Il Giro delle Chiese

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CHIESA di Santa MARIA a VICO – Sant’OMERO (TE)

La Chiesa di Santa MARIA a Vico è un luogo di culto cattolico abruzzese. Si eleva, austera e solitaria, nelle campagne della Val Vibrata che circondano il paese di Sant’Omero anno-verata, dall’anno 1902, nell’elenco dei monumenti nazionali italiani.

Valutata come sito paesaggistico di interesse nazionale, è stata l’unica chiesa del territorio provinciale teramano a ricevere, il 28 luglio 2011, il bollino di Meraviglia Italiana dal concorso promosso dal Forum Nazionale dei Giovani con il patrocinio della Camera dei deputati, del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, del Ministro per la Gioventù e del Ministro del Turismo. È uno dei siti più noti d’Abruzzo legati alla fede cristiana perché identificato da Francesco Savini come il più antico monumento della regione costruito anteriormente all’anno 1.000 ed arrivato ai nostri giorni nella sua quasi completa interezza. La chiesa sorge sulla stessa area dove, all’epoca dell’impera-tore Traiano, vi fu la presenza di un vicus (Vicus è una borgata, un villaggio che si distin-gue dalla civitas non tanto per la sua ampiezza o importanza, quanto perché non ha come questa un’organizzazione politico-amministrativa autonoma; in secondo luogo è il com-plesso di più case e strade di una città, quello che noi oggi diremmo un quartiere), la cui esistenza era già documentabile dalla seconda metà del I secolo a.C. che sembra si con-servò popolato ancora nell’alto medioevo, tra il X e l’XI secolo. Denominato Vicus Stra-mentarius o Stramenticius era localizzabile tra Garrufo e Sant’Omero. Il sito accoglieva anche un tempio dedicato alla divinità di Ercole. Qui è stata rinvenuta una lastra di mar-mo, ( m. 1,42 x 0,72), oggi custodita all’interno dell’aula liturgica, scoperta nel 1884, in cui è inciso il Decreto dei Cultori di Ercole ed il nome dell’insediamento vicano. La lapide era stata utilizzata come coperchio di una sepoltura. La lapide mostra, negli spazi dei 4 lati, gli strumenti che i cultori adoperavano per compiere sacrifici, quali: la patera, il simpulo, il cultro (coltello usato per i sacrifici) e il cratere. Nel centro del testo è rappresentata la clava di Ercole. Un’altra lapide, con epigrafe funeraria, rinvenuta sempre nei pressi della chiesa, si trova murata a fianco della precedente e reca scalpellata l’iscrizione: «CN. SEPTVMIO. CN. L. / GLYCONI / CN. SEPTMIVS. CN. L. / AGATHO. LIBERT. PATRONO. ET. SIBI. / FECIT.»

Lo schema della pianta è un rettangolo allungato diviso in tre navate dove, in corrispon-denza di quella centrale, si trova l’abside. Le finestre assicurano all’interno una scarsa illuminazione, compensata però dall’ampio rosone aperto nel prospetto principale. La torre campanaria fu aggiunta nel Trecen-to, quando anche la facciata subì un’opera di ampio restauro. L’interno della Chiesa era impreziosito da affreschi di notevole fattura come una Madonna in trono col Bambino colta nel gesto affettuoso di stringerlo al volto, un’Annunciazione e una seconda Madonna in trono col Bambino con  indiscu-tibili influenze giottesche, assorbite molto probabilmente dall’Umbria.  Ad altra mano e ad anni prossimi alla metà del Trecento sembrano invece doversi riferire alcuni affreschi come il Cristo Benedicente a mezzo busto, il San Giovanni Evangelista. Nel portale si scorgono dei blocchi di pietra scolpiti “a negativo”, cioè con le figure incassate nella pie-tra anziché a rilievo. Una di esse è l’agnello con la Croce. Ci sono poi i simboli degli Evangelisti, con il leone alato di San Marco, il bue alato di San Luca e l’aquila di San Gio-vanni, oltre a vari motivi geometrici e floreali. 

Sorta per volontà del marchese Alvaro de Mendoza, come cappella privata, nel XVII seco-lo, sul luogo di una preesistente chiesa dal nome Madonna della Misericordia, eretta nel 1348 in occasione di una tremenda pestilenza. La costruzione anche se innalzata in epoca barocca, non risente appieno di questo stile ed è nell’insieme un bellissimo esempio del-l’armonia dei volumi e della razionalità rinascimentale. Il frontone rinascimentale presenta al centro un oculo che ha la funzione di lucernario. La torretta campanaria dell’orologio e l’orologio stesso, di epoca poste-riore, sono inseriti in facciata senza turbarne l’aspetto ori-ginario. L’interno ad unica navata con 4 cappelle laterali ridotte a semplici nicchie, pre-sentavano un tem-po la copertura una volta a botte. La chiesa ubicata nel centro storico del paese presenta, con la sua disposizione secondo i punti cardinali, la facciata del lato sud su di una pittoresca piazzetta un tempo centro del mercato popolare. Attualmente la chiesa è adibita a sala comunale per manifestazioni culturali ed è in fase di restauro.

CISTERNE ROMANE: Sparse in tutta la vallata, in particolare sul territorio di Sant’Omero, dove molte di esse si conservano quasi integre, si possono ammirare delle antichissime costruzioni in calcestruzzo il cui uso non sembra sia stato ancora accertato. C’è chi sostie-ne si tratti di cisterne per la conserva d’acqua, chi invece vuol vedere in esse addirittura sepolcreti per avervi trovato monete, vasi, uten-sili vari ed ossa umane.
Sono conosciute come “Grotte dei Saraceni”. Esaminando tanti elementi, si può quasi con certezza affermare che servissero per la raccolta di acqua da utilizzare per usi domestici e per l’irrigazione. Fino a cinquanta anni fa il territorio di Sant’Omero era ricchissimo di que-sti avanzi di antiche civiltà; soltanto sei di queste oggi restano a mostrarci il valore di quel-le maestranze: Cisterna “DI SERAFINO”; Cisterna “CASALENA”; Cisterna “GIANCOLA”; Cisterna “BUDIANI”. Quest’ultima è quella che si presenta forse più interessante delle al-tre. E’ formata da due grandi vani accoppiati. La costruzione è quasi intera-mente sotto il livello del terreno ed oggi vi si accede attraverso un ingresso ricavato nella parte bassa nell’abitazione del sig. Berardo Budiani, la cui casa poggia per l’appunto sulle due cisterne. Attualmente la cisterna viene utilizzata come fondaco.

CIPPO ITALICO:

Nel 1823 fu rinvenuto, in località Vallorina di Sant’Omero, un cippo miliario. Lo storico Ni-cola Palma fu tra i primi ad ipotizzare che la pietra fosse una prova che ivi avesse sede l’antico tracciato della Salaria, al quale attribuì il nome di Via Metella. Trattasi di una pietra miliare rinvenuta a Vallorina nei pressi di Sant’An-gelo Abbamano . Quando fu rinvenuto, la base della colonna poggiava sul cranio di uno scheletro umano ed assieme vi erano numerosi frammenti di corredo funerario. Il miliario è un tronco di cono alto cm. 63 col diametro inferiore di cm. 58, superiore cm.49 e con la base quadrangolare (63 x 63 x 15). Il numero  CXIX presente sul miliario, stava ad indicare la distanza in mi-glia tra Roma e Vallorina. Questa via veniva molto usata dai Romani per condurre gli eserciti nel Prepuzio e nel Piceno ascolano, ma sicuramente veniva molto usata anche dagli abitanti di questa vallata che si re-cavano a Roma.

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