ERICE dal 1167 al 1934 ebbe il nome di Monte San Giuliano. Nel centro cittadino, posto sulla vetta dell’omonimo monte, è residente solo un’esigua percentuale di abitanti, mentre la maggior parte della popolazione si concentra a valle, nell’abitato di Casa Santa, contiguo alla città di Trapani. Il nome di Erice deriva da Eryx, un personaggio mitologico, figlio di Afrodite e di Bute, ucciso da Eracle. Nell’immagine in evidenza: Il Tempio di SEGESTA.




(Dopo) PORTA TRAPANI (XII Secolo): Inserita nella originaria cinta muraria elimo-punica, era una delle 3 porte di accesso al nucleo urbano. Il nome deriva dalla sua esposizione verso Trapani. L’attuale aspetto, posta tra 2 basioni di protezione, lascia presupporre l’adattamento allo stile e alle esigenze difensive medievali.



La Piazza San DOMENICO trae il nome dal vicino CONVENTO DOMENICANO, fondato nel 1486 e aggregato alla chiesa di S. Michele. La facciata della chiesa presenta un portale quattrocentesco, arricchito da un pronao d’ispirazione rinascimentale aggiunto nel 1862. L’edificio a pianta rettangolare e sormontato da un pronao quadrato, dopo l’ultimo restauro, avvenuto intorno al 1970, è adibito a sala conferenze del Centro Internazionale di Cultura Scientifica “Ettore Majorana”. Al suo interno è stata ricavata un’aula a gradoni con lunghi banchi in legno chiaro e sedute, laddove la zona presbiteriale è occupata da una cattedra in calcestruzzo a faccia vista. Il grande ambiente del terzo livello ha capriate in legno e tre gradoni rivolti verso una grande apertura data dall’assenza della parete orientale e con vista sul paesaggio. I domenicani a partire dal 1595 fino al 1621 ampliarono l’antica piccola chiesa di San Michele, già esistente nel 1486, quando fu donata ai Frati Predicatori. La facciata della chiesa presenta un portale quattrocentesco, arricchito da un pronao d’ispirazione rinascimentale aggiunto nel 1862. La volta di legname fu interamente coperta e ornata di stucchi a cassettoni ed arabeschi, le colonne diventarono pilastri con capitelli di ordine corinzio, l’altare maggiore fu decorato a stucco. Niente rimane oggi a ricordo della precedente destinazione dell’interno, l’esterno invece è rimasto immutato.

L’esistenza della chiesa di San Giovanni Battista è indicata dagli storici locali al secolo XIV (1339), ma è probabile che il primo impianto risalga al secolo XII; subì restauri nel XV secolo, tra il 1430 e il 1436, venne rinnovata e ampliata nel XVII (1631), e nel XVIII fu decorata con stucchi negli altari. Sullo sfondo scenico del monte Cofano, tra cielo e mare si eleva l’alta cupola, posta all’incrocio della navata unica della chiesa con il transetto: l’ingresso più antico (ad oriente) è segnato da un portale ogivale (sec XIV), a ghiere multiple, decorato con elementi a zig-zag e preceduto da una originale scalinata. La chiesa, oggi adibita ad auditorium, conserva nel suo interno pregevoli esemplari di scultura rinascimentale riferibili al lombardo Gabriele Di BATTI-STA, Antonino GAGINI e alla bottega gaginesca. Al più famoso dei GAGINI, Antonello, appartiene l’elegante statua di San Giovanni Evangelista (1531), posta nel transetto destro, nella cui base sono rappresentati a rilievo il martirio del Santo ed un personaggio in preghiera, forse il committente. Vi sono sono inoltre esposti i resti di affreschi medievali provenienti dalla chiesa rupestre di Santa Maria Maddalena; degna di nota inoltre la decora-zione in stucco degli altari, realizzata nel secolo XVIII, in particolare l’altare di San Vito.

La Chiesa di San Pietro originaria fu fondata nel 1365, per essere ampliata in un secondo tempo nel corso del XVI e del XVII secolo, quando su progetto dell’architetto Giovanni Biagio AMICO nel 1745 fu demolita e riedificata secondo un progetto di ispirazione borrominiana. Fu una delle chiese più frequentate dai fedeli per la sua ubicazione posta al centro del paese. L’unico elemento che conferisce monumentalità all’edificio, in sé molto semplice e scarno, è il portale d’ingresso: in stile barocco, culmina con una merlatura ove sono allocate le campane. Incorniciato da due colonne ioniche, il portale è sormontato da una piccola trabeazione con due ampie volute, al centro delle quali si trova un’edicola votiva sovrastata dallo stemma pontificio. La pianta della chiesa è composta da un vano centrale rettangolare e due esedre semicircolari disposte lungo l’asse longitudinale.


