Il Giro delle Chiese

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PISA: PULPITI del DUOMO e del BATTISTERO di PISA

Ecco due bei Pulpiti di Nicola Pisano. Nell’immagine in evidenza: L’aquila, Pulpito del Battistero.

Il PERGAMO (Pulpito o Ambone), capolavoro di Giovanni PISANO (1302-1310), sopravvissuto all’incendio, fu però smontato durante i lavori di restauro e non fu rimontato fino al 1926. Dimensione: 4,61 m; Materiali: marmo di Carrara, porfido e marmo africano. Con la sua articolata struttura architettonica e la complessa decorazione scultorea, l’opera è una delle più vaste narrazioni per immagini trecentesche che riflette il rinnovamento ed il fervore religioso dell’epoca. Nelle formelle, leggermente ricurve, sono scolpiti con un linguaggio espressivo gli episodi della Vita di Cristo. La struttura è poligonale, come negli analoghi esempi precedenti, nel battistero di Pisa, nel duomo di Siena e nella chiesa di Sant’Andrea di Pistoia, ma per la prima volta i pannelli sono leggermente incurvati, dando un’idea di circolarità nuova nel suo genere. Altrettanto originali sono:

– la presenza di cariatidi, figure scolpite al posto delle semplici colonne, che simboleggiano le Virtù; – l’adozione di mensole a volute in luogo degli archetti per sostenere il piano rialzato; – il senso di movimento, dato dalle numerosissime figure che riempiono ogni spazio vuoto. Per queste qualità unite alla sapiente arte narrativa delle nove scene è generalmente considerato il capolavoro di Giovanni e più in generale della scultura gotica italiana. Il pergamo commissionato a Giovanni sostituì uno precedente, realizzato da Gugliel-mo (1157-1162), che fu inviato nel duomo di Cagliari. Non essendoci documentazione di come fosse il pergamo prima dello smantellamento, esso è stato ricostruito in una posizione diversa da quella originaria e, sicuramente, con le parti non nello stesso ordine e orientamento di come era stato pensato. Non si sa se possedesse o meno una scala sempre in marmo.

Con la sua articolata struttura architettonica e la complessa decorazione scultorea, l’opera è una delle più vaste narrazioni per immagini trecentesche che riflette il rinnovamento ed il fervore religioso dell’epoca. Nelle formelle, leggermente ricurve, sono scolpiti con un linguaggio espressivo gli episodi della Vita di Cristo:

1) Annunciazione, Visitazione e Nascita del battista

2) Natività e Annuncio ai pastori

2) Sogno e adorazione dei Magi

3) Presentazione di Gesù al tempio e Fuga in egitto

4) Strage degli Innocenti

5) Bacio di Giuda, Incoronazione di spine, Flagellazione

6) Crocifissione

7) Giudizio Universale (nei due riquadri degli Eletti e dei Dannati con al centro Cristo Giudice.

Il Pulpito fu scolpito e firmato fra il 1255 e il 1260 da Nicola PISANO, padre di Giovanni Pisano con scene della Vita di Cristo per il Battistero cittadino. E’ un’opera articolata e complessa cui iniziò a lavorare probabilmente già dal 1257. Dell’attività dell’artista sino a quel momento poco sappiamo: certo non si può sostenere che egli abbia esordito con un simile capolavoro. Il Pulpito del Battistero di Pisa è il primo di questo genere in Toscana e abbandona il tradizionale schema romanico per trasformarsi in un piccolo ed elegante organismo architettonico autonomo. I pulpiti, sino ad allora, erano stati a pianta quadrata o rettangolare, come il Pulpito di Guglielmo, che si trovava nel Duomo di Pisa (e che venne poi trasferito nel Duomo di Cagliari, dove attualmente si trova, diviso in due parti) e come in Abruzzo.

La struttura del pulpito di Nicola è invece a pianta esagonale ed è sorretta da colonne corinzie, una centrale, sostenuta da tre telamoni, e sei laterali, tre delle quali sostenute da leoni stilofori. La balaustra è composta da cinque lastre a bassorilievo in marmo bianco di Carrara, chiaramente ispirate ai pannelli frontali dei sarcofagi romani. Sul sesto lato, che è privo di balaustra, si trova l’apertura di accesso al pulpito. I pannelli sono separati fra di loro da pilastrini tristili in granito rosso (così chiamati perché formati ciascuno da tre colonnine). In corrispondenza delle colonne sono rappresentati altri soggetti che simboleggiano Le Virtù. Le scene sul pulpito e specialmente la figura dell’Ercole nudo mostrano bene come l’influsso classico rendesse Nicola un precursore del rinascimento. Si fa notare come nella taglia (bottega) di Nicola si sia formato il gotha degli scultori del Due-Trecento italiano, a cominciare da Tino di CAMAINO e Arnolfo di CAMBIO.

