ABBAZIA e MUSEO di POMPOSA: Un centro monastico sul delta del Po.

L’Abbazia di Pomposa nel medioevo ospitò un centro di spiritualità e cultura tra i più importanti al mondo e rappresenta un eccezionale patrimonio di arte e di storia; per questa sua unicità Pomposa simboleggia, nella Scala cronologica del progetto Eridanus, l’età medievale e rinascimentale. Il complesso si trova lungo la litoranea via Romea e nasce come antico Monastero benedettino comprendente oggi la Chiesa di santa Maria con l’Atrio, il Campanile romanico, la Sala del Capitolo, la Sala Stilate, il Refettorio, il Museo Pomposiano (ex dormitorio dei monaci) ed il Palazzo della Ragione. L’area, un tempo isola boscosa circondata da 2 rami del fiume e protetta dal mare, si trova inoltre all’interno del Delta del Po, uno dei parchi deltizi più importanti d’Europa (sito UNESCO dal 1999). Attestata come Cenobio fin dal IX secolo, con San Guido, abate di pomposa dal 1008 al 1046, l’Abbazia benedettina vide l’avvio del suo periodo più fecondo. Nei secoli di splendore, l’Abbazia fiorirono qui le arti architettoniche e pittoriche, che ci hanno lasciato i mirabili cicli trecenteschi della Basilica nonché il bellissimo pavimento a mosaico. Il , allestito nel 1976, conserva numerosi oggetti provenienti dalla chiesa, dal complesso abbaziale e dai dintorni in un excursus cronologico che parte dall’epoca etrusca al XIX secolo.




Chiesa di Santa MARIA: Il nucleo più antico della basilica risale al VII-IX secolo; nell’XI secolo venne allungata con l’aggiunta di due campate e dell’atrio, e venne aggiunto l’atrio. Negli oculi degli archi è rappresentato l’albero della vita. L’apparato decorativo dell’atrio ha una chiara ascendenza orientale: persiana, siriaca ed orientaleggiante. L’interno della chiesa è a tre navate, divise da colonne romane e bizantine. Il prezioso pavimento di marmo in opus sectile risale a varie epoche (dal VI al XII secolo) e presenta animali mostruosi, motivi geometrici, elementi vegetali e figurativi. Tra le allegorie il leone simboleggia la resurrezione di Cristo, il drago il male che è sempre sconfitto, il cervo è Cristo, gli uccelli con ali a riposo raffigurano la condizione umana, ecc. Sulle pareti ci sono affreschi trecenteschi di scuola bolognese, con storie dell’Antico Testamento, del Nuovo Testamento e dell’Apocalisse di Giovanni eseguiti rispettivamente sulla fascia superiore, mediana ed inferiore. Oltre a San Giovanni nell’estasi di Patmos, tra le immagini dell’Apocalisse troviamo l’Agnello entro un nimbo clipeato ergentesi su un capitello dipinto a prolungamento di quello – reale – sottostante, con le zampe poggiate sul libro dei sigilli; i quattro cherubini noti come i viventi del tetramorfo (Libro di Ezechiele 1, 10; Apocalisse di Giovanni 4, 6-8); i quattro cavalieri dai colori bianco, rosso, nero, verdastro con altrettanti attributi simbolici: corona, spada, bilancia, inferno. Sono poi presenti altre scene: Dio con il libro dai sette sigilli; i ventiquattro vegliardi; l’arcangelo Michele contro il demonio; la bestia dalle sette teste; l’idra che minaccia la Chiesa raffigurata come una figura femminile sicura poiché domina il tempo, cioè la luna posta ai suoi piedi (Apocalisse di Giovanni 12, 1-4), la carica della cavalleria sulfurea, la donna-Ecclesia (Chiesa) con un lieve rigonfiamento del ventre perché incinta, il diavolo-pipistrello, Giovanni che si ritira in meditazione nel tempio (chiusura della fascia dell’affresco meridionale), l’Agnello sul monte Sion con i centocinquantamila redenti al suo cospetto.