Già edificata nel 1423, la chiesa era dedicata al Santo carmelitano vissuto nel XIII secolo che gli ericini hanno da sempre considerato loro concittadino. La famiglia degli Abbati infatti, era tra le più importanti di Erice, e possedeva un palazzo indicato come la casa natale di Sant’Alberto. Nel 1568 un gruppo di nobili ericini istituì la Compagnia dei Bianchi così denominata dal colore dell’abito e la sede scelta fu proprio la chiesetta; questa compagnia assisteva material-mente i poveri e spiritualmente i condannati a morte. Nel corso del XVII secolo, anche con elemosine e con il contributo dell’Amministrazione della città, la chiesa fu rinnovata ed allargata. Altri interventi vennero fatti verso la fine del XVIII secolo, quando gli interni ad unica navata, furono decorati con stucchi. Nel corso del XIX e del XX secolo a poco a poco la devozione verso il Santo si andò affievolendo e anche la Compagnia dei Bianchi cessò di esistere. La chiesa, infine abbandonata, dopo la seconda guerra mondiale, fu utilizzata saltuariamente per manifestazioni sociali, in seguito come laboratorio artigianale del tappeto ericino e infine come teatro. Recentemente è stata restaurata e riaperta al culto.


Il Castello di VENERE è un castello di fattura normanna del XII secolo che sorge su una rupe isolata nell’angolo sud-orientale della vetta del Monte Erice, costruito sulle rovine di un tempio elimo-fenicio-romano. A Erice nell’antichissimo santuario, il culto della divinità femminile della fecondità assunse, con il passare dei secoli e dei popoli, nomi diversi. Prima il culto fenicio della dea Astarte, adorata dagli Elimi. Diodoro Siculo scrisse che “Erice”, figlio di Bute e di Afrodite stessa, aveva eretto il tempio dedicato alla propria madre e fondato la città. Poi narra l’arrivo di Liparo, figlio di Ausonio, alle Isole Eolie (V, 6,7), aggiungendo che i Sicani “abitavano le alte vette dei monti e adoravano Venere Ericina”. Fu saccheggiato da Amilcare Barca. Per la costruzione della fortezza medievale, ad opera dei Normanni, furono utilizzati anche frammenti dell’antichissimo santuario, e del tempio di epoca romana. La fortezza fu “piazza reale” per i viceré aragonesi fino al XVI secolo. Con i Borbone divenne carcere. Il castello era collegato al resto della vetta da un ponte levatoio, successivamente sostituito dall’attuale gradinata. La facciata del castello, volta ad occidente, è sovrastata da merli ghibellini, e il muro del complesso segue, con rientranze e sporgenze il contorno della rupe. È osservabile l’imboccatura di una galleria segreta, che era sotterranea rispetto agli edifici scomparsi e conduceva fuori dal castello. Nella ripida parete rocciosa, a tramontana, si innalza un muro, attribuito a Dedalo, composto di dodici filari orizzontali di pietre pulitamente squadrate e sovrapposte ad opus rectum.


(Dopo) Il CASTELLO e TORRI del Bàlio: sono una fortificazione militare di Erice di epoca medievale, con annesso giardino. Sia le torri che i giardini prendono il nome dal normanno “baiulo“, ossia governatore. Le 2 torri originarie sono di epoca normanna ed erano collegate al castello di Venere tramite ponte levatoio. Fu successivamente realizzata una terza torre e una cinta muraria, con una porta di accesso sovrastata da un arco con lo stemma degli Asburgo di Spagna. Nei secoli successivi il complesso andò in rovina. Passato al comune con la riforma borbonica (1818-1819), fu dato in concessione al conte Agostino Sieri Pepoli che nel 1872 iniziò la ristrutturazione, e riedificò la torre pentagonale, che era stata abbattuta. Realizzò anche un giardino pubblico all’inglese

(Dopo) La TORRETTA PEPOLI: è un edificio di gusto eclettico, posto al di sotto del Castello di Venere e delle torri medievali del Balio. La struttura occupa il lato est del giardino del Balio e precisamente quella del “Parco dei Runzi”, zona così volgarmente denominata per la presenza di rovi.





