In concomitanza con la presentazione, in prestito, della “Visitazione” di Raffaello e di Pontormo, dell'”Ecce Homo” di Antonello da Messina, acquisito e della “Madonna dell’Umiltà” di Nicola da Guardiagrele, acquisito, visitiamo il MuNDA nella sua sede originale, il Forte Spagnolo. Nell’immagine in evidenza: “Ecce Homo” di Antonello da Messina.


Prima: La tavola proviene da una chiesa francescana, data la presenza ai lati in primo piano dei Santi dell’ordine, e raffigura ala morte della Vergine con gli Apostoli. A sinistra San Giovanni regge la palma del paradiso, mentre in alto Gesù sorregge l’anima di Maria che consegna la cintola a San Tommaso. In primo piano l’Arcangelo Michele punisce due ebrei che tentano di profanare la salma. Smembrata in epoca ignota, l’opera è stata restaurata nell’800 con l’inserimento di due intere tavole, e la ridipintura delle parti pittoriche perdute, distinguibili dal colore più scuro. Acquistata nel 2022, la pala è stata oggetto di un restauro che ne ha restituito una completa leggibilità.


Prima: “Ecce Homo” è il tema di una serie di dipinti realizzati da Antonello da Messina. L’espressione “Ecce Homo” (dal latino “Ecco l’Uomo”) proviene dal Vangelo di Giovanni (19:5) e indica le parole pronunciate da Ponzio Pilato quando presentò Gesù Cristo, flagellato e coronato di spine, alla folla che chiedeva la sua crocifissione. Antonello da Messina si formò a Messina e a Napoli, presso la corte aragonese di Alfonso d’Aragona, in un contesto aperto agli influssi della pittura francese e fiamminga. L’artista assimilò tali stimoli e introdusse in Italia la tecnica ad olio, già diffusa nei Paesi Bassi. Durante la sua carriera unì la resa luministica e il dettaglio fiammingo alla spazialità e alla monumentalità della pittura italiana. La sua permanenza a Venezia (1475-1476) rappre-sentò un momento cruciale, influenzando la produzione di Giovanni Bellini e contribuendo alla definizione della cosiddetta “pittura tonale” veneta. Antonello affrontò il tema dell’Ecce Homo in diverse occasioni, combinando la scena evangelica con elementi del Cristo flagellato alla colonna. Sono note 6 versioni della serie, databili tra i primi anni Sessanta e il 1475.


Prima: In primo piano a sinistra San Francesco d’Assisi, avvolto in un ampio saio, riceve le stimmate da Cristo che gli appare in cielo in forma di serafino. In basso a destra è raffigurato il compagno fra Leone, seduto in prossimità di una chiesa e intento ad aprire il sacro libro dei Vangeli su richiesta dello stesso Francesco. Alle spalle del santo fa da quinta l’aspra sommità rocciosa della Verna, oltre la quale si distende un vasto paesaggio collinare con un ponte sul fiume e una città in lontananza.

(Prima) Andrea DELITIO: “Madonna in adorazione del Bambino e Santa Caterina d’Alessandria; Crocifissione” – 1455/1465 – tempera e oro su tavola – dalla Chiesa di Santa Maria la Nova, Cellino Attanasio (TE). Questo altarolo devozionale portatile, composto da due tavolette unite insieme da cerniere apribili e fornito di ganci di chiusura, è opera del pittore abruzzese Andrea DELITIO, artista di passaggio tra tardogotico e Rinascimento. L’altarolo presenta a sinistra la Madonna in adorazione del Bambino, che tiene tra le manine un animale (forse un ermellino), alla presenza di Santa Caterina e a destra la Crocifissione con i dolenti. L’opera mostra uno stile espressionistico ancora legato a retaggi dell’arte gotica.

Prima: Proveniente dalla Basilica di San Bernardino e smembrato in cinque differenti pannelli, il polittico è stato ricomposto in più occasioni dall’inizio del XX secolo. L’assetto attuale è frutto di un restauro compiuto nel 1948, e mostra al centro la figura di Giovanni da Capestrano, con raggiera dorata e coperto dal saio francecano, mentre regge lo stendardo crociato con il monogramma di San Bernardino da Siena. Nei pannelli laterali sono rappresentati quattro episodi miracolosi della sua vita.



