Il Giro delle Chiese

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L’AQUILA: MuNDA FORTE SPAGNOLO 26-09-2026 (Prima Parte)

In concomitanza con la presentazione, in prestito, della “Visitazione” di Raffaello e di Pontormo, dell'”Ecce Homo” di Antonello da Messina, acquisito e della “Madonna dell’Umiltà” di Nicola da Guardiagrele, acquisito, visitiamo il MuNDA nella sua sede originale, il Forte Spagnolo. Nell’immagine in evidenza: la “Madonna dell’Umiltà” di Nicola da Guardiagrele.

Dopo: PORTALE d’ingresso con lo stemma di Carlo V. Il maestoso portale bianco, fiancheggiato da lesene d’ordine dorico e sormontato dal prezioso coronamento con l’aquila bicipite, emblema della Casa d’Austria, è unanime-mente considerato un assoluto capolavoro nel suo genere. A ricordo delle vicende che hanno portato alla costruzione del Forte ed al fine di scoraggiare ogni futuro tentativo di ribellione, reca nella parte superiore l’iscrizione:   AD REPRIMENDAM AUDACIAM AQUILA-NORUM                

La progettazione del manufatto è, con ogni probabilità, da attribuirsi allo Escrivà che ne ripropose le fattezze anche nel portale da lui stesso realizzato a Castel Sant’Elmo a Napoli, seppur in maniera più modesta. La costruzione è invece opera degli aquilani Salvato Salvati e Pietro Di Stefano, allievo di Salvato Romano, sintomo di una viva ed importante tradizione locale nella scultura instaurata da Silvestro dell’Aquila e dalla sua cerchia.

La prima sala ospita al centro il plastico del Castello de L’Aquila realizzato alla metà del XVIII secolo dal duca di Noja Giovanni Carafa. Alle 4 pareti sono i dipinti dei Santi protettori della città di Giulio Cesare BEDESCHINI. La serie dei 4 Santi fu tra le creazioni più fortunate della produzione di Bedeschini tanto che numerose furono le repliche e le copie che se ne eseguirono. Rappresentati a mezza figura e rivolti verso lo spettatore di tre quarti, i Santi esibiscono un modellino della città mostrato dalla parte della Chiesa dove i loro corpi furono sepolti. San Bernardino da Siena è ritratto vestito col saio francescano e indica con la destra il monogramma del nome di Gesù; San Pietro Celestino, in abito pontificale e con la corona del triregno sul capo, sorregge un libro con le chiavi di San Pietro; Sant’Equizio, evangelizzatore di Amiternum e del suo territorio si presenta nelle sembianze di un anziano asceta vestito del saio monastico e provvisto di un bastone; San Massimo, diacono di Aveia, veste una dalmatica e tiene nella sinistra la palma del martirio.

San PIETRO CELESTINO e COLLEMAGGIO: La sala ospita una serie di opere legate tra loro dell’importanza storica, politica e religiosa che ha avuto nel corso dei secoli papa San Celestino V, Pietro da Morrone. Espressione della grande valenza culturale di questa figura è la Basilica di Santa Maria di Collemaggio (AQ), faro della cristianità per tutto il mondo cattolico. In questo tempio il santo fu incoronato papa nel 1294, istituendo la Perdonanza, e qui fu sepolto dopo la sua canonizzazione avvenuta nel 1313. Testimonianza di questo rapporto sono le due sculture della “Madonna col Bambino in trono” e di “San Pietro Celestino” riferite all’ambito di Silvestro de L’AQUILA, la splendida vetrata con l’immagine a mezza figura di papa Celestino V (dopo) e sei disegni, eseguiti da Francesco BEDESCHINI, per il progetto mai realizzato del deposito delle reliquie del santo nella Basilica di Collemaggio. Il pavimento mostra una delle mappe storiche (sopra) de L’Aquila, che illustra la conformazione della città prima del devastante terremoto del 1703. Da ricordare che Celestino V aveva ricevuto l’incarico di costruire la Basilica di Collemaggio per ospitare la Santa Casa di Nazareth, a tal proposito si invita a leggere il libro “La via degli Angeli” di Fernando FREZZOTTI.

