegrino e altri santi, infine la famosa scena del “calendario bominacese”, con i mesi dell’anno liturgico del calendario cristiano, realizzato alla maniera di quello della diocesi di Sulmona-Valva.
Gli storici hanno evidenziato la mano di tre artisti per via delle differenze tra i cicli: le 6 storie di San Pellegrino sono segnate a una mancanza di caratterizzazione nelle soluzioni, da un linguaggio essenziale, dall’uso di modelli di repertorio convenzionali, ma non sostenuti da una precisa tradizione iconografica di riferimento. Il ciclo dell’Infanzia comprende gli episodi dell’Annunciazione, Visitazione, Natività, Strage degli innocenti, e sembra risentire di varie influenze culturali: la tradizione iconografica bizantina delle scene sembra rappresentare un riferimento importante sul quale non mancano di innestarsi elementi tipici della cultura occidentale, specialmente locale abruzzese. Ad esempio l’abito indossato da Maria Vergine nella scena della Visitazione, composto dal “maphorion” sotto il quale si vede spuntare la veste a rombi, desunta dal vestiario locale, e in molte scene si nota il superamento dell’immobilismo bizantino-romanico.


ll grande ciclo di affreschi della chiesa di Santa Maria ad Cryptas di Fossa appartiene al filone di cicli pittorici duecenteschi d’Abruzzo, che comprende anche quelli della chiesa abbazia di San Tommaso Becket a Caramanico Terme e della chiesa di Santa Maria di Ronzano a Castel Castagna. Il ciclo è datato agli ultimi anni del XIII secolo, tra il 1264 e il 1283, anno di realizzazione della pala d’altare della Madonna del Latte, conservata nel Museo Nazionale all’Aquila, opera di Gentile da ROCCA, a cui sono attribuiti questi affreschi. Anche questo ciclo ricopre gran parte della navata unica della chiesetta, dall’arco trionfale, al presbiterio, alle pareti laterali e alla controfacciata.

(Prima) Santi ritratti nella chiesa di San Salvatore a Canzano (TE): E’ un edificio religioso medioevale abruzzese di stile romanico che si eleva isolato rispetto al contesto urbano del paese di Canzano, nel territorio della valle del Vomano. La fabbrica, situata nei pressi del camposanto, è stata utilizzata anche come cappella cimiteriale. Insieme con suo il monastero, ormai scomparso, fu parte dell’abbazia dei padri benedettini omonima che si sviluppò nello stesso periodo storico in cui crebbero nella vallata anche altri cenobi come: Santa Maria di Propezzano e San Clemente al Vomano. Chiusa da parecchi anni, sorge su un costone argilloso, piuttosto instabile, e questa caratteristica del terreno ha determinato, nel corso del tempo, la necessità di vari interventi conservativi per la ricostituzione dell’equilibrio statico della struttura. Annoverata nell’Elenco degli edifici monumentali della provincia di Teramo, è stata restaurata negli anni 1968 – 1969. Questo intervento le ha restituito il ruolo che la considera un’importante espressione di architettura romanica.

Prima: Abbazia di Santa LUCIA presso Rocca di Cambio. La costruzione della chiesa risalirebbe all’XI secolo, menzionata nel 1113. L’aspetto dunque è romanico, mentre il ciclo di affreschi venne realizzato nel XIV secolo, che riproducono scene di vita di Santa Lucia e i cicli di storie del Nuovo Testamento. Come nelle altre due chiese di San pellegrino e Santa Maria ad Cryptas, il ciclo si sviluppa a fasce orizzontali. I cicli sono stati realizzati in epoche diverse, come dimostrano i differenti stili usati. Ad esempio il gruppo appartenente alla fase tardo-gotica e proto rinascimentale è quello sotto il riquadro dell’Ultima cena, della Passione, e del Giudizio universale, con il Cristo dentro la mandorla. Sulla parete della navata sinistra, si trovano gli affreschi più antichi: la gigantesca raffigurazione dell’Ultima Cena.
Il modello sembra provenire da Santa Maria ad Cryptas, ma qui sono aggiunte varie nature morte e manca Giuda Iscariota.
Sulla destra c’è la Madonna col Bambino con Santa Lucia e Celestino V in abiti di pontefice. Sulla navata destra invece sono ritratte scene di vita di Gesù con episodi significativi come il “bacio di Giuda” e la “Resurrezione“. In Santa Lucia la ricerca del particolarismo a cavallo tra romanico è gotico è più forte che negli altri due cenobi, soprattutto nelle raffigurazioni dei santi (Sant’Eligio, San Nicola di Tolentino, San Paolo e San Pietro), e nel ciclo delle storie della vita di Santa Lucia, in particolar modo la scena del martirio. Innovative sono anche alcune tecniche del Nuovo Testamento, nel riquadro dell’Annunciazione dove sono scritte le frasi tratte dal Vangelo, come se il ciclo fosse un fumetto narrato allo spettatore.







Prima: CICLO di AFFRESCHI di Jacopo da VARAGINE. Vero Capolavoro d’arte pittorica medioevale abruzzese del XIV secolo. Presso un vano nel campanile sono visibili dall’interno gli affreschi e gli stucchi realizzati tra la 2° metà del 1300 e la 1° metà del 1400, riportati alla luce col restauro degli anni ’90 scoprendo il mirabile ciclo di affreschi delle Storie della Vera Croce. Le scene illustrate sono: – Morte di Adamo; – Salomone fa tagliare l’albero; – la Regina di Saba e il sacro legno; – La Battaglia di Ponte Milvio di Costantino contro Massenzio; – la battaglia di Eraclio I di Persia dopo il trafugamento della croce nel 616 d.C.; Il supplizio dell’ebreo; ed altri.

















Dopo: Pasquale CELOMMI, “Lavandaia” 1902. Nato a Montepagano, frazione di Roseto degli Abruzzi nel 1851, Celommi è ricordato per essere l’alter-ego di Francesco Paolo Michetti. Infatti anche egli da subito predilesse il soggetto abruzzese, tuttavia a differenza della rappresentazione fortemente espressiva e patetica del duro lavoro nei campi e delle tradizioni religiosi semi-barbare praticate da alcune comunità abruzzesi, nonché discostandosi dalla resa espressiva dei volti e dei paesaggi quasi soffocati dalla natura dominante, il Celommi oppose un’impostazione ancora piuttosto classica ottocentesca, presa dai francesi quali Jacques Louis David.

Prima: In questo dipinto l’artista ha raffigurato una delle sue modelle preferite come una lavandaia intenta a fare il bucato; sono descritti con precisione molti dettagli dell’ambiente – come i muri scrostati e la tinozza con le stoffe da lavare – dell’abbigliamento come la camicia, la fantasia delle stoffe, i gioielli e gli sciacquajje (orecchini a cerchio con pendente interno)… L’opera rientra nel filone del verismo, molto diffuso nell’Ottocento; a differenza delle opere di Patini, nel dipinto di Celommi si percepisce invece un’atmosfera più pacata e idilliaca, dove la straordinaria capacità nell’uso del colore restituisce una resa quasi fotografica. L’opera fu inizialmente presentata con grande successo all’Esposizione Operaia di Teramo del 1888 e successivamente alla Colombiade di Genova del 1892. In seguito, andò dispersa e fu ritrovata a San Paolo del Brasile nel 2003, e quattro anni più tardi entrò a far parte delle collezioni del MuNDA.




