Alla fine del XVI secolo, i Borghese, una ricca famiglia di Siena, acquisì un terreno a nord di Roma, fuori Porta Pinciana, per creare gradualmente un immenso parco. Nello stesso periodo, la famiglia Borghese estese la sua influenza nell’aristocrazia romana, soprattutto quando Camillo Borghese fu eletto Papa nel 1605 sotto il nome di Paolo V. La famiglia intraprese così importanti opere di costruzione: una villa nel suo parco del Pincio. Nel 1902 venne trasformata in museo, a seguito dell’acquisizione da parte dello Stato italiano delle raccolte facenti parte del Fidecommisso Borghese. Nell’immagine in evidenza: Giudizio di Salomone.

Primo direttore della galleria Borghese fu Giovanni Piancastelli (1845-1926) a cui succedette nel 1906 Giulio Cantalamessa, già direttore delle gallerie dell’Accademia di Venezia. Chiusa nel 1983, la galleria subisce un restauro completo durato quattordici anni, ripristinando all’esterno dell’edificio il suo aspetto originale con i suoi intonaci, le sue statue, e soprattutto la sua scalinata con due rampe. La galleria viene riaperta nel giugno 1997. Nel 2013 è stato il nono sito statale italiano più visitato, con 498.477 visitatori. Nel 2015, il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha nominato Anna Coliva direttrice della galleria Borghese. L’ingresso, a pagamento, è contingentato: i turni di visita sono di due ore per un massimo di 360 persone, dal martedì alla domenica.

SALONE MARIANO ROSSI: Il salone, imponente per dimensioni, sontuosità della decorazione e per le monumentali sculture che ospita, introduce il visitatore nel percorso museale. Domina la volta di Mariano Rossi (1731-1807), eseguita tra il 1775 e il 1779, nell’ambito dei lavori di rinnovamento della palazzina voluti dal principe Marcantonio IV Borghese e diretti dall’architetto Antonio Asprucci (1723-1808). Il soggetto celebra la civiltà romana e l’eroica virtù dell’onore. Al centro è raffigurato Romolo accolto nell’Olimpo da Giove per propiziare la vittoria di Furio Camillo contro Brenno re dei Galli. La scelta del tema è da collegarsi anche alla nascita del primogenito di Marcantonio IV, Camillo, avvenuta l’8 agosto del 1775, che poi sposerà Paolina, sorella di Napoleone. Intorno al motivo principale figurano Giustizia, Fedeltà, Onore che trionfano grazie all’azione del Tempo sui vizi (Calunnia, Inganno e Falsità), la Fama di Roma e le sue vittorie (a queste alludono gli episodi ai margini dei lati lunghi della volta).Le decorazioni delle pareti con dipinti a motivi floreali e animali e i cammei a stucco, vennero realizzate da una fitta schiera di artista tra i quali Vincenzo Pacetti (1746-1820), Massimiliano Laboureur (1767-1831) e Tommaso Righi (1727-1802).Di seguito i Capolavori della sala:


SALA della PAOLINA: La Sala 1 ospita una delle sculture più celebri della collezione Borghese, la Statua-ritratto di Paolina Borghese Bonaparte nelle vesti di Venere vincitrice di Antonio Canova (1757-1822).L’opera, collocata in questo ambiente solo dal 1889, trova corrispondenza con i dipinti della volta dedicati alle Storie di Venere e di Enea, eseguiti da Domenico de Angelis (1735-1804) nel 1779. Le 5 tele ( al centro Il giudizio di Paride e ai lati Minerva chiede alla Parca Atropos di tagliare il filo della vita di Troia, Venere convince Giove a salvare Enea, Enea fugge da Troia col padre Anchise e il figlioletto Ascanio, Giunone chiede a Eolo di scatenare tempeste contro Enea) sono inserite nella quadratura prospettica dipinta da Giovanni Battista Marchetti (1730-1800). La sala, che un tempo era detta “del Vaso”, per la presenza dell’antico cratere neoattico oggi al Louvre, ha conservato solo in minima parte l’aspetto settecentesco, concepito da Antonio Asprucci. Depredata delle sculture più preziose al tempo della vendita napoleonica, ha ricevuto un nuovo assetto espositivo nel secondo decennio dell’Ottocento, sotto la direzione dell’architetto Luigi Canina (1795-1856). Analogamente al precedente allestimento tardo-settecentesco, le sculture si ergono su are antiche e colonne di marmo, mentre le pareti sono decorate da rilievi antichi e moderni scanditi con rigore geometrico. Tra le opere esposte sono la preziosa Erma di Bacco (1773), di Luigi Valadier (1726-1785); il Gruppo di Leda col cigno ed Eros, opera romana del III secolo d.C. (con testa di Antonina minore non pertinente del I d. C.); le due fronti di Sarcofago in marmo asiatico a colonne con Apollo e le Muse del III secolo d.C.; il rilievo con Aiace e Cassandra del I secolo a.C., in marmo di Paro e il Ritratto d’uomo dalla singolare pettinatura esotica, in marmo bigio, risalente al XVI secolo.