Prima: Papa Celestino V è raffigurato a mezza figura all’interno di una prospettica edicola nell’atto di benedire mentre con la mano sinistra sorregge il modellino della città de L’Aquila. Il Santo pontefice indossa il triregno ed è vestito con un camice bianco coperto da un piviale azzurro bordato d’oro, ricamato a due fiori e trattenuto al petto da una borchia. Se la resa calligrafica delle vesti e degli elementi floreali denunciano ancora una tradizione tardogotica, i  raffinati effetti di chiaroscuro e l’impianto prospettico della scena rimandano già al clima del Rinascimento aquilano.

Prima: Il Pontefice si presenta in piedi, con la tiara sul capo, avvolto da un mantello ornato con un motivo a palmette. Con la mano sinistra sorregge il modellino della città de L’Aquila con la destra stringe il pastorale. Come la Madonna con il Bambino in trono, anche il San Pietro Celestino era posto in origine sulla facciata di Santa Maria di Collemaggio.

Prima: La Madonna è rappresentata  seduta su un basso trono privo della spalliera con il Bambino sulle sue ginocchia. Coperta da un lungo mantello, sostiene con la mano destra il Figlio con la sinistra tiene un libro chiuso poggiato sul ginocchio. La scultura, era in origine posta sulla facciata di santa Maria di Collemaggio insieme a quella di San Pietro Celestino. Nel 1951 l’opera fu trasferita dl Museo Civico de L’Aquila al MuNDA.

Prima: Il piccolo stemma (1576/1621 fu apposto sulla facciata del corpo di fabbrica dell’ala nord-est del cortile al momento della sua costruzione, agli inizi del XVII secolo.

Prima: La lastra, ricomposta da diversi frammenti, era parte di un calendario probabilmente posto in origine nella piazza principale della città di Amiternum, il foro. Secondo lo storico Antonio Ludovico Antinori la lastra si trovava già dal XVI secolo murata nella Chiesa di san Vittorino ad Amiterno (forse la Chiesa di San Michele Arcangelo a San Vittorino). Nel 1675 fu trasferita a L’Aquila. Riporta i giorni dei mesi da luglio a dicembre e serviva ai cittadini per regolare le proprie attività considerando quando era possibile o meno svolgere, nel rispetto dei tempi e delle feste (dies fasti) scandite da celebrazioni e giochi pubblici (ludi).

Prima: Un’erma è una scultura su pilastro che raffigura una testa umana con l’inizio del busto. Il personaggio rappresentato è Eracle, raffigurato con il capo leggermente volto a sinistra e avvolto nella pelel di leone di Nemea, trofeo della sua 1° fatica. Il braccio destro, piegato e aderente al corpo, trattiene al petto la zampa del leone; il braccio sinistro stringe per la criniera la testa del leone. L’erma è stata rinvenuta nel 1878 durante gli scavi presso il teatro di Amiernum.

Prima: L’affresco venne ritrovato agli inizi degli anni ‘70 durante i lavori di restauro nella Chiesa di San Quinziano di Pile, conosciuta come San Pietro di Sassa. In un paesaggio appena accennato sono raffigurati gli Apostoli, intorno al sepolcro, ormai vuoto della Vergine, la quale in una gloria di angeli, viene incoronata dal Figlio in cielo.

Prima: Pittore ABRUZZESE: “Madonna con Bambino tra due Santi” – 1250/1175 ca. – Affresco – dal Castello di Ocre (AQ). L’affresco, riconducibile a quella cultura bizantina che dall’abbazia di Montecassino si irradiò in tutto il centro Italia, è un frammento, scoperto nel 1970, di una più vasta decorazione pittorica di un edificio di culto incorporato nel circuito murario del Castello di Ocre. Grazie all’iscrizione accanto all’aureola, il Santo Vescovo a sinistra è stato identificato con Nicola di Bari. La Santa a destra, per la sontuosità delle vesti principesche, potrebbe identificarsi con Caterina d’Alessandria.