L’iconografia dell’opera è piuttosto complessa e certo fu concordata con un teologo. Il pulpito, infatti, fornisce una descrizione dell’Universo, interpretato come Domus Dei (casa di Dio). I leoni rappresentano il mondo terreno, la Domus Dei inferior (casa inferiore di Dio); le colonne, sette come i sacramenti, simboleggiano la Chiesa o Domus Dei exterior (casa esteriore); le Virtù, i Profeti, gli Evangelisti, la cui sapienza aiuta il fedele a intuire l’esistenza di Dio, simboleggiano la Domus Dei interior (casa interiore), mentre le storie evangeliche scolpite nelle lastre sono la visione della divinità incarnata in Cristo e dunque emblema del Paradiso, la Domus Dei superior (la casa superior’). Nicola Pisano enfatizzò questi contenuti teologici con il suo linguaggio plastico potente e solenne, attraverso le sue figure equilibrate e composte, prive di quella sottile tensione drammatica che invece è presente nella scultura francese e germanica.

Nonostante il panneggio spezzato e angoloso, nonostante le proporzioni delle figure, differenziate secondo l’importanza della singola scena, o l’evidente mancanza di unità narrativa, la ricerca dell’artista si indirizza con grande sicurezza verso il recupero della tradizione antica. La Vergine richiama con evidenza alcuni modelli romani, che l’artista ben conosceva: è dunque consapevolmente “classica”, sia per la solidità della sua figura sia per la nobiltà dell’atteggiamento.

Dopo: ADORAZIONE dei RE MAGI. Nell’Adorazione dei Magi la Vergine ricorda la figura mitologica di Fedra, presente in un sarcofago classico conservato nel Camposanto di Pisa. Maria qui appare persino più plastica, più solida, più nobile e vitale dei suoi modelli antichi. Si noti come sono ben costruiti i cavalli visti di scorcio.

La Presentazione al Tempio è la scena del ciclo più colta e più ricca di citazioni: il Sommo Sacerdote sulla destra, sostenuto da un ragazzo, richiama palesemente la figura di Dioniso del cosiddetto Vaso del Talento, appartenente anch’esso alla collezione situata presso il Camposanto.

Dopo a Sinistra: la Crocifissione: Gesù è mostrato inchiodato a una croce di tronchi non piallati, il Lignum vitae o Albero della vita, così come suggeriva un opuscolo di meditazioni di Bonaventura da Bagnoregio, teologo nonché biografo di San Francesco, secondo cui l’antichissimo tema dell’albero della vita (che, secondo alcune tradizioni religiose, Dio pose nel Giardino dell’Eden assieme all’albero della conoscenza del bene e del male) si identifica con la croce di Cristo. Il teatrale svenimento di Maria ai piedi della croce, un tema di assoluta novità (in quanto derivato da fonti letterarie francescane), è ritenuto necessario per coinvolgere i fedeli nella narrazione sacra, per suscitare in loro una commozione da cui trarre insegnamento morale. D’altro canto, tutta la casistica di atteggiamenti proposta dai personaggi è finalizzata a rendere teologicamente inappuntabile la raffigurazione della pagina evangelica.

(Prima a Destra) Soldati e Farisei: Si passa dal notevole pathos espresso da Giovanni, che compie il “gesto del dolore” portando la mano al petto, all’atto del soldato ebreo che alza al cielo un dito minaccioso (si riconosce per il talith, il tipico scialle ebraico che gli avvolge la testa, e per la grande spada), alla posa dubbiosa del fariseo più a destra che si tocca pensoso la barba. Non manca, tra gli ebrei, così come racconta l’evangelista Luca, chi torna a casa rendendosi conto che «veramente quest’uomo era giusto» (Lc 23, 37), come testimonia l’ultima figura a destra che, sbilanciata verso l’esterno (giacché sta andando via), si volta battendosi il petto per esprimere rimorso.

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