Il Giro delle Chiese

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USA: PARCHI degli STATI UNITI d’AMERICA (4° Parte)

Facciamo un Giro per i Parchi dell’America degli USA. Nell’immagine in evidenza:I Monti TETONS.

Il Parco dello YELLOWSTONE fu teatro della fuga di Capo GIUSEPPE dei NEZ PERCE’: Capo Giuseppe, che insieme ad altri capi nativi disponeva di un piccolo esercito di 200 uomini, resistette all’imposizione di trasferirsi in Idaho dalla nativa valle del fiume Wallowa; ma da convinto sostenitore della pace rifiutò (1874) di partecipare a spedizioni contro i bianchi. La sua politica sembrò avere successo quando, nel 1873, un’ordinanza federale dispose l’evacuazione dei coloni. Fu un fuoco di paglia. Nel 1877, infatti, la cavalleria agli ordini del generale Howard forzò finalmente la resistenza attaccando i Nasi Forati. Di fronte alla minaccia armata, Giuseppe si accorse che continuare a resistere non aveva senso. Condusse allora la sua gente, attraverso un’estenuante marcia di 2.740 km, dalle Montagne Blu dell’Oregon ai monti Bear Paw del Montana settentrionale, incalzato dai soldati statunitensi lanciati all’inseguimento. Nel corso della ritirata i nativi si trovarono più volte ad affrontare l’esercito, tenendo testa ai generali Howard e Miles e ai colonnelli Gibbon e Sturgis in quella che passò alla storia come la guerra dei Nasi Forati. Giuseppe contava di sconfinare in Canada sulle orme di Toro Seduto, ma il 30 settembre 1877 lo attendeva l’inizio della decisiva battaglia dei Bear Paw. Respinto in un primo momento il generale Miles, i nativi non poterono che soccombere all’arrivo dell’artiglieria. L’ultima resistenza, condotta in condizioni meteorologiche estreme, permise comunque ad alcuni dei Nasi Forati di varcare il confine.

La BATTAGLIA di BEAR PAW: Settembre 1877. I Nez Perce di Capo Giuseppe, in fuga dalle loro terre e inseguiti dai soldati americani, avevano ormai chiaro in mente che non avrebbero avuto altra via di scampo che la fuga in Canada, dove già gli Hunkpapa di Toro Seduto avevano trovato rifugio dopo lo scioglimento della grande coalizione che aveva vinto a Little Bighorn. Fiaccati nel fisico e nel morale da mesi di fughe e battaglie giunsero a circa 40 miglia dal confine canadese, nella zona delle Bear Paw Mountains.
Sapevano di avere un discreto vantaggio sulle truppe del Gen. Howard; quello che ignoravano era la marcia forzata alla quale il Col. Miles stava costringendo le sue truppe, che tra le altre includevano anche alcune compagnie del 7° Cavalleria, partite da Fort Keogh. In questo scenario, la decisione di Specchio, capo militare dei Nasi Forati, di sostare alle Bear Paw per far riposare uomini e cavalli, non poteva risultare più nefasta. Il 30 settembre i soldati piombarono sul campo indiano, ma ancora una volta, nonostante il panico che prese donne e bambini, i guerrieri riuscirono a organizzare una difesa straordinariamente efficace. La risposta indiana alla carica delle truppe fu micidiale per precisione. I Nasi Forati, che erano eccellenti tiratori, decimarono gli ufficiali che sapevano riconoscere dai gradi sulle giubbe. Alla fine gli indiani dovettero arrendersi e Capo Giuseppe pronunciò queste parole:

“…….. Sono stanco di combattere. I nostri capi sono morti : Looking Glass e Toohoolhoolzote sono morti. I vecchi sono morti. Tocca ai giovani dire si o no, ma colui che li guidava, Ollokot, è morto. Fa freddo e non abbiamo coperte. I bambini muoiono di freddo, molti dei miei si sono rifugiati sulle colline, senza coperte né cibo, nessuno sa dove siano e forse sono già morti di freddo. Desidero avere tempo per cercare e trovare i miei bambini, quelli che ancora potrò trovare. Forse li troverò fra i morti. Ascoltatemi Generali ! Sono stanco, anche il mio cuore è stanco e triste. Dal punto in cui è il sole ora non combatterò mai più, per sempre. (Capo GIUSEPPE)”

BEAR RIVER: Quattro miglia a nord di Preston, nell’Idaho, il Bear River si snoda quieto attraverso verdi valli e montagne ricoperte da cespugli di artemisia. Ora è un posto tranquillo, ci sono solo pochi capi di bestiame al pascolo nei dintorni o in fattorie ben tenute. Oggi, gli alti salici che un tempo fornivano, con le loro fronde, una fresca tregua ai gruppi di Shoshone del nord ovest quando vi si rifugiavano sotto per sfuggire al calore abbagliante dell’estate, sono praticamente scomparsi. In questo luogo successe qualcosa che è poco conosciuto nella Storia degli Stati Uniti ma che è impresso a fuoco nella memoria del popolo Shoshone. 
Il 29 gennaio 1863 la milizia del Terzo Volontari della California dell’Esercito degli Stati Uniti, al comando del Colonnello Patrick E. Connor, scese cavalcando dai pendii ghiacciati e massacrò circa 300 Shoshone del nord ovest – il più grande massacro di Nativi Americani della Storia del Paese-.
Fu lo scontro tra due diverse culture che cercavano di condividere la stessa terra e gli Shoshone persero. Gli Shoshone, suddivisi in diversi gruppi, avevano stretti contatti con i coloni bianchi che si muovevano nell’onda sempre crescente dell’espansione verso ovest. Si vennero a trovare nella posizione non invidiabile di essere esattamente dove gli immigranti sarebbero passati nel loro movimento verso il Pacifico. Questo, combinato con la percezione negativa e la paura che la gente aveva dei Nativi Americani, fu la ricetta perfetta per provocare il disastro.

Ovviamente in nome di DIO e della predestinazione dell’uomo bianco.

(Dopo): THE EPISCOPAL CHAPEL OF THE TRANSFIGURATION.

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