Il Complesso museale di San Francesco ha sede nell’omonimo convento, sviluppatosi a Trevi a partire dal XIII secolo. L’intero complesso, abbandonato dopo le soppressioni napoleoniche, subì varie destinazioni d’uso e dal 1997, dopo lavori di restauro ed adattamento, accoglie il Museo civico costituito da: Antiquarium, pinacoteca, Chiesa di San Francesco e Museo della civiltà dell’ulivo. Nell’immagine in evidenza: “Crocifisso” del Maestro del Crocifisso di Trevi.

La prima CHIESA che ebbe a far parte del convento, fu la chiesa romanica di Santa Maria, della quale abbiamo testimonianza nella epigrafe, oggi murata nella cimasa del timpano della parete ovest. Di questa chiesa rimane ancora oggi parte della facciata lato ovest, inglobata nella costruzione dell’attuale parete di fondo della chiesa coperta dalla quinta progettata dal VALADIER. Della facciata originaria rimane la cortina muraria in blocchetti di pietra calcarea locale, il portale e l’ingombro del rosone che fu poi spostato nella posizione attuale. Tra la fine del XIII secolo e gli inizi del successivo iniziò la costruzione della nuova Chiesa, nella quale, nel 1310, fu sepolto con tanti onori il Beato Ventura, vissuto a lungo in un eremo di Pissignano, la cui fama di santità e di venerazione tra la gente fece si che la originaria intitolazione a S. Maria si mutasse in quella del B. Ventura. Nel 1354 iniziarono i lavori di ampliamento.
Fu nel corso del XVI secolo restaurata più e nel 1777 venne rifatto il pavimento in cotto. Nel 1922, la chiesa venne ” requisita dal Comune per tre anni ed adibita a magazzino del grano“. Nel 1970 fu ricostruito il tetto ed eseguiti alcuni lavori di manutenzione. Riaperta nel 1985 tornò ad essere non solo luogo di culto ma anche sede di mostre e manifestazioni culturali. La tipologia architettonica è molto semplice, secondo lo stile degli ordini mendicanti: unica navata con copertura in capriate di legno, con l’abside centrale pentagonale fiancheggiata da due cappelle a pianta rettangolare. La chiesa di Trevi ripete lo schema della Chiesa di San Francesco di Montefalco del quarto decennio del secolo XIV. Il lato sud della chiesa, a ricorsi di pietra bianca e rosa interrotti da lesene in pietra bianca, ospita il trecentesco portale d’ingresso, formato da fasci di colonnine, terminanti con capitelli fogliati, su cui poggiano due leoncini sporgenti, che si congiungono a formare un arco ogivale; nella chiave di volta è scolpito l’agnello mistico. All’interno dell’arco una lunetta con affresco della fine del XIV secolo raffigurante la Madonna con il Bambino, San Francesco e santa Chiara e la scritta frammentaria HOC OPUS FECIT FIERI…MCCCC.
A destra del portale principale un altro secondario che ripete i motivi architettonici del precedente. Girando l’angolo su questo lato è visibile l’abside affiancata dalle due cappelle e il campanile, a doppio ordine di logge, “formato con pietre quadre“ che pog-gia sulla cappella di sinistra. Nella cella campanaria si conserva un’antica campana datata 1341. La facciata ovest, occlusa in parte dal proseguimento del prospetto della facciata del convento opera del VaALADIER, conserva in alto il rosone con colonnine a raggiera che un tempo ornava la facciata della chiesa primitiva. Ai lati del rosone tre piccoli rosoni tamponati che originariamente ornavano, insieme al rosone centrale, la facciata. Al vertice del timpano l’epigrafe, precedentemente descritta, con a fianco le sculture raffiguranti il papa e l’imperatore.


(Dopo) INTERNO: All’interno l’unica navata è illuminata da una monofora, da una grande bifora posta al centro dell’abside e dal rosone da cui entra la luce al tramonto. In origine sulla parete destra vi era un’altra monofora che fu tamponata per poter costruire nel 1620 l’altare della Madonna della Neve. Le pareti interne della chiesa dovevano essere quasi completamente ricoperte di dipinti. Dopo una campagna di rimozione degli scialbi dipinti che li ricopriva, eseguita tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, sono ritornati alla luce una serie di affreschi databili intorno al XIV-XV secolo, ad eccezione di un affresco, in una nicchia della parte sinistra, datato 1577. Successivamente gli affreschi furono in gran parte perduti in occasione della sovrapposizione di altari barocchi realizzati nel XVII secolo secondo il gusto ed i dettami culturali e religiosi del tempo.
Alcuni altari vennero poi tolti nel 1753 “per un migliore ornato di tutta la chiesa“ e nel 1910, quando furono eseguiti importanti lavori di restauro. Alla base dell’abside pentagonale troviamo il coro del secolo XVII, al centro del quale è stato collocato un leggio corale, della stessa epoca, proveniente dalla Chiesa di S. Antonio dei cappuccini, ora Cappella del cimitero urbano. Le pareti conservano, su 8 riquadri distribuiti su due registri sovrapposti, dipinti ad affresco della metà del XIV secolo con le storie della Vita della Madonna. Le scene raffigurano dall’alto a sinistra del secondo registro: Gioacchino cacciato dal Tempio, annuncio a Gioacchino, l’incontro di Gioacchino e Anna presso la porta Aurea e la Natività della Vergine. Nel primo registro da sinistra: Maria fanciulla presentata al Tempio, lo sposalizio della Vergine, l’Annunciazione e la Natività. Nelle lunette i quattro evangelisti di cui rimangono Matteo e Marco. Il motivo di tale raffigurazione potrebbe risultare fuori luogo in una chiesa dell’ordine francescano, dove generalmente sono raffigurate le storie del santo fondatore. Qui i frati, invece, rendono omaggio a Maria, non solo perché verso di Lei nutrono una grande devozione, ma anche per onorare probabilmente la dedica della chiesa primitiva.

