Il Museo Diocesano di Lanciano presenta numerose opere provenienti da chiese non più esistenti di Lanciano nonché dalle chiese di Santa Maria Maggiore, in fase di restauro, e della Madonna del Ponte. Le opere sono di Domenico e Francesco Maria Renzetti, di Giacinto Diano, di Polidoro di Mastro Renzo, Pasquale Bellonio, …





























POLIDORO da LANCIANO, nato Polidoro de’ Renzi (Lanciano, 1515 circa – Vene-zia, 21 luglio 1565), è stato un pittore italiano. Al Louvre (a sinistra della Gioconda) si trova un dipinto attribuito alla cerchia di Polidoro da Lanciano, nello specifico “Riposo dalla fuga in Egitto con San Giovannino“ (dopo). Questo quadro è legato a una composizione più ampia conservata al museo. Polidoro da Lanciano, pittore del XVI secolo, fu allievo di TIZIANO ed è noto per le sue opere devozionali. Polidoro da Lanciano fu un pittore attivo nella seconda metà del XVI secolo. La sua opera “Riposo dalla fuga in Egitto con San Giovannino“, conservata al Louvre, è un esempio della sua produzione, che si caratterizza per soggetti sacri e una composizione tradizionale, spesso ispirata a BELLINI. Sebbene non fosse tra i pittori più noti e celebrati del suo tempo, e non sia stato incluso nelle “Vite” del Vasari, Polidoro da Lanciano ha lasciato opere significative, alcune delle quali sono state oggetto di studi e attribuzioni più recenti. Ad esempio, il dipinto “La Discesa dello Spirito Santo“, inizialmente attribuito a Bonifacio Veronese, è stato poi ricondotto a lui. Il dipinto al Louvre, quindi, rappresenta un importante tassello nella conoscenza dell’opera di Polidoro da Lanciano e del suo legame con la pittura veneta del XVI secolo.
SACRA FAMIGLIA cn San GIOVANNINO







E’ l’opera più significativa dell’intera raccolta museale. Presenta l’iconografia del Cristo portacroce, originatasi dal racconto della Passione, secondo una variante a taglio ravvicinato diffusasi nel corso del XV secolo tra Nord Europa e Italia Settentrionale, mirante a coinvolgere emotivamente il fedele.Il modello specifico può rintracciarsi in una fortunata composizione elaborata alla fine del Quattrocento a Venezia nella bottega di Giovanni BELLINI, oggi nota in diverse redazioni. Il dipinto presenta Cristo di profilo, a mezzobusto, mentre sorregge la croce con entrambe la braccia, con il capo lievemente voltato a sinistra ad assecondare la direzione dello sguardo. Il Messia è vestito con una tunica scarlatta, decorate da listature dorate e da una fascia ricamata al braccio; la testa è coronata da un ramo spinoso; sulla fronte sono visibili le ecchimosi prodotte da graffi e punture, poco al di sotto della scriminatura che divide la lunga capigliatura ricadente in ciocche sulle spalle. La barba, rada e fulva intorno alle labbra socchiuse, s’infittisce all’altezza del mento, mentre quasi sparisce dalla gota sinistra: l’effetto si deve in parte ai restauri che hanno alterato questa zona del quadro. La tavola si differenzia da quella di Boston per una illuminazione più fredda e per la sanguigna colorazione della veste del Cristo. Le qualità tonali della pittura permettono di attribuirne l’esecuzione ad un artista di cultura veneta.
(N.B.: Considerazioni e foto tratte dalla “Guida alle opere” del Museo di Lanciano)






SOPRA: Il dipinto rappresenta il “Miracolo della Profanazione dell’Ostia” avvenuto a Lanciano nel 1273. La tradizione narra che nella seconda metà del ‘200 una donna chiamata Ricciarella, mo-glie di Jacopo Stazio (o Giacomo Stasio), per riconquistare l’amore del marito, su consiglio di una donna più anziana, pose un’ostia consacrata su una tegola arroventata per ricondurre a sé lo sposo. Dalla particola cominciò a sgorgare sangue e Ricciarella inorridita avvolse tutto in uno strofinaccio e lo nascose sotto il fieno della sottostante stalla. Quando, giunta la sera, il marito cercò di far rientrare l’asino nella stalla l’animale, l’animale violentemente strattonato, vi si introdusse in ginocchio (in alto a ex nel dipinto precedente). Solo nel 1280 Ricciarella, sconvolta, riuscì a confessare il suo misfatto ad un frate dell’attiguo Monastero di Sant’Agostino., che recatosi sul luogo pare ritrovasse l’involucro e al suo interno la particola ancora sanguinante. Il frate condusse le reliquie nel suo paese, Offida nelle Marche, e da allora iniziò la venerazione delle 3 Santissime Reliquie. Nel maggio del 2003 grazie alla donazione di Monsignor Giuseppe Sergiacomi, 2 frammenti del coppo in cui venne apposta l’ostia e lo strofinaccio dove venne avvolta, sono tornati a Lanciano e tutt’ora conservati nella Chiesa di Santa Croce, come testimonianza visibile del miracolo nel luogo in cui esso avvenne. Dall’epoca del miracolo si diffuse nei paesi vicini l’uso di indicare i lancianesi come “frijaCriste” “friggitori di Cristo”, ritenendoli pertanto di qualsiasi altra nefandezza. Un prezioso documento narrativo del miracolo eucaristico di Offida esiste da secoli nel Duomo di Orvieto con dipinti risalenti al 1357.






