Chiesa di San Vito alla Rivera: è conosciuta anche come Chiesa di San Vito di Tornimparte, dal nome del castello che ha contribuito alla sua costruzione nel XIII secolo. Della struttura originaria vi sono poche rimanenze a causa dei rifacimenti effettuati tra ‘500 e ‘700. La facciata è quattrocentesca e presenta due meridiane per il calcolo dell’ora italica e dell’ora solare. La chiesa è stata danneggiata dal sisma del 2009 ed è stata riaperta nel 2017.

La costruzione di una chiesa dedicata a San Vito viene fatta risalire alla seconda metà del XIII secolo, nel periodo immediatamente successivo alla definitiva fondazione dell’Aquila, ad opera degli abitanti di una frazione di Tornimparte, un piccolo centro del comitatus aquilano. La facciata romanica risalirebbe invece al ’400. Dell’edificio originario non rimane quasi nulla tranne che lo spazio occupato perché la chiesa e l’intero quartiere vennero profondamente modificati tra il XVI secolo e il XVIII secolo e in seguito alla distruzione dovuta al terremoto del 1703. La chiesa è situata nella zona della Rivera, all’interno del quarto di San Giovanni, in un contesto impreziosito da altre emergenze architettoniche come la Fontana delle 99 cannelle e la Porta Rivera. A differenza della maggior parte degli edifici religiosi aquilani, non si presenta a capo di una piazza con fontanile bensì all’estremità della via Borgo Rivera che collega il centro storico con la cinta muraria, posta parallela alla navata della chiesa; l’ampio spazio delimitato dalla fontana delle 99 cannelle e la sua scalinata ne fanno da sagrato. La facciata a superficie continua, risalente al XIV secolo, è rivestita in pietra bianca e si presenta incanalata tra lesene e caratterizzata da un oculo posto in asse con il portale e fasciato da conci di pietra alternativamente bianca o rosata, tipico di molte architetture aquilane e della stessa fontana delle 99 cannelle. Ai lati dell’oculo si stagliano due meridiane di origine incerta, uno ad ore italiche e l’altro ad ore solari. Il portale è abbellito in lunetta da un dipinto raffigurante Santa Maria della Sanità. Nell’architrave è scolpito l’Agnus Dei. Alla semplicità della facciata corrisponde una semplicità dell’interno, di dimensioni modeste e strutturato su di una sola navata culminante in un ampio al-tare.

















La fontana delle 99 cannelle (detta anche fontana della Rivera) è una fontana monumentale dell’Aquila, inserita nel 1902 nell’elenco dei monumenti nazionali italiani. Situata a Borgo Rivera, una delle zone più antiche del centro storico a ridosso del fiume Aterno, vicino alla chiesa di San Vito alla Rivera, costituisce quasi l’intero perimetro dell’omonima piazza quadrangolare posta adiacente alle mura urbiche, ed è costituita da novantatré mascheroni in pietra e sei cannelle singole, dalla maggior parte dei quali sgorga l’acqua: secondo la tradizione, le cannelle rappre-senterebbero i novantanove castelli del circondario che, nel XIII secolo, parteciparono alla fon-dazione dell’Aquila. La fontana si sviluppa su tre fronti ed è posta ribassata rispetto alla sede stradale; sul lato aperto termina con una scalinata che guarda la medievale chiesa di San Vito. Il perimetro della fontana, che per un lato si appoggia alla cinta muraria della città, è caratterizzato dall’intreccio di masselli di pietra bianca e rosa, presenti anche nella facciata della basilica di Santa Maria di Collemaggio e in altri monu-menti dell’Aquila. È costituita da cinque vasche poste su livelli differenti e leggermente sfalsati tra loro, sulla più alta delle quali viene immessa l’acqua tramite appositi mascheroni. Questa struttura era appositamente studiata per consentire il lavaggio del bucato che vi avvenne quotidianamente sino ai primi decenni del XX secolo. I mascheroni sono tutti diversi fra loro e intervallati da formelle rettangolari, novantatré delle quali contenenti un fiore in rilievo e un rosone, mentre le rimanenti sei sono vuote. Queste ultime rappresentereb-bero le piaghe del Cristo, mentre il rosone è a simboleggiare il ciclo della vita e quindi l’eternità. Secondo la tradizione, la funzione dei mascheroni è quella di rappresentare allegoricamente i signori dei novantanove castelli che contribuirono alla fondazione dell’Aquila nel XIII secolo. In realtà il numero dei locali su cui fu fondata L’Aquila è leggermente minore di novantanove, e anche il numero di mascheroni dai quali sgorga l’acqua è attualmente di novantatré. Difatti, altre sei cannelle, di dimensioni minori e senza alcuna funzione pratica, sono poste poco sotto il parapetto del lato destro, probabilmente per alimentare la leggenda del numero novantanove. Tra tutti, di particolare interesse è quello posta sull’angolo destro raffigurante un uomo con la testa di pesce che farebbe riferimento a una favola medievale nota come leggenda di Colapesce.

Borgo Rivera o anche Borgo della Rivera, è un rione storico della città dell’Aquila, racchiuso all’interno delle mura urbiche medievali. La zona di Borgo Rivera rappresenta la parte più antica della città. Borgo Rivera è situato nel luogo dove nacque il centro urbano unico tra Amiter-num e Forcona. Il colle del borgo si chiamava Acquilis, Acculo o Acculae, per via delle numerose sorgenti che si trovavano in quest’area che fornivano acqua ai campi circostanti; da qui nasce il nome della città, Aquila al tempo. Acculae fu anche uno dei castelli che contribuì alla fondazione dell’Aquila; in particolare è l’unico tra tutti ad essere situato in un’area attualmente all’interno delle mura, e dunque del centro storico cittadino. Nel 1254, con l’atto conosciuto come Privilegium concessum de constructione Aqui-lae di Corrado IV di Svevia, questo luogo fu scelto come punto in cui fondare la nuova città, in chiave anti-feudale.