Prima: La VERGINE, avvolta da un manto rosso accompagnata da due donne, porge al sacerdote il Bambino nudo sull’altare, dove, sul davanti nella parte bassa, un angelo apre una cortina scoprendo uno stella oggi perduto. La Chiesa, gravemente danneggiata dal terremoto del 1703, fu soppressa nel 1795 e riassorbita nel corso del tempo nel tessuto cittadino. Conteneva al suo interno un apparato decorativo realizzato da artisti legati alla bottega di Saturnino GATTI di cui questo affresco è testimonianza.

Prima: Pittore Attivo in ABRUZZO: “Madonna con Bambino e Santi” – Inizio del XIII secolo – Affresco – Dalla Chiesa dei Santi Crisante e Daria,  Filetto (AQ). Dall’antica Chiesa sopra citata, la cui edificazione risale al XII secolo, proviene questo grande affresco, staccato dalla parete sud negli anni ‘70 del secolo scorso. In esso un artista di stile ancora bizantineggiante, ha raffigurato la Madonna in trono in atto di allattare e nove Santi tra cui si riconoscono Crisante e Daria.

Prima: L’affresco fu staccato alla fine dell’800 in seguito alla distruzione della Chiesa di San Francesco la cui edificazione risaliva all’epoca della costruzione della città, ma i vari terremoti succedutisi nei secoli ne modificarono l’originario assetto, fino a quasi completa distruzione. Lo schema della composizione è ancora quattrocentesco, con la croce in primo piano e la superficie pittorica bipartita in maniera netta tra la parte superiore, occupata dalle croci e la parte inferiore, affollata di figure. L’opera è stata oggetto di un lungo complesso restauro che si è concluso nel 2026.

Prima: L’autore, primo artista abruzzese conosciuto col proprio nome storico, è documentato tra il 1271 e il 1296 nella natia Roccamorice, dove fu in relazione con Pietro Angelerio (papa Clemente V) eseguendo le prime commissioni artistiche per la congregazione da lui fondata. Il Bambino benedice alla latina e con la mano sx regge un volume aperto  su cui si legge delle parole del Vangelo di Giovanni: “Ego sum lux Mundi qui sequitur” (Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre …)

Al centro la Vergine, posta in posizione frontale e seduta su un trono, allatta il Bambino benedicente alla latina e con la mano sinistra regge il Vangelo. Sul suppedaneo del trono è presente una rara iscrizione in latino che ne attesta l’anno di esecuzione e il nome dell’autore, documentato nel 1271 nella natia Roccamorice (PE), sul versante settentrionale della Majella. Gli sportelli laterali, in origine dipinti, sono richiudibili; su quello sinistro è possibile ancora notare le scene del Viaggio e dell’Adorazione dei Magi. Al di sotto era raffigurata la Presentazione al Tempio.

Prima: Opera lignea attribuita a un ignoto maestro, il cui nome convenzionale deriva da una scultura appartenuta alla collezione torinese di Riccardo Gualino. Le sue Madonne sono riconoscibili per i tratti fisionomici ricorrenti: ovale allungato del viso, labbra sottili, naso affilato e appuntito. Come le altre Madonne del maestro, questo gruppo mariano era verosimilmente inserito all’interno di un tabernacolo ad ante mobili dipinte.

Prima: Ricavata da un unico blocco la Vergine è scolpita in posizione frontale su un trono appena accennato, con il capo leggermente inclinato mentre sorregge il Bambino, dalla lunga tunica le cui pieghe si adagiano sulle ginocchia della Madre. La Madonna ha il capo coronato e un velo bianco le discende sulle spalle. Questa scultura, insieme alla Madonna di Fossa, fu considerata dal Toesca tra gli esempi più pregevoli della scultura trecentesca abruzzese, dal gusto francesizzante; fu accostata alla Madonna del Duomo di Spoleto e alla mano del suo anonimo artista. Tuttavia recentemente Lucia Arbace ha avanzato l’ipotesi di un maestro scultore abruzzese, non escludendo affatto la possibile presenza di maestranze locali così qualificate da attendere egregiamente alle ricche committenze dal gusto spiccatamente angioino. Attribuita al Maestro di Fossa (AQ), la statua in origine era ospitata in un tabernacolo, ciò è evidente nella schiena della Madonna che è tagliata di netto fino a causare una deformazione del braccio e della mano appoggiata sulle spalle del Bambino. Particolarmente sofisticata è l’integrazione fra pigmenti e preziose lamine metalliche.

