Il Giro delle Chiese

Ti porto alla scoperta dell’architettura sacra e di altre meraviglie d’Abruzzo, italiane e del mondo

SASSARI: Un Breve GIRO Per ALGHERO

ALGHERO è una città italiana di 42.400 abitanti, costitutiva della rete metropolitana del Nord Sardegna in provincia di Sassari, in Sardegna. È conosciuta anche come la Barceloneta sarda, ovvero “la piccola Barcellona”: la città ha infatti conservato l’uso del catalano, di cui è un’isola linguistica e il 22,4% dei suoi abitanti lo parla nella variante algherese, riconosciuta dalla Repubblica Italiana e dalla Regione Sardegna come lingua minoritaria. Nell’immagine in evidenza: Gabbiano sardo a Capo Caccia.

La lingua catalana nella versione algherese sta ricevendo tutela attraverso programmi di insegnamento e di utilizzo ufficiale all’interno del territorio comunale. Ad Alghero ha inoltre sede istituzionale una delegazione della Generalitat de Catalunya, il governo regionale della Catalogna. La città, una delle principali della Sardegna e quinta della regione per numero di abitanti, è una delle porte di accesso all’Isola, grazie all’aeroporto che sorge nelle vicinanze di Fertilia. È il capoluogo della Riviera del Corallo, nome che deriva dal fatto che nelle acque della sua rada è presente la più grande quantità del prezioso corallo rosso della qualità più pregiata, pescato da corallari subacquei, attività che con la lavorazione e la vendita, da secoli ha avuto una grande importanza di carattere economico e culturale, tanto che un ramo di corallo è inserito nello stemma della città.

Il territorio di Alghero inizia la sua storia durante il neolitico. La Grotta Verde, grotta sommersa sul promontorio di Capo Caccia, è stata oggetto di frequentazione a partire dal neolitico antico (VI-V millennio a.C.): le ceramiche rinvenute appartengono alla facies locale detta di “Filestru-Grotta Verde”, con vasi globulari o piriformi con fondo convesso e con decorazione impressa, in parte del tipo cardiale. Altri frammenti ceramici appartengono alla cultura di Bonu Ighinu, del neolitico medio (V-IV millennio a.C.). Nell’età nuragica il territorio algherese è intensamente popolato con 90 nura-ghi individuati (densità di 0,40 per km²), circa un terzo dei quali ormai scomparsi. La maggior parte sono a singola torre e tutti sono costruiti in pietra locale, come calcare, arenaria e trachite. Sono inoltre presenti diversi villaggi, per la maggior parte collegati ai nuraghi, dove sono state rinvenute ceramiche protocorinzie e fenicie, a testimonianza dei rapporti commerciali intrattenuti con le altre regioni mediterranee. Per le sepolture sono invece scarse le tombe dei giganti, solo cinque forse a seguito del riutilizzo delle più antiche Domus de Janas. A questa fase appartengono le necropoli ipogeiche di necropoli di Santu Pedru e la prosecuzione di quella di Anghelu Ruju, e i villaggi nuragici di Palmavera e di Sant’Imbenia. La presenza fenicia è scarsa, legata alla necropoli punico-romana di Sant’Imbenia, come in tutto il nord della Sardegna e in età romana la vita continua senza apparente soluzione di continuità. Alcune ville rustiche sono testimoniate in prossimità dei nuraghi, come la villa romana di Santa Imbenia.

(Dopo) PIAZZA SULIS e l’omonima Torre: La nascita dell’odierna città di Alghero viene tradizionalmente fatta risalire ai primi del XII secolo, quando alla nobile famiglia genovese dei Doria venne concesso di fondarne il primo nucleo storico nella costa sguarnita della curatoria di Nulauro nel Giudicato di Torres. È incerto se fosse presente qualche insediamento precedente, magari legato alle vicende delle incursioni saracene.  Secondo alcuni studiosi, tra cui l’archeologo dell’Università di Sassari Marco Milanese, la fondazione della città da parte dei Doria sarebbe tuttavia da postdatare di circa 150 anni, intorno alla metà del XIII secolo.

