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LUCCA: CATTEDRALE di San MARTINO 2° Parte

Seconda parte della Cattedrale di San Martino a Lucca. Nell’immagine in evidenza; Monumento a Ilaria del Carretto.

(Dopo) Jacopo ROBUSTI detto il TINTORETTO (1518 – 1594): “Ultima Cena” –Olio su tela, 1592-1594. Uno degli ultimi capolavori di Tintoretto, realizzato con l’aiuto del figlio Domenico. Una tela che contiene tutti i tratti caratteristici e innovativi di questo straordinario artista: la tavola in obliquo per creare profondità, la scena è ambientata in una taverna con 2 servitori e centrata sul Cristo che comunica gli apostoli ed emana una luce così forte da diradare le nubi tra gli angeli che accorrono. Il dinamismo dei vari atteggiamenti e delle pose degli apostoli che in abiti dai colori vivaci reagiscono all’annuncio del tradimento di Giuda. Un’inaspettata donna che allatta, simbolo del nutrimento umano contraltare di quello eucaristico

In un locale presso la sacrestia si trova il monumento funebre a Ilaria del Carretto, realizzato dallo scultore Jacopo della QUERCIA tra il 1406 ed il 1408. Esso raffigura la nobildonna lucchese, moglie di Paolo Guinigi, alla quale, morta di parto molto giovane, fu dedicato il sarcofago marmoreo. Il sarcofago raffigura la ragazza in posa dormiente, riccamente abbigliata e giacente su un catafalco decorato con putti reggifestone. Ai piedi della ragazza giace un cagnolino, simbolo della fedeltà coniugale.

Dopo: Madonna in trono col Bambino e santi, opera di Domenico GHIRLANDAIO, che la dipinse intorno al 1479. “Sacra Conversazione” Nella lunetta e nella predella storie e martiri di santi, opera della bottega del Ghirlandaio o, forse, di Bartolomeo di GIOVANNI. Domenico Bigordi, detto il Ghirlandaio (Firenze, 11 gennaio 1449 – Firenze, 11 gennai-o 1494), operò soprattutto nella città natale, divenendo tra i protagonisti del Rinascimento all’epoca di Lorenzo il Magnifico.

La pala d’altare realizzata nel 1479 dal Ghirlandaio, maestro del Rinascimento fiorentino, avrà a Lucca una grandissima influenza sulla successiva produzione pittorica. Al centro di una composizione simmetrica si trova la Madonna in trono con in braccio il Bambino benedicente. Ai lati sono ritratti San Clemente, con la tiara papale, San Sebastiano, con la freccia e in primo piano, in pose monumentali, San Pietro le chiavi e San Paolo con la spada. La cromia è ricca e il pittore mostra un’attenzione ai dettagli ispirata all’arte fiamminga ed una notevole capacità nella resa psicologica dei personaggi.

Paolo Guinigi, signore di Lucca dal 1400 al 1430 e raffinato mecenate, volle omaggiare con un bellissimo monumento funebre Ilaria del Carretto, sua seconda moglie e madre del suo primo figlio ed erede, morta a soli 26 anni mentre dava alla luce una bambina che ebbe il suo stesso nome, Ilaria. La scelta dell’artista ricadde su Jacopo della QUERCIA, scultore senese capace di unire le eleganti istanze del Gotico internazionale con la sensibilità dell’Umanesimo che stava nascendo e che qui realizza, tra il 1406 e il 1410, un’opera senza precedenti nella scultura funeraria del suo tempo, la cui bellezza ispirerà molti secoli dopo poeti come D’Annunzio, Quasimodo e Pasolini.

Il basamento è composto da 4 lastre: sui lati corti si trovano da una parte una croce arborata e dall’altra uno scudo con gli stemmi dei Guinigi e dei Del Carretto; le due lastre che costituiscono i lati lunghi, realizzate una da Jacopo stesso e l’altra da un suo collaboratore, presentano dei putti che reggono festoni. Questo motivo classico è tratto dai sarcofagi antichi, in particolare da quelli di età adrianea, ma viene rielaborato da Jacopo che diminuisce il numero dei putti per rendere meno affollata la composizione e dare un ritmo più pacato. I 4 putti che chiudono le file si presentano in spigolo ed escono dallo spazio della lastra, invitando così il visitatore a camminare intorno al monumento per coglierne tutti i lati.

Sopra questa base l’artista senese scolpisce il corpo di Ilaria con incredibile realismo, sia nella resa del volto, fortemente individualizzato, sia nelle vesti, che aderiscono al corpo con pieghe credibili e non fantasiosamente articolate. La giovane indossa una pellanda, una veste tipica del costume franco-fiammingo, lunga fino ai piedi, stretta da una fascia sotto il seno e dotata di un alto colletto e due spacchi laterali da cui escono le maniche a sbuffo che terminano con stretti polsini. Anche l’acconciatura della nobildonna è resa minuziosamente con i capelli mossi raccolti grazie a un nastro sottile che lascia però dei riccioli liberi sulla fronte e una fascia imbottita decorata con fiori e foglie.  Ai piedi della donna giace un cagnolino, simbolo di fedeltà coniugale, tradotto nel marmo con una posa credibile e vivace: accucciato ma con la testa alta come ad aspettare un ordine della padrona.

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