(Dopo) SEGESTA: fu un’antica città elima (si dice che gli elimi provenissero da Troia) situata nella parte nord-occidentale della Sicilia. La vecchia città sorge sul Monte Barbaro, nel territorio comunale di Calatafimi Segesta..

PARCO ARCHEOLOGICO: Sorge a Segesta, città, che tra il sec. II a.C. ed il I a.C., ebbe un grande periodo di prosperità sul modello delle città microasiatiche; in essa è presente anche una fase tardo antica e bizantina, un villaggio musulmano con moschea, seguito da un insediamento normanno-svevo con castello sommitale ed una chiesa fondata nel 1442 sul terreno dalla già articolata stratigrafia, tutti nell’acropoli Nord. Le abitazioni più antiche della città, fine del sec. VI a.C., si trovano lungo i pendii del monte; l’impianto urbano, con varie trasformazioni e costruzioni realizzate nei secoli V a.C. – II d.C., nel quale sono pure visibili alcuni possibili percorsi viari, si estendeva, su due cime: acropoli Nord (edifici pubblici, agorà, teatro e, a quota più bassa, una casa) e Sud (abitazioni: “casa delle navi”) collegate da una sella e difese ad Est e a Sud da pareti naturali molto scoscese, mentre gli altri versanti erano muniti, in epoca classica, di una cintura muraria con porte monumentali e, in età primo imperiale, di una seconda, posta ad una quota superiore. Al di fuori delle mura, nel 430/420 a.C., sorge il Tempio di tipo dorico-siceliota; fuori dalle mura è visibile il santuario in contrada Mango (sec. VI-V a.C.) ed una necropoli di età ellenistica nell’area prospiciente la “Porta di Valle”. Ulteriori indagini archeologiche permetteranno di ampliare il quadro storico-culturale delineato allo stato attuale anche per i periodi più recenti.TEMPIO: Un periptero dorico-siceliota di 6×14 colonne, non venne ultimato probabilmente per conseguenza degli avvenimenti della fine del sec. V a.C. (409-408); un’altra teoria lo vuole così stranamente costruito perché destinato ad un culto non greco. Il tempio segue i canoni dell’architettura classica delle città siceliote, specie di Selinunte, non disconoscendo i modelli atti-ci. Non sappiamo a quale divinità esso fosse stato dedicato, né è stato individuato l’alta-re; tuttavia, modeste strutture di un semplice edificio sacro, individuate nel corso delle esplorazioni condotte all’interno del tempio, ci riportano certamente ad un antico culto.

La FORTIFICAZIONE della CITTA’: La cinta difensiva inferiore (inizi del sec. V a.C.), che cingeva il fianco occidentale del monte, chiudeva la valle dove si apriva il varco di una porta urbica che alla fine del sec. V a.C. viene munita di torri (VII-VIII) e poi ristretta da un muro collegato alla torre Ovest. Più in alto, la porta principale (Porta Stazzo) era controllata da un bastione fortificato (ovile in epoca moderna) e fiancheggiata da tre torri (IX-XI). Tra la fine del sec. IV e la metà del III a.C., la Porta di Valle vede la sua chiusura, salvo poi trasformarsi in un possente apparato bellico con catapulte e magazzini per i proiettili lapidei; nella seconda metà del sec. III a.C. nasce la cinta cd. di mezzo tra le torri VI e IX che lasciò fuori la Porta di Valle causandone il tragico declino. Nel corso della prima età imperiale, venne costruita una nuova cinta muraria a quota superiore, data la contrazione dell’apparato urbano, munita di nove torri e con due porte (Porta Teatro e Porta Bastione) per cui tutto il sistema difensivo a valle venne definitivamente abbandonato; la Porta di Valle fu riutilizzata a frantoio.






(Dopo) TEATRO: Il Teatro: All’interno del parco archeologico di Segesta è presente un teatro risalente alla metà del sec. II a.C., sulla base di elementi stilistici e stratigrafici, cioè quando la città, sotto la sfera politica di Roma, realizza un suo nuovo assetto monumentale. Nel complesso la struttura ha subito corposi rifacimenti in epoca ottocentesca. Non abbiamo alcuna fonte storica che menziona o descrive questo monumento e ciò che in esso avveniva. Tuttavia, data la presenza del non lontano bouleuterion, è certo che qui si realizzavano spettacoli d’intrattenimento, al pari di tanti altri teatri dell’antichità, che andavano avanti per intere giornate dal mattino al tramonto.