Antonio CANOVA, ‘700 – ‘800, scultura, marmo di Carrara, h cm 92, con il letto cm 160. L’opera fu commissionata nel 1804 al celebre scultore veneto, dal principe Camillo Borghese (1775-1832) in onore della sua giovane moglie, sorella minore dell’imperatore Napoleone Bonaparte. non senza destare un certo scalpore fra i contemporanei, la principessa vestì le sembianze della dea Venere, vittoriosa nel giudizio di Paride, per esaltare il proprio rango sociale e dinastico e la sua celebrata bellezza.
Paolina (1780-1825) giace seminuda su una dormeuse in legno dipinto decorata da inserti dorati, mentre presenta tra le dita sottili il pomo, attribuito alla dea in segno di riconoscimento della sua supremazia fra le divinità femminili. Grazia antica e artificio compositivo si accordano con la resa naturalistica, quasi pittorica, dei morbidi incarnati e dei veli leggeri che le coprono i fianchi. Dopo essere stata trasportata presso la residenza torinese di Camillo, e in seguito nel Palazzo Borghese di Campo Marzio a Roma, la statua di Paolina giunse nel Casino Pinciano nel 1838; solo dal 1889 tuttavia, fu collocata nella Sala I, in accordo con i temi narrati nella volta con le Storie di Venere ed Enea di Domenico de Angelis (1779).

SALA del DAVID (2): La stanza era denominata “Stanza del Sole“ per la presenza al centro della volta, della Caduta di Fetonte – fulminato da Giove perché incapace di guidare il carro del Sole, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi – realizzato tra il 1775 e il 1777 da Francesco Caccianiga (1700-1781). I quattro medaglioni a metà dei lati, opere di Gioacchino Agricola (notizie 1758-1795), raffigurano invece le conseguenze di tale azione (Apollo riprende il suo corso, Le Eliadi piangono la caduta di Fetonte, L’oscurità copre la terra, Il Vespero tiene le fiaccole verso la terra); allo stesso artista si devono le figure dei putti e degli ignudi, mentre le quadrature prospettiche spettano a Giovanni Battista Marchetti (1730-1800). Al centro si trova il David di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), realizzato tra il 1623 e il 1624. Dopo il 1815, a seguito della ricostituzione della raccolta, vennero collocate nella stanza tre sculture raffiguranti Eracle, poi spostate nel portico e nella terrazza, da cui è derivata anche la denominazione successiva di “Stanza di Ercole”. Già alla fine del XIX secolo le statue dell’eroe vennero sostituite da tre tele: il Sansone in carcere di Annibale Carracci (1560-1609), il David con la testa di Golia di Battistello Caracciolo (ca. 1570-1637) e l’Andromeda di Rutilio Manetti (1571-1639). Tra i dipinti si segnalano due nature morte, attribuite al Maestro di Hartford, attivo a Roma intorno al 1600 (Natura morta con uccelli e Natura morta di fiori, frutta, ortaggi e due lucertole). Lungo le pareti sono disposte numerose sculture antiche, tra cui una lastra di sarcofago con Tiaso marino (III d.C.) e due lati di sarcofago a colonne con le Fatiche di Ercole, opera eseguita in Asia minore intorno al 160 d.C. circa. Al tema di Ercole si collegano altre testimonianze scultoree: la Testa colossale di Eracle ( fine II d.C.), due erme e due statue ritratto di fanciulli che imitano atteggiamenti del semidio (metà II d.C.).

