La Chiesa/Basilica s’innalza al culmine di una monumentale scalinata. La gradinata è fiancheggiata da sei edicole, ciascuna omaggio di una delle sei famiglie che contribuirono alla realizzazione dell’edificio. Venne costruita, con l’adiacente convento, fra il 1454 e il 1472 in onore di san Bernardino da Siena, le cui spoglie sono custodite all’interno del mausoleo del Santo realizzato a opera di Silvestro dell’AQUILA. La facciata, eretta nel secolo successi-vo da Cola dell’AMATRICE con influenze michelangiolesche, è considerata la massima e -spressione dell’architettura rinascimentale in Abruzzo. Insieme alla basilica di Santa Maria di Collemaggio.

La Basilica, a croce latina, ha una grande cupola sopra al transetto, la più grande della città, e un campanile turrito con bifore sui quattro lati.

Scalinata monumentale: La basilica s’innalza al culmine di una monumentale scalinata che costituisce l’unione urbana tra la medievale Via Fortebraccio (in basso) e l’asse rinascimentale di Via San Bernardino (in alto), superando un dislivello di circa 20 metri. La gradinata è fiancheggiata da sei edicole, ciascuna omaggio di una delle sei famiglie che contribuirono alla realizzazione dell’edificio, vale a dire i Bonanni, i Cappa, i D’Andrea, i Dragonetti, i Manieri e i Rivera. La scalinata è lunga 68 metri e larga 30; è suddivisa in quattro rampe da dieci gradoni ciascuna intervallate da tre gradoni maggiori, in corrispondenza delle edicole. Alle estremità vi sono 4 torrette quadrangolari. In basso si apre una piazza triangolare nota con il nome di Piazza Bariscianello da cui si ha una vista scenografica sulla facciata di Cola dell’Amatrice. Torre campanaria: Il campanile si colloca sul fronte destro della basilica. Venne realizzato nel XV secolo, contemporaneamente all’edificazione della basilica, e nella sua conformazione originaria prevedeva un doppio ordine di bifore su quattro fronti, coperto da un tetto a guglia la cui altezza (secondo il Fonticulano, pari a 24 canne, ovvero a circa 51 metri) superava quella della cupola; la torre venne poi ribassata di un ordine in seguito al terremoto del 1703. Dopo il sisma del 2009 si è reso necessario un nuovo intervento di ricostruzione. All’interno della torre campanaria sono collocate 5 campane, fuse in momenti diversi tra il XVII e il XX secolo, ancorate a una struttura di sostegno (il castello delle campane) che ne consente l’oscillazione.
FACCIATA: La facciata viene considerata la massima espressione dell’architettura rinascimenta-le in Abruzzo e tra le più ragguardevoli in Italia. Costituisce l’opera maggiore di Cola dell’AMA-TRICE, che qui sintetizza influenze fiorentine, urbinate e romane, e rappresenta uno dei primi esempi d’impiego dei triglifi dorici. Cola si è ispirato, probabilmente, a un progetto mai realizzato di Michelangelo per la basilica di San Lorenzo a Firenze, di cui oggi rimane solo un modellino in legno custodito nella casa-museo Buonarroti; i lavori si svolsero in varie fasi, dal 1525 al 1542. Si presenta quasi quadrata a corona-mento orizzontale, con dimensioni di 30 metri in larghezza e 28 in altezza. La facciata si divide in tre ordini, ciascuno dotato di una massiccia trabeazione e sorretto da 4 coppie di colonne, dall’alto verso il basso in stile dorico, ionico e corinzio. Il 1° ordine, più alto dei successivi, venne completato nel 1527 ed è a sua volta suddiviso in tre parti con portoni, dei quali il più importante è il portale principale (1) al centro; questo si presenta incassato tra due ulteriori coppie di colonnine scanalate a spirale con volta lunettata recante l’altorilievo Madonna col bambino tra i Santi Francesco e Bernardino che presenta il devoto Girolamo da Norcia, probabilmente della scuola di Silvestro dell’Aquila, sotto mezzo giro di cherubini e tra vari e raffinati motivi floreali. Il portale si rifà al modello quattrocentesco elaborato da Leon Battista Alberti reinterpretando lo schema dell’arco trionfale. L’architrave che divide il primo e il secondo ordine è anch’essa particolarmente ricca, con triglifi e metope recanti simboli cristiani. I successivi due ordini, completati rispettivamente nel 1540 e nel 1542, presentano alternati tre finti rosoni, due medaglioni con l’emblema bernardiniano e una trifora serliana (Particolare tipo di trifora con aperture laterali trabeate e quella centrale ad arco, utilizzata nelle architetture realizzate dagli architetti manieristi, spec. dal Sansovino e dal Palladio) al centro, quest’ultima probabilmente successiva alla ricostruzione del ‘700. Nell’architrave che divide il secondo e il terzo ordine è incisa la dedica al tempio: DIVO BERNARDINO SERVATORI URBS. AQUILA D.N. SANCTITATE Q. E PRO TEMPORE F.. Sotto la cornice dello spigolo sinistro è invece la firma dell’architetto e la data di conclusione della prima fase di lavori.

