VARALLO: Riconosciuta come città d’arte, sorge lungo le rive della Sesia ed è diviso in due parti dal torrente Mastallone, suo affluente, che separa il centro storico, detto Varallo Vecchio, dalle aree più recenti. Unisce attività industriali e turistiche. È dominato dal Sacro Monte di Varallo, uno dei maggiori luoghi di culto della chiesa cattolica del Piemonte, che attira annualmente migliaia di turisti. Nell’immagine in evidenza: Cappella XLIV, la Fontana rappresenta la Resurrezione di Gesù. L’acqua scorre da 5 aperture della vasca centrale e invita alla purificazione corporea, dopo quella spirituale avvenuta durante il percorso di ascesi seguendo la storia della vita di Gesù.

(Dopo) CAPPELLA XXVII: “GESU’ la prima volta da Pilato”. Il visitatore è ora condotto nella visione del momento nel quale Gesù viene portato per la prima volta davanti al governatore romano Ponzio Pilato. La cappella si trova sopra una scenografica scalinata che termina idealmente nell’edificio che rappresenta il palazzo di Pilato, voluto nel corso del ‘600 dal vescovo Bascapè, disegnato e realizzato da Giovanni D’Enrico e Bartolomeo Ravelli. Le opere qui contenute sono il risultato del lavoro d’equipe della bottega dei D’Enrico (1618-28): Giovanni si occupò di plasmare le sculture, il fratello Melchiorre di dipingerle, mentre gli affreschi furono affidati al fratello più piccolo, Antonio (meglio noto come “Tanzio”). La perfetta fusione tra l’apparato pittorico e quello scultoreo testimonia come la lezione gaudenziana e la forza del secondo manierismo lombardo sappiano inscenare una vivida e vitale teatralizzazione della scena sacra.

(Dopo) CAPPELLA XXVIII: “GESU’ condotto al Tribunale di Erode”. La piazza dei Tribunali offre un altro episodio relativo al giudizio cui viene sottoposto Gesù dopo la cattura. In questa cappella Gesù è condotto davanti a re Erode. La cappella fu eretta nella prima metà del ‘600 grazie al progetto redatto da Giovanni D’Enrico e Bartolomeo Ravelli, e finanziata con le elemosine dei valsesiani. Gli affreschi rappresentano una delle opere più tarde di Tanzio D’Enrico (ca. 1628-30) che lavora in équipe con i fratelli maggiori Giovanni, incaricato di plasmare le sculture, e Melchiorre, dedito alla decorazione delle sculture.


(Dopo) CAPPELLA XXIX: GESU’ per la 2° volta da Pilato”. La “piazza dei tribunali” si chiude con la rappresentazione del momento nel quale Gesù viene condotto per la seconda volta davanti a Ponzio Pilato. Le sculture sono opera della bottega di Giovanni D’Enrico (1641) e rappresentano uno degli ultimi lavori del grande maestro, ormai molto anziano. Gli affreschi, invece, furono ultimati solo nel 1679 da Pierfrancesco Gianoli, pittore originario di Campertogno. L’artista realizzò anche un suo presunto autoritratto, oggi conservato nella Pinacoteca di Varallo.

(Dopo) CAPPELLA XXX: “La Flagellazione”. Entrando all’interno dell’architettura che riproduce il Palazzo di Pilato il visitatore osserva il momento nel quale Gesù subisce la flagellazione. Una più antica cappella dedicata al momento della Flagellazione esisteva già verso la fine del ‘500 nell’area dell’attuale cappella XXIII, ma essa fu demolita nel corso dell’ ‘800. Alcuni resti sono però conservati nella Pinacoteca: si tratta, in particolare, della scultura lignea di Gesù realizzata verso la metà del ‘500 da Giovanni da Battista Corbetta; e di alcuni affreschi di Bernardino Lanino, fedele seguace dei modi di Gaudenzio Ferrari. L’attuale cappella venne invece edificata entro il 1610 e, per volontà del vescovo Bascapè, furono inserite le figure dei flagellatori cinquecenteschi in legno del Corbetta. Le altre sculture sono in terracotta e furono plasmate da Giovanni D’Enrico (ca. 1617) mentre gli affreschi furono realizzati dal varallese Cristoforo Martinoglio detto “il Rocca” (1620).