(Dopo) ANDROMEDA liberata da PERSEO. Manetti RUTILIO – pittura del ‘600 – olio su tela – cm 177×120. Il dipinto raffigura il racconto mito-logico, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, nel momento in cui Andro-meda, legata a uno scoglio come vittima sacrificale per la vanità di sua madre Cassiopea, viene attaccata dall’orca marina, inviata da Posei-done su richiesta dalle offese Nereidi. Perseo, innamoratosi di lei, scende a liberarla, secondo un’iconografia particolarmente cara agli artisti tra la fine del XVI e i primi del XVII secolo.

(Dopo) Annibale CARRACCI: SANSONE in Catene – olio su tela – 180×130 cm – ‘400/’500, L’opera, presente nella collezione Borghese almeno dalla metà del XVII secolo, venne dipinta probabilmente a Bologna nel 1594. Non sorprende che negli inventari antichi il dipinto sia stato riferito all’ambito della pittura veneta del Cinquecento, a conferma che, a questa data, Annibale si ispirava allo stile dei maestri veneti. Il soggetto è ripreso dall’Antico Testamento, nel Libro dei Giudici, dove si racconta di Sansone che, legato nella caverna della rupe di Etam dagli uomini di Giuda, è in attesa della vendetta dei Filistei; ai suoi piedi è la mascella d’asino, con cui poco dopo ucciderà mille uomini (Giudici 15,11-13).

(Dopo) Gian Luigi BERNINI: DAVID. – marmo bianco di carrara – 170 cm – ‘600. Bernini raffigura l’eroe biblico nell’istante che precede il lancio della pietra che colpirà il gigante Golia, chiamato dai Filistei per combattere contro l’esercito israelita del re Saul. A terra si trovano la corazza donata dal sovrano e una cetra, consueto attributo dell’eroe, qui significativamente terminante in una testa d’aquila, evidente testimonianza della committenza e dell’intento celebrativo del casato Borghese. La scultura nella parte posteriore non è rifinita, poiché in origine era addossata a una parete della Sala del Vaso, attuale Sala I. Come per l’Apollo e Dafne, tale posizione esaltava nello spettatore la percezione dello sviluppo dell’azione attraverso la torsione del corpo e delle braccia contratte sulla fionda, fino ad arrivare alla visione del volto concentrato nello sforzo del momento (dove, secondo le fonti, andrebbe riconosciuto lo stesso Gian Lorenzo). In origine l’opera era sostenuta da un basamento più piccolo, un accorgimento tecnico che aumentava il coinvolgimento dello spet-tatore nello spazio dell’azione drammatica.