Le vele, sono dipinte a cielo stellato con fasce dalle decorazioni geometriche. Nella chiave di volta figura antropomorfa. La zona presbiterale è attraversata in alto da una trave lignea dipinta sulla quale poggia una croce da iconostasi, del primo Trecento, con le consuete immagini della Vergine e di San Giovanni nelle tabelle laterali, il Cristo benedicente nel tondo in alto, San Francesco ai piedi del Crocefisso. Sotto l’abside, con uguale struttura composita, si trova la cripta, che nella seconda metà del secolo XVI fu trasformata in luogo di sepoltura, come documentato dalle lapidi tombali nel pavimento dell’abside. I numerosi interventi di manutenzione e di ridipintura degli elementi architettonici, quali l’applicazione di vernici dorate, non permettono di poter leggere l’opera nel suo aspetto originario, unico nel suo genere nella città.
Nel Settecento all’interno dell’edicola furono aggiunti gli stucchi e la statua lignea della Immacolata Concezione, sempre della stessa epoca. Nella parete sinistra affreschi del XIV secolo: in alto S. Emiliano, sotto, da sx., i SS. Ventura, Nicolò e Andrea, sopra il timpano due profeti, sulla parete opposta S. Giovanni Battista e, nello strombo della finestra, una santa. Nell’intradosso dell’arco i quattro Evangelisti: Sopra l’arco affreschi del secolo XIV con i santi Paolo e Pietro. La cappella di sx è dedicata, fin dalla origine, a Sant’Antonio da Padova. Il sepolcro di Ottavia Attavanti e di Alessandro Valenti (1576-77), madre e figlio, con i ritratti scolpiti a rilievo, alle cui pareti affreschi del XIV secolo raffiguranti santi entro edicole. Ai lati dell’abside sono poste, su mensole di legno, le statue lignee di buona fattura di scultore ignoto del XVII secolo, raffiguranti Santa Chiara e San Francesco. Nella parete sx, sopra la porta d’ingresso della antica sacrestia, due immagini della Madonna con Bambino del ‘400 ed una macchina processionale dell’Ottocento con l’immagine di San Giuseppe.
Una piccola porta immette nella attuale sacrestia dove si conserva un lavabo da sacrestia in maiolica di fattura gualdese del XVII secolo. Ha una cornice esterna decorata con racemi di fiori e frutta alla maniera di Della Robbia, e fastigio a forma di calice sorretto da angeli. La parte sottostante, a forma absidale, imita una conchiglia tipicamente seicentesca. Al disotto il lavabo del quale di un certo interesse è il coperchio ove è un rilievo con dipinto un paesaggio collinare con teorie di cipressi degradanti, grotte e costruzioni varie, forse la raffigurazione delle stimmate di San Francesco nel monte di la Verna. Nella parete sx della navata della chiesa si erge l’altare delle Stimmate di san Francesco. La tela, racchiusa in una cornice di stucco policromato e dorato come tutto l’altare, raffigura San Francesco che riceve le stimmate, opera di Avanzino Nucci. Ai lati della cornice, entro i rincassi, sono raffigurati a sinistra dall’alto in basso la visione dei Troni, San Diego e la predica di san Francesco a Trevi.
Dall’altro lato la liberazione del carcerato, il Beato Ventura, san Francesco visita i malati. Nella cimasa san Francesco in gloria. Riveste la mensa d’altare un paliotto in scagliola datato 1730 che reca al centro in un cartiglio il calice e l’ostia. Proseguendo, addossato alla parete della navata, l’organo monumentale già considera-to “rarissimo esemplare superstite di quel tipo che nel Rinascimento veniva definito organo da muro”. Lo strumento fu commissionato dai frati di san Francesco a mastro Paolo Pietro di Palolo di Montefalco. La cassa, appesa alla parete, ha il prospetto in legno intagliato dipinto a tempera ed è diviso in 5 campate: la maggiore al centro con il secondo ordine di canne morte sovrapposte alle due campate reali minori. I dipinti della cimasa raffigurano san Domenico e san Francesco ai lati Santa Caterina da Siena e santa Chiara. In alto l’Annunciazione: Nella cantoria sono allocati 10 comparti con tele su tavola (XVII sec.) raffiguranti dal fianco sinistro: San Didaco, Santa Chiara di Assisi, san Bonaventura da Bagnoregio, Sant’Antonio da Padova, San Giuseppe, Sant’Emiliano, San Bernardino da Siena, Santa Maddalena, Santa Lucrezia e Santa Caterina d’Alessandria.

