Alla fine del XVI secolo, i Borghese, una ricca famiglia di Siena, acquisì un terreno a nord di Roma, fuori Porta Pinciana, per creare gradualmente un immenso parco. Nello stesso periodo, la famiglia Borghese estese la sua influenza nell’aristocrazia romana, soprattutto quando Camillo Borghese fu eletto Papa nel 1605 sotto il nome di Paolo V. La famiglia intraprese così importanti opere di costruzione: una villa nel suo parco del Pincio. Nel 1902 venne trasformata in Museo, a seguito dell’acquisizione da parte dello Stato italiano delle raccolte facenti parte del Fidecommisso Borghese. Nell’immagine in evidenza: “ULTIMA CENA”, Da PONTE Jacopo detto Jacopo BASSANO.

SALA dei BACCANTI (12): La decorazione del piccolo ambiente venne affidata nel 1790 a Felice Giani (1758-1823), attivo anche nelle due sale precedenti. La volta è suddivisa in riquadri geometrici, definiti da cornici e racemi vegetali, che accompagnano la struttura della botte ribassata. Al centro è raffigurata l’Allegoria della Fama, fiancheggiata da due putti con aquile, elemento araldico dello stemma Borghese. I paesaggi con rovine ai quattro lati, entro tondi e ovali, spettano con ogni probabilità a Giovanni Campovecchio (1754-1804), collaboratore di Giani. La tipologia della decorazione, elegante e di raffinato gusto antiquario, riflette l’interesse per gli ornati delle antiche dimore romane e per le pitture pompeiane che proprio in quegli anni venivano riportate alla luce. Nella sala sono riuniti dipinti di artisti fiorentini e bolognesi della fine del Quattrocento – inizi del Cinquecento, che si affacciarono al nuovo secolo rielaborando modelli della pittura peruginesca e di quella toscana a loro coeva. Di particolare interesse le Storie di Giuseppe ebreo di Francesco Ubertini detto il Bachiacca (1494-1557), provenienti dalla camera nuziale del fiorentino Pierfrancesco Borgherini, le tavole raffiguranti la Madonna col Bambino, san Giuseppe e san Giovannino di Giovanni di Lorenzo Larciani (1484-1527), già Maestro dei paesaggi Kress, e la Madonna col Bambino e san Giovannino di Alonso Berruguete (1486-1561), esponenti di quel filone eccentrico che rappresentò un’importante componente della prima Maniera fiorentina.

(Prima) LEONARDO da VINCI: “LEDA – Copia”. – ‘400/’500 – Tempera su tavola – cm 115×86. Il dipinto, lungamente considerato autografo di Leonardo, costituisce in realtà una delle copie più significative della perduta Leda, ricordata dalle fonti in Francia nel 1625. L’opera, celebratissima ai suoi tempi, rivisitava il mito antico dell’amore di Giove, trasformato in cigno, per Leda; costituiva una riflessione del Maestro sul tema delle forze della Natura, già indagate, nella loro perenne mutazione, nello sfondo della Gioconda. Nella composizione Borghese l’uovo quasi nascosto dall’erba ne è il centro simbolico, cui fa da contrappunto la figura della Leda, ancora stretta nell’abbraccio dell’amante. Le 9 copie dell’opera attualmente note dimostrano la fortuna del tema.

(Prima) Marco d’OGGIONO: “CRISTO Benedicente”, attribuito. – ‘400/’500 – Olio su tavola – cm 34×26. La tavola fu tra i primi dipinti a entrare in Galleria col nome di Leonardo, attribuzione mantenutasi inalterata fino a tempi recenti, quando è stata concordemente assegnata a Marco d’Oggiono. L’adesione dell’opera ai dettami leonardeschi è tale che se n’è supposta la derivazione da un prototipo del Maestro; più verosimile è l’ipotesi che il dipinto sviluppi in modo compiuto i suggerimenti di una serie di schizzi lasciati da Leonardo e personalmente reinterpretati dall’artista. Suggestivo il taglio iconografico dell’opera, che recupera l’immagine dalla tradizione bizantina del Cristo Pantocrator; il gesto della mano benedicente allude al mistero della Trinità divina. La vicinanza alla lezione leonardesca trova una significativa conferma nella resa minuziosa e fedele della superficie terrestre, aggiornata sulle nuove conoscenze apportate dalle esplorazioni di fine secolo.