La Basilica di San BERNARDINO è un edificio religioso dell’Aquila, situato nel quarto di Santa Maria. Venne costruita, con l’adiacente convento, fra il 1454 e il 1472 in onore di san Bernardino da Siena, le cui spoglie sono custodite all’interno del mausoleo del Santo realizzato a opera di Silve-stro dell’AQUILA. La facciata, eretta nel secolo successivo da Cola dell’AMATRICE con in-fluenze michelangiolesche, è considerata la massima espressione dell’architettura rinascimenta-le in Abruzzo. Insieme alla basilica di Santa Maria di Collemaggio, eretta nel XIII secolo per volere di papa Celestino V, San Bernardino fu il primo monumento cittadino a suscitare interesse al di fuori del circondario abruzzese, per arrivare a una sfera nazionale e internazionale. Detto fenomeno è dovuto certamente alla notorietà del santo toscano, ma anche al coinvolgimento, nelle fasi costruttive, di personalità influenti della vita religiosa e, soprattutto, artistica dell’epoca. La chiesa ha una lunghezza complessiva di 100,50 m, superiore a quella di tutti gli altri edifici religiosi aquilani compresa la basilica di Santa Maria di Collemaggio (circa 94,00 m).
ESTERNO: L’esterno manifesta un definitivo allontanamento, rilevatosi una prima volta nella realizzazione della facciata della chiesa della Beata Antonia, dai canoni stilistici della scuola aquilana che aveva caratterizzato l’architettura religiosa cittadina medievale. Il rivestimento esterno del ‘400 appare decisamente semplicistico nonostante la larga disponibilità economica del committente; è tuttavia possibile che questi apparecchi facciano riferimento non al rivestimento originario della basilica ma già al primo rifacimento successivo al terremoto del 1461. Alla sobrietà dei rivestimenti, si oppone un monumentalismo delle complesse volumetrie dell’edi-ficio e del suo impatto architettonico-urbanistico. L’insieme architettonico è rinascimentale, nono-stante la presenza di alcuni elementi tardo gotici. Il fronte basilicale è anticipato da una scalinata, di quindici gradini, in mattoni disposti a spina di pesce e cordoni lapidei rivestiti di patina dorata, che eleva l’edificio rispetto alla Via San Bernardino e ne costituisce il sagrato; da qui, grazie alla sottostante gradinata, si ha una vista panoramica su Via Fortebraccio e sull’intero quarto di Santa Giusta, oltre che sulle montagne di Monte Ocre-Monte Cagno e sull’intera catena del Sirente-Velino.