A sx è l’altare della Crocefissione (1597): Le colonne presentano stucchi dorati con motivi fitomorfi. La tela raffigura la Crocefissione ed è secondo la periegetica locale una buona copia da Guido Reni. Nella Cimasa l’Eterno. A sx dell’altare dipinti murali del XIV secolo raffiguranti nel registro superiore a sinistra il Papa Urbano V e Santa Caterina di Alessandria. Nella nicchia, riscoperta nel 1832, affresco datato 1577 di Fabio Angelucci da Mevale. Il grande affresco raffigura al centro la Madonna con il Bambino in trono, a destra San Giuseppe ed in ginocchio Sant’Antonio da Padova, a sinistra l’Arcangelo Gabriele e San Francesco di Assisi. Nel catino è raffigurato l’incontro delle pie donne con il Cristo. Da questa rappresentazione della Famiglia Nazarena trasse ispirazione per l’avvio alla devozione alla Sacra Famiglia, il sacerdote trevano Ludovico Pieri (1829-1881), le cui spoglie sono custodite nel sepolcro a pavimento.
Nella parete di fondo sarcofago in pietra del IV secolo, già sotto l’antico altare maggiore, che conservò il corpo del Beato Ventura. Al di sopra resti di affreschi del XIV secolo, raffiguranti un Santo e l’Arcangelo Michele all’interno di una edicola. A sx affresco raffigurante polittico di scuola folignate della seconda metà del XV secolo con San Bernardino da Siena e Santi; in una delle cuspidi rimaste, quella centrale, Crocefissione. Ancora, nella parete di fondo altri frammenti di affreschi del XIV secolo. Riconoscibili una chiesa ed un prelato e forse Cristo flagellato. Nella parte dx della navata affreschi del XIV secolo con le storie di Sant’Onofrio (Apparizione di Cristo, Sant’Onofrio in preghiera, Morte del santo). Nella piccola nicchia, costruita nel 1873, è collocata la statua lignea policroma di San Rocco del Settecento.
A sx si erge l’altare dedicato allo Spirito Santo (1613). L’altare in pietra serena è in cattive condizioni. La tela raffigura la discesa dello Spirito Santo sopra Maria Vergine e gli Apostoli riuniti nel Cenacolo. La tela è attribuita a Simeone Ciburri (+1614), pittore di cultura barrocesca. A sx dell’altare lapide in marmo che ricorda i restauri eseguiti nel 1910. Di seguito affresco del XIV secolo raffigurante la Madonna col Bambino in trono. A sx dell’ingresso principale alla chiesa è collocata un’acquasantiera di foggia rinascimentale con stemma gentilizio e la scritta sul dado di base: AQUILANT . S/GIRAFERUS. Al di sopra si trova un frammento di affresco del secolo XV con l’immagine di sant’Antonio da Padova. Segue affresco raffigurante Madonna col Bambino e San Pietro da Verona domenicano martire, affresco soltanto in parte incorniciato nel Settecento con stucchi, che presenta qualche affinità con lo stesso artista che dipinse l’edicola di Silvignano. Segue l’altare dedicato alla Madonna della Neve fatto costruire nel 1620 da Alessandro Valenti, nobile trevano.
La tela raffigura la Madonna incoronata regina del cielo e della terra, in basso San Pietro e San Paolo, al centro le anime del purgatorio con un cartiglio “Madre del Dio Eterno liberaci benignamente dalle fiamme dell’inferno…”. L’opera è di Ascensidonio Spacca detto il Fantino (1557-1646), pittore che attua gli ideali proposti dalla Riforma Cattolica. Ai lati , all’interno di cornici in stucco, affreschi con figure di Madonna sotto i vari titoli, e Annunciazione. Nella cimasa la Madonna della Neve. L’altare ha un paliotto policromo in scagliola datato 1730 con l’immagine di Sant’ Antonio da Padova entro un cartiglio. A sinistra, addossato all’altare, frammento di affresco del secolo XIV. Proseguendo, macchina processionale del XIX secolo con l’immagine della Madonna della Misericordia, due panche di artigianato umbro del XVII della famiglia Lucarini. A sinistra affresco del tardo Trecento raffigurante la presentazione di Gesù al Tempio; ai lati, entro due edicole, un Santo e la Profetessa Anna. A fianco della porta laterale, sopra l’acquasantiera, Sant’Antonio Abate, frammento di affresco del Quattrocento.

Prima: Sull’asse verticale è rappresentato il Cristo con un’aureola dorata. In alto due angeli rivolgono lo sguardo verso il Cristo benedicente che compare nella cimasa. Oltre al cartiglio (“INRI”), un’altra iscrizione in caratteri gotici corre sull’estremità superiore del braccio verticale in stato frammentario: “IE(esu) S. NAZARE/N(us). REX. IUDEO(rum)”. Ai piedi della croce innalzata sul Golgota, al cui interno è il teschio di Adamo, si trova la figura di San Francesco. Nelle tabelle dei bracci laterali sono rappresentati i dolent, La madonna e San Giovanni Evangelista. Dal punto di vista iconografico l’opera deriva dal modello giottesco della Crocefissione affrescata nel transetto destro della Basilica Inferiore di Assisi che a sua volta aggiornava il modulo più antico della Croce di Santa Maria Novella. (“Raccolta d’arte di San Francesco di Trevi” edito da Giunti).


Prima: Considerato un raro esemplare superstite di organo a muro rinascimentale costruito dal maestro Paolo Pietro di Paolo di Montefalco nel 1509. La struttura è quella denominata “paio d’organi” costituita da un prospetto di canne di facciata e, nel retro, le canne vere con registri diversi. La cassa, appesa alla parete, ha il prospetto in legno intagliato dipinto a tempera ed è diviso in cinque campate. I dipinti della cimasa raffigurano San Domenico e San Francesco (in alto) e ai lati Santa Caterina da Siena e Santa Chiara. La “cantoria”, lo spazio dedicato al coro e ai musicisti è composta di 10 pannelli di legno ricoperti di tele raffiguranti altrettanti santi. (“Raccolta d’arte di San Francesco di Trevi” edito da Giunti).