SALA di APOLLO e DAFNE (3): La sala fu decorata su progetto di Antonio Asprucci (1723-1808) tra il 1780 e il 1785. Il dipinto al centro della volta, Amore colpisce Apollo con la freccia della passione amorosa, mentre Dafne è colpita da un’altra di segno contrario, è strettamente legato al celebre gruppo berniniano di Apollo e Dafne, da cui la stanza prende il nome. La tela, opera del pittore Pietro Angeletti (1758-1786), rappresenta i diversi momenti del racconto narrato da Ovidio nelle Metamorfosi. Al centro è raffigurata la metamorfosi di Dafne in albero di alloro, cui assistono Peneo e Gea, genitori della ninfa e alcune divinità fluviali. Allo stesso Angeletti devono attribuirsi le allegorie delle Stagioni, dipinte a monocromo entro finte nicchie, mentre le quadrature prospettiche della volta, composte da nicchie a grisaille tra telamoni e cariatidi, spettano a Giovanni Battista Marchetti (1730-1800). Il gruppo di Apollo e Dafne, realizzato da Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) tra il 1622 e il 1625, era originariamente addossato alla parete confinante con la cappella. Fu trasferito nella posizione attuale alle fine del XVIII secolo, quando l’arredo della stanza venne concepito in relazione alla scultura, come documenta un disegno dell’architetto francese Charles Percier (1764-1838). Un esplicito riferimento ad Apollo è inoltre costituito dalla testa colossale marmorea della divinità, opera del II secolo a.C.. Al tema della metamorfosi riconduce la tela con Apollo e Dafne di Dosso Dossi (ca. 1486-1542), autore anche della Melissa, ispirata all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto (1518 ca).
(Dopo) Gian Lorenzo BERNINI: Apollo e Dafne. – ‘600 – marmo di Carrara – h 243 cm. L’opera rappresenta il momento culminante della metamorfosi di Dafne in albero di alloro. Bernini crea una messa in scena teatrale, nella quale l’occhio dello spettatore segue lo sviluppo della trasformazione: Apollo dopo la corsa ha raggiunto l’amata, che ha già mutato i suoi piedi in radici e le mani e i capelli in un’unica fronda. Lui tenta di afferrarla, ma le sue dita sfiorano non il suo corpo, ma la corteccia dell’albero. Da quel momento l’alloro diventerà caro al dio, che si cingerà il capo con le sue fronde, e sarà considerato attributo di artisti e poeti. In origine la scultura era collocata sul lato della stanza contiguo alla cappella, poggiava inoltre su un basamento più basso dell‘attuale, espediente utile ad aumentare l’effetto scenografico e il coinvolgimento emozionale dello spettatore.

(Dopo) Luteri Giovanni detto Dosso DOSSI: “MELISSA” – ‘400/ ‘500 – olio su tela – cm 170 x 172. Il dipinto è da collocarsi negli anni della prima maturità del pittore ferrarese. Raffigura una donna in primo piano dall’aspetto imponente, che indossa un turbante e abiti sontuosi dai colori sgargianti. Immersa in un paesaggio boschivo, è seduta all’interno di un cerchio in cui sono trascritti simboli che richiamano la Cabala ebraica; nella mano sinistra impugna una fiaccola, mentre con la destra regge una tavoletta con disegni geometrici. La figura femminile è stata identificata con una maga, inizialmente Circe, successivamente Melissa, secondo la descrizione data da Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso (VIII canto 14-15). Melissa libera da malvagi incantesimi alcuni paladini: il riferimento potrebbe trovarsi nelle piccole figure umane appese all’albero sulla sinistra dell’opera. Il restauro ha evidenziato vari pentimenti: sulla sinistra del dipinto, al posto del molosso e dell’armatura c’era una figura maschile stante a cui la maga volgeva lo sguardo. L’opera, verosimilmente, giunse da Ferrara nella collezione di Scipione Borghese intorno al 1607-1608, tramite il cardinale Enzo Bentivoglio.
SALA degli IMPERATORI (4): Il nome della sala, detta anche “Galleria”, deriva dalla presenza dei 18 busti in porfido e alabastro dei Dodici Cesari, con alcune repliche e la dea Giunone, realizzati da un anonimo artista nel XVII secolo e collocati lungo le pareti al principio dell’Ottocento. L’allestimento fu progettato dell’arch. Antonio Asprucci (1723-1808), che concepì un arredo basato sull’accostamento di una grande varietà di marmi. Nell‘ampia volta sono i dipinti di Domenico de Angelis (1735-1804), ispirati alle vicende della ninfa Galatea, narrate da Ovidio nelle Metamorfosi (1778 – 1780) . Al centro si colloca Il trionfo di Galatea, figlia di Nereo, desiderata dal ciclope Polifemo (rappre-sentato sulla sinistra) e amata dal pastore Aci (sulla destra). Nei due ovali laterali sono rappresentati La gelosia di Polifemo, che scaglia un sasso per uccidere Aci, e L’addio di Galatea ad Aci, trasformato in fonte per intervento di Polifemo. La quadratura architettonica, ispirata alla pittura pompeiana, è opera di Giovanni Battista Marchetti (1730-1800), mentre i piccoli medaglioni ovali con i simboli delle Costellazioni, le grisaille circolari con i Segni dello Zodiaco e le personificazioni delle Stagioni spettano a Gioacchino Agricola (notizie 1758-1795). Al di sotto del cornicione della volta sono collocati undici riquadri in stucco, attribuibili a vari artisti e realizzati tra il 1778 e il 1779, raffiguranti scene legate a divinità marine. Le pareti della sala sono decorate da 4 specchia-ture con mosaici raffiguranti grottesche, alternate a lesene marmoree con capitelli in bronzo dorato, in cui sono inseriti riquadri con cammei in stucco su fondo a mosaico azzurro. Nelle pareti si aprono 6 nicchie in cui sono disposte sculture classiche, tra cui la cosiddetta Artemide del tipo Borghese in marmo pentelico (120-130 d.C.). I 4 grandi vasi di marmo con raffigurazioni di putti, Allegoria delle quattro stagioni, furono eseguiti nel 1785 da Massimiliano Laboreur (1739-1812) e Lorenzo Cardelli (attivo seconda metà del XVIII secolo). Il tema delle stagioni ritorna anche nelle maschere in bronzo dorato, opera di Luigi Valadier (1726-1785), che ornano i preziosi tavoli ottagonali in porfido. Al centro della sala è collocato Il Ratto di Proserpina, prima opera autografa di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), che la realizzò in un unico anno tra il 1621 e il 1622.