(Dopo) CATTEDRALE di Santa MARIA IMMACOLATA: E’ la cattedrale della diocesi di Alghero-Bosa. Risalente a partire dal XVI secolo, si trova nel centro storico della città, di cui è uno dei principali monumenti, nonché una delle chiese più grandi della Sardegna. Nel 1503 il papa Giulio II promulgò una bolla con cui si attuava una profonda revisione del-le diocesi sarde, forte-mente voluta dal sovrano Ferdinando II. Le tre piccole dio-cesi di Castro, Bisarcio e Ottana vennero unite e incorporate nella nuova diocesi di Alghero.

ESTERNO: è caratterizza-to principalmente dall’alta torre campanaria, uno dei simboli di Alghero, che spicca nel panorama urbano del centro storico. La torre, sul retro della chiesa, fa parte della prima fase di costruzione dell’edificio, è in stile tardogotico, con la canna a sezione ottagonale, diverse aperture ad arco ogivale sui lati, e, dopo una balaustra lungo la quale archi e pinnacoli si alternano, è coronata con una slanciata guglia di forma piramidale comune in Catalogna rivestita di maioliche policrome. Alla base del campanile si apre il portale che lo collega alla cappella centrale del deambulatorio. È in stile fiorito, con colonnine sormontate da archetti ogivali, decorato da sfere e piccoli gigli scolpiti nella pietra. L’ingresso principale si trova sulla piccola piazza del Duomo, dove si affaccia il prospetto del ‘800 in stile neoclassico. Presenta un monumentale pronao classico, dotato di un timpano triangolare retto da 4 colonne di ordine dorico sorrette da un alto stilobate con scalinata centrale.

INTERNO: Lo spazio interno del tempio è a croce latina suddiviso in 3 navate, separate tra loro da pi-lastri e colonne di gusto classico. Ha stile tardo rinascimentale come dimostra la volta a botte leggermente ribassata impostata su un cornicione sorretto da grandi mensole classicistiche e segnata da sottarchi che dividono lo spazio sottostante in campate. Il minimo scarto dei bracci ortogonali conferisce all’impianto longitudinale una centralità di stampo rinascimentale, evidenziata dall’accentuato sviluppo in altezza. Nelle navate laterali si aprono 6 cappelle, 3 per lato, tutte ornate da interessanti opere d’arte. Notevoli soprattutto le prime cappelle di ciascuna navata, più grandi delle successive e coperte da cupole che gravano su alti pilastri alternati a colonne doriche in arenaria, in cui si trovano due imponenti altari ottocenteschi in stile neoclassico; di particolare rilievo la 1° Cappella a destra, dedicata al Santissimo Sacramento, con un imponente altare consacrato nel 1824, scolpito nel marmo e decorato al centro con un tempietto circolare che ricorda il tempio di Vesta a Roma. Altre cappelle si aprono sul transetto coperto a padiglione, che ospita anche il mausoleo marmoreo, in stile neoclassico, di Maurizio di Savoia (1762-1799), duca del Monferrato, scolpito agli inizi del XIX secolo da Felice Festa su committenza di Carlo Felice di Savoia, fratello del duca. Nel punto in cui la navata centrale incrocia il transetto si innalza la seicentesca cupola ottagonale, costruita su un alto tamburo finestrato, al di sotto della quale si trova il presbiterio. L’area presbiterale, sopra il pavimento dell’aula di qualche gradino, è cinta da una balaustra, realizzata in marmi intarsiati dal genovese Giuseppe Massetti nel 1727. Lo stesso artista realizzò anche l’altare maggiore, col gruppo scultoreo raffigurante l’Immacolata tra angeli, e l’elegante pulpito. Ai lati della scala di accesso al presbiterio fanno la guardia due leoni marmorei, secondo il modello del Duomo di Cagliari, ripreso poi in varie chiese dell’Isola. Dietro il coro ligneo, nell’abside poligonale, si aprono 5 cappelle radiali in stile gotico, unite fra loro a formare un deambulatorio Delle 5 cappelle radiali, l’ultima a sx presenta pianta rettangolare e volta a crociera senza nervature. Nelle cappelle vi sono pregevoli altari lignei, opera di abili artigiani locali e deliziosi altari in marmo, fra i quali spicca quello del SS. Sacramento, realizzato in prezioso marmo di Carrara su commissione del vescovo Pietro Bianco di Sassari.