SALA 7 (Le CANOCCHIE): Nella sala sono presenti numerose statue vestite chiamate canocchie, termine che nel dialetto abruzzese indica la rocca, che utilizzata in coppia con il fuso serviva per filare la lana o il cotone. La tradizione di vestire le statue è un fenomeno che affonda le radici nel medioevo e si configura come un rituale tipico della religiosità popolare diffuso in diverse parti d’Europa, in particolare Italia, Francia, Spagna, e dell’America Latina. Solitamente si utilizzavano dei veri e propri manichini rifiniti solo nel viso, nelle mani e nei oiedi ossia le parti visibili oltre l’abito, mentre il corpo costituiva l’armatura atta a reggere la veste e i gioielli che adornavano la statua. Grazie al peso ridotto nelle parti non visibili questo tipo di statua era particolarmente adatto per le processioni. Negli ultimi anni le statue vestite e i riti ad esse legati sono divenuti oggetto di studio non solo da parte di storici dell’arte, ma anche da antropologi e sociologi interessati a un fenomeno che vede la commistione di fede, devozione e arte. Tra i vari esemplari esposti nel museo spicca la statua di Santa Chiara d’Assisi realizzata intorno alla metà del 1800 e particolarmente interessante per il fatto di essere a grandezza naturale. Da collezioni private le numerose statuette dell’Addolorata espo-ste nelle teche anche se non mancano altri soggetti come Sant’Anna con Maria bam-bina, di pregevole fattura settecentesca napoletana.












SALA 9
La visita termina nella Sala 9, che ospita un Parato la cui origine risale alla metà del XVIII secolo. Si compone di cinque teli, con quattro figure femminili della mitologia greca e romana (Cerere, Giunone, Diana e Anfitrite), il quinto con un vaso di fiori. Manifattura meridionale e Francesco Maria RENZETTI (Lanciano 1711 – Lanciano 1751): Parato con personaggi femminili della mitologia greca e romana. Metà del XVIII secolo. Tela di lino ricamata, dipinto a tempera – 420×980 cm – dalla Cattedrale della Madonna del Ponte di Lanciano.

ARAZZO



SUSANNA al bagno

SUSANNA e i VECCHIONI: E’ un dipinto a olio su tela realizzato nel 1622. È custodito in una collezione privata di Stamford, in Inghilterra. L’opera si ispira alla prima fase della pittura di Caravaggio tanto che la testa della fanciulla richiama il volto della Maddalena penitente, da lui realizzata precedentemente. Forti richiami si hanno anche nelle carni rosee e sode e nella luce chiara e diffusa, ma a differenza del Merisi l’opera viene caratterizzata da una teatralità più accentuata. Susanna è la figura centrale dell’opera, pienamente illuminata. Sorpresa dai vecchioni si cerca di coprire con la propria candida camicia, forse simbolo della sua purezza. Il realismo con il quale è stata descritta la figura nuda della donna e il vigore della coscia granitica sono stati decisivi per attribuire l’opera ad Artemisia. I due uomini, posti alla sua sinistra, sono ritratti in abiti nobili, come si nota dalle preziose damascature gialle e marroni o dall’intenso colore rosso di una tunica. Tratto distintivo dell’autrice è la composizione quasi legnosa delle mani dell’uomo più in alto, similmente dipinta in un suo precedente dipinto Ritratto di gonfaloniere. L’opera si rivelò più impegnativa del previsto, tanto da costringere Artemisia ad alcune modifiche dal progetto iniziale, come la diversa composizione della fontana con putto sulla destra del quadro e la copertura di una figura con gli occhi chiusi sopra la testa della donna della quale si possono ancora intravedere delle tracce.



