Il Giro delle Chiese

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ANDREA DE LITIO (LECCE dei MARSI)

Le notizie riguardanti il più importante pittore del primo Rinascimento abruzzese non sono molte. Tuttavia gli studiosi, partendo proprio da esse e dalle opere certe, hanno potuto ricostruirne l’iter artistico, seppure con qualche difficoltà. Ma anche il suo paese d’origine è stato per lungo tempo oggetto di dibattito: Lecce nel Salento o nei Marsi? Guardiagrele, Sulmona oppure Atri? E’ oggi opinione comune che il luogo natale sia Lecce nei Marsi.

Andrea De Litio  è stato un pittore italiano del Rinascimento. Tra i massimi esponenti della pittura centro-meridionale dell’epoca, fu artista di rilievo del Quattrocento italiano, assie-me a Saturnino Gatti e agli scultori Nicola da Guardiagrele e Silvestro dell’Aquila; il suo stile rimase comunque legato anche al tardo gotico, anche se conosceva bene l’arte dei suoi più noti contemporanei. Forse la più’ bella “recensione” su Andrea De Litio e’ quella di Vittorio Sgarbi. Il grande critico d’arte infatti, mette in risalto il “personaggio” De Litio, in rapporto alla grande tradizione pittorica di Firenze del XV secolo, come una espressione periferica di un grande Rinascimento Italiano che vede artisti di una certa fa-ma impegnati nelle botteghe di tutta Italia.   Il suo massimo successo artistico si attesta intorno al 1473, mentre la sua parabola artistica dovrebbe essersi conclusa attorno al 1481, all’eta’ di 71 anni.

La prima data che lo riguarda è il 1442 ed è quella di un documento, pubblicato nel 1987 da Romano Cordella, che ci informa che maestro Andrea di Giovanni de Leccio, Luca di Lo-renzo alemanno, Giambono di Corrado da Ragusa, l’attuale Dubrovnik, si associarono ai maestri Bartolomeo di Tommaso e Nicola da Siena impegnati nell’affrescatura della tribuna della Chiesa di Sant’Agostino a Norcia. Sulla base del titolo di Magister, a lui attribuito in questo contratto, si può farne risalire la nascita intorno al 1420. Gli affreschi nursini, sopra ricordati, sono andati persi, ad eccezione di un lacerto raffigurante la cosiddetta Madonna del Riscatto, una Madonna con Bambino ed una Pellegrina che intercede per un condanna-to, assegnato ad Andrea da Bruno Toscano. Sappiamo che nel 1450 Andrea pictore di Lict-io, citato anche come Andrea pintore da Leccia, era a Sulmona per il contratto degli affre-schi di San Francesco della Scarpa. Lavoro lungo ed impegnativo che lo occupò per oltre un triennio, come si deduce dal testo del documento che ora è conservato ad Atri.

Il ciclo della cattedrale di Atri, riferito con qualche dubbio agli anni ’80, risulta essere l’opera fondamentale della sua maturità. Gli affreschi del coro rappresentano l’estrema sintesi di tutte le esperienze con le quali egli ha avuto modo di entrare in contatto, cioè quelle proposte dall’equipe impegnata nella dipintura della Badia Morronese, e quelle fiorentine e senesi, in particolare di Masolino, Beato Angelico, Sassetta, Paolo Uccello, nondimeno l’innovazione plastico-fisionomica di Piero della Francesca. Vicini per stile e cronologia alle scene del ciclo atriano sono quelle di Lucoli nella chiesa di san Giovanni Battista; infatti l’immagine di profilo qui presentata richiama prepotentemente quella che si sporge da una finta finestra del lato sinistro del coro di Atri e identificata in Andrea Matteo III d’Acquaviva.

MADONNA di CESE: In Abruzzo Andrea De Litio raggiunse nuovamente le terre marsica-ne e qui dipinse la sua prima opera: una Vergine con Bambino per la parrocchiale di Santa Maria a Cese, frazione di Avezzano. Di questa grande tavola, che doveva essere collocata sull’altare maggiore, oggi ci è pervenuta solo la parte superiore con il busto della Vergine e parte del trono (a causa del terremoto della Marsica del 1915), la cosiddetta Madonna di Cese. Quest’opera, spostata al Museo di Palazzo Venezia e al Museo Nazionale d’A-bruzzo e oggi nel Museo d’arte sacra della Marsica di Celano, mostra reminiscenze gotiche unite alla novità della pittura fiorentina e senese, specialmente di Masolino da Panicale: il volto è leggermente piegato verso sinistra, lo sguardo è severo e malinconico allo stesso tempo; un prezioso manto blu Le copre il capo; tutt’intorno all’aureola corre una scritta: AVE MARIA GRATIA PL(ENA) D (…..)ST. Il trono, o quello che è rimasto, è decorato da varie pietre preziose rese con incredibile realismo. Da notare come la spalla destra della Vergine sia molto più grande di quella sinistra, frutto di un errore dovuto al fatto che il pittore era ancora alle prime armi. Genericamente si data l’opera al 1439, anche se in realtà il De Litio dovette realizzarla intorno a quell’anno.

MADONNA del LATTE: La Madonna è seduta in trono e sostiene con il braccio destro il Bambino cui porge il seno; Gesù benedice alla latina e regge un rotolo. Lo  slancio ascen-sionale della figura è sottolineato dal raffinato linearismo delle fasce decorative del manto e dei contorni delle amplissime maniche, con l’effetto di far apparire leggeri gli spessi e decoratissimi paludamenti. La straordinaria ricchezza della decorazione e la sontuosità dell’azzurro intenso del lapislazzulo, proposto in varie modulazioni, si pone come nota dominante e viene messo in risalto  da  sapienti accostamenti quale il bianco candido del lembo della tunica. Le parti anatomiche della Vergine che emergono dall’opulenza dell’ap-parato decorativo, sono trattate con particolare attenzione che si rileva nella soda curva del seno e nelle elegantissime dita affusolate. Il volto della Vergine, di un ovale perfetto caratterizzato da uno sguardo profondo ed enigmatico, è coronato da una grande e pre-ziosa corona, che si inserisce mirabilmente nel tondo del nimbo sporgente dalla tavola. Anche la figura del Bambino, dai tratti improntati ad una pensosa maturità, è trattata con uno squisito linearismo e dominata dal sapiente accostamento del verde della tunica col rosso del mantello.

La pala di San Silvestro di Mutignano mostra in modo certo gli omaggi del De Litio alla cultura fiorentina, specialmente quella più conservatrice monopolizzata dall’Angelico e da Domenico Veneziano. L’immagine del santo papa rimanda alla tavolozza pittorica di que- st ‘ultimo, ugualmente dicasi per la costruzione espressionistica come per la maniacale cura del piviale e della fibula che lo regge, impreziosita da una pietra semipreziosa, resi entrambi con sconcertante verità.

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