CHIESA del CAMELO: è un luogo di culto situato nel centro storico di Alghero, a ridosso delle fortificazioni aragonesi. Consacrata al culto cattolico, fa parte della parrocchia dell’Immacolata Conce-zione nella diocesi di Alghero-Bosa. La fondazione della chiesa, ufficialmente il 12 dicembre 1644, coincide con quella del vecchio convento e fu opera di due carmelitani catalani, Briòs e Brunacho che, grazie ai lasciti e alle donazioni della gente del posto, acquistarono tre edifici attigui, poi trasformati in un grande spazio religioso comprendente chiesa e convento – quest’ultimo non più esistente a causa di un incendio che lo distrusse nel 1889. L’edificio è costruito in pietra arenaria. La facciata esterna, realizzata nel 1749 con la creazione di un piccolo atrio porticato che introduce alla chiesa, si presenta timpanata, con due paraste d’angolo e segnata da una cornice che la divide in due ordini. In quello superiore sono presenti due finestre che si aprono sul matroneo, permettendo l’illuminazione naturale dell’aula interna mentre all’interno del timpano è visibile un rosone ormai quasi illeggibile. La facciata è conclusa da un campanile a vela composto da tre arcate ma con solo due campane. L’ingresso alla chiesa, che risulta sollevata rispetto al piano stradale, avviene grazie ad un’ampia apertura arcuata e tramite due brevi scalinate: la prima che immette al porticato e la seconda che introduce alla chiesa vera e propria. L’interno presenta un’aula a pianta rettangolare con navata unica centrale, coperta con volta a botte, su cui si affacciano 3 cappelle per lato. Sul fondo, nell’abside, spicca il maestono retablo in legno dorato e policromo, intagliato e decorato da maestro probabilmente sassarese, tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII. Il presbiterio è sollevato di due gradini rispetto al piano della navata ed è delimitato da una balaustra in marmo venato; accoglie l’altare anch’esso in marmo dello stesso stile e probabile stessa mano della balaustra, quest’ultima riportante un bassorilievo della Madonna col bambino. Le cappelle laterali, voltate a crociera, sono dedicate a sant’Alberto, a Maria Maddalena de’ Pazzi, a san Franco Lippi, alle Anime sante, alla Madonna dels Desemparats (dei Diseredati) e al Crocifisso; le ultime due sono delimitate da una balaustra un marmo. Sulla sinistra, tra la prima e la seconda cappella, risalta il pulpito, in legno finemente intagliato, che riporta lo stemma dell’Ordine carmelitano.

CHIESA di San FRANCESCO: è un luogo di culto cattolico monumentale della città di Alghero e uno dei massimi esempi di architettura gotico-catalana in Sardegna. Sorge, affiancata dall’attiguo convento, in via Carlo Alberto, nel cuore del centro storico. L’arrivo ad Alghero dei frati Minori, e dunque l’edificazione del complesso conventuale, risale al XIV secolo. Chiesa e convento vennero riedificati in stile gotico – catalano nel corso del XV secolo. Il 17 febbraio 1593 il corpo centrale della chiesa venne danneg-giato da un crollo, circostanza che rese necessari lavori di restauro che rinnovarono parte del tempio secondo i canoni del classicismo rinascimentale. I lavori si conclusero nel 1598. La chiesa, edificata in pietra arenaria, è caratterizzata esternamente dalla torre campanaria, a canna esagonale su base quadrata e sormontata da una guglia, simile, anche se di dimensioni più modeste, alla torre della cattedrale. La facciata è severa, ornata solo dal bel portale con architrave di gusto classico, in cui è scolpito lo stemma dei Francescani attorniato da angeli recanti gli strumenti della Passione, e da un piccolo rosone sormontato da un oculo cieco. L’interno, concepito nel ‘400 a navata unica con cappelle laterali, si presenta, dopo i restauri della fine del ‘500, nell’attuale impianto trinavato con 5 cappelle per lato. La navata centrale, divisa in 5 campate, è scandita da robusti pilastri cruciformi e archi a tutto sesto. Su una sporgenza del 4° pilastro a sinistra è collocata una scultura lignea del Cristo alla colonna, risalente al XVII secolo, che veniva portata in processione durante la Settimana Santa. Le cappelle ospitano alcuni sontuosi altari lignei, realizzati nel XVIII secolo in stile barocco, come quelli della Madonna degli Angeli, del Santissimo Sacramento e di Sant’Antonio da Padova.