Il Complesso museale di San Francesco ha sede nell’omonimo convento, sviluppatosi a Trevi a partire dal XIII secolo. L’intero complesso, abbandonato dopo le soppressioni napoleoniche, subì varie destinazioni d’uso e dal 1997, dopo lavori di restauro ed adattamento, accoglie il Museo civico costituito da: antiquarium, pinacoteca, chiesa di San Francesco e Museo della civiltà dell’ulivo. Non è accertato l’anno di fondazione del primo insediamento della comunità francescana nella città di Trevi, tuttavia documenti papali del 1258 (breve di Alessandro IV) e del 1285 (bolla di Onorio IV), attestano l’esistenza del convento e il prestigio che questo aveva già nella seconda metà del XIII sec. La fondazione pertanto si fa risalire a poco dopo la morte di San Francesco. Il primo nucleo del convento, costruito nei pressi della chiesa romanica di Santa Maria, successivamente ampliata e dedicata al Santo fondatore dell’Ordine, venne completamente ricostruito nella metà del XVII sec.
La struttura ruota intorno al chiostro centrale, costituito da un portico a pilastri di base ottagonale ed un loggiato superiore; la decorazione pittorica delle lunette con – Storie della vita di San Francesco, venne realizzata nel 1645 da Bernardino Gagliardi (1609- 1660), durante il suo soggiorno a Trevi. La lettura delle lunette inizia dal lato nord del chiostro da dx:- annuncio della nascita- la nascita- il monito del Crocefisso di San Damiano- la rinuncia degli averi davanti al Vescovo di Assisi- il sogno del Papa Innocenzo III- Onorio III approva la regola- la visione del carro di fuoco- San Francesco predica agli uccelli- visione dei Troni- la predica di San Francesco nella piazza di Trevi- Francesco guarisce i ciechi e gli storpi- tentazione del Santo- il miracolo del bambino- il Santo assiste gli infermi. Sotto agli affreschi, in una fascia continua a fondo celeste, sono riportati gli stemmi delle famiglie committenti e i nomi di illustri conventuali. Sempre del Gagliardi sono i tondi con gli Evangelisti, nel corridoio voltato, i Santi e le decorazioni della foresteria con le virtù (Fede, Speranza, Carità e Continenza)nel vano adiacente al chiostro e l’Estasi di San Francesco al centro della volta. Il convento venne chiuso nel 1810, in seguito alle soppressioni napoleoniche, ed ebbe successivamente diverse destinazioni d’uso. Dal 1833 al 1893 ospitò il collegio Lucarini ed è a questo periodo che risale l’adattamento della struttura nella forma attuale ad opera dell’architetto Giuseppe Valadier.

(Prima) PERCOSO ESPOSITIVO: – ANTIQUARIUM si articola in 3 sale Nella prima sala sono esposte 16 iscrizioni datate tra il III secolo a.C. e il IV secolo d.C., rinvenute perlopiù in contesti di riutilizzo; La seconda sala è dedicata alla cultura umbra appenninica preromana, con materiali che vanno dell’età protostorica a quella arcaica. Nella terza sala sono allestiti materiali del periodo longobardo. I reperti provenienti dalla zona di Pietrarossa, sono stati rinvenuti in maniera del tutto casuale a partire dall’800, in seguito allo scasso per la costruzione della strada ferrata.

(Dopo) MUSEO della CIVILTA’ dell’ULIVO: Il museo ha sede dal 1997 al piano terra del convento di San Francesco. Interamente dedicato al prodotto principe di Trevi, l’olio extra vergine d’oliva DOP, il museo documenta i diversi aspetti legati alla produzione dell’olio ed alla cultura dell’ulivo, che così fortemente caratterizza il paesaggio delle colline circostanti. Il nuovo allestimento del 2007, vede l’impiego di pannelli e strumenti multimediali ed organizza lo spazio espositivo in 4 sezioni (botanica, conosciamo l’olio e l’ulivo, l’ulivo simbolo di pace, storia dell’ulivo), che permettono di indagare l’argomento sul piano scientifico-naturalistico, ma anche storico-artistico e sociale.

(Dopo) PINACOTECA: È stata inaugurata nell’ottobre 1996, nell’ala sud-ovest del Convento a seguito del restauro ed adattamento degli spazi esistenti. La raccolta distribuita su due piani, comprende pitture, sculture, disegni e suppellettili provenienti dal territorio di Trevi, entrati a far parte dalla raccolta comunale in seguito alla confisca del patrimonio ecclesiastico, dopo l’Unità d’Italia.
– PRIMO PIANO: Cena in Emmaus (sotto). Pittore umbro- marchigiano, tempera su tela, fine del XVI secolo, proveniente dal convento dei Cappuccini di Sant’Antonio in Trevi. La tela occupava la parete di fondo del refettorio del convento, il soggetto infatti (Cristo si rivela ai Discepoli dopo la resurrezione) era molto diffuso in questo tipo di ambienti. Il tentativo di rimozione di due figure femminili, ancora visibili sulla sinistra, fa pensare che la collocazione originaria dell’opera fosse un’altra, probabilmente un monastero femminile. Madonna con Bambino, Santa Maria Maddalena e Santa Caterina. Pittore umbro-marchigiano, tempera su tela, primo quarto del sec. XVII. Personaggi in preghiera. Attribuita ad Ascensidonio Spacca “il Fantino”, inizi del 1600. Parte inferiore di una pala d’altare raffigurante la Madonna del Rosario, commissionata per la compagnia omonima nella Chiesa di Sant’Emiliano da Muzio Petroni. Assunzione della Vergine e Santi. Tommaso Maurizi, tempera su tela, firmata e datata 1602. Incoronazione della Vergine e Santi (sotto); nella predella San Martino che dona il mantello ad un povero e le Stimmate di San Francesco. Giovanni di Pietro detto “lo Spagna”, tempera su tavola, 1522, chiesa di San Martino in Trevi. Vi è conservata, inoltre, la Pala eseguita per l’altare maggiore della chiesa di San Martino. La tavoletta centrale, mancante dal secolo scorso, è stata segnalata da Federico Zeri nel 1969 nel museo di Tucson, in Arizona.