ABSIDE: Nell’abside affreschi di Vitale da Bologna, raffiguranti Cristo in maestà con angeli e santi, e, sotto, Evangelisti con i rispettivi simboli, Dottori della Chiesa (sulla destra) e Storie di Sant’Eustachio con la sua conversione e martirio (in basso a destra il santo è martirizzato, dentro un bue di bronzo arroventato). Il Cristo in maestà entro la mandorla è in atto benedicente e tiene nella mano sinistra il libro con le parole “pacem meam do vobis“. A destra del Redentore è raffigurata, con un preziosissimo abito ricamato in oro, la Vergine Maria che presenta l’abate committente Andrea mentre con la mano sinistra regge il cartiglio con la scritta “tuam fili clementiam“, raccomandazione per la comunità di Pomposa e per l’umanità. Accanto a Lei il santo benedettino è Guido, mentre in primo piano stanno le sante Caterina, Orsola, Elena e Maddalena. Nel registro sottostante negli spazi tra le finestre stanno San Martino di Tours e San Giovanni Battista. Nei dieci tondi del sottarco sono i profeti, divisi al centro da un angelo che reca un cartiglio con la scritta “Beati oculi qui vident quae vos videtis” (“Beati gli occhi che vedono le cose che vedete”), con riferimento alla visione celeste della gloria di Dio.



NAVATA Sinistra: Nella navata sinistra nel 2000 fu collocata una reliquia (una tibia) dell’abate pomposiano San Guido i cui resti si trovano nella chiesa di san Giovanni a Spira in Germania e che fu donata all’abbazia dal vescovo della città tedesca. L’abate San Guido morì a Fidenza nel 1046, mentre era in viaggio verso Pavia per partecipare al sinodo indetto dall’imperatore di Germania Enrico III. Per volontà dell’imperatore il corpo fu sepolto a Spira.


CONTROFACCIATA: Vi è una rappresentazione del Giudizio universale (in basso a destra, guardando l’uscita: i diavoli che attuano crudeli supplizi, i dannati, Lucifero con le fauci. Dalla parte opposta un angelo conduce ver-so Cristo i beati nei quali ci sono vescovi e abati, ed i patriarchi della Chiesa (Abramo, Isacco e Giacobbe) accolgono le anime del Limbo verso la beatitudine). Il Cristo Giudice sta entro una mandorla mentre sulla fascia superiore c’è il Cristo bene-dicente tra schiere di angeli e beati: tale immagine allude al trionfo della Chiesa (la Gerusalemme celeste dell’angolo a sinistra) sempre fondato sul sacrificio divino (gli strumenti della passione a destra: croce, chiodi lancia. L’affresco del Giudizio Universale si distacca dalla trasposizione in figura dell’Apocalisse ed offre ri-ferimenti espliciti al Vangelo di Matteo, mettendo così Pomposa in linea con le iconografie che a partire dal XII secolo danno avvio in Linguadoca e in Spagna ad una nuova interpretazione del Giudizio.

MONASTERO: Di esso restano la Sala capitolare ornata di affreschi degli inizi del XIV secolo di un diretto scolaro di Giotto; il refettorio che ha sulla parete di fondo il più prezioso ciclo di affreschi dell’abbazia attribuito a un maestro riminese forse il Maestro di Tolentino. Nel Refettorio sulla parete est affresco con al centro la Deesis (Cristo tra la Vergine, San Giovanni, San Benedetto, San Guido), a sinistra l’Ultima cena, a destra il miracolo di San Guido (l’abate Guido Strambiati). Nell‘Aula capitolare affreschi con san Benedetto e profeti (parete nord), San Guido e coppie di profeti (parete sud), Crocefissione (parete est).
REFETTORIO: Scene sacre di PIETRO da RIMINI. Ivi si trovano tre affreschi ben conservati che rappresentano, da sinistra, l’Ultima Cena, Cristo in trono con la Vergine, San Giovanni Battista e i Santi Benedetto e Guido, e a destra il Miracolo di San Guido, in cui il beato abate trasforma l’acqua in vino alla presenza dell’arcivescovo di Ravenna, Gebeardo.