(Sopra) Gian Lorenzo BERNINI: “Ratto di PROSERPINA” – Scultura – ‘600 marmo bianco – altezza cm 255. L’opera raffigura il rapimento di Proserpina per mano di Plutone, dio degli Inferi. Il mito, narra del rapimento della fanciulla sulle rive del lago di Pergusa, nelle vicinanze di Enna. La madre Cerere, dea delle messi, folle di dolore, ridusse alla siccità la terra, costringendo Giove a intercedere presso Plutone per consentire alla giovane di tornare da lei per sei mesi l’anno. Bernini rappresenta il momento culminante dell’azione: il dio fiero e insensibile sta trascinando Proserpina nell’Ade, i muscoli sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo che si sta divincolando, tanto che le mani di Plutone affondano nella sua carne. Ma la verità dell’azione, ricercata attraverso lo studio profondo dei modelli antichi, la forza plastica, l’intensità espressiva della fanciulla, non trovano riscontro nelle opere contemporanee. Dopo la morte di Paolo V (1621), il gruppo venne donato da Scipione al suo successore Ludovico Ludovisi, cardinal nepote di Gregorio XV (1621-23), raffinato collezionista e proprietario di una villa, purtroppo scomparsa, che da Porta Pinciana giungeva quasi alla zona della Stazione Termini, dove rimase fino al passaggio allo Stato Italiano.