Ai lati dell’Incoronazione, sono collocate due tele, sempre dello Spagna, raffiguranti Santa Cecilia e Santa Caterina: esse provengono dalla chiesa della Madonna delle Lagrime in Trevi, ove in passato ornavano la cappella di Sant’Alfonso. Assunzione della Vergine e Santi. Alessandro Turchi detto “L’Orbetto”, olio su te-la, 1640 circa, chiesa di Sant’Antonio dei Cappuccini in Trevi. Commissionata dal cardinale Antonio Barberini, fratello di Papa Urbano VIII, che nel 1638 accolse la nomina a cardinale protettore della città di Trevi. La tavola venne dipinta a Roma e portata a Trevi per solennizzare l’avvenimento. Miracolo di San Vincenzo Ferrer. Pittore della “cerchia dei Nasini”, tela proba-bilmente dipinta nel 1729 in occasione dell’erezione del nuovo altare intitolato al Santo nella chiesa di San Domenico di Trevi. Incredulità di San Tommaso. Pittore romano, inizi del XVII sec., proveniente dalla ex chiesa di San Tommaso in Trevi, sulla Flaminia. San Francesco di Paola. Pittore umbro, XVII sec., originariamente forse nella chiesa dei Cappuccini di Trevi.
(Dopo) – SECONDO PIANO: Croce d’altare. Maestro umbro (affine al Maestro di Cesi), tempera su tavola, databile intorno al 1310,. Proveniente dalla Chiesa di San Pietro a Pettine. Il Crocifisso sagomato accoglie il modello del Cristo patiens, ovvero agonizzante, sofferente, che va a sostituire nel corso del XII sec. quella del Cristo triumphans (“vittorioso” sulla morte). Adorazione dei Magi. Pittore fiammingo, fine del XV secolo, proveniente dal convento di San Domenico in Trevi. Trittico Scene della vita di Cristo. Attribuita a Giovanni di Corraduccio, tempera su tavola, prima metà del XIV sec., proveniente dalla chiesa di Santa Croce in Piaggia.
Rimosso nel 1867 in seguito ad un tentativo di furto, reca i nomi dei committenti: Cicco Urighi e Jacobuccio di Mattia. Polittico Storie della vita di Cristo. Giovanni di Corraduccio, tempera su tavola databile intorno al 1430, originariamente nelle Chiesa di San Francesco in Trevi. L’assenza di episodi fondamentali della vita di Cristo come la Crocifissione, fanno pensare che l’opera fosse a cinque pannelli. Croce astile. Pittore umbro, prima metà del XV sec., proveniente forse dal convento di San Francesco. Nelle Tabelle laterali: la Madonna e San Giovanni su un lato e San Francesco d’Assisi e San Ludovico da Tolosa sull’altro. Compianto su Cristo morto. Pittore dell’Italia centrale, 1520-1530, proveniente dalla Chiesa della Madonna delle Lagrime in Trevi.

Prima: ll polittico si compone di 4 pannelli cuspidati su cui sono dipinte le storie della vita di Cristo. In origine. Da una documentazione si viene a sapere che il dipinto si trovava nel coro della chiesa. Attribuito prima ad un imitatore di Giotto attivo tra la fine del XIV secolo. Successivamente, Bernardini (1906) lo dice molto malandato ritenendolo di “scuola eugubina”. Boskovits (1977) attribuisce le quattro tavolette a Giovanni di Corraduccio mettendone in rilievo la sua formazione presso la scuola orvietana. Anche Zeri (1976) ripropone il nome di Giovanni di Corraduccio e osserva come nella scena della Presentazione al tempio si possano riscontrare elementi derivanti dalla pittura riminese. Tale attribuzione è ancora confermata da Scalpellini (1976) il quale, ne osserva anche le componenti senesi e alcuni ricordi provenienti dalla cappella di Palazzo Trinci di Ottaviano Nelli. Questo confronto stilistico lo porta a proporre anche, una datazione del manufatto entro il terzo decennio del Quattrocento. Il dipinto presenta dei caratteri leggermente diversi da quelli più consueti del pittore; il tipico gusto narrativo e didascalico dell’opera si stempera per lasciare spazio ad una sorta di semplificazione nella costruzione degli episodi. Scende, seppur di poco, la qualità pittorica dei personaggi tanto da far pensare ad un dipinto seriale. Provenienza: chiesa di San Francesco – Trevi, Restauri: 1996, Coo.Be.C., Spoleto. (“Raccolta d’arte di San Francesco di Trevi” edito da Giunti).