La SALA delle STILATE: Appartiene alle ristrutturazioni del XIII-XIV secolo e deve il suo nome ai pilastri di legno che sostengono le travi principali del solaio; la complessa struttura lignea del grande vano, di fattura piuttosto rustica, ed il suo aspetto generale hanno permesso di ipotizzare un utilizza della sala come magazzino, anche se appare poco chiara una funzione di questo tipo in relazione alla collocazione del vano proprio nel chiostro maggiore del Monastero. Nelle planimetrie storiche di Pomposa l’odierno spazio risulta suddiviso in diversi ambienti, tra i quali si distinguono la foresteria ed un androne di passaggio. La sala venne restituita alla più antica configurazione nel corso dei restauri degli anni venti del novecento.

MUSEO POMPOSIANO: Al Primo Piano: Nell’angolo sud-est del Chiostro la grande apertura ad arco acuto introduce al Museo Pomposiano, situato al piano superiore in quello che nel Trecento era il dormitorio dei frati. Il grande vano era suddiviso in celle di materiale leggero, ciascuna delle quali dotata di una finestra; di spoglia semplicità, mostra una copertura del tutto simile quella del Refettorio, con capriate di tipo palladiano e manto in legno nel quale fino all’Ottocento si conservavano parti dell’originale decorazione dipinta. Il Museo venne istituito nel 1977. La raccolta si compone di materiali eterogenei compresi in un arco cronologico che dal VI secolo si spinge fino al XIX, provenienti da scavi archeologici, restauri o ritrovamento fortuiti riconducibili alla storia del complesso abbaziale; essa riassume quindi la plurisecolare storia dell’Abbazia, attraverso un percorso che si snoda senza un rigoroso ordine cronologico ma per raggruppamenti omogenei di materiali. Nella prima parte della sala sono collocati tutti gli affreschi staccati per diversi motivi dalle pareti del complesso negli anni 1960-1963, tra essi, il grande pannelel della Battaglia dei Maccabei e vari frammenti che si ricollegano alla più antica decorazione della Chiesa (IX-X secolo).




La SALA del CAPITOLO: E’ segnalata nel Chiostro dalla porta archiacuta affiancata da 2 grandi bifore con cornici in cotto lavorato e decorazioni dipinte, secondo un uso radicato in area padana nel XIV secolo. Il vano che era il luogo delle riunioni dei monaci, è il frutto del rinnovamento trecentesco dell’Abbazia. Oggi la critica riconosce unanimemente la matrice giottesca degli affreschi dell’ignoto Maestro del Capitolo che furono per molto tempo creduti opera dello stesso Giotto. Il fuoco dell’impianto iconografico è costituito dalla Crocifissione posta al centro della parete di fronte all’ingresso; sulle pareti laterali, San Benedetto e San Guido rappresentano l’Ordine nel suo fondatore e nel Santo che per la comunità di Pomposa costituisce il più severo ma sicuro riferimento spirituale. Nelle pareti laterali si susseguono nicchie architettoniche in forma di bifora che inquadrano coppie di profeti dipinte a monocromo. Al di sotto degli affreschi si possono ancora oggi vedere resti dei 2 precedenti strati pittorici della sala difficilmente databili: il più antico a riquadri con nomi di Santi, il secondo (oggi in un pannello staccato e riapplicato alla parete di sinistra) con decorazioni a velari.




CAMPANILE: Altissimo rispetto al resto dell’edificato (48 metri), il campanile è del 1063 in forme Romanico-Lombarde e ricorda quello, di circa 75 me-tri, dell’Abbazia di San Mercuriale nella non lontana Forlì. Grazie ad una lastra iscritta conosciamo il nome dell’architetto che progettò il campanile e ne diresse i lavori di costruzione: Deusdedit. Procedendo dalla base verso la sommità del campanile le finestre aumentano di numero e diventano più ampie seguendo una tendenza classica di quel periodo, che serviva ad alleggerire il peso della torre e a propagare meglio il suono delle campane. Dal basso verso l’alto so-no presenti monofore, bifore e quadrifore.