SALA dell’ERMAFRODITO (5): La sala prende il nome dalla famosa scultura dell’Ermafrodito, copia romana del II secolo d.C. da un originale di Policleto, attualmente conservata al Museo del Louvre di Parigi. L’opera, rinvenuta nel 1609 durante gli scavi per la costruzione della chiesa di Santa Maria della Vittoria, fu restaurata nel 1620 da Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), che trasformò il naturale appoggio marmoreo in un materasso sul quale la figura era mollemente adagiata. Dopo la vendita della collezione archeologica a Napoleone, nel 1807, l’Ermafrodito fu sostituito con un esemplare simile in marmo di Paro, risalente al II secolo d.C. , restaurato da Andrea Bergondi (1721?-1789?), che ne modificò il giaciglio marmoreo nell’attuale materasso, a imitazione del modello berniniano. I dipinti della volta raccontano il mito di Ermafrodito, figlio di Ermes e Afrodite. Secondo il racconto poetico di Ovidio nelle Metamorfosi (IV libro) la duplice natura del giovane fu determinata dall’unione forzata con la ninfa Salmaci. I quadri in olio su tela sono opera di Nicola Buonvicini (secolo XVIII) che li eseguì tra il 1781 e 1782, durante il rinnovamento settecentesco della palazzina pinciana. Gli ornati a riquadri e la pittura murale spettano a Giovan Battista Marchetti (1730-1800), mentre i 16i putti in stucco sono di Vincenzo Pacetti (1746-1820). La sala ospita altre sculture antiche di notevole valore e interesse, quali la Testa di Kore in marmo pario risalente al IV secolo a.C., realizzata in Magna Grecia e la Vasca in porfido del II-III sec. d.C., eseguita probabilmente per il Mausoleo di Adriano, successivamente usata come fontana nel parco, e poi rilavorata nel 1779 su disegno dell’architetto Asprucci (1723-1808). Il pavimento è arricchito da mosaici antichi provenienti da Castellarcione, una tenuta dei Borghese in prossimità della via Tiburtina, raffiguranti Scene di pesca, databili tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C. Completano la decorazione della sala 4 tele a olio del XVI secolo raffiguranti paesaggi, di Paul Brill (1554-1626) e aiuti e di Frederick van Valckenborch (1566-1623), e lo straordinario Vaso in alabastro a tartaruga di Antoine Guillaume Grandjacquet (1731-1801), collocato sopra la statua dell’Ermafrodito.


(Sopra) Paul BRILL: “PAESAGGIO con PASTORI” – ‘400/’500 – Pittura – Olio su tela – cm 66×90. Il paesaggio del dipinto, ispirato alla campagna romana, vede la presenza di due pastori in atto di scrutare il cielo, con accanto capre e pecore. A sinistra sono grandi alberi, dal fogliame caratterizzato da violenti contrasti di luce e ombra. L’orizzonte del paesaggio, osservato dal basso verso l’alto, è tipico della pittura fiamminga. Questa caratteristica è presente nei dipinti di Brill fino all’inizio del Seicento, periodo in cui va riferito il quadro.
(Sotto) Paul BRILL: “PAESAGGIO con TEMPIO CLASSICO e CACCIATORE” – ‘400/’500 – Pittura – Olio su tela – cm 84×111. Il dipinto raffigura un tema più volte trattato da Brill e dagli altri pittori fiamminghi a Roma sullo scorcio del Cinquecento: il Tempio della Sibilla di Tivoli. Attraverso le sperimentazioni dell’artista belga nascono alcune tipologie di paesaggio, con rovine classiche e con scene di caccia, che saranno praticate per tutto il XVII secolo. Il quadro riprende una composizione precedente, eseguita intorno al 1600, periodo nel quale il pittore dipinge con attenzione luoghi archeologici.

SALA di ENEA e ANCHISE (6): La sala era denominata “Stanza del Gladiatore” per la celebre scultura di Agasia di Efeso (un atleta o un guerriero combattente con il braccio sinistro proteso in avanti in posizione di attacco) del I secolo a.C., ritrovata agli inizi del Seicento vicino Roma e trasferita a Parigi nel 1808. Al tema della celebrazione della forza fisica e del coraggio, legati all’antico capolavoro, venne ispirato l’allestimento della sala, cui venne aggiunto un ricco corredo di statue e bassorilievi, colonne e pilastri di breccia corallina con capitelli in cui Luca Cardelli (attivo nella seconda metà del secolo XVIII), intagliò gli emblemi araldici della famiglia Borghese: l’aquila e il drago. Si collegano allo stesso tema i due dipinti di Jean Baptiste Tierce (1737-1794), eseguiti tra il 1782-1783, che raccontano le gesta incaute di due atleti, Polidamante di Scotussa e Milone di Crotone, narrate da Pausania (VI libro, capp. V e XIV), vittoriosi nelle gare di Olimpia, ma vittime della loro stessa forza. La tela della volta venne affidata al francese Laurent Pécheux (1729-1821) che dipinse il Concilio degli dei, datata tra il 1777 e il 1783, raffigurante Giove tra le divinità favorevoli e contrarie alla guerra di Troia. Le decorazioni proseguono negli ornati con trofei e armi di Giovan Battista Marchetti (1730-1800) e nei bassorilievi in stucco in cui appaiono Coribanti che danzano con elmo e scudo, ideati da Vincenzo Pacetti (1758-1826) e realizzati da Costantino Mazzoni (attivo nella seconda metà del secolo XVIII). Nel 1888 venne trasferito nel centro, al posto del Gladiatore, il gruppo marmoreo con Enea e Anchise di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) che l’artista realizzò in collaborazione con il padre Pietro (1562-1629), tra il 1618 e il 1620. L’eroe, in fuga da Troia in fiamme, porta sulle spalle il vecchio padre con i Lari tutelari, seguito dal figlio Ascanio. Nella sala, sempre di Bernini, è La Verità, opera allegorica realizzata intorno al 1647-1648, che prevedeva anche la figura del Tempo, lasciata incompleta per la morte dell’artista (1680), che la realizzò in un momento particolarmente difficile della sua vita.