(Prima) Pietro di Mazzaforte e bottega: “Madonna della Misericordia incoronata da due angeli”: In una delle due facciate compare il monogramma di Cristo in eleganti lettere gotiche, dorato e punzonato inscritto in un cerchio anch’esso dorato a rilievo da cui partono dodici raggi ritorti e altri diritti e fini; dalla lettera centrale (H) parte il braccio lungo della croce dove è raffigurato Cristo Crocifisso con un perizoma bianco. Sull’altro lato due angeli incoronano la Vergine della Misericordia di una corona imperiale; Maria indossa un ampio abito damascato rosso che riprende la stoffa del mantello aperto a protezione del gruppo di fedeli, 5 donne da un lato e 5 uomini dall’altro, inginocchiati in preghiera, su di un prato fiorito, attorno alla Vergine. La Madonna indossa una cintura molto simile al cordone dei Francescani che, seppur realizzato in oro ed insieme al trigramma bernardiniano, denuncia la provenienza da un ambiente francescano. Tale ipotesi è ora confermata dalla recente scoperta della documentazione storica la quale, ricorda anche questa opera tra quelle richieste, nel 1867, dal Municipio di Trevi a Tommaso Galletti, priore del Sodalizio di San Giuseppe di Trevi.
Si ricava inoltre, che al tempo della cessione il manufatto era conservato nella cappella a destra dell’altare maggiore. L’opera è già ricordata in Pinacoteca dal Guardabassi nel 1872. Attribuita a Niccolò di Liberatore poi a un folignate, poi al Maestro delle Storie del Battista, artista anonimo che denuncia la sua formazione accanto a Giovanni di Corraduccio per poi volgersi a più espressivi effetti verso Bartolomeo di Tommaso e percorrere quindi, il suo itinerario verso aggiornamenti alla Niccolò d’Alunno. A questo artista bene aderisce lo stile della Madonna della Misericordia mentre, il Cristo Crocifisso denuncia delle componenti più arcaiche. L’opera è databile entro la prima metà del sesto decennio del ‘400, nel momento di più stretta collaborazione tra Niccolò di Liberatore e il suocero Pietro di Mazzaforte. Una produzione di dipinti processionali eseguiti da quest’ultimo, è d’altra parte ampiamente documentata. Iscrizioni: “Y(esus) H(umanitas) S(alvator), Provenienza: chiesa di San Francesco – Trevi, Restauri: 1991, Coo.Be.C., Spoleto. (“Raccolta d’arte di San Francesco di Trevi” edito da Giunti).

Sopra: La croce processionale è dipinta su entrambe le facce ed è trilobata alle estremità. È perduta la parte terminale in basso. Il fondo oro risulta molto consunto. Anche la pellicola pittorica, soprattutto nelle parti più esterne, è andata persa rendendo illeggibile la figura del tabellone superiore. La croce fu restaurata nel 1914 da Giuseppe Colarieti Tosti ed esaminata subito dopo dallo Gnoli che ne ha proposto una datazione intorno al 1400. Al centro è raffigurato Cristo crocifisso con il capo inclinato e coronato di spine, i lunghi capelli ricadenti sul torace ossuto squarciato dalla ferita del costato. I piedi sono confitti con un unico chiodo a forma di fungo tipico della tradizione figurativa umbra trecentesca. Al di sopra della croce vi è il pellicano nel suo nido raffigurato nell’atto di lacerarsi il petto per far scendere il sangue sui suoi piccoli e resuscitarli. Si tratta di un soggetto assai diffuso descritto nei Bestiari e che sta a rappresentare sia Dio Padre che sacrifica Suo Figlio, sia il sacrificio di Cristo per il bene dell’umanità.
Ai lati, sulle testate della Croce, la Vergine e San Giovanni con le mani congiunte in gesto di lutto. Il Cristo crocifisso sul verso invece, è ancora caratterizzato dai lunghi capelli biondo-rossicci ma viene variato nei dettagli iconografici: al si sopra della croce vi è la tabella con l’iscrizione “INRI” e all’estremità superiore vi è Cristo come Salvator Mundi. Ai bracci della croce vi sono San Francesco e San Ludovico da Tolosa, ben riconoscibile in virtù del piviale azzurro con i gigli d’oro della casata angioina. L’opera, oggi di proprietà del Comune di Trevi, denuncia una provenienza da un complesso francescano vista la presenza di due santi dell’Ordine, luogo forse da identificarsi nella stessa chiesa di San Francesco. Il dipinto è ascritto da Todini ad un anonimo Maestro delle Storie del Battista, personalità da altri studiosi identificata in Pietro di Mazzaforte, figlio di Giovanni di Corraduccio. Per coordinate stilistiche comunque, il dipinto va ricondotto entro tale ambito artistico. Iscrizioni: “INRI”, Provenienza: chiesa di San Francesco – Trevi (?), Restauri: 1914, G. Colarieti Tosti; 1996, Coo.Be.C., Spoleto.

