Il Giro delle Chiese

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LECCE: BASILICA di Santa CROCE

Tra il Seicento e il Settecento il Barocco domina il panorama artistico nazionale e internazionale e si sviluppa a Lecce con caratteristiche tanto peculiari da contraddistinguerlo come Barocco leccese. Nell’immagine in evidenza: Particolare della Facciata.

Tra il Seicento e il Settecento il Barocco domina il panorama artistico nazionale e inter-nazionale e si sviluppa a Lecce con caratteristiche tanto peculiari da contraddistinguerlo come Barocco leccese. Un “barocco esclusivamente decorativo” arricchisce facciate e arredi interni di chiese e palazzi, realizzati nella tenera pietra locale, la cosiddetta “pietra leccese”. Lo sguardo viene catturato dai dettagli che caratterizzano questo ricamo di pietra: fiori, frutti, puttini, tralci vegetali, festoni e ghirlande disposti su fregi e colonne tortili. La CHIESA, costruita dall’ordine religioso dei Celestini tra il 1549 ed il 1646, è considerata la più elevata manifestazione del Barocco leccese per la ricchezza decorativa della facciata, dietro l qaule si celano complessi riferimenti simbolici. Contribuirono alla costruzione e decorazione della chiesa più importanti scultori e architetti del Rinascimento e del Barocco leccese, tra cui Gabriele RICCARDI, Cesare PENNA, Francesco Antonio ZIMBALO. La struttura interna, illuminata dalla cupola del ‘500, presenta altari barocchi tra cui spicca per rilevanza artistica quello di San Francesco da Paola, opera di Francesco Antonio ZIMBALO.

La pianta è basilicale a 3 navate con duplice serie di grosse colonne sormontate dalle teste degli Apostoli, degli Evangelisti e dei Profeti. Alla sontuosa copertura a lacunari lignei di gusto barocco della navata centrale si contrappone l’austera copertura del ‘500 con volte a crociera e festoni assiali delle navate minori. In queste si aprono 7 cappelle laterali, che ospitano altari rinascimentali e barocchi, attestanti, anche a livello degli arredi interni, quella evoluzione del gusto notata in facciata. Particolarmente interessante è la tela raffigurante la Trinità (3), sull’omonimo altare a destra nel Transetto destro, del pittore Gianserio STRAFELLA (1560-1577) di forma-zione culturale napoletana, nonché il dipinto di sant’Antonio da Padova (4), opera di Oronzo TISO (1729-1800) e quello raffigurante la Natività (5), opera firmata e datata 1730, del napoletano Giovan Battista LAMA (1637-1748), collocati, rispettivamente, nella prima e seconda cappella della Navata destra. Comunque l’altare più significativo, per la sua particolare tipologia ed il suo interesse storico (sono narrati, in 3 pannelli figurati,  alcuni episodi della guerra otrantina contro i Turchi del 1840), è quello dedicato a San Francesco da Paola (1), ubicato in fondo alla navata sinistra (Transetto sinistro), opera del leccese Francesco Antonio ZIMBALO, che lo eseguì tra il 1614 e il 1615, considerato la massima espressione scultorea del barocco in Terra d’Otranto. Nel transetto dx è collocato oltre all’altare della Trinità e quello della Santa Croce, quest’ultimo opera barocca del 1637 di Cesare PENNA. Lungo la navata destra si aprono sei cappelle con gli altari dell’Apparizione del Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Alacoque, di sant’Oronzo, di san Filippo Neri, di san Michele arcangelo, della Natività del Signore e di sant’Antonio da Padova. In quest’ultima cappella è conservato un cinque-centesco affresco della Madonna di Costantinopoli.

PRESBITERIO (11): L’organo a canne  della  basilica è stato costruito dai Fratelli Ruffat-ti nel 1961. Collocato ai due lati del presbiterio, è a trasmissione elettrica e ha due tastiere di 61 note ciascuna ed una peda-liera concavo-radiale di 32.

PRESBITERIO: Spogliato nel corso dei secoli del coro ligneo e dell’altare maggiore, trasferito nel Duomo nella cappella dell’Immacolata, il lungo e profondo presbiterio doveva far parte dei disegni dovuti  a Gabriele RICCARDI, che fu il primo architetto delle fabbriche celestine. L’abside polilobata conclude quel vano che è  interamente dominato dall’attuale altare maggiore, in policromo commesso marmoreo settecentesco di manifattura napoletana, proveniente dalla chiesa dei SS. Nicolò e Cataldo e qui ricomposto nel 1956 anno in cui, in S. Croce e nel Duomo, si celebrarono le solenni funzioni liturgiche per il XV Congresso Eucaristico Nazionale. Sulla parete sinistra si nota il monumento funebre di Mauro Leopardi da Mesagne, abate del convento dei Celestini, completato da un elogio epigrafico fatto collocare sul sepolcro del suo predecessore nel 1689 dall’abate don Bernardo De Rojas. Quattro dipinti del Settecento decorano le pareti: sulla sinistra l’Adorazione dei pastori e l’Annunciazione, copia quest’ultima dell’originale del SOLIMENA, più noto come Annunciazione Pisani; frontalmente a questi, sulla parete destra, la Visita di Maria a Sant’Elisabetta e la tela de Il riposo nella fuga in Egitto del pittore Matteo Nicolò BIANCO, che copiando Luca Giordano contribuì alla diffusione del gusto barocco nell’area tra Manduria, Gallipoli e altri centri limitrofi. Sempre su questa parete si nota un interessante portale del 1558, dagli stipiti ad encarpi annodati, che anticamente era l’altare, sormontato dallo stemma gentilizio della famiglia Adorno, che nella basilica aveva sepoltura.

