Il Giro delle Chiese

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FRANCESCO PAOLO MICHETTI – FRANCAVILLA al MARE (CHIETI)

Pittore (Tocco da Casauria, Chieti, 1851 – Francavilla a Mare 1929). Recatosi nel 1867 a Napoli, studiò all’accademia con D. Morelli; fu condiscepolo e amico di E. Dalbono e formò il suo stile preciso. Acquistò il convento di S. Francesco di Paola a Francavilla e lo trasformò in cenacolo letterario. Fu senatore del Regno. Il cenacolo fu un centro di riunione e di scambi culturali, in cui letterati, artisti e intellettuali condivisero esperienze di vita e di pensiero. Vi parteciparono tra gli altri G. D’Annunzio, V. Pepe, C. Barbella, F. P. Tosti, E. Scarfoglio, P. De Cecco, M. Serao, B. Csacella , A. Ferraguti. Michetti, assicurò al luogo una notorietà che andò ben oltre i ristretti limiti territoriali della regione di appartenenza.

Francesco Paolo MICHETTI: Nasce il 4 ott. del 1851 a Tocco da Casauria (oggi in provincia di Pescara) da Crispino, direttore della banda musicale del paese, nonché compositore dilettante, e Aurelia Terzini (Di Tizio, 2007, p. 15). La prematura scomparsa del padre e le conseguenti difficoltà economiche della famiglia lo costringono a lavorare, sebbene ancora bambino, come apprendista presso la bottega di un fabbro. L’impiego però è di breve durata perché, poco tempo dopo, in seguito al nuovo matrimonio della madre, Michetti si trasferisce con tutto il resto della famiglia a Chieti. Avviato alle scuole tecniche, dimostra subito una spiccata abilità per le arti grafiche tanto che, nel 1864, appena tre-dicenne, inoltra una domanda di sussidio – per poter «avere mezzo di istruirmi nel dise-gno, arte per cui sento un trasporto irresistibile» – al Consiglio provinciale di Chieti, che però non l’accoglie. Tuttavia, quattro anni dopo, nel 1868, il M. riesce ad ottenere dalla stessa amministrazione una modesta borsa di studio, di appena 30 lire mensili, che gli permette comunque di trasferirsi finalmente a Napoli. Qui, grazie alla mediazione dell’ami-co Edoardo Dalbono, riesce a iscriversi all’Istituto di belle arti e frequenta le lezioni di Domenico Morelli, il quale apprezza immediatamente le doti coloristiche e disegnative del giovane allievo. La vivacità dell’ambiente artistico e culturale partenopeo non può non influenzare Michetti, che presto entra in contatto con le personalità di maggior spicco e artisticamente più all’avanguardia. Riesce infatti a conoscere e a visitare spesso lo studio di Filippo Palizzi e soprattutto stringe legami con Giuseppe De Nittis e Marco De Grego-rio, vale a dire con alcuni dei componenti del gruppo di artisti che allora formava la cosid-detta Scuola di Resina. Queste frequentazioni non fanno che rafforzare l’innata inclinazio-ne verso una pittura fortemente realistica e naturalistica, anche – e soprattutto, in questa prima fase – nella scelta dei soggetti: per lo più animali, preferiti dall’artista «perché Palizzi li aveva messi di moda in pittura, perché gli facevano pensare alla campagna desiderata e lontana, infine perché come modelli non gli costavano niente».

Lo sfondo è dominato dall’imponente mole della Maiella, e in particolare il profilo montu-oso riprodotto nel dipinto è visibile solo da Orsogna, dove il pittore ne realizzò lo studio nella Torre Di Bene. Il delicato e modulato profilo montuoso è messo ben in risalto dal colore terso e luminoso del cielo azzurro. La figlia di Iorio è un dipinto a tempera su tela (cm 550 x 280) realizzato da Francesco Paolo Michetti nel 1895.Il dipinto fu esposto nello stesso anno in cui fu realizzato all’Esposizione internazionale d’arte di Venezia, dove rice-vette il primo premio. Per la realizzazione dell’opera Francesco Paolo Michetti si ispirò ad una scena alla quale aveva assistito a Tocco da Casauria, suo paese natale, dove in un giorno d’estate era apparsa correndo sulla piazza una giovane donna scarmigliata inse-guita da alcuni con-tadini, eccitati dal vino e dal sole, come raccontò D’Annunzio, presente con lui alla scena, in un’in-tervista nel 1921, svelando il nucleo generativo di entrambe le opere omonime: «Michetti non mi ispirò, con la sua famosa tela, la tragedia. C’è un precedente. Io ero col mio divino fratello Ciccio (Michetti) in un paesetto d’Abruzzo, chiamato Tocco Casauria, dove, appunto, era nato l’amico, il pittore dal magico pen-nello. Ebbene, tutti e due, d’improvviso, vedemmo irrompere nella piazzetta una donna urlante, scarmigliata, giovane e formosa, inseguita da una torma di mietitori imbestiati dal sole, dal vino e dalla lussuria. La scena ci impressionò vivamente: Michetti fermò l’attimo nella sua tela ch’è un capolavoro: ed io rielaborai nel mio spirito, per anni, quanto avevo veduto su quella piazzetta: e infine scrissi la trage-dia.» D’Annunzio scrisse una lettera Michetti, subito dopo aver terminato di scrivere La Figlia di Iorio: «Queste settimane d’estate resteranno memorabili per me. Non avevo mai lavorato con tanta violenza e non avevo mai sentito il mio spirito in comunione così forte con la terra. Quest’opera viveva dentro di me da anni, oscura. Non ti ricor-di? La tua Figlia di Iorio fece la prima apparizione or è più di vent’anni, col capo sot-to un dramma di nubi. Poi d’improvviso si mostrò compiuta e possente nella gran tela, con una perfezione definitiva che ha qualche analogia con la cristallizzazione dei minerali nel ventre delle montagne.»

In primo piano vediamo proprio una fanciulla che, in un ambiente naturale, passa accanto a degli uomini che la osservano: indossa un lungo abito rosso (tipico delle donne sposate) e ha il capo coperto, in modo da celare la sua procacità; in realtà, con un simile espediente viene sottolineata l’innocenza della protagonista nel non voler provocare gli sguardi. La modella scelta per la donna fu Giuditta Saraceni, una diciannovenne originaria di Orso-gna Le persone che osservano la passante sono 7, 5 in primo piano e due di contorno, sedute o sdraiate. Allo sguardo di ogni figura viene affidato un sentimento diverso.

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