ZONA ABSIDALE: E’ connessa alla navata centrale tramite un arco a sesto acuto su pilastri a fascio, ed è in stile gotico e risale all’ultimo ventennio del XV secolo. Il presbiterio è a pianta quadrata, coperto dalla bella volta stellata e costolonata da cui partono le nervature della volta dell’abside, a pianta semiesagonale. L’altare maggiore, dominato dalle statue della Madonna tra quelle dei santi Francesco d’Assisi e Antonio da Padova, è un’opera in marmi policromi della fine del settecento realizzata dallo scultore Giovanni Battista Franco. Ai lati del presbiterio si aprono alcune cappelle, in cui si ammirano i capitelli scolpiti che reggono gli archi e i costoloni delle volte. Notevole, a destra del presbiterio, la Cappella del Santissimo Sacramento, alla quale si accede da un arco ribassato con estradosso decorato da gigli scolpiti. Particolare la decorazione dell’arco della seconda cappella a sinistra, costituita da una teoria di piccole sfere. Dalla navata sinistra si accede alla sacrestia, abbellita da antichi arredi e simulacri lignei, che da a sua volta accesso al piccolo e suggestivo chiostro, costituito da due ordini di arcate a tutto sesto. L’ordine superiore risale al XVIII secolo mentre quello inferiore è quattrocentesco, con la serie di archi retta da un alternarsi di colonne e pilastri ottagonali. Dal chiostro si accede alla piccola cappella posta alla base del campanile, che riprende in piccolo la pianta del presbiterio (quadrato su cui si innesta un semiesagono), caratterizzata da capitelli scolpiti e volta ombrelliforme costolonata, dal centro della quale pende una gemma in terracotta in cui è raffigurato san Francesco nell’atto di ricevere le stimmate.

(Prima): La Chiesa di San MICHELE è un importante luogo di culto cattolico della città di Alghero, che rappresenta uno degli esempi più significativi in Sardegna dello stile barocco. È dedicata al santo patrono della città, ed è situata nel centro storico, in via Carlo Alberto, di fronte a piazza Ginnasio. La prima attestazione certa della chiesa risale al 1585. La facciata dell’edificio, piuttosto semplice, presenta uno zoccolo di conci squadrati di arenaria. Sopra il portale ligneo risaltano, racchiuse in una cornice di trachite, due simulacri marmorei che rappresentano l’Annunciazione e, poco più in alto, un altorilievo che simboleggia lo Spirito Santo.

(Dopo) CUPOLA: La cupola della chiesa è divenuta uno dei simboli di Alghero. Ha una pianta ottagonale impostata su un alto tamburo retto da pennacchi, ed è dotata di lanterna. Intorno al 1950 la cupola venne rivestita esternamente da mattonelle policrome realizzate su disegno di Antonio Simon Mossa e Filippo Figari. La chiesa e la cupola sono state restaurate nel 2007.

INTERNO: E’ a navata unica coperta con volta a botte e suddivisa da archi trasversali che poggiano su colonne corinzie. Ai lati sono presenti sei profonde cappelle (tre per lato). L’arcangelo Michele, santo titolare, è raffigurato sulla pala dell’altare maggiore e in una grande statua lignea che lo ritrae mentre sconfigge Satana, posto incatenato sotto i suoi piedi. Un’altra raffigurazione, che si trovava nell’edicola centrale dell’altare maggiore, è oggi ospitata nel Museo diocesano di arte sacra. Nella Cappella dedicata alla Madonna della Freccia è presente un grande dipinto risalente al 1652 e sotto di esso una nicchia col simulacro della Vergine di Valverde: il santuario di Nostra Signora di Valverde, a pochi chilometri dalla città, era in origine dedicato proprio alla Madonna della Freccia. Nel braccio sinistro del transetto si trova la Cappella dedicata a sant’Ignazio di Loyola, raffigurato mentre viene rapito in estasi nel dipinto, con dettagli molto curati e giochi di luce. L’altare monumentale della cappella venne realizzato nel 1678. Nel braccio destro del transetto è presente la Cappella dedicata a san Francesco Saverio. Il dipinto rappresenta il santo in cammino, mentre con le mani apre la veste sul petto: il alto la scritta “Satis, Domine, Satis” (“Basta, Signore, basta”). Su una parete è una tela con Visione di santa Teresa d’Avila, con in alto due gruppi di santi gesuiti, e, a mo’ di aureola attorno alla testa della santa, la scritta “Li vidi con bandiere bianche in mano”. Sulla parete sinistra della stessa cappella una lapide marmorea policroma ricorda Girolamo Ferret, benefattore della chiesa e del collegio, con l’iscrizione: Y tu hermano mira por ti,/ i vive como hombre que has de morir. Que yo fui como tu eres, y tu seras como yo soy (1612). Una delle cappelle a sinistra è dedicata alla Madonna Immacolata: coperta da volta a botte, presenta riquadri con scene della vita della Madonna e decorazioni a stucco. Sull’altare maggiore è presente un crocifisso settecentesco di autore spagnolo. Sopra la porta di ingresso è presente una cantoria in legno policromo: al centro il monogramma IHS.