Pima: A Destra. RAFFAELLO SANZIO: “Visitazione” – 1517/1519 ca. – Olio su tavola, trasportato su tela – 200×145 cm – dal Museo del Prado, Madrid. Commissionato dalla famiglia Branconio per la Cappella della Visitazione nella Chiesa di San Silvestro a L’Aquila, questa pala fu concepita intorno al 1517 da Raffaello in una fase cruciale della sua attività romana. L’opera traduce il tema evangelico dell’incontro tra Maria ed Elisabetta in una composizione di straordinaria monumentalità classica, animata da intensi scambi di sguardi e gesti. La scena è ambientata in un paesaggio collinare, dove a sinistra è rappresentato l’episodio del Battesimo di Cristo da parte di Giovanni Battista. Il brano collega al nome del figlio di Marco Branconio, esecutore della volontà paterna.
Dopo: CAPPELLA BRANCONIO. Nel 1625, per volere di Girolamo Branconio, nipote di Giovanni Battista, la cappella di famiglia venne rinnovata ad opera di Giulio Cesare BEDESCHINI che l’arricchisce con la “Presentazione di Maria” e la “Presentazione di Gesù” (ai lati), e l’”Incoronazione della Beata Vergine Maria” (nella volta). Girolamo inoltre realizzò una controvolta, all’interno del vano absidale, che anticipava le esigenze di una nuova spazialità seicentesca per l’intero organismo architettonico.


4 pagine prima: A Sinistra. Jacopo CARRUCCI (detto PONTORMO): “Visitazione” – 1528/1530 ca. – Olio su tavola – 204×105 cm – Carmignano (Prato) – Chiesa di San Michele Arcangelo. Realizzata da Pontormo tra il 1528 e il 1530 ca., la Visitazione traduce l’incontro tra Maria ed Elisabetta in una visione sospesa e intensamente teatrale. Le quattro figure femminili, avvolte in drappeggi dai colori luminosi e irreali, occupano lo spazio con un ritmo quasi coreografico, mentre l’ambientazione richiama la Firenze contemporanea all’artista. L’opera, tra i capolavori del Manierismo fiorentino, rivela la continua ricerca di Pontormo sulla figura, sul sul movimento e sull’espressione emotiva, accentuata da una tecnica pittorica raffinata e sperimentale.

L’opera di PONTORMO, non citata da Vasari, viene di solito attribuita agli anni immediatamente successivi alla Cappella Capponi, per la stessa componente innovativa. L’opera, collocata sull’altare della famiglia Pinadori, si trova da secoli nella chiesa di Carmignano. Esiste un disegno preparatorio al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi, quadrettato per essere riportato sulla preparazione della tavola. L’opera è stata esposta alle mostre Pontormo e Rosso Fiorentino. In una scura via cittadina, dove si riconoscono alcuni scarni edifici non in scala con la rappresentazione in primo piano (almeno per la metà sinistra), è ambientata la Visitazione di Maria a Sant’Elisabetta, con le due donne che si scambiano un abbraccio e un intensissimo sguardo alla presenza di due spettatrici dietro di esse.
Una di queste è un’anziana che guarda diretta negli occhi dello spettatore, come fa anche la seconda, più giovane e a sinistra, ma con uno sguardo più vacuo. Le donne formano quindi i 4 pilastri di una sorta di parallelepipedo, illuminate con forza (a differenza dello sfondo) e ammantate di vesti dai colori estremamente intensi e corposi. Originalissimo è l’intreccio di membra e di stoffe, lungo linee arcuate di grande eleganza, e amplificate nei volumi. Al movimento delle donne in primo piano fa da contrasto l’immobilità e la rigida frontalità di quelle in secondo piano, prive di una qualsiasi partecipazione emotiva all’evento, ma capaci di rendere l’atmosfera sospesa e malinconica, altamente spirituale. Rispetto al bozzetto le figure appaiono più serrate al centro, con panneggi più ampi, che danno al gruppo una straordinaria compattezza. La composizione “a rombo” si ispirò all’incisione di Dürer delle Quattro streghe (1497). Nello sfondo a sinistra del dipinto, Pontormo raffigurò due misteriosi personaggi di cui si è tentata un’identificazione con San Giuseppe e Zaccaria.