L’INTERNO a croce latina, con 3 navate, con aspetto fastosamente barocco, ricostruito dopo il terre-moto del 1703 ad opera di più progettisti, tra i quali sicuramente Filippo Barigioni, Seba-stiano Cipriani e Giovan Battista Contini, e conserva importanti opere d’arte di Andrea della Robbia, Francesco Bedeschini, Pompeo Cesura, Rinaldo Fiammingo e Donato Teodoro, oltre al già citato Silvestro dell’Aquila, autore anche del mausoleo di Maria Pereyra Camponeschi.
E’ possibile suddividere la chiesa in 4 diversi spazi:
– l’asse longitudinale formata dalle tre navate,
– l’asse trasversale in corrispondenza del mausoleo di San Bernardino,
– il grande vano cupolato,
– la chiesa absidale con l’altare maggiore;
La chiesa trasversale crea una vistosa interruzione nella continuità delle arcate della navata, a impersonare ancora oggi la parte più caratteristica e originale della struttura, resa ancor più mo-numentale dalla presenza del sepolcro del santo. L’asse longitudinale è caratterizzato da una vari-età, in termini di forme e monumentalità, di cappelle laterali, realizzate per lo più nel ‘500. Questa mantiene l’aspetto assunto definitivamente nel 1730, al termine dei lavori di ricostruzione della basilica successivi al terremoto dell’Aquila del 1703. Nella pavimentazione originaria rinascimen-tale sono incassate, ai lati dell’ingresso, due pietre tombali risalenti al XV secolo: quella di sinistra è dedicata a Francesco Luculli, fatto torturare e uccidere da Alfonso V d’Aragona in quanto consigliere di Pietro Lalle Camponeschi. Lo spazio della navata centrale è il più importante in termini dimensionali dell’intera basilica ed è caratterizzato da un fastoso soffitto a cassettoni in legno intagliato e ornato di oro zecchino, realizzato da Ferdinando MOSCA tra il 1723 e il 1727. In esso, sono incastonati tre dipinti di Girolamo CENATIEMPO (dopo). I massicci pilastri della navata principale derivano la loro conformazione dal ringrosso del ‘700 operato sui piedritti originali d’epoca rinascimentale che ancora costituiscono il cuore dell’elemento strutturale. Il primo pilastro a destra sorregge un’acquasantiera del XIV secolo.










SOPRA – Silvestro dell’AQUILA: “Madonna delle Grazie” – Fine XV secolo – Terracotta po-licroma. Il gruppo è legato alle opere della bottega di Silvestro dell’Aquila per la dolcezza, la sot-tigliezza e l’eleganza della Vergine.m Il Bambino benedicente rivelerebbe la partecipazione di collaboratori. Un altro tratto dell’arte di Silvestro è il panneggio modellato mediante uno sviluppo di linee continue, larghe e piatte, che dona rilievo alla Madonna. La fibbia lavorata come una testa alata di cherubino rimanda alle soluzioni adottate nella cerchia del Verrocchio a Firenze ove Silvestro si formò.
DOPO a dx – Scuola di Pompeo CESURA: “Crocifissione di Cristo” – 2° metà XVI secolo – Olio su tela. Il dipinto è riconducibile alla scuola di Cesura per il grande ricciolo del perizoma di Cristo che si libra nell’aria, ma l’invenzione iconografica è da rintracciarsi in un’incisione eseguita da Giuseppe Porta nel 1556, poi riproposta da Nicolas Bèatrizet. L’evento drammatico è intensificato dalla cupa atmosfera e dalla fredda gamma cromatica che connota i personaggi che popolano la quinta rocciosa.
DOPO a sx – Mariano CEFIS: “Beato Vincenzo dell’Aquila” – 1778 – Olio su tela. Si tratta di una copia della tavola eseguita da Saturnino GATTI agli inizi del XVI secolo e conservata nel convento di San Giuliano a L’Aquila. Cefis aggiorna quell’effige al gusto dei tempi inserendo il Beato in un ovale, introduce più elementi nella scena notturna improvvisamente spezzata da un bagliore che si riverbera nell’aureola raggiata del frate.