SANTUARIO di Nostra SIGNORA di VALVERDE: (Nostra Segnora de Baluvirde in sardo, Nostra Senyora de Vallverd in algherese) sorge nell’omonima località rurale situata a sette chilometri da Alghero, ai piedi di un costone roccioso. Da diversi secoli il tempio è legato alla storia della città sarda. La storia dell’origine del santuario presenta delle oscurità, e mancano dati precisi su alcuni passaggi che sono avvenuti. Forse in epoca medievale la zona ha visto la presenza di eremiti che hanno costruito delle chiesette, di cui si conserva qualche traccia. La statuetta della Madonna di Valverde è in terracotta e rappresenta la Vergine Maria con il Bambino sulla mano destra. L’origine di questa statuetta, alta circa 40 centimetri, non è chiara, né è chiara la sua provenienza. Già nel 1400 esiste una tradizione circa l’esistenza di una chiesa nota come Santa Maria di Valverde (Vallvert).  L’attuale chiesa risale al 1600 e dedicata precedentemente, pare, alla Madonna della Freccia, e dove è venerata anche la statuetta ritrovata. Nel 1800 la chiesa si arricchì di altre tele, tra cui una raffigurante San Giovanni Battista, san Raffaele, Tobiolo e san Giovanni Nepomuceno. Un altro quadro di questo periodo rappresenta la Madonna del Carmelo e anime del Purgatorio; un terzo quadro raffigura San Dionigi vescovo, san Marco e sant’Antonio da Padova. In diverse circostanze, nei secoli di storia del santuario, la statuetta della Madonna fu portata ad Alghero per la venerazione dei fedeli e poi con affollata processione riportata nel suo Santuario. La devozione alla Madonna di Valverde è molto sentita, ma si esprime in particolare nel “periodo dei pellegrinaggi”, che comincia con la domenica in albis (prima domenica dopo Pasqua) fino alla prima domenica di giugno, quando si svolgono diversi pellegrinaggi, anche a piedi, da Alghero e dai paesi vicini, molto partecipati dai fedeli. Alcuni pellegrinaggi sono per gli ammalati, con grande dispiegamento di volontari, che rendono possibile un’esperienza di fede e di preghiera.

(Dopo) CAPO CACCIA: (in catalano e algherese Cap de la Caça) è un imponente promontorio di roccia calcarea situato nell’estremità nord-occidentale della Sardegna, che si affaccia sulla rada di Alghero, e con l’altro promontorio di roccia calcarea di Alghero (sigla del sintema stratigrafico della Sarde-gna: ALG), punta Giglio, racchiude il grande golfo di Porto Conte. Vi è ubicata la stazione meteorologica di Capo Caccia e, per la sua posizione è dotato di un faro, che grazie alla sua posizione in altezza, 186 metri s.l.m., è uno dei più visibili a distanza, circa 34 miglia, di tutta Italia e del Mediterraneo. Capo Caccia deve il suo nome alle battute di caccia al piccione che i notabili dell’800 compivano dalla barca nei periodi di bonaccia attorno al promontorio, dalla sommità del quale si può scorgere l’ampio golfo di Alghero e la vicina isola di Foradada che costituiscono uno fra i panorami più belli e suggestivi dell’isola. È possibile osservare lungo tutte le falesie l’aquila del bonelli, il falco pellegrino, il gabbiano reale e corso, la procellaria, i rondoni. In tempi recenti è stata dichiarata oasi permanente di protezione faunistica con grande beneficio delle varie specie presenti sia sopra che sotto l’acqua. Attualmente su tutta l’intera area insistono sia l’Area naturale marina protetta Capo Caccia – Isola Piana, riserva marina, che il Parco di Porto Conte, parco regionale terrestre, con fauna e flora uniche, come ad esempio l’imponente grifone.