Prima: Questa superba scultura costituiva un raro  esempio di statua lignea della Vergine con Bam-bino inserita in un tabernacolo a sportelli istoriati. Si tratta di una tipologia di manufatto di grande prestigio, una vera e propria macchina liturgica, che implica una relazione strettissima tra pittura e scultura. Purtroppo l’opera, a seguito di un furto avvenuto nel 1979, quando si conservava ancora nella Chiesa di provenienza, è stata mutilata degli sportelli istoriati con scene della vita di Gesù, che ne costituivano parte integrante e qualificante. E’ stata recuperata, per ora, la sola tavoletta con La Presentazione al Tempio.

Prima: Riferita per via delle firme apposta sulla base a un pittore proveniente dal teramano, Matteo da Campli, la tavola fu venduta clandestina-mente a fine ‘800 e sostituita con una copia; recuperata, fu esposta alla Mostra d’Arte Antica Abruzzese del 1905 di Chieti. L’opera mostra i caratteri tipici della pittura abruzzese del periodo, capace di grande ricchezza cromatica e decorativa. Il Bambino Gesù è raffigurato con una grande aureola rossa crociata d’oro e con al collo un rametto di corallo, riferimento al futuro destino di passione e resurrezione.

Prima: Già attribuita all’artista abruzzese Nicola da Guardiagrele, l’Annunciazione ornava un giardino privato di Tocco da Casauria (PE). Realizzato forse per decorare un portale, per via del retro non lavorato, nel 1904 il gruppo passa nelle mani di due antiquari romani, per poi essere acquisito nel 1907 dallo Stato per il Museo Nazionale del Bargello di Firenze, scongiurando il suo trasferimento negli Stati Uniti.

Prima: Questo splendido polittico, un tempo assegnato al pittore veneziano Jacobello del Fiore, rappresenta un’importante testimonianza della vitalità artistica del territorio abruzzese nel ‘400, interessato da scambi e circolazione di opere e artisti, soprattutto lungo la via dell’Adriatico. Il dipinto è un autorevole esempio di apparato decorativo d’altare di epoca tardogotica, racchiuso entro una complessa carpenteria lignea dorata, vero capolavoro di intaglio, che ha subito alcuni interventi di integrazione.

Prima: Unica opera pittorica firmata dallo scultore, orafo e pittore di Guardiagrele (CH). IL dipinto raffigura una iconografia diffusa nella prima metà del ‘400, qui resa più complessa dal velo trasparente sollevato con entrambe le mani da Maria che allude al futuro sacrificio di Cristo. Il dipinto ricordato a L’Aquila nella seconda metà dell’800, fu presentato alla Mostra d’arte antica abruzzese di Chieti del 1905. Fu acquistato dagli Uffizi nel 1906, solo un anno prima dell’acquisizione dello Stato Italiano dell’Annunciazione di Tocco da Casauria, all’epoca attribuita a Nicola, destinata al Museo Nazionale del Bargello di Firenze.

Prima: Maestro del TRITTICO di BEFFI (detto TRITTICO di BEFFI): “Madonna con Bambino in trono e scene della vita della Vergine” -1410/1415 ca. – tempera su tavola – dalla Chiesa di santa Maria del Ponte, Tione degli Abruzzi (AQ). Opera capitale della pittura tardogotica in Abruzzo, il trittico raffigura al centro la Madonna con Bambino in trono, mentre nei pannelli laterali mostra episodi della vita della Vergine narrati da diversi testi apocrifi. Le tavole si caratterizzano per la vivace ricchezza cromatica e per l’ampio uso di foglia d’oro nel fondo. Identificato ipoteticamente con il pittore Leonardo di Sabino da Teramo, il Maestro del Trittico di Beffi è autore di dipinti murali e su tavola, miniatore e decoratore di statue lignee.

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