(Prima) BERNARDINO LUINI: Sant’AGATA” copia – ‘400/’500 – Olio su tavola – cm 60×45. Ricordata nell’inventario del 1693 quale opera autografa di Leonardo, il dipinto documenta la predilezione di Scipione Borghese per la pittura lombarda. La Sant’Agata deriva da un originale di Bernardino Luini ora smarrito ma prossimo all’esemplare della collezione Spiridion di Parigi. La fattura dell’immagine e la sua esecuzione denunciano influenze leonardesche. Agata, martire nel 251, mostra l’attributo del suo supplizio, le mammelle che le vennero strappate con le tenaglie prima di venire gettata sui carboni ardenti.
SALA della FAMA (13) La decorazione del piccolo ambiente venne affidata nel 1790 a Felice Giani (1758-1823), attivo anche nelle due sale precedenti. La volta è suddivisa in riquadri geometrici, definiti da cornici e racemi vegetali, che accompagnano la struttura della botte ribassata. Al centro è raffigurata l’Allegoria della Fama, fiancheggiata da due putti con aquile, elemento araldico dello stemma Borghese. I paesaggi con rovine ai quattro lati, entro tondi e ovali, spettano con ogni probabilità a Giovanni Campovecchio (1754-1804), collaboratore di Giani. La tipologia della decorazione, elegante e di raffinato gusto antiquario, riflette l’interesse per gli ornati delle antiche dimore romane e per le pitture pompeiane che proprio in quegli anni venivano riportate alla luce. Nella sala sono riuniti dipinti di artisti fiorentini e bolognesi della fine del Quattrocento – inizi del Cinquecento, che si affacciarono al nuovo secolo rielaborando modelli della pittura peruginesca e di quella toscana a loro coeva. Di particolare interesse le Storie di Giuseppe ebreo di Francesco Ubertini detto il Bachiacca (1494-1557), provenienti dalla camera nuziale del fiorentino Pierfrancesco Borgherini, le tavole raffiguranti la Madonna col Bambino, san Giuseppe e san Giovannino di Giovanni di Lorenzo Larciani (1484-1527), già Maestro dei paesaggi Kress, e la Madonna col Bambino e san Giovannino di Alonso Berruguete (1486-1561), esponenti di quel filone eccentrico che rappresentò un’importante componente della prima Maniera fiorentina.

(Prima) STORIE DI GIUSEPPE EBREO: GIACOBBE APPRENDE LA NOTIZIA DELLA PRESUNTA MORTE DI GIUSEPPE. Antonio di Donnino del Mazziere – ‘400/’500 – Olio su tavola – cm 78 x 173. Entrato nella raccolta piuttosto tardi come opera di autore ignoto, il dipinto è stato a lungo associato al nome del Bachiacca sulla base di analogie con le Storie di Giuseppe realizzate dall’artista e conservate in Galleria L’attribuzione è oggi per lo più attestata sul nome di Antonio di Donnino del Mazziere.

(Prima) PIPPI Giulio detto Giulio ROMANO: “Testa di MADONNA”. -‘400/’500 – Olio su tavola – cm 52,5×40. Ritenuta a lungo copia di dimensioni maggiori della Madonna della Perla, l’opera è oggi considerata tra i prodotti della bottega di Giulio Romano eseguita sulle suggestioni di Raffaello e Leonardo. La resa del modellato del viso, delle chiome e del panneggio giustifica la sua esclusione dal catalogo del maestro.
(Dopo) RAIBOLINI Francesco detto Francesco FRANCIA: “Madonna col Bambino nel giardino di rose” – ‘400/’500 – Olio su tavola – cm 86×64. La tavola venne eseguita dal Francia per Dorotea Fantuzzi (m. nel 1589), entrata del convento domenicano di S. Maria Maddalena a Bologna nel 1518. L’ingresso nella vita religiosa della committente, si mostra utile ai fini della datazione del dipinto Borghese, citato in collezione solo a partire dal 1833. L’opera non si discosta dalla produzione dell’arti-sta, sempre impegnato in composizioni dolci ed equilibrate, ma di scarsa forza emotiva, in cui largo dovette essere l’intervento della bottega.