Prima: ll dipinto rappresenta la Vergine che sostiene il Bambino su di una balaustra con uno sfondo a paesaggio. Le ricerche hanno reso possibile individuare l’antica collocazione di essa nella parete di fronte all’ingresso della sacrestia della chiesa di San Francesco. Il Guardabassi (1872) l’attribuisce al Pinturicchio. Bombe (1907) la ritiene opera giovanile del Pinturicchio mettendola in relazione con la Madonna di Londra e con quella della collezione Bufalini di Città di Castello. Everett (1907) l’attribuisce ad Antoniazzo Romano. Nel 1923 è lo Gnoli ha riconfermarla alla mano del Pinturicchio datandola inoltre al decennio 1480-1490. Alla fine il dipinto è da considerarsi fra le opere giovanili del Pinturicchio che vi propone il fortunatissimo modello scolpito della Madonna del davanzale elaborato in ambiente verrocchiesco. L’esame del volto della Vergine rivela una finezza di esecuzione evidente nei dettagli, nelle velature trasparenti della veste, nell’uso del verde come base degli incarnati, tipico anche di altre opere di Pinturicchio.
Si nota anche un pentimento del piede del Bambino verso la mano della Vergine ed è notevole tutta la sapiente articolazione delle mani. Il paesaggio sullo sfondo esalta l’intera composizione conferendole particolare armonia. Certi caratteri propri del linguaggio pinturicchiesco si riscontrano nelle chiome punteggiate d’oro degli alberi e nei sentieri a zig-zag. Non è insignificante infine, la collocazione della tavoletta. Come già ricordato, nel 1867 si trovava nella sacrestia della chiesa di San Francesco di Trevi. Circa un anno prima della morte e stabilitosi ormai a Siena, el Pintoricchio famosissimus vir, vende la sua casa di Porta Sant’Angelo con tutte le sue suppellettili a Brunoro dei Petroni di Trevi per 230 fiorini. Si può quindi, cautamente ipotizzare che il dipinto possa essere giunto nella cittadina umbra proprio attraverso qualche personaggio della famiglia Petroni per essere utilizzato come decorazione di un altare privato.

Prima: La tavola dell’Incoronazione è composta da cinque assi congiunte sul retro da due assi orizzontali. Per quanto riguarda la tecnica di esecuzione si può dire che si tratta di una tecnica mista; infatti la pittura è per la maggior parte ad olio tranne il manto della Vergine e il piviale del vescovo all’estrema destra che sono dipinti a tempera con azzurrite.. Grazie al ritrovamento del documento originale è possibile ricostruire con sicurezza la storia del manufatto: il 10 luglio 1522 Giovanni di Pietro, si impegnava a consegnare ai Minori osservanti di San Martino a Trevi, per il 15 agosto, un’opera di pittura come stabilito con frate Riccardo e i suoi confratelli. L’atto, stipulato a Spoleto, è il solo noto in relazione a lavori del pittore per i Francescani di San Martino. Il dipinto rimase sull’altare maggiore della chiesa fino a che con le Soppressioni del 1860 divenne di proprietà comunale. Solo nel 1867, tuttavia, fu trasportato nel palazzo del Comune di Trevi. Attraverso la voce del Guardabassi, nel 1872 inoltre, si può ricostruire l’originale sistemazione dell’opera sull’altare principale. In sostanza, si può provvisoriamente concludere che, nel ‘500,
la pala fu sistemata entro una “cassa” la cui parete di fondo fu dipinta nella parte superiore con un’Annunciazione; nel Seicento poi, fu creato un nuovo assetto del presbiterio dove le opere “antiche” furono oggetto di una sorta di musealizzazione; qualche trasformazione dovette essere compiuta anche nel Settecento quando l’interno della chiesa fu rinnovato. Con il trasferimento dell’Incoronazione nella Pinacoteca, la macchina lignea fu in parte smembrata. La pala con l’Incoronazione della Vergine viene attribuita a Giovanni di Pietro detto lo Spagna ed è esemplata su quella dipinta da Domenico Ghirlandaio per la chiesa di San Girolamo a Narni. Nell’opera di Trevi, lo Spagna, rispetto al modello sopra indicato, diminuisce il numero dei personaggi lasciando più spazio alla figura di San Francesco. Secondo una pratica già evidente nelle opere del primo decennio, il pittore, riutilizza certamente i disegni preparati per il baldacchino dell’opera di Todi apportando, però, alcune modifiche iconografiche: sostituisce infatti, il San Girolamo eremita con il San Martino al quale la chiesa, destinataria dell’opera, era dedicata. Anche l’immagine del paesaggio che funge da sfondo viene ad essere modificata; l’opera di Trevi accoglie un orizzonte di rocce e montagne dominato dalla chiesa di San Francesco e dal Sacro Convento di Assisi, da cui i minori si erano staccati.

Prima: Il grande affresco rappresenta al centro, il Cristo crocifisso con 4 piccoli angeli che gli volano intorno, di cui 3 raccolgono il sangue che esce dalle ferite in calici e uno, quello accanto al costato sulla destra, si dispera portando le mani al volto. Al di sotto della Croce, sono a destra la Maddalena e San Giovanni e a sinistra il gruppo delle Marie con lo svenimento della Vergine. All’estrema sinistra della superficie affrescata è una Maestà e dall’altra parte l’Annunciazione. Dalla chiesa di Santa Croce fu strappato negli anni Sessanta del secolo scorso e collocato nella Chiesa della Madonna delle Lacrime e poi, nel 1996, nella Pinacoteca Civica. Fu Corrado Fratini ad attribuire giustamente l’affresco al più importante e bel pittore del Trecento a Spoleto, il Maestro di Fossa. La breve e comprensibile confusione attributiva che ha coinvolto questo grande affresco si spiega da un lato, con il compromesso stato conservativo dall’altro, con l’effettiva vicinanza delle opere più antiche del Maestro di Fossa a quelle del suo possibile maestro.
L’affresco della Pinacoteca di Trevi ha invece, tutti i caratteri più tipici del Maestro di Fossa: i volti allungati con le sopracciglia, quasi circolari, gli occhi a mandorla vivi e vispi e soprattutto, una pittura setosa e morbida, allentata rispetto alla crudezza ancora giottesca dei suoi predecessori spoletini. Tutti dettagli che ritroviamo in opere come il Crocifisso di Campello sul Clitunno del 1342 o il grandioso polittico conservato nella Pinacoteca Vaticana. Se l’attribuzione al pittore, seppur non scontata, è senz’altro giusta, è più complicato definire l’altezza cronologica dell’affresco. La Crocifissione affrescata nel convento dei Barnabiti di Campello sul Clitunno, datata al 1342, è l’unico punto fermo per tutto il catalogo del Maestro di Fossa. L’affresco di Santa Croce di Trevi è certamente più antico, privo di quella grazia ed eleganza che invece informa le opere del pittore del quinto decennio.