Prima: Biagio PUPINI: “Visitazio-ne” – 1520/1540 ca. – Pen-nello e acquerello grigio/ marrone, gesso nero e fumeggiature bianche – mm 368×197. – Museo del Louvre, Parigi. Non derivato dalla visione diretta del dipinto di Raffaello, ma esemplato sul foglio di Giulio Romano, il disegno mostra l’incontra tra Maria ed Elisabetta con un taglio più ravvicinato. L’artista bolognese Biagio Pupini nutriva interesse per l’opera di Raffaello e Michelangelo, oltre ad avere ad avere una vasta conoscenza dell’opera di Giulio Romano. Questo forse un disegno preparatorio alla produzione di una incisione.

Prima: FACCIATA di PALAZZO BRANCONIO: “Modello critico-interpretativo” – legno e resina dipinti – 250x318x27,5 cm – Proprietà: Fano Centro Studi Vitruviani. Il modello della facciata di Palazzo Branconio de L’Aquila ricostruisce uno dei più celebri edifici progettati da Raffaello a Roma, distrutto nel 1667. Basato su disegni e incisioni dei secoli XVI-XVIII, il plastico restituisce l’aspetto originario della facciata secondo criteri di filologia del disegno. Il prospetto, volutamente lasciato in bianco, evita di fermare una cromia non documentata.

(Dopo) Saturnino GATTI: “Madonna con Bambino in trono e angeli” – 1505/1506 – tempera su tavola – dalla Cappella della Torre civica (AQ). Il dipinto fu richiesto per il palazzo della Magnifica Camera aquilana, la più alta magistratura municipale e la soluzione arcaizzante del fondo oro va ricondotta proprio a una precisa richiesta della committenza. L’opera rileva nell’ampiezza delle forme una chiara ascendenza pierfrancescana mediata attraverso Antoniazzo Romano. Anche la fisionomia del Bambino mostra l’attenzione che agli inizi del ‘500 Saturnino rivolge alla pittura di Antoniazzo.

Dopo: Saturnino GATTI (San Vittorino 1463, AQ – 1518, AQ) : “Madonna del Rosario” – 1511 – Tempera su tavola – Proviene dalla Chiesa di San Domenico (AQ). (ritenuto il capolavoro di Gatti) Dipinta su disegno già realizzato da Giovanni Antonio di Percossa morto prima di aver completato la tavola, l’opera è stata sottoposta a un intervento di restauro nel 2013 preceduto da indagini diagnostiche che hanno rivelato l’impiego del prezioso lapislazzulo e della foglia d’oro. La Vergine con in braccio il Bambino, si pos sul crescente lunare, simbolo apocalittico, intorno gli angeli recano i simboli della passione e immagini dei misteri del rosario. In primo piano si inginocchiano un sovrano e un papa con le corone deposte a terra.


Prima: La riunione ha luogo in un interno connotato di elementi architettonici rispondenti alla cultura classicheggiante dell’artista che fu anche un eccellente architetto. L’arco al centro incornicia un brano di paesaggio in cui si ravvisano elementi di ispirazione dureriana (Albrecht Dürer, è stato un pittore, incisore, matematico e trattatista tedesco). L’episodio, assente sia nel Nuovo Testamento che nei Vangeli apocrifi, è narrato per la prima volta nella compilazione tramandata sotto il titolo di “Meditationes vitae Christi” attribuita nella sua stesura definitiva a Giovanni de’ Cauti (XVI secolo).

Prima: L’opera, danneggiata gravemente dal sisma del 2009, è stata magistralmente restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Il dipinto è da ricondurre al soggiorno aquilano dell’artista, eccellente architetto oltre che pittore, impegnato nella realizzazione della facciata della Basilica di san Bernardino tra il 1525 e il 1542. Evidente è la suggestione esercitata dalla “Visitazione” di Raffaello sull’altare della Cappella Branconio nella Chiesa di San Silvestro, ora al Museo del Prado a Madrid e momentaneamente presente al MuNDA (AQ).

Prima: Saturnino GATTI (San Vittorino, AQ 1463 – AQ 1518): “Sant’ANTONIO ABATE” – Terracotta dipinta – dalla Chiesa di santa Maria del Ponte, Tione degli Abruzzi (AQ). La scultura, secondo il documento di commissione a “Maestro Saturnino” redatto il 13 febbraio 1512, doveva essere inserita all’interno di un tabernacolo ligneo a due ante dipinte con i Santi Rocco e Sebastiano e le storie relative alla vita di sant’Antonio. Ridotta in oltre 800 frantumi dopo il terremoto del 2009 è stata oggetto di un restauro eccezionale che ha permesso il recupero di una opera che sembrava irrimediabilmente perduta.