LOGGIA di LANFRANCO (14): La sala in origine si presentava come una loggia aperta verso i giardini segreti, nella seconda metà del Settecento però, l’ambiente venne chiuso per garantire la conservazione della volta con il Concilio degli Dei, dipinta tra il 1624 e il 1625 da Giovanni Lanfran-co (1582-1647). Il Concilio degli Dei, insieme all’Assunta di Claude Deruet (1588-1660) nella cappella al piano terra, costituisce l’unico brano pittorico superstite della decorazione secentesca della villa, i cui ambienti furono totalmente rinnovati nel secolo successivo su iniziativa di Marcantonio IV Borghese. Al XVII secolo appartiene anche la quasi totalità delle opere conservate nella sala che esemplificano le due principali correnti pittoriche del primo Seicento: da una parte la ripresa di uno stile classico di matrice carraccesca, come i 4 tondi di Francesco Albani (1578-1660) con L’acconciatura di Venere, Venere nella fucina di Vulcano, Venere e Adone, Il trionfo di Diana e i Paesaggi di Giovan Francesco Grimaldi (1606-1680) e Giovan Battista Viola (1570/76-1622) e, dall’altra, l’intenso naturalismo caravaggesco espresso da violenti contrasti chiaroscurali, come in Lot e le figlie di Giovanni Francesco Guerrieri (1589-1657), ne Il figliol prodigo di Giovan Francesco Barbieri detto Guercino (1591-1666) e nelle due rappresentazioni di Concerto, di Gerrit van Honthorst (1590-1656) e di Lionello Spada (1576-1622). Qui si conservano anche numerose opere di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680): il Busto di Paolo V Borghese, le due celebri versioni del Busto del cardinale Scipione Borghese; la Capra Amaltea, opera giovanile e il bozzetto in terracotta per il Monumento equestre di Luigi XIV eseguito a più di settant’anni. Sono presenti anche tre dipinti dello stesso artista, il Ritratto di fanciullo, l’Autoritratto in età matura e l’Autoritratto giovanile.
(Dopo) “BATTAGLIA” di Salvatore ROSA – ‘600 – Olio su tela – cm 72×132,5. La battaglia, tema caro all’attività pittorica di Salvator Rosa, fu uno dei suoi soggetti preferiti fin dagli esordi presso le botteghe del Ribera e di Aniello Falcone, con i quali è infatti possibile istituire alcune analogie stilistiche. Salvator Rosa è celebre per scene di battaglia che creano al centro un apice drammatico, con le soluzioni d’effetto dei polveroni che si alzano minacciosi in mezzo alla mischia e che, come in questo caso, diventano il perno prospettico sul quale si struttura l’intera composizione

(Dopo) “la Battaglia di FURIO CAMILLO” di Gaspare CELIO – ‘600 – Olio su tavola – cm 56×140,5. L’appartenenza della tavola a Scipione Borghese è desumibile da una Memoria che Gaspare Celio, autore del dipinto come dimostra la sua firma in basso a destra, scrive nel 1620. La datazione del quadro è circoscrivibile agli anni 1612 – 1613, periodo nel quale l’artista ricevette l’investitura dell’Ordine di Cavaliere di Cristo. Nello stendardo in alto a destra è presente un’iscrizione, “SPQR / F. Camil. / R. Dictat.”, che identifica il soggetto come la Battaglia di Furio Camillo contro i Galli o i Veienti.

(Dopo) “CRISTO Deposto” di Marcantonio BASSETTI – ‘600 – Olio su tela – cm 48×39. Il pittore è documentato a Roma insieme ad Alessandro Turchi, con cui lavora per Scipione Borghese nella Villa e per opere da cavalletto, come questo Cristo deposto, in cui sono ancora leggibili, nei bagliori luminosi, le ascendenze venete. Il volto della Madonna, com’è stato notato, si rifà agli esempi di Girolamo Savoldo. Pur nella sua fedeltà alla sua formazione, avvenuta in area veronese, Bassetti si lega in quest’opera all’ambiente caravaggesco romano.