Prima: Il quadro è eseguito ad olio su tavola ed è racchiuso in un’elegante cornice architettonica della stessa epoca, ma ridipinta in seguito. La composizione dichiara grande padronanza di mezzi e buona originalità progettuale nella disposizione entro il ristretto spazio della tavola di un gruppo di ben nove figure, declinate in profondità. Il centro è costituito dal corpo del Cristo morto che occupa il piano più avanzato insieme alla Vergine e alla Maddalena a destra, e del Giuseppe d’Arimatea a sinistra. Nel quarto superiore destro sono raffigurate quattro teste di Apostoli, digradanti dal piano più prossimo all’osservatore, secondo solo al gruppo centrale, verso il fondo. Il corpo del Cristo esanime è sorretto in posizione seduta sul bordo marmoreo del sepolcro dalla Madonna e da Giuseppe d’Arimatea e le gambe, che spariscono in primo piano, fanno intravedere il ginocchio destro che penzola all’interno del sarcofago, suggerendo un’ulteriore articolazione dello spazio verso l’esterno dell’inquadratura compositiva. La Maddalena sostiene con gesto premuroso il braccio sinistro del Cristo. Sul quarto superiore sinistro della scena, altre tre figure maschili, delle quali Giuseppe d’Arimatea occupa la posizione più avanzata, fanno da contrappunto quasi speculare a quelle di destra, in un progetto compositivo accurato e solidamente bilanciato. Proveniente dalSantuario della Madonna delle Lacrime di Trevi, la tavola era collocata nella cappella della Resurrezione.


Prima: Il dipinto è stato per lungo tempo in deposito nel santuario della Madonna delle Lacrime, ma se ne ignora l’originaria collocazione. Il Marignoli, nella sua approfondita disamina che include anche la pala trevana, ritiene che essa provenga direttamente dal santuario delle Lacrime in virtù dell’iscrizione sul libro dell’apostolo a sinistra (“MEMENTO CONGREGATIONIS TUAE”), indicativa di un coinvolgimento di un ordine mariano nella commissione dell’opera. Vista la posizione in controparte dei personaggi, il dipinto, sembra essere stato elaborato da parte di Tommaso Maurizi sulla base di incisioni; segue piuttosto fedelmente infatti, tranne nella posa degli angeli che qui viene semplificata, la traccia dell’affresco con l’Assunzione della Vergine realizzato dagli Zuccari nella cappella Pucci-Cauco della chiesa di Trinità dei Monti a Roma. Dall’osservazione dell’opera si notano alcuni dettagli di impronta naïf, come i fiori che emergono dal sarcofago della Vergine, che vanno iscritti al personale apporto del Maurizi, artista aretino sconosciuto ai repertori locali ma appartenente a quella schiera di modesti pittori attivi nella provincia i quali, rivestirono un ruolo centrale nel processo di rinnovamento della pittura contro riformata in area aretina. Provenienza: chiesa della Madonna delle Lacrime.

Prima: Il dipinto fu realizzato per la chiesa di San Tommaso dalla quale venne rimosso alla fine del XIX secolo, quando l’edificio acquisito dalla Congregazione di Carità, fu adibito a granaio.. La tela va ricondotta, sul piano attributivo, in ambito romano vista la monumentalità delle figure e i forti contrasti di luci ed ombre rivelando così la precoce fortuna dei modelli caravaggeschi e la loro tempestiva penetrazione anche in provincia. La commissione del dipinto infatti, potrebbe essere messa in relazione con i lavori di restauro della chiesa di San Tommaso documentati appunto nel 1609.

Prima: Giustificare un’opera così monumentale e di così alta qualità in una piccola chiesa di un centro minore della Provincia umbra è possibile soltanto, se la si colloca in quella rete di rapporti e di scambi che tra ‘600 e ‘700 rese costantemente solidale l’ambiente romano ai territori dello Stato Pontificio. In questo senso, il reperimento di dati documentari ha confermato con forza le tesi con cui Bruno Toscano, già nel 1976, argomentava l’attribuzione al pittore verone-se Alessandro Turchi detto l’Orbetto. La pala di Trevi, opera della maturità dell’Orbetto, propone una maggiore classicità nella composizione, memore dei grandi prototipi di Tiziano e di Guido Reni, su cui si innesta una ricchezza cromatica che il pittore veneto consolida a contatto con Carlo Saraceni, artista conosciuto più da vicino proprio durante la lunga stagione romana.