Quinto Tiberio ANGELERIO: Anche Alghero ha avuto il suo eroe (una vera star planetaria se i mezzi di comunicazione di allora fossero stati quelli di oggi): un grande medico che la nostra città ha avuto modo di conoscere e utilizzare nel corso di un tragico momento della sua storia. Si tratta di Quinto Tiberio ANGELERIO. Per conoscerlo meglio dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Esattamente nel 1582 quando l’intera Europa fu devastata dalla peste. Nato a Belloforte (Regno di Napoli) nel 1532, Angelerio studia Fisiologia e Medicina a Napoli e Padova. Contrae matrimonio in Francica (Reggio Calabria) dove opera per 10 anni. Lascia la regione calabra, pare per problemi con la famiglia della moglie, e inizia un girovagare, esercitando sempre la professione di medico, che lo porteranno a Venezia, Pavia e Nizza.Nel 1575 lo troviamo a Messina dove ha la possibilità di far conoscenza con gli effetti terribili dell’epidemia di peste che stava devastando le coste del Mediterraneo.Nel 1582 la municipalità algherese lo assume, con un contratto biennale, per la bella cifra di 100 scudi l’anno. Erano, dal punto di vista economico, tempi molto buoni per Alghero, grazie ai crescenti traffici mercantili che favorivano le casse dell’erario.Soldi ben spesi, perché non passò molto tempo perché Angelerio dimostrasse il suo grande valore professionale.Il 19 novembre del 1582 venne chiamato al capezzale di una donna che manifestò subito i sintomi che lui aveva avuto modo di conoscere durante la sua permanenza a Messina nel 1578. La peste era arrivata anche ad Alghero. Immediatamente informò le autorità cittadine e il vicerè affinché venissero prese tutte quelle iniziative utili a prevenire l’espansione della malattia.Subito dopo il primo caso se ne verificarono molti altri sino a raggiungere nel 1583 (fine dell’epidemia) la catastrofica cifra di qualche migliaio di morti.Non esistono certezze sul numero anche se è ragionevole pensare che almeno la metà della popolazione perse la vita. Fortuna vuole che Angelerio, abbia raccontato questa tragica esperienza nella – Ectypa Pestilentis Status Algheriae – , una pubblicazione del 1588, di cui esiste una unica copia custodita nella Biblioteca Nazionale di Francia. Un resoconto medico-scientifico che lo ha giustamente reso celebre come grande medico e scienziato. Una vera fortuna, si diceva, perché oltre a documentare storica- …

…mente la tragedia vissuta più di 4 secoli fa dalla nostra città, ha curiosamente evidenziato, nella gestione della pandemia, una serie di procedure straordinariamente simili a quelle utilizzate oggi nel combattere il Covid 19. Si iniziò con l’isolamento della città e a predisporre attorno ad essa tre cordoni sanitari che non consentivano entrate e soprattutto uscite di persone. Particolare interessante: il presidio era controllato da guardie armate. (Oggi la si classificherebbe zona rossa o con un colore ancora più deciso). All’interno della città, la strada (il carrer de Sant’Antoni), oggi via Cavour, dove era ubicato l’ospedale che ospitava i malati di peste, fu eretto un muro che impediva agli abitanti di quell’area di spostarsi in altre zone (poche idee ma chiare, il contrario di quello che spesso viene lamentato oggi). Manco a dirlo anche l’ospedale fu presidiato da guardie armate. Angelerio suggerì anche alle autorità locali il reperimento di due case abbastanza grandi e in posti isolati, per dividere gli appestati dai convalescenti (lo Hotel Covid dei giorni nostri). Per la prima volta nella storia della medicina, l’infaticabile Angelerio ideò la stufa a secco, utilizzando le alte temperature di un tipo  di forno utilizzato nella produzione di laterizi, per sterilizzare gli indumenti e gli utensili  di uso domestico (medico e geniaccio). Altra disposizione resa obbligatoria in città: il divieto di aggirarsi per le strade, e solo una persona per famiglia, senza essere munita di una sorta di salvacondotto per recarsi a fare acquisti e comunque con l’obbligo di portare con se una canna lunga 6 palmi (circa 1,5 m.) per tenere a debita distanza qualunque altra persona. In aggiunta al divieto di organizzare balli, feste e processioni. Unica, forte raccomandazione, non potendo vietare la frequentazione delle chiese, prestare la massima attenzione durante la messa.

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