ALTARE della CROCE (2): E’ nel Transetto destro Nel transetto destro è l’altare eseguito nel 1639 ad opera di Cesare PENNA, l’artefice delle parti scultoree realizzate nell’ordine superiore della facciata.

Percorrendo la navata destra dal transetto verso l’ingresso, la prima cappella (20) che si apre è dedicata al Sacro Cuore di Gesù. Sull’altare del tardo Cinquecento nel 1922 il pittore Federico LAZZARETTI firmava la tela raffigurante: l’Apparizione del Cuore di Gesù a Santa Margherita Alacoque.

Seconda CAPPELLA (21): Dipinto erroneamente attribuito ad Oronzo Tiso è la pala d’altare lungo la navata destra. L’opera raffigura un’interessan-te Ado-razione dei pastori, peraltro autografo lavoro del napoletano Giovan Battista LAMA, che appose in calce al dipinto la sua firma l’anno 1730. Il Lama è presente in città con due altre tele eseguite per gli olivetani dei SS. Nicolò e Cataldo, S. Benedetto con S. Francesca Romana e il B. Bernardo Tolomei e La Vergine col Bambino e i SS. Nicolò e Cataldo. Attribuibile a Giovanni GRASSI è invece il San Paolo Apostolo, dipinto del fastigio.

Dedicata a San Michele Arcangelo è la terza cappella (22) della navata destra, con una celebre copia dell’Arcangelo Michele nel dossale ripresa da Guido RENI. L’immagine ricorre molto frequentemente nell’iconografia religiosa di molte chiese del Salento. In alto l’altare si conclude con un Ecce Homo. Nel paliotto è scolpito a rilievo un busto lapideo di San Lorenzo martire ritratto con la graticola, chiaro attributo che rimanda al suo martirio.

Lungo la navata destra la quarta cappella (23) è dedicata a San Filippo Neri. Appar-tenente ad una serie costruita nella metà del Settecento, la macchina d’altare ripropone nel dossale un’Estasi di S. Filippo Ne-ri inginocchiato, appunto in atteggiamento esta-tico, e, nel fastigio, un delizioso S. Antonio da Padova con Gesù Bambino.

La quinta cappella (24) della navata destra è dedicata a Sant’Oronzo, protettore della città di Lecce. L’altare caratterizzato da settecentesche co-lonne tortili propone un’interessante tela votiva del Santo, al cui patrocinio fu attribuito lo scampato pericolo del devastante terremoto che colpì gravemente il Salento il 20 febbraio 1743, preservando miracolosamente la Città. L’episodio è chiaramente descritto nei versi in vernacolo leccese apposti in calce al dipinto, che sono considerati tra le testimonianze più antiche della letteratura dialettale cittadina: “1743 / FOI S. RONZU CI NI LEBERAU / DE LU GRA TERRAMOTU, CI FACIU / A BINTI DE FRE-BARU: TREMULAU / LA CETATE NU PIEZZU, E NO CADIU. / IDDU, IDDU DE CELU LA GUAR-DAU, / E NUDDU DE LA GENTE NDE PATIU. / E’ RANDE, SANTU! MA DE LI SANTUNI / FACE RAZIE, E MERACULI A MIGLIUNI”. Nel fastigio un olio su tela della Madonna del buon consiglio.

Ad una seconda fase edilizia che interessò la costruzione della chiesa nel XVIII secolo ap-partiene l’altare della Croce (2) posto a completamento del transetto destro. Morto il primo Zimbalo, fu proprio l’abate Celso Americo, per tre volte generale dell’or-dine, ad affidare nel 1637 i lavori a Giulio Cesare PENNA, scultore di fantasioso talento, come evidenziano gli altri suoi lavori, tra i quali il secondo ordine di Santa Croce (1646), l’altare dell’Arcangelo Michele nella chiesa dei teatini di Lecce (1641). Il Penna firmò e datò il suo capolavoro, frut-to di delicato ed elegante scalpello, nel 1693. Il magnifico altare del Trionfo della Croce, appartenente in origine alla famiglia Fosca-rini, fu ideato quasi come un esterno limpido e lineare di una chiesa, sormontato com’era da una piccola loggia balaustrata e arricchito ai lati da nicchie entro cui inserì la statua di San Luca evangelista, ritratto mentre scrive il vangelo e di Sant’Andrea apostolo.