(Dopo) CAPPELLA XXXI: “L’Incoronazione di spine”. La cappella, inserita verso l’inizio del ‘600 all’interno del complesso del Palazzo di Pilato, rappresenta la scena in cui i soldati scherniscono e percuotono Cristo rivestendolo con una tela color porpora, ponendogli una corona di spine sulla testa e una canna nelle mani.
Gli affreschi furono realizzati entro il 1614 da Ortensio Crespi di Cerano (fratello del noto e omonimo pittore bresciano) mentre le sculture, in terracotta, sono opera di Giovanni D’Enrico.

(Dopo) CAPPELLA XXXII: “GESU’ sale le scale del Pretorio”. Trascinato con una corda legata al collo da un manigoldo, Gesù viene condotto al Pretorio perché venga giudicato da Pilato. E’ in questo momento che Gesù, e così il visitatore, percorre la Scala Santa, costruita ad immagine e somiglianza della vera Scala Santa custodita nella chiesa di San Giovanni in Laterano, a Roma. All’interno della cappella sono presenti tre statue in legno provenienti da cappelle precedenti come, ad esempio, la coppia formata da Gesù e dal manigoldo con le braghe a righe, peraltro attribuita a Gaudenzio Ferrari (circa 1510-13). Le quattro sculture in terracotta, invece, sono opera di Giovanni d’Enrico (circa 1640). Gli affreschi furono commissionati al pittore campertognese Pierfrancesco Gianoli (1657).

(Dopo) CAPPELLA XXXIII: “ECCE HOMO”. Si tratta di una delle cappelle più ammirate di tutto il complesso. La cappella dell’ “Ecce Homo” costituisce l’esempio più nobile dell’alta qualità produttiva che andava sviluppandosi nel cantiere del XVII secolo, periodo nel quale si stava perfezionando compiutamente l’opera didattica e spirituale del Sacro Monte. Il periodo barocco darà felicemente modo a Giovanni Testori, noto “poeta” del Sacro Monte, di indicare come esso si configuri come un vero e proprio “Gran Teatro Montano”. La cappella rappresenta il momento nel quale Pilato, esponendo Gesù alla folla, esclama: “Ecce homo” (ecco l’uomo che volete crocifiggere) mentre la folla, radunata in gran quantità sotto l’elegante loggia, urla “Crocifiggi-lo!”. Gli affreschi furono eseguiti da Pierfrancesco Mazzucchelli detto “il Morazzone” (1609-1616). Le statue sono opera dall’equi-pe di Giovanni d’Enrico con interventi dal fratello Melchiorre.

(Dopo) CAPPELLA XXXIV: “Pilato si lava le mani”. “Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso“. (Mt 27, 19-26)
La cappella era ultimata entro il 1620. Le sculture in terracotta policroma si stavano fabbricando ad opera di Giovanni d’Enrico. Gli affreschi sono opera di Antonio d’Enrico (meglio noto come “Tanzio da Varallo”, 1618-1619).

(Dopo) CAPPELLA XXXV: “La Condanna”. La cappella raffigura il momento finale del giudizio di Gesù, durante il quale il governatore Pilato legge la condanna a morte, circondato da una gran folla di astanti. L’allestimento venne completato entro il 1616: le sculture sono opera della bottega D’Enrico mentre la decorazione pittorica è di Pier Francesco Mazzucchelli, detto “il Morazzone”.