(Prima) FRANCESCO di PAOLO da MONTEREALE: Discendente da una famiglia di artisti attiva da tempo in città, è considerato il principale interprete dell’ordine francescano in Abruzzo. Per fama, numero e rilevanza delle commissioni, fu uno dei protagonisti assoluti della scena artistica del suo tempo. Il rinnovato fervore spirituale e la richiesta di un’arte devozionale di immediata comprensione trovarono nella sua pittura uno strumento ideale, capace di riflettere il clima socio-culturale dei primi decenni del Cinquecento. Evidente l’influenza umbro-romana: l’eleganza patetica e aggraziata dei volti richiama Pinturicchio, la spazialità calma ed equilibrata Antoniazzo Romano. Nella produzione più matura, tuttavia, tali suggestioni si attenuano, lasciando spazio a una resa più espressiva, a una costruzione spaziale più vigorosa e a una maggiore naturalezza, segni di un tentativo di aggiornamento in senso raffaellesco. L’affresco, staccato dalla chiesa del monastero aquilano delle benedettine celestine, raffigura la Vergine seduta ai piedi della croce mentre sorregge sul grembo il corpo senza vita del figlio, compianto dalle Sante Caterina d’Alessandria, Scolastica e Maria Maddalena come si può leggere nell’iscrizione: SCA. CATERINA: SCA. MARIA ORA PRO NOBI[S]; SCOLACTICA; MARIA MAGDALENA.

Prima: Al centro dell’affresco, che riprende lo schema del tabernacolo la cui tradizione era molto diffusa in Abruzzo, si erge la figura di Sant’Eusanio che con la mano destra impugna le sue stesse viscere, simboli dei supplizi subìti. Ai lati sono raffigurate 4 scene della vita e dei miracoli operati dal santo corredate da iscrizioni che una memoria manoscritta di Angelo Leosini riportata dall’Inventario degli oggetti d’arte della provincia di Aquila del 1934, definisce «leggende di lingua antica aquilana».

Prima: La tavola fu donata da Silvestro di Tancredi de Scalis da Sulmona, figliastro del ricco mercante aquilano Iacopo di notar Nanni, a Cristina da Lucoli, suora del monastero agostiniano di Santa Lucia all’Aquila dove fece il suo ingresso nel 1505. La santa monaca alla destra del vescovo rappresenta Caterina da Siena dipinta en pendant con Caterina d’Alessandria all’estremità destra del gruppo.

Prima: Insieme alla tavola raffigurante Gesù pellegrino, questo dipinto era posto a far da sportello dell’urna contenente il corpo del beato Bernardino da Fossa campione dell’Osservanza francescana, traslato nel 1515 dal convento aquilano di San Giuliano al convento di Sant’Angelo d’Ocre. La parte inferiore della composi-zione fu tagliata di circa 45 cm e per questo, per ridare armonia alla composizione, durante un restauro nel 1967 è stata integrata a tinta neutra.

Prima: Cristo si manifesta a Bernardino da Fossa e a un suo compagno in veste di pellegrino così come apparve ai due discepoli sulla via di Emmaus. Certa l’attribuzione a Francesco di Paolo da Montereale, la fattura grossolana di certi particolari come il piede sinistro, permette di ipotizzare la presenza di aiuti. L’iscrizione in calce riporta il nome del committente Girolamo da Fossa.

Prima: Il dipinto descrive l’episodio della natività della Vergine scandendolo in tre momenti: il tema principale della natività di Maria e due episodi secondari quali il bagno della neonata e la presentazione della Vergine a Gioacchino. Al centro della scena Anna riposa in un lussuoso letto a baldacchino e le ancelle recano riso e latte tradizionalmente offerti alle puerpere. L’anziana levatrice cattura l’attenzione guardando verso l’osservatore mentre si deterge le mani. La tavola appartiene all’ultima fase della sua attività, animata da una ricca varietà di dettagli e da una vivace esecuzione. In quest’opera convivono elementi della tradizione figurativa del ‘400 e innovazioni tipiche del pieno ‘500, come i raffinati cangiantismi delle figure angeliche.

Prima: Questo affresco staccato, frammentario ma ancora leggibile nella sua iconografia, proviene da Collimento di Lucoli (AQ). I personaggi che sono inseriti in riquadrature geometriche, raffigurano la Madonna in mandorla sorretta da 4 angeli, la Madonna di Loreto secondo la rappresentazione lauretana più semplice e i Santi Sebastiano e Antonio Abate.