(Sopra) Gian Lorenzo BERNINI: “ENEA, ANCHISE e ASCANIO. – ‘600 – Scultura – Marmo – altezza 220 cm. L’eroe ENEA, in fuga da Troia in fiamme, porta sulle spalle il vecchio padre con i Lari tutelari, seguito dal figlio Ascanio.

(Sopra): La Verità fu realizzata dall’artista per sé e per i suoi eredi, in un periodo difficile della sua carriera, culminato con l’abbattimento di uno dei campanili da lui progettati per la Basilica di San Pietro e con l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo X Pamphilj (1644-1655), che gli preferì come architetto Francesco Borromini (1599-1667). Il gruppo scultoreo, rappresentante l’allegoria della Verità svelata dal Tempo, non fu mai portato a termine. Alla morte dell’artista il grande blocco di marmo destinato alla realizzazione del Tempo in volo, rivelatore della Verità, fu venduto dagli eredi. La fanciulla, seduta su un masso roccioso, tiene nella mano destra il sole e poggia la gamba sinistra sul globo terrestre, secondo un’iconografia già canonizzata nella celebre Iconologia di Cesare Ripa (1600). Del gruppo scultoreo sono noti numerosi disegni autografi; nella figura della Verità si possono riconoscere dei legami con l’incompiuta Allegoria della Virtù di Correggio (Antonio Allegri) (1489-1534) conservata presso la Galleria Doria Pamphilj di Roma. Qui la dovette conoscere Bernini, che riuscì poi a riguadagnare i favori del pontefice Innocenzo X, strap-pandogli la commissione della Fontana dei Fiumi (1648/51).
SALA EGIZIA (7): L’ambiente, poi preso d‘esempio per le successive stanze egizie nei palazzi romani, fu appositamente studiato dall’architetto Antonio Asprucci (1723-1808), tra il 1779 e il 1782 per ospitare le statue egizie della collezione. Al centro della volta è raffigurato il Fiume Nilo con i suoi figli, le benefiche inondazioni, e la dea Cibele. Tutt’intorno alla grande tela di Tommaso Maria Conca (1734-1822), entro le quadrature di Giovanni Battista Marchetti (1730-1800), sono dipinte le divinità planetarie: Luna, Giove, Urano, rappresentato da Anubis con testa di cane, Saturno, Venere, Marte, Sole e Mercurio. Immediatamente sotto la cornice della volta 8 dipinti di Conca illustrano le vicende di Antonio e Cleopatra. Lungo le pareti, tra coppie di colonne, sono disposte statue di divinità egizie, orientali e greche. Tra queste la Sacerdotessa di Iside, figura femminile di età augustea con lungo chitone e himátion a doppia balza, restaurata come Iside con l’aggiunta del fiore di loto, il sistro e la brocchetta. Di particolare interesse, inoltre, la Iside in marmo nero (160-180 d.C.), integrata nel Seicento con piedi, braccia e testa coronata di spighe quale Cerere, rappresentata nel momento della sua corsa alla ricerca del corpo dello sposo Osiride. La scultura fu posta in sostituzione della Giunone oggi al Louvre. Al centro della sala fu collocato il Satiro sul delfino, rielaborazione cinquecentesca, con restauri eseguiti ottocenteschi, di un busto risalente al I secolo d.C. , che godette di largo successo tra gli artisti del Cinquecento. Nel pavimento sono inseriti riquadri a mosaico databili al III secolo d.C.: tre Divinità marine e un pannello tratto da un Calendario musivo con la rappresentazione del mese di marzo. Tra gli arredi si segnalano i sei vasi in alabastro orientale su rocchi di granito bigio, realizzati per la sala intorno al 1780.