(Dopo) CAPPELLA XXXVI: “La salita al Calvario”. In una delle cappelle più grandi di tutto il complesso del Sacro Monte viene illustrato un momento della Via della Croce percorsa da Gesù verso il monte Calvario: egli, sfinito, cade sotto il peso della Croce, e gli si fa incontro Veronica per tamponare il suo viso con un panno. La grande folla è tutta avviata verso il Calvario e, sullo sfondo, si intravede uno scorcio della città di Gerusalemme. Lo straordinario apparato scultoreo fu plasmato dallo scultore fiammingo Juan de Wespin detto “il Tabacchetti” (1599 – 1602). Qualche anno dopo (1607) furono terminati anche gli affreschi per opera di Pierfrancesco Mazzucchelli detto “il Morazzone”. Dopo: La VERONICA.


(Dopo) CAPPELLA XXXVII: “Inchiodazione”. Circondato da una gran folla e seguito dalle donne che sorreggono Maria durante l’ascesa al Calvario, Gesù viene inchiodato alla croce. Si tratta di una delle cappelle più evocative e toccanti della Passione; essa fu completata negli anni quaranta del XVII secolo grazie ai fondi elargiti da Giovanni Tornelli. Le sculture sono opera della bottega di Giovanni D’Enrico, con aiuti della bottega di Giacomo Ferro. Gli affreschi sono opera di Melchiorre Gherardini detto “il Ceranino” (1641).

(Dopo) CAPPELLA XXXVIII: “La Crocifissione“. Il visitatore, guidato nella zona centrale della rappresentazione del monte Calvario, assiste, nell’immediatezza espressiva delle immagini, al momento centrale della parabola messianica. Grazie alle vetrate apposte negli ingressi frontali della cappella, il visitatore può ancora vivere la cappella nella medesima maniera del pellegrino del ‘500. Nella cappella si illustra il momento nel quale Gesù muore sulla croce. Accanto a lui i ladroni, intorno la Madonna con le pie donne, il giovane discepolo San Giovanni, i soldati che tirano a sorte con i dadi il possesso della sua veste, i cavalieri. Sul luogo detto Calvario, voluto dal fondatore del complesso padre Bernardino Caimi secondo il suo progetto di ricostruzione della Terra Santa, già nel 1514 esisteva una cappella, molto semplice, dedicata a questo mistero. Entro il 1521, però, Gaudenzio Ferrari opera un rinnovamento profondo dell’antico luogo, rendendolo come oggi lo possiamo osservare. Accanto ai personaggi evangelici accosta una serie di ritratti, dipinti e affrescati, tali da rappresentare l’universalità e la varietà umana. E’ in questa cappella che Gaudenzio realizza la scenografica concezione dell’immagine didattica, dell’immagine empatica con l’osservatore. Uno stile narrativo che sarà di esempio per tutti gli artisti che saranno incaricati di proseguire i lavori dopo di lui.

(Dopo) CAPPELLA XXXIX: “La Deposizione” L’ultima cappella del complesso del Monte Calvario rappresenta il momento nel quale Gesù viene deposto dalla Croce. La cappella, prevista dal vescovo Bascapè, fu terminata entro gli anni quaranta del XVII secolo grazie all’opera della bottega D’Enrico, per la realizzazione dell’apparato scultoreo, e a Melchiorre Gherardini, detto “il Ceranino”, per la decorazione pittorica (1641-42).


(Dopo) CAPPELLA XL: “Lamentazione sul CRISTO Morto”. Questa cappella anticamente ospitava la scena della salita al Calvario: sulle pareti si riconoscono gli affreschi realizzati da Gaudenzio Ferrari entro il 1514 nei quali è possibile identificare i ladroni, le pie donne con San Giovanni, i soldati a cavallo. Dopo i lavori che portarono ad un radicale ripensamento della fisionomia del complesso nel corso della seconda metà del ‘500, si decise di sistemare l’episodio della Pietà in luogo della salita al Calvario. Nella cappella oggi sono visibili le sculture del gruppo plasmato da Giovanni D’Enrico entro il 1640 raffigurante Gesù steso tra le bracccia della Madonna circondato da Maddalena, San Giovanni, le pie donne, Giovanni d’Arimatea e Nicodemo.

(Dopo) CAPPELLA XLI: “ la Deposizione di GESU’ nella Sindone”. Il vano, risalente alla fine del ‘400, era anticamente unito alla scena attuale della Pietà e opsitava il gruppo della “Pietra dell’Unzione”, ora conservata nella Pinacoteca di Varallo. La cappella, nella quale si osserva il momento in cui Gesù viene cosparso di oli profumati e avvolto nel lenzuolo, fu risistemata nel corso dell”800 con sculture di Luigi Marchesi e affreschi del grande maestro valsesiano Pier Celestino Gilardi.

(Dopo) Cappella XLII: “Altare di San FRANCESCO”. L’altare, dedicato al Santo poverello fondatore dell’ordine dei francescani, in realtà non appartiene propriamente al percorso di visita. Esso ricorda l’altare usato da Beato Caimi per celebrare le Sante Messe prima che iniziassero i lavori di costruzione della chiesa. La pala d’altare rappresenta il transito di San Francesco, dipinta nel 1880 dal pittore valsesiano Pier Celestino Gilardi di Campertogno. Essa sostituisce la tavola originaria che era stata dipinta da Gaundezio Ferrari verso il 1517 ed è ora conservata nella Pinacoteca di Varallo.
La cappellina fu finanziata da Emiliano Scarognini, notabile appartenente ad una delle più influenti famiglie di Varallo del tempo.


CAPPELLA XLIII: “Il Santo SEPOLCRO”. Il Santo Sepolcro è considerato il cuore del Sacro Monte. Esso riproduce fedelmente il luogo di Terra Santa nel quale Gesù fu sepolto ed è il primo luogo costruito nel complesso. Fu eretto grazie al notabile varallese Emiliano Scarognino “affinchè potesse vedere Gerusalemme chi non poteva viaggiare”, come spiega l’iscrizione posta sopra la porta di ingresso. Il Sepolcro risulta concluso il 7 ottobre 1491. Settecentesco è invece l’oratorio aperto sotto la cella.
La cappella si articola in due ambienti: il primo, con Maddalena e l’Angelo, il secondo contenente la scultura in legno di Gesù, risalente alla fine del ‘400.

(Dopo) CAPPELLA XLV (Basilica): “Dormitio MARIE e Assunzione della VERGINE”. Nel periodo della fondazione del complesso, padre Caimi fece erigere la prima chiesa, dedicata a Maria Assunta, ubicata nell’area dell’attuale Albergo “Casa del Pellegrino”. Nel 1614 iniziarono i lavori per edificare una nuova chiesa poichè quella originaria era divenuta troppo piccola. Abbattuta per una porzione la chiesa antica, si aprì il cantiere per la nuova chiesa che fu terminata verso il 1713. Nel corso dei decenni successivi si continuarono i lavori di decorazione interna. Nel 1642 fu portata nello “scurolo” (cripta) la scultura lignea della Vergine dormiente, attribuita ad un giovane Gaudenzio Ferrari. Con il prosieguo del secolo fu terminato tutto il corpo di fabbrica, decorato in stile tardo Barocco e Rococò (Francesco Leva, Carlo Penna da Camasco, Giovanni Antonio Orgiazzi il Vecchio). Solo nel 1896 la chiesa venne dotata della facciata, opera in marmo bianco progettata dall’architetto Cerutti di Valpiana. Nel coro fu realizzata la cappella aerea raffigurante l’Assunzione di Maria nel Paradiso Celeste (Dionigi Bussola e fratelli Danedi detti “i Montalti”, ca. 1665-80). L’altare maggiore e lo scurolo furono realizzati da Benedetto Alfieri (1740 ca.). La basilica rappresenta l’ultima cappella del pellegrinaggio al Sacro Monte. Dopo: La MADONNA dormiente.