(Sopra) “CRISTO morto con la MADONNA e gli Angeli” di Alessandro TURCHI detto ORBETTO – ‘600 – Olio su lavagna – cm 42×53. Il dipinto venne eseguito da Turchi probabilmente tra il 1616 e il 1617 quando, da parte di Scipione Borghese, gli vengono corrisposti pagamenti per quadri non specificati. Un “Cristo morto in pietra”, senz’altro da identificare con questo dipinto, è anche citato da Manilli nel 1650. Si tratta di una delle prime opere del pittore veronese a Roma, eseguita su lavagna, un tipo di pietra nera che conferisce un aspetto scintillante alla materia pittorica. Il Cristo è circondato da angeli che ne piangono la morte e dalla Maddalena che gli sorregge una mano. Gli accenti patetici del dipinto, sottolineati dalla teatralità dei gesti, mostrano l ‘ideale di compostezza e armonia al quale Turchi rimane fedele in tutta l’evoluzione del suo stile, dal manierismo veronese, al caravaggismo romano, al renismo degli ultimi anni. Al dipinto vanno accostati la Resurrezione di Lazzaro e il Cristo nel sepolcro, opere eseguite da Turchi nello stesso periodo e ancora oggi conservate nella Galleria Borghese.
(Dopo) “Il trionfo di DIANA (l’inverno) di Francesco ALBANI – ‘600 – Olio su tela – diametro cm 154. Nell’opera i putti sono ormai addormentati, le ninfe di Diana sono riuscite a disarmarli e si apprestano a togliere dall’albero lo scudo, bersaglio dei loro giochi. La casta Diana domina la scena dall’alto; è lei la vincitrice sulla futile bellezza di Venere.


(Sopra): “Paesaggio con Pescatori” di Giovan Francesco GRIMALDI – ‘600 – Olio su rame – cm 45,5×68,5. L’opera fa parte della serie con quattro paesaggi su rame, e venne acquistata dal principe Giovan Battista Borghese nel 1678. In quello stesso periodo l’artista era impegnato nella prestigiosa decorazione della galleria del Palazzo Borghese a Campo Marzio. Nei dipinti le figure, tutte di non grandi dimensioni, non sono che un pretesto: il vero protagonista è il paesaggio, genere nel quale il bolognese Giovan Francesco Grimaldi, proseguendo la via intrapresa da Annibale Carracci e Domenichino, dimostrò notevole bravura.
(Dopo): “Paesaggio con scena sotto una Tenda” di Giovan Francesco GRIMALDI – ‘600 – Olio su rame – cm 45,5×68,5. Nei due dipinti le piccole figure non sono che un pretesto, il vero protagonista è il paesaggio, genere nel quale il pittore bolognese eccelse. Nell’opera è rappresentata sulla destra una tenda, sotto cui si sta svolgendo un pasto, come indicano piatti e bicchieri presenti a terra e nelle mani degli allegri convitati.


(Dopo) “AUTORITRATTO” di Gian Lorenzo BERNINI – ‘600 – Olio su tela – cm 38×30. Si tratta di un autoritratto dell’artista all’età di circa 25 anni. Le fattezze del volto sono infatti assai simili a quelle del suo celebre autoritratto in marmo: il volto del David, commissionatogli da Scipione Borghese e ultimato nel 1623. La composizione del dipinto, nonostante l’eleganza dell’immagine, tradisce la preminente attività scultorea dell’artista. Il dipinto, insieme agli atri due della Galleria Borghese, l’Autoritratto in età matura e il Ritratto di fanciullo, costituisce un’importante testimonianza dell’attività pittorica dell’artista.