SALA del SILENO (8): La sala, ultima del pianterreno della Villa, è detta del Sileno in ricordo del gruppo con Sile-no e Bacco bambino, oggi al Louvre, in seguito alla cessione della collezione archeologica a Napoleone nel 1807. L’opera venne sostituita con il Satiro danzante di Bertel Thorvaldsen (1770-1844), che la restaurò aggiungendo i crotali, strumenti musicali simili ai piatti. La decorazione della volta e il disegno architettonico delle pareti risale al 1775-78. Tommaso Maria Conca (1734-1822) è l’autore della tela centrale inserita nella volta, raffigurante il Sacrificio a Sileno, e di due monocromi laterali ad affresco con Sileno ebbro e Sileno restituisce Bacco al Re Mida. Le figure delle baccanti, satiri e sileni sono distribuiti in una elaborata quadratura architettonica di Giovan Battista Marchetti (1730-1800). L‘ambiente è noto per la presenza di 6, dei dodici dipinti di Caravaggio (1571-1610), posseduti in origine dal cardinale. I più antichi sono il Giovane con canestra di frutta e l’Autoritratto in veste di Bacco o Bacchino malato provenienti dal sequestro di Paolo V al Cavalier d’Arpino (1568-1640) (di quest’ultimo sono presenti in sala 2 quadri La cattura di Cristo e Il Ratto d’Europa). I restanti quattro (San Girolamo, la Madonna dei Palafrenieri, San Giovanni Battista e David con la testa di Golia) documentano la fase più matura dell’artista. Si segnalano inoltre opere di pittori tardo-manieristi come Giuseppe e la moglie di Putifarre di Cigoli (1559-1613) e Giuditta con la testa di Oloferne di Giovanni Baglione (1566-1643). I dipinti di Dirck van Baburen (1595-1624), la Cattura di Cristo, e del Maestro del Giudizio di Salomone, Giudizio di Salomone, testimoniano invece il diffondersi dello stile caravaggesco.

(Sopra) MAESTRO del Giudizio di Salomone: “GIUDIZIO di SALOMONE“. – ‘600 – Olio su tela – cm 153,5×201,5. Il soggetto del dipinto, di chiaro stampo caravaggesco, è ripreso dalle Sacre Scritture. Re Salomone, seduto su uno scranno con zampe leonine, è chiamato in causa per stabilire la giustizia tra due puerpere che, abitando nella stessa casa, rivendicano la maternità del neonato vivo, accusandosi reciprocamente di avere partorito l’altro, già morto. Di fronte alla provocatoria decisione del sovrano di dividere in due la creatura, la vera madre rinuncia al figlio purché non sia sacrificato, rivelando così la verità.

(Sopra) Cesari Giuseppe detto Cavalier d’ARPINO: “RATTO di EUROPA”. – ‘600 – Pittura – Olio su tavola – cm 58×45. Il dipinto, di piccolo formato, fa parte della collezione del cardinale Scipione Borghese che, probabilmente, l’acquistò direttamente dall’autore. La scena, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio, è costruita sul binomio formato dai colori complementari, l’azzurro e il giallo, ed è una delle più armoniose composizioni del Cesari. L’artista non appare interessato al dramma della giovane Europa che viene rapita da Giove contrariamente alla sua volontà, ma si limita a ritrarre il momento del rapimento, il trasporto per mare, una rappresentazione finalizzata a produrre un effetto piacevole.