Cappella (1) dedicata a San FRANCESCO di PAOLA: La cappella, che si apre come una quinta teatrale sulla parete destra del transetto sinistro, appartiene a quella serie di lavori eseguiti e diretti da Francesco Antonio ZIMBALO: dedicata a San Francesco di Paola è a ragione considerata una delle massime espressioni sculto-ree del barocco leccese.

(Sopra) Il capolavoro del ZIMBALI fu costruito tra il 1614 e il 1615 per volere di Giovanni Cicala barone di Sternatia, il cui stemma si vede ripetuto nel pendulo encarpo che definisce la struttura a trittico dell’altare. La macchina d’altare fu concepito come un trittico, in modo da far convergere lo sguardo dell’osservatore verso il centro in cui originariamente erano collocati il tabernacolo e, in una nicchia,  la statua del santo; attualmente la nicchia è coperta da una tela firmata nel 1833 da Alessandro CALABRESE. Tra gli intercolunni definiti da colonne finemente cesellate si inseriscono dodici riquadri raffiguranti episodi della vita e dei miracoli del Santo, ai quali accedono esplicative didascalie. In alto l’altare è completato da statue di Angeli con simboli della Passione di Cristo.

ALTARE (4): di minute, eleganti proporzioni, è del XVIII secolo. Presenta due dipin-ti: Sant’ANTONIO di PADOVA, olio su tela attribuita al pittore leccese Oronzo TISO (1726-1800) e l’affresco cinquecentesco della Vergine di Costantinopoli.

Accanto all’Altare dedicato alla Madonna immacolata (14), proseguendo lungo la navata sinistra, si incontra la cappella dell’ANNUNCIAZIONE (15). Come rivela lo stemma, i primi titolari del patronato della cappella furono i Riccio. Sia l’altare che la pala sono databili al XVIII secolo: nel dossale si ammira un’Annunciazione della Vergine, mentre sul fastigio una tela poli-lobata raffigurante una Madonna in preghiera.

Allo scalpello del RICCARDI, per l’e-leganza del disegno e la finezza di intaglio, è riconducibile l’altare della 5° cappella (17) della navata sinistra, dedicato a Sant’ANDREA AVELLINO, protettore contro la morte improvvisa. Il santo teatino fu a Lecce il 1590 in qualità di visitatore nella casa di Sant’Irene dei suoi confratelli e in quell’occasione conobbe il gesuita San Bernardino Realino. Il cinquecentesco altare è vicino sia per la struttura che per l’ornato a due consimili lavori entrambi in San-ta Maria degli angeli ed entrambi riferibili al Riccardi.

Lungo la navata sinistra, la 6° cappella (18) è dedicata a Sant’Irene, antica protettrice della città di Lecce. Sul settecentesco altare la pala ripropone la Vergine di Tessalonica, qui ripresa da un’originale tela di Giuseppe VERRIO, che dipinse la Santa nel 1639 per la chiesa dei Teatini. L’olio su tela del fastigio raffigura il profeta Geremia (non molto visibile).

Conclude la navata sinistra la cappella dedicata alla Pietà (19), il cui altare risa-le al XVI secolo. La Cappella di patronato della famiglia Fedele, ab antiquo dedicata a San Giovanni Battista, si adornava di una tela del Precursore dovuta al manieri-sta napoletano Gerolamo IMPERATO e attualmente perduta. Il pittore Federico LAZZARETTI firmò la tela raffigurante la Deposizione dalla croce, che decora l’intero dossale. Nella cappella si conserva inoltre l’epigrafe latina posta a memoria di Lucia Bonati da Forlì, il cui stemma e mot-to Procul omne venenum, ricordano le benemerenze della pia gentildonna.

La 1° cappella (13) che si incontra per-correndo la navata sinistra ospita l’al-tare dedicato a San PIER CELESTINO, al secolo Pietro da Morrone, eremita abruzzese, fondatore dell’ordine dei benedettini, nonché quel più famoso Celestino V di dantesca memoria “che fece per viltà il gran rifiuto. L’episodio cui Dante fa riferimento nel III canto dell’Inferno è qui rappresentato nella barocca tela di scuola napoletana, che raffigura San Pier Celestino inginocchiato davanti la Vergine e il Bambino nell’atto della rinuncia la pontificato. L’altare settecentesco è privo della mensa per ospitare il moderno fonte battesimale in pietra leccese, poiché la chiesa è anche sede parrocchiale.

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