SALA dell’AURORA (15): La decorazione della volta fu realizzata da Domenico Corvi (1721-1803) nel 1782. Al centro 3 tele rappresentano l’Allegoria dell’Aurora, i Crepuscoli dell’Alba e del Vespro. Medaglioni con segni zodiacali, busti di filosofi e finti bassorilievi monocromi con le stagioni e le relative allegorie, sono inseriti entro scomparti geometrici eseguiti da Giovan Battista Marchetti (1730-1800). Sulle pareti sono decorazioni a grottesche su fondo oro con mesi, segni zodiacali e 24 medaglioni con effigi degli uomini illustri dell’antichità. Il tema dominante della decorazione è lo scorrere del tempo, attraverso il giorno, i mesi e le stagioni. Nella sala sono opere di artisti dell’area lombardo-veneta e ferrarese della prima metà del Cinquecento, tra queste si segnalano l’Ultima Cena, l’Adorazione dei pastori e Pecora e agnello di Jacopo Bassano (1515 ca.-1592), il Ritratto di giovane e Tobiolo e l’angelo di Giovanni Girolamo Savoldo (1480 ca.- post 1548). Qui sono inoltre cinque dipinti di Dosso Dossi (1490 ca.- 1542), affiancati a opere del fratello Battista (1497-1548) e del figlio Evangelista (? – 1586), che sottolineano la passione del cardinal Scipione per la pittura ferrarese del Cinquecento. Al centro è la scultura in marmo nero antico di Alessandro Algardi raffigurante l’allegoria de Il Sonno, ispirato a un prototipo ellenistico di bambino dormiente.

(Sopra) “Battaglia di Tullio OSTIGLIO contro i Veienti” di Cesari Giuseppe detto Cavalier d’ARPINO. – ‘600 – Olio su tela – cm 66,5×89. Il dipinto, così come la Venere incoronata da Amore, il San Giovanni Battista e la Cattura di Cristo, proviene dal sequestro delle opere esistenti nello studio del Cavalier d’Arpino ordina-to da Paolo V nel 1607. È il modello per l’affresco eseguito dall’artista nella Sala degli Orazi e Curiazi nel Palazzo dei Conservatori in Campidoglio. Raffigura la battaglia del re Tullio Ostilio contro i Veienti e i Fidenati con l’episodio drammatico del ritiro degli Albani, confederati dei Romani, ritratti sulla destra della composizione. Il Cesari coglie la battaglia nel momento dello scontro fra le due schiere di cavalieri. Opera collocata nel passaggio tra le sale XV e XVI

(Sopra): “VENERE scopre la bellezza di PSICHE” di Giovanni LUTERI detto Dosso DOSSI – ‘400/’500 – Olio su tela – cm 112×141,5. Il dipinto faceva probabilmente parte del nucleo di opere inviate da Enzo Bentivoglio al cardinale Scipione Borghese nel 1608. Il soggetto rappresentato è stato recentemente identificato con Venere scopre la bellezza di Psiche. L’atmosfera sospesa e una certa ermeticità espressiva nell’atteggiamento dei personaggi sono state interpretate, come per altri dipinti del pittore, in chiave esoterica. L’opera, ritenuta spesso frutto di collaborazione con il fratello Battista Dossi, viene oggi convincentemente ricondotta in modo sostanziale alla mano del Dosso per l’alta qualità del paesaggio e per lo splendido nudo in primo piano, dove sono chiari i riferimenti alle correnti classiciste romane secondo la rielaborazione offerta da Giulio Romano, alla fine del terzo decennio, nella decorazione di Palazzo Te a Mantova.

(Sopra) “ULTIMA CENA” di Jacopo Da PONTE detto Jacopo BASSANO. – ‘400/’500 – Olio su tela – cm 168×270. Il dipinto è stato identificato con la Cena commissionata nel 1546 dal nobile veneziano Battista Erizzo. Per l’alta qualità pittorica e lo straordinario impianto compositivo, l’opera è considerata uno dei capolavori di Bassano. La tela si ispira alla Grande Passione di Dürer, come è possibile notare nella figura del Cristo e nelle pose di alcuni personaggi. Lo spazio chiuso, raccolto fra la quinta architettonica dello sfondo e la movimentata scena in primo piano, evidenzia le particolari fisionomie degli apostoli, lontane da ogni idealizzazione come in altre opere dell’artista. Si noti, infine, l’insieme degli oggetti sulla tavola, che oltre a una fun-zione simbolica, vedi la testa dell’agnello indicata da Cristo, com-pongono indirettamente uno dei primi esempi di natura morta.

(Sopra) “BUSTO di Giovane” di Giovanni Girolamo SAVOLDO. – ‘400/’500 – Olio su tela – cm 59,5×41. Il dipinto, che raffigura un giovane privo di elementi utili alla sua identificazione, entra in collezione Borghese in epoca assai tarda, con attribuzione a Tiziano VECELIO. L’interpretazione del soggetto è ancora incerta, anche per la vicinanza della figura ad altre opere del-l’artista, che come era d’uso utilizzava più volte i medesimi modelli tipologici.
SALA della FLORA (16): La sala deve il suo nome al soggetto dipinto al centro della volta, eseguito da Domenico De Angelis (1735–1804) nel 1785; qui è rappresentata Flora come madre delle piante e dei fiori secondo l’iconografia dei Fasti di Ovidio. Gli elementi prospettici e gli ornati a girali vegetali furono invece eseguiti da Giovan Battista Marchetti (1730–1800). Nel 1786 fu realizzato l’ultimo dei sei camini del primo piano, opera di Luigi (1726-1785) e Giuseppe Valadier (1762-1839), con la collaborazione per la lastra di bronzo dorato, di Antonio De Rossi (attivo nella seconda metà del sec. XVIII) e di Domenico Cialdi (attivo nella seconda metà del sec. XVIII) per il rivestimento interno a piastrelle policrome. I dipinti esposti mostrano l’influenza della maniera michelangiolesca su artisti di diversa provenienza geografica nella seconda metà del Cinquecento.
Tra le opere il Cristo deposto con la Maddalena e due angeli di Marcello Venusti (1512-1579) e l’Adorazione del Bambino di Pellegrino Tibaldi (1527-1596). Dallo studiolo romano di Ferdinando de’ Medici provengono probabilmente le due piccole allegorie di Jacopo Zucchi (1540 ca.-1596 ca.), eseguite su rame.

(Sopra) “ADORAZIONE del BAMBINO*” di Pellegrino PELLEGRINI detto Pellegrino TIBALDI. – ‘400/’500 – Olio su tela – cm 158,5×105,5. La tela apparteneva alla collezione di Scipione Borghese. Firmata e datata, l’Adorazione è uno dei dipinti più rappresentativi del cosiddetto ‘manierismo maturo, affermatosi a Roma verso la metà del XVI secolo. Il dipinto è di fondamentale importanza per ricostruire le esperienze giovanili del Tibaldi; è infatti la sua prima opera documentata. Di grande rilievo per la personalità artistica del Tibaldi furono la suggestione michelangiolesca e i rapporti diretti con i seguaci del maestro.

(Sopra) “ALLEGORIA del CREATO” di Jacopo ZUCCHI. – ‘400/’500 – Olio su rame – cm 49×39. L’opera, citata dal Baglione (1642), come di Jacopo Zucchi nello studiolo di Ferdinando de’ Medici, dove era anche l’Allegoria della scoperta d’America/La pesca dei coralli, sempre conservata Galleria Borghese. Citato in collezione Borghese a partire dal 1693, il piccolo dipinto, tuttavia, è erroneamente riferito al Cavalier d’Arpino. Il soggetto rappre-sentato è un’insolita allegoria della crea-zione, la cui fonte ispiratrice è stata iden-tificata nei salmi della Bibbia. Nella sfera armillare, mostrata dalla figura maschile, identificabile come il genio umano, si legge “Omnia in sapientia fecisti et subiecisti sub pedibus eius”. Con notevole maestria Zucchi ha evidenziato un considerevole numero di dettagli, animali e vegetali. La datazione al 1585 è stata avanzata per la somiglianza con pala in S. Giovanni Decollato a Roma.

(Sopra) “AMORE e PSICHE” di Jacopo ZUCCHI. -‘400/’500 – Olio su tela – cm 173×130. La commissione della tela, l’unica firmata e datata dall’artista, per il suo significato complessivo può essere legata alle celebri nozze tra Ferdinando I de Medici e Cristina di Lorena, avvenute a Firenze nel 1589. L’incarico a Zucchi, celebre per le raffigurazioni di soggetti mitologici, avvalora tale ipotesi considerando i saldi rapporti dell’artista con la famiglia medicea. Il dipinto raffigura il momento saliente della favola di Amore e Psiche, in cui la fanciulla scopre il suo amante addormentato, presto colpito dalla goccia d’olio bollente caduta dalla raffinata lampada. Zucchi è conosciuto per la precisione e raffinatezza dei dettagli, fra cui i fiori, i gioielli e le stoffe, spesso eseguiti con la collaborazione del fratello Francesco.