Bernardo e Baldassarre FERRADINI/FERRANDINI: “Decorazioni in stucco – Balaustra in marmo” – 1711 – Stucco, marmo rosa, giallo e verde; intarsio e scultura. La cappella è rivestita attualmente degli apparati decorativi di inizio Settecento, realizzati a seguito degli ingenti danni causati dal sisma del 1703. La volta affrescata è opera del pittore napoletano Girolamo CENA-TIEMPO, il quale firma in basso lievemente a sinistra accanto alla data di commissione ed inizio dei lavori, il 1709. La maggior parte degli ornamenti in stucco, ormai tendenti ad una eleganza ed una semplicità lontane dalla sovrabbondanza barocca, sono da riferirsi ai FERRADINI da Como, pure autori del completamento della balaustra d’accesso. Solamente il rilievo con le tre mitre rimane della precedente fodera seicentesca, realizzata sui disegni di Francesco BEDESCHINI.





























La CAPPELLA MAGGIORE (26-27-28) costituisce l’abside della basilica. Al centro, in posizione elevata, è il grande altare maggiore (15) in marmo realizzato da Donato Rocco CHICCHI di Pescocostanzo; in basso, ai lati le statue di San Bernardino e San Francesco, opera di un allievo di Silvestro dell’Aquila e nel mezzo la settecentesca statua dell’Immacolata. Dietro l’altare si accede al CORO ligneo barocco che circonda totalmente le pareti dell’abside, opera di Giovan Caterino RAINALDI del 1751. Sulla parete destra retrostante si colloca la Crocifissione, maestosa tela di Rinaldo FIAMMINGO, pittore belga trapiantato all’Aquila sul finire del XVI secolo. L’opera occupa una superficie di circa 52 m² ed ebbe un discreto successo, venendo giudicata «veramente eccezionale ed eccellente» da Karel van Mander, connazionale dell’arti-sta. Lungo la parete curva, articolato in tre corpi dei quali i due laterali entro alte nicchie e quello centrale entro cassa lignea barocca, è un secondo organo a canne, costruito nel 1939 dalla dit-ta Mascioni (Opus 525); a trasmissione elettrica, dispone di 18 registri su due manuali e pedale. La cappella si conclude con un finestrone finale posto sopra l’organo, impreziosito da una grande vetrata istoriata, realizzata nel 1950 per il cinquecentenario della canonizzazione di Bernardino da Siena; consta di 21 pannelli in vetro colorato e dipinto, per lo più a gran fuoco, e rilegati a piombo. In seguito ai danni dal sisma del 2009, la vetrata è stata sottoposta a un meticoloso restauro con particolare cura per ciò che ha riguardato il trattamento protettivo superficiale e che ha migliorato la resistenza a torsione dei pannelli. La vetrata è visibile dall’esterno della basilica da via Vittorio Veneto, a lato dell’originario ingresso al convento di San Bernardino.




Mausoleo di Maria Pereyra Camponeschi: Sulla sinistra dell’altare è il mausoleo di Maria Pereyra Camponeschi (27”), anche detto mausoleo di Maria Pereyra e Beatrice, opera di Silvestro dell’Aquila del 1488 e precedente dunque al mausoleo del Santo dello stesso artista. Maria Pereyra, nobile d’Aragona e parente di re Ferdinando II e papa Paolo IV, fu la moglie di Pietro Lalle Camponeschi, tra le più importanti figure politiche della città ed erede dell’omonimo casato che controllò lungamente L’Aquila nel XV secolo. Come nel precedente mausoleo di Amico Agnifili al Duomo, l’opera prende spunto dai monumenti sepolcrali romani modellandone il disegno compositivo con la raffinatezza dei lavori scultorei urbinati più prettamente rinascimentali. Su un fondale piatto e dipinto di rosso, Silvestro realizza un sarcofago in rilievo con le figure gisant e dormienti di Maria Pereyra (in alto) e la figlia Beatrice (in basso), quest’ultima morta prematuramente a quindici mesi. Il feretro è incassato in una raffinata arcata con i pilastri suddivisi in quattro settori, decorati con le statue di San Giovanni Battista, Santa Lucia, San Francesco e Santa Caterina da Siena. Due putti d’influenza toscana e sorreggenti lo stemma dei Camponeschi completano